Offensiva capitalista e complicità social democratica
Categorie: PCd'I, Social Democracy, Union Question
L’offensiva delle classi dominanti italiane contro il proletariato non è soltanto politico-militare; le imprese delle bande fasciste e le persecuzioni delle autorità statali non ne costituiscono l’unico aspetto. Essa è in pieno sviluppo sul terreno economico e non appare più soltanto come una difesa preventiva contro l’assalto rivoluzionario del proletariato all’attuale costituzione politica dello Stato italiano, ma altresì come un’azione diretta per gli interessi dei capitalisti sul terreno della produzione.
Dopo aver fatte larghe concessioni alle richieste economiche del proletariato, augurandosi di poter così indurlo affermarsi sulle posizioni raggiunte e a non arrischiare azioni ulteriori che potessero compromettere i vantaggi già conseguiti, i capitalisti si spingono, dall’effetto combinato della crisi economica e della maggiore baldanza acquistata per i colpi vibrati al movimento rivoluzionario e per gli errori di questo, a riprendere ai lavoratori quanto già dovettero dare.
La mancanza di lavoro e la diminuzione della domanda di manodopera rispetto all’offerta hanno servito ai capitalisti a ristabilire il loro imperio nel mondo della produzione. La occupazione delle fabbriche avvenuta esattamente un anno fa segnò il culmine dell’avanzata proletaria. I fattori economici ed il contegno insufficiente dei grandi organismi proletari hanno contribuito a far muovere alla riscossa economicamente e politicamente la borghesia. Si parlava allora del controllo operaio sulle fabbriche, e la presa di possesso armata di queste, ordinata dalla riformista federazione metallurgica come espediente tattico per risolvere la vertenza sulle richieste di aumenti dei salari, tendeva a realizzare quel postulato. Invece di servirsi della resistenza dei capitalisti a riconoscerlo come di un incentivo per porre una grande questione di principio, chiamando nella lotta tutte le forze proletarie contro il potere borghese, i dirigenti sindacali stipularono un compromesso. Gli industriali accettavano gli aumenti e la soluzione del problema del controllo era rinviata alla promulgazione di una legge dello Stato, impegnandovisi il ministero Giolitti, che aveva abilmente ostentata una neutralità materiale nel conflitto, ben sapendo di risolverlo col diversivo dell’azione dei socialdemocratici.
Usciti gli operai delle fabbriche svanì, com’era prevedibile, la promessa del controllo concesso da deliberazioni parlamentari. La delusione provata dagli operai, la sfiducia nei loro stessi organi di lotta, si incontrarono con la crisi industriale che avanzava. Attraverso i licenziamenti e le serratela classe industriale e buon gioco nel sottrarre alle maestranze i diritti che avevano acquisiti. A Torino, dove nelle agitazioni dell’aprile e del settembre 1920 si erano fatti i passi maggiori sulla via del controllo, bastò la diminuzione del numero degli operai per consentire agli industriali di eliminare gli elementi politicamente più coscienti e ridurre gli altri nelle antiche condizioni di soggezione, ridivenendo arbitri della loro aziende.
Di ciò non paghi, i padroni spingono a fondo la loro azione. Non tenendo più di perdere i loro diritti sulle aziende lavorano ad intensificare lo sfruttamento, a riversare sugli operai le conseguenze della crisi di ribasso dei prodotti dell’industria, lacerando i concordati, diminuendo i salari, mirando sicuramente con ulteriori attacchi a ritogliere al proletariato le altre sue conquiste: le otto ore di lavoro, e lo stesso diritto di organizzazione.
Dinanzi a tale situazione il Partito Comunista si pone sotto questa visuale. Nel periodo di progressive conquiste sindacali succeduto immediatamente alla guerra non fu possibile raggiungere una tale preparazione politica nel seno del proletariato da spingere l’azione fino ad una nota generale che si proponesse obiettivi tali da superare i limiti del regime borghese, chiedendo il controllo sulla produzione, la conquista delle aziende, per arrivare a porre postulato fondamentale, lo sbocco finale della lotta rivoluzionaria, la conquista del potere statale.
Non vi si riuscì per una serie di ragioni tra cui la mancanza di un partito rivoluzionario, e l’influenza dei riformisti, complici della borghesia, negli organismi sindacali.
Quel passaggio dalle azioni isolate alla azione generale del proletariato che non fu possibile realizzare su di un programma offensivo, si può e si deve oggi tentarlo su di un programma difensivo. Se tutto il proletariato pone come causa comune il problema della difesa del livello dei salari, delle altre condizioni di lavoro, e l’esistenza assicurata ai senza lavoro, esso pone dei postulati che in se stessi non sono il mutamento di regime, ma che nella attuale situazione lo recano come conseguenza. Non può immaginarsi che la controffensiva capitalistica soffra un tempo d’arresto, senza prevedere che tutte le forze borghesi saranno chiamati a sorreggerla contro la resistenza proletaria, che lo Stato getterà sulla bilancia tutta la sua forza, e che la posta della lotta diverrà il possesso del potere politico.
Dinanzi al programma massimalista di muovere come una iniziativa proletaria alla conquista del potere ieri potevano i ” minimalisti ” opporre il diverso programma di contentarsi di un avanzata graduale e progressiva, e potevano sostenere che almeno le prime tappe di quest’avanzata non avevano come condizione necessaria l’abbattimento del potere borghese. Con questi argomenti essi difesero i loro consigli al proletariato di abbandonare l’azione cominciata con la occupazione delle fabbriche per assicurarsi con limitati sacrifici di sicuro vantaggio del controllo.
Oggi che questo vantaggio è sfumato, che gli altri precedentemente ottenuti sono compromessi ogni giorno di più, i riformisti restano senza alcun possibile programma, a meno che non confessino di avere quello di aiutare la borghesia contro il proletariato. Essi non possono contestare questa asserzione: che ogni segno di debolezza e di esitazione a servirsi della forza delle organizzazioni operaie condurrà ai capitalisti a nuovi attentati alle condizioni di esistenza del proletariato. Ieri essi dicevano che non conveniva assalire il regime borghese perché si sarebbe andato incontro ad un inutile sacrificio proletario; oggi non possono trovar modo di sostenere che si dovrebbe tollerare il sacrificio, la miseria, la morte del proletariato per non attaccare il regime borghese.
Il Partito Comunista lanciando la sua proposta di sciopero generale nazionale a tutte le grandi organizzazioni italiane, in difesa delle posizioni attualmente tenute da proletariato, ha messo con chiarezza ed efficacia grandissima questi problemi dinanzi agli occhi delle masse.
A questa proposta i bonzi della Confederazione generale del lavoro hanno risposto negativamente, e il Partito Comunista ha intrapresa una campagna perché la risposta sia chiesta alle masse.
In modo equivoco ed incerto hanno risposto i sindacalisti dell’Unione Sindacale Italiana. Tace ancora il Sindacato dei ferrovieri; non si potrebbe dire che pensano gli anarchici. Solo i comunisti vanno diritti allo scopo tra il consenso, che si delinea sempre più entusiasta, delle grandi masse.
Il linguaggio ignobile con cui uno dei bonzi confederali che oggi sembra essere il pontefice nella massima organizzazione italiana ha risposto al Comitato sindacale comunista dalle colonne dell’ Avanti! È stata finora l’unica manifestazione di quel Partito Socialista che secondo le illusioni prevalse in taluni compagni esteri starebbe per riavvicinarsi in parte al comunismo. Né il Partito Socialista, né una sottrazione, né un suo giornale, né un suo militante hanno trovata una parola in favore della proposta comunista. E, corrispondentemente, nessuno ha trovata una parola per esporre un programma diverso da quello dei comunisti, per spiegare come un contegno diverso garantirebbe in minima parte gli interessi anche immediati dei lavoratori.
Non occorre aggiungere commenti a questa attitudine di un partito che pretende di essere creduto antiborghese e rivoluzionario. Dinanzi al fascismo esso ha predicata la non resistenza ed ha attuato il disarmo; ed ancora attende che l’offensiva dei bianchi si arresti o rallenti. Dinanzi all’attacco capitalista alle condizioni di vita dei proletari esso non sa decidersi a predicare l’indietreggiamento passivo, ma pratica col suo silenzio la complice solidarietà con i dirigenti confederali – quelli che secondo la mozione di Mosca dovrebbero essere espulsi dal partito – nel loro contegno disfattista.
La parola d’ordine dei comunisti al proletariato è di considerare i dirigenti della Confederazione del Lavoro e del Partito Socialista come ostacoli da cui deve essere sgombrate il terreno e impostare sul problema del diritto alla vita la grande lotta rivoluzionaria contro il regime borghese.L’offensiva delle classi dominanti italiane contro il proletariato non è soltanto politico-militare; le imprese delle bande fasciste e le persecuzioni delle autorità statali non ne costituiscono l’unico aspetto. Essa è in pieno sviluppo sul terreno economico e non appare più soltanto come una difesa preventiva contro l’assalto rivoluzionario del proletariato all’attuale costituzione politica dello Stato italiano, ma altresì come un’azione diretta per gli interessi dei capitalisti sul terreno della produzione.
Dopo aver fatte larghe concessioni alle richieste economiche del proletariato, augurandosi di poter così indurlo affermarsi sulle posizioni raggiunte e a non arrischiare azioni ulteriori che potessero compromettere i vantaggi già conseguiti, i capitalisti si spingono, dall’effetto combinato della crisi economica e della maggiore baldanza acquistata per i colpi vibrati al movimento rivoluzionario e per gli errori di questo, a riprendere ai lavoratori quanto già dovettero dare.
La mancanza di lavoro e la diminuzione della domanda di manodopera rispetto all’offerta hanno servito ai capitalisti a ristabilire il loro imperio nel mondo della produzione. La occupazione delle fabbriche avvenuta esattamente un anno fa segnò il culmine dell’avanzata proletaria. I fattori economici ed il contegno insufficiente dei grandi organismi proletari hanno contribuito a far muovere alla riscossa economicamente e politicamente la borghesia. Si parlava allora del controllo operaio sulle fabbriche, e la presa di possesso armata di queste, ordinata dalla riformista federazione metallurgica come espediente tattico per risolvere la vertenza sulle richieste di aumenti dei salari, tendeva a realizzare quel postulato. Invece di servirsi della resistenza dei capitalisti a riconoscerlo come di un incentivo per porre una grande questione di principio, chiamando nella lotta tutte le forze proletarie contro il potere borghese, i dirigenti sindacali stipularono un compromesso. Gli industriali accettavano gli aumenti e la soluzione del problema del controllo era rinviata alla promulgazione di una legge dello Stato, impegnandovisi il ministero Giolitti, che aveva abilmente ostentata una neutralità materiale nel conflitto, ben sapendo di risolverlo col diversivo dell’azione dei socialdemocratici.
Usciti gli operai delle fabbriche svanì, com’era prevedibile, la promessa del controllo concesso da deliberazioni parlamentari. La delusione provata dagli operai, la sfiducia nei loro stessi organi di lotta, si incontrarono con la crisi industriale che avanzava. Attraverso i licenziamenti e le serratela classe industriale e buon gioco nel sottrarre alle maestranze i diritti che avevano acquisiti. A Torino, dove nelle agitazioni dell’aprile e del settembre 1920 si erano fatti i passi maggiori sulla via del controllo, bastò la diminuzione del numero degli operai per consentire agli industriali di eliminare gli elementi politicamente più coscienti e ridurre gli altri nelle antiche condizioni di soggezione, ridivenendo arbitri della loro aziende.
Di ciò non paghi, i padroni spingono a fondo la loro azione. Non tenendo più di perdere i loro diritti sulle aziende lavorano ad intensificare lo sfruttamento, a riversare sugli operai le conseguenze della crisi di ribasso dei prodotti dell’industria, lacerando i concordati, diminuendo i salari, mirando sicuramente con ulteriori attacchi a ritogliere al proletariato le altre sue conquiste: le otto ore di lavoro, e lo stesso diritto di organizzazione.
Dinanzi a tale situazione il Partito Comunista si pone sotto questa visuale. Nel periodo di progressive conquiste sindacali succeduto immediatamente alla guerra non fu possibile raggiungere una tale preparazione politica nel seno del proletariato da spingere l’azione fino ad una nota generale che si proponesse obiettivi tali da superare i limiti del regime borghese, chiedendo il controllo sulla produzione, la conquista delle aziende, per arrivare a porre postulato fondamentale, lo sbocco finale della lotta rivoluzionaria, la conquista del potere statale.
Non vi si riuscì per una serie di ragioni tra cui la mancanza di un partito rivoluzionario, e l’influenza dei riformisti, complici della borghesia, negli organismi sindacali.
Quel passaggio dalle azioni isolate alla azione generale del proletariato che non fu possibile realizzare su di un programma offensivo, si può e si deve oggi tentarlo su di un programma difensivo. Se tutto il proletariato pone come causa comune il problema della difesa del livello dei salari, delle altre condizioni di lavoro, e l’esistenza assicurata ai senza lavoro, esso pone dei postulati che in se stessi non sono il mutamento di regime, ma che nella attuale situazione lo recano come conseguenza. Non può immaginarsi che la controffensiva capitalistica soffra un tempo d’arresto, senza prevedere che tutte le forze borghesi saranno chiamati a sorreggerla contro la resistenza proletaria, che lo Stato getterà sulla bilancia tutta la sua forza, e che la posta della lotta diverrà il possesso del potere politico.
Dinanzi al programma massimalista di muovere come una iniziativa proletaria alla conquista del potere ieri potevano i ” minimalisti ” opporre il diverso programma di contentarsi di un avanzata graduale e progressiva, e potevano sostenere che almeno le prime tappe di quest’avanzata non avevano come condizione necessaria l’abbattimento del potere borghese. Con questi argomenti essi difesero i loro consigli al proletariato di abbandonare l’azione cominciata con la occupazione delle fabbriche per assicurarsi con limitati sacrifici di sicuro vantaggio del controllo.
Oggi che questo vantaggio è sfumato, che gli altri precedentemente ottenuti sono compromessi ogni giorno di più, i riformisti restano senza alcun possibile programma, a meno che non confessino di avere quello di aiutare la borghesia contro il proletariato. Essi non possono contestare questa asserzione: che ogni segno di debolezza e di esitazione a servirsi della forza delle organizzazioni operaie condurrà ai capitalisti a nuovi attentati alle condizioni di esistenza del proletariato. Ieri essi dicevano che non conveniva assalire il regime borghese perché si sarebbe andato incontro ad un inutile sacrificio proletario; oggi non possono trovar modo di sostenere che si dovrebbe tollerare il sacrificio, la miseria, la morte del proletariato per non attaccare il regime borghese.
Il Partito Comunista lanciando la sua proposta di sciopero generale nazionale a tutte le grandi organizzazioni italiane, in difesa delle posizioni attualmente tenute da proletariato, ha messo con chiarezza ed efficacia grandissima questi problemi dinanzi agli occhi delle masse.
A questa proposta i bonzi della Confederazione generale del lavoro hanno risposto negativamente, e il Partito Comunista ha intrapresa una campagna perché la risposta sia chiesta alle masse.
In modo equivoco ed incerto hanno risposto i sindacalisti dell’Unione Sindacale Italiana. Tace ancora il Sindacato dei ferrovieri; non si potrebbe dire che pensano gli anarchici. Solo i comunisti vanno diritti allo scopo tra il consenso, che si delinea sempre più entusiasta, delle grandi masse.
Il linguaggio ignobile con cui uno dei bonzi confederali che oggi sembra essere il pontefice nella massima organizzazione italiana ha risposto al Comitato sindacale comunista dalle colonne dell’ Avanti! È stata finora l’unica manifestazione di quel Partito Socialista che secondo le illusioni prevalse in taluni compagni esteri starebbe per riavvicinarsi in parte al comunismo. Né il Partito Socialista, né una sottrazione, né un suo giornale, né un suo militante hanno trovata una parola in favore della proposta comunista. E, corrispondentemente, nessuno ha trovata una parola per esporre un programma diverso da quello dei comunisti, per spiegare come un contegno diverso garantirebbe in minima parte gli interessi anche immediati dei lavoratori.
Non occorre aggiungere commenti a questa attitudine di un partito che pretende di essere creduto antiborghese e rivoluzionario. Dinanzi al fascismo esso ha predicata la non resistenza ed ha attuato il disarmo; ed ancora attende che l’offensiva dei bianchi si arresti o rallenti. Dinanzi all’attacco capitalista alle condizioni di vita dei proletari esso non sa decidersi a predicare l’indietreggiamento passivo, ma pratica col suo silenzio la complice solidarietà con i dirigenti confederali – quelli che secondo la mozione di Mosca dovrebbero essere espulsi dal partito – nel loro contegno disfattista.
La parola d’ordine dei comunisti al proletariato è di considerare i dirigenti della Confederazione del Lavoro e del Partito Socialista come ostacoli da cui deve essere sgombrate il terreno e impostare sul problema del diritto alla vita la grande lotta rivoluzionaria contro il regime borghese.