Sorgano i “comitati di difesa del sindacato di classe” contro i bonzi liquidatori della CGIL e i sabotatori delle lotte operaie
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FUNZIONI E SCOPI DEI “COMITATI”
Il 25 aprile scorso, nella sede centrale del Partito, si è tenuta una riunione dell’Ufficio Sindacale Centrale con la partecipazione dei rappresentanti della organizzazione. È stato svolto un breve rapporto sulle condizioni in cui versa la classe lavoratrice, alla luce delle contraddizioni economiche, sociali e politiche che investono classi e partiti e il regime capitalista, con particolare riferimento alla cosiddetta politica sindacale unitaria, prospettata dai partiti opportunisti, anticipata dai partiti borghesi e fatta propria dalle centrali sindacali bianche CISL e UIL e dalle dirigenze controrivoluzionarie che dominano la CGIL. È apparso chiaro che, mentre la stessa sopravvivenza fisica dei lavoratori si fa sempre più problematica sotto l’imperversare della crisi capitalistica nelle molteplici manifestazioni internazionali, quali la crisi valutaria, l’inflazione con conseguente continuo deprezzamento del potere reale dei salari, il rincrudirsi delle guerre nel Medio Oriente e in Indocina, le agitazioni e gli scioperi “illegali” in tutti i paesi dell’Europa e negli stessi Stati Uniti d’America, e la necessità di una forte rete internazionale di Sindacati di Classe si fa più urgente e pressante; l’attuale cricca dirigente la CGIL, alla pari delle altre centrali tradizionali negli altri paesi, è mobilitata per distruggere l’organizzazione sindacale classista. Il pretesto di questa distruzione è l’unificazione con CISL e UIL, sindacati di regime, sorti per dividere la classe operaia, per impedire di ritrovare la direzione rivoluzionaria di classe.
Dinnanzi a questa dura e cruda realtà il Partito, sensibile al fermento tra le masse contro la politica criminale dei duci sindacali, responsabile verso la classe operaia dell’avvenire del movimento, ha espresso il proprio appoggio all’iniziativa di propagandare tra le file dei lavoratori l’urgente necessità del sorgere di organi in difesa del Sindacato di Classe, quali appunto i “Comitati di difesa”, con i compiti delineati nel “Programma” costitutivo. Il Partito ribadisce che i “Comitati” non sono i suoi organi sindacali né di fabbrica, ma l’adeguata espressione di quella parte della classe operaia che intende stringere le proprie forze attorno al tradizionale programma classista dei sindacati operai, con l’intento di dare alla CGIL una direzione politica di classe, tale che la ponga nel solco dell’emancipazione totale dei lavoratori dal capitalismo verso la società comunista. In questa lotta i comunisti rivoluzionari sono sempre stati in prima fila, e non mancheranno di apportare nei “Comitati” l’insostituibile forza della dottrina marxista, dell’esperienza storica del comunismo, della disciplina della secolare milizia, allo scopo di dare a questi organi per il rinnovamento della CGIL un respiro ampio, internazionale, di classe.
Perché se da parte dell’opportunismo ufficiale si demolisce il Sindacato, da parte dell’operaismo dei gruppetti piccolo-borghesi si opera per screditare il Sindacato. L’azione disfattista del riformismo attuale è la causa di queste reazioni antisindacali che, preda di movimenti senza capo né coda, senza tradizioni e finalità storiche, rischiano di confluire nella controrivoluzione. Gli operai, i lavoratori, sdegnati del tradimento sempre più aperto dei loro capi, vanno indirizzati a ritrovare il fronte, il sindacato, il partito politico di classe. Vanno strappati alla deleteria influenza dei traditori, degli avventurieri, dei confusionari.
Nei “Comitati di difesa del Sindacato di Classe” c’è posto per tutti i lavoratori, senza esclusione alcuna, alla condizione pregiudiziale che ne accettino il programma, i mezzi e le finalità; consapevoli che questi organi non servono tanto per strappare un miglior salario e condizioni di lavoro e di vita meno penose, quanto e soprattutto per fare della CGIL di oggi, strumento, cioè, di “equilibrio” tra sfruttati e sfruttatori, la CGIL di domani, organo al servizio della rivoluzione anticapitalista, l’unica che annienterà per sempre il regime della moderna schiavitù del lavoro.
Organizzare e disciplinare
La viva esperienza delle recenti lotte rivendicative ha messo in evidenza, non solo in Italia, il tentativo da parte di alcuni gruppi di operai di spezzare la soffocante tutela della politica collaborazionista, riformista e corporativa delle centrali sindacali. Questi esempi di oggi hanno precedenti molto più illusori negli Shops Stewards inglesi, sorti nel primo dopo-guerra, ancora oggi esistenti ed operanti, tant’è che gli attuali scioperi “illegali” in Inghilterra vengono ispirati e diretti da questi organi di fabbrica. Ebbene, benché i “Commissari d’azienda” inglesi vantino una così non breve tradizione, in tutti questi decenni non sono mai stati in grado di ribaltare la politica conservatrice dei sindacati inglesi, le Trade Unions. La ragione sta nel fatto che questi organi “spontanei” della classe operaia inglese non si sono mai posti il problema di fondo di costituirsi in organizzazione nazionale sindacale, col preciso scopo di conquistare la direzione delle Trade Unions, in virtù di un programma di classe in aperta opposizione a quello laborista.
I “Commissari di reparto” e i “Delegati di linea”, i “Comitati unitari di base” e i “Consigli di fabbrica”, che sono sorti sotto la spinta dell'”ottobre caldo”, in parte, cioè i “Commissari di reparto” e i “Delegati di linea”, hanno già cessato di esistere con le stesse caratteristiche con cui sono sorti, perché i sindacati ufficiali li hanno istituzionalizzati, relegandoli ad appendici delle Commissioni Interne con mere funzioni di controllo tecnico e sanitario delle condizioni di lavoro in fabbrica; i secondi, invece, influenzati dall’immediatismo operaista hanno vissuto per la lotta dalla quale sono sorti, e risuscitano soltanto in occasioni di battaglia. Quando la lotta immediata, rivendicativa o no, cessa, essi cessano di operare, con tutte le nefaste conseguenze che questo stato di esistenza apporta ai lavoratori che seguono questi organismi posticci.
IL PROGRAMMA
1. Sono costituiti i “Comitati di difesa del Sindacato di Classe”, come organi sindacali di opposizione classista in seno alla Confederazione Generale Italiana del Lavoro, con l’intento di dare alla CGIL una direzione politica rivoluzionaria.
Vi aderiscono tutti i proletari, senza distinzione di affiliazione politica, età, sesso, nazionalità e razza, che fanno propri i principi, le finalità, le funzioni e gli scopi, i mezzi e l’organizzazione, enunciati in questo programma.
2. PRINCIPI E FINALITÀ
Le basi su cui poggiano i “Comitati” sono i principi, i mezzi e gli scopi del sindacato tradizionale di classe, così come sono andati formandosi nel corso delle secolari lotte proletarie per l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico, per la conquista di una società liberata dal Capitale, dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio, dalla forma salariale del lavoro, una società senza classi sociali e senza stato politico, in cui gli uomini siano tutti fratelli.
3. FUNZIONI E SCOPI
I “Comitati” non sono un nuovo sindacato, né si sostituiscono agli attuali sindacati organizzati nella CGIL.
La funzione primaria dei “Comitati” è di riunire tutti i lavoratori che, gelosi del carattere di classe dei sindacati dei lavoratori, intendono opporsi alla politica riformistica, corporativistica e di collaborazione di classe, oggi al governo della CGIL; per sostituirla con una direzione scrupolosamente fedele ai principi del sindacato classista, nel presente programma enunciati, e che derivano dagli Statuti e dal programma costitutivo della C.G.d.L. (Confederazione Generale del Lavoro), prima che fosse distrutta dal fascismo. In particolare, intendono organizzare disciplinatamente i lavoratori per lottare, consapevoli ed uniti, contro il sindacalismo bianco, padronale, statale. Di conseguenza, i “Comitati” agiscono come l’ala rivoluzionaria del proletariato nei sindacati tradizionali.
Consci della precarietà di ogni aumento salariale, riduzione dell’orario di lavoro, di ogni miglior condizione strappata dalle lotte economiche del proletariato, nel regime capitalistico, i “Comitati” si prefiggono: A) estendere al massimo possibile le lotte dei lavoratori oltre i limiti di fabbrica, categoria, località; B) indirizzarle verso l’urto con il potere politico costituito, rappresentato dallo Stato centrale e dai suoi organi periferici, quali che siano le loro denominazioni; C) Proporre a tutti i proletari la loro unificazione organizzativa nel Sindacato di Classe, abbandonando al loro destino i sindacati scissionisti della CISL-UIL e quanti essi siano, sorti per iniziativa della classe borghese a difesa del regime del capitale; E) l’abbandono dell’adesione alla CGIL tramite le deleghe alle direzioni aziendali, primo passo verso la convivenza tra padroni e operai, e il ripristino dei collettori di fabbrica; il rifiuto alla formazione di commissioni paritetiche tra rappresentanti dei padroni e dei lavoratori, siano esse aziendali, statali, governative, dovendosi rivendicare sempre la completa separazione degli organi proletari, per qualunque bisogno siano sorti, da quelli delle altre classi e gruppi sociali; F) il rifiuto categorico di qualsiasi regolamentazione dello sciopero, legalizzazione dei sindacati operai, di arbitrato statale e governativo nelle lotte rivendicative, espedienti questi tendenti a soffocare in disposizioni legali il prorompere naturale negli scontri sociali, come è il caso del cosiddetto “Statuto dei diritti dei lavoratori”.
I “Comitati”, nell’intento di costituire un coefficiente di lotta anche sul campo rivendicativo, si battono per la realizzazione di obiettivi che unifichino gli interessi di tutte le categorie di lavoratori, per superare l’egoismo di gruppo e pongano un effettivo freno alla pressione dispotica della economia capitalistica e della dittatura aziendale, quali: la riduzione della giornata lavorativa almeno a sei ore, l’aumento dei salari in relazione alle necessità vitali, l’abolizione del cottimo, del lavoro straordinario e di ogni espediente per il massimo sfruttamento della forza lavorativa, l’abolizione dell’apprendistato, il riconoscimento del salario pieno ai disoccupati e ai pensionati.
4. I MEZZI
La pratica dello sciopero, inteso non solo come sabotaggio dell’economia capitalistica, ma anche come arma di mobilitazione dei salariati per imporre con la forza del numero e dell’organizzazione i loro interessi alle classi padronali, onde esprimere il massimo di efficacia deve decidersi senza preavviso, al di fuori di qualsiasi concordato con aziende e organi del regime, e deve tendere ad inquadrare il numero maggiore possibile di proletari.
Lo sciopero generale di tutti i lavoratori è l’arma principale del Sindacato di Classe.
La solidarietà con i lavoratori in lotta deve intendersi principalmente come partecipazione diretta al fronte della lotta stessa dei lavoratori.
Gli scioperi articolati, microscopici, dividono e non unificano la classe, debilitano e non sostengono i lavoratori, contribuiscono a favorire l’intervento repressivo dello Stato col massimo dei suoi effettivi.
Ogni forma di lotta contro la classe capitalista sui posti di lavoro e fuori deve essere favorita ed inquadrata nell’azione d’insieme della classe lavoratrice, per mantenere il più efficiente possibile il fronte di combattimento della classe proletaria.
5. L’ORGANIZZAZIONE
I “Comitati”, il cui insieme tende a formare una fronte rivoluzionario del lavoro, aderiscono alla struttura organizzativa, verticale ed orizzontale, della CGIL, cioè dal posto di lavoro al sindacato di categoria alla Federazione, dalle C.d.L. locali alla Confederazione.
La funzionalità dell’organizzazione complessiva e dei singoli organi locali riposa non su vuote formule organizzative, ma sulla completa adesione dei singoli lavoratori al programma. Così la disciplina va intesa non come caporalesca obbedienza a riti di origine democratico-parlamentare e borghese, ma come subordinazione dei lavoratori ai dettati del Sindacato di Classe.
Tutte le funzioni che i lavoratori si troveranno a dover esplicare, per il regolare svolgimento dell’attività, non dovranno essere remunerate, nel rispetto di una sana tradizione operaia in virtù della quale l’eliminazione del carrierismo si realizza con la partecipazione diretta dei lavoratori all’attività organizzatrice del sindacato. Si ottiene così anche la non interferenza dei funzionari sindacali, cui devono spettare soltanto compiti tecnici e non politici, a differenza di quello che sta accadendo oggi e cioè che le decisioni vengono prese o manipolate esclusivamente da una gerarchia di burocrati, grandi e piccoli.
L’organizzazione sindacale non è un mestiere, né una professione; è una funzione alla quale tutti i lavoratori devono abilitarsi, con lo spirito di sacrificio e di dedizione che è proprio dei proletari.
6. Tutte le altre eventuali decisioni pratiche, si dovranno concordare tra i lavoratori che aderiscono ai “Comitati di difesa”, ispirandosi alla lettera e allo spirito del presente programma.