lotte economiche e lotte politiche
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Il marxismo ha sempre riconosciuto – come del resto appare chiaramente dalla serie di citazioni di recente pubblicate su queste colonne – il ruolo fondamentale delle lotte economiche degli operai sia per la difesa dei loro interessi entro la società borghese, sia e soprattutto come mezzo di diffusione della consapevolezza della inconciliabilità fra i loro interessi di classe e quelli borghesi e quindi della necessità di una trasformazione rivoluzionaria della società.
Particolarmente “scottante” definisce Lenin (nello stesso sottotitolo del Che Fare?) l’impostazione corretta dei rapporti fra lotta economica e lotta politica, fra organizzazione immediata a carattere prevalentemente rivendicativo e organizzazione rivoluzionaria a carattere politico. Per noi è tanto più importante riprendere questi temi, in quanto in Lenin essi non hanno trovato una “nuova” interpretazione ma si inseriscono nell’unico filone del marxismo rivoluzionario e ripropongono le nostre critiche di ieri e di oggi a quello che abbiamo di volta in volta definito come operaismo, immediatismo, spontaneismo, ordinovismo, – oggi soprattutto che pare diventata una moda, per i nuovi estremismi infantili destinati a riprodursi nella confusione generale, la svalutazione della analisi che Lenin ne fa e che è naturalmente considerata “dogmatica” e “autoritaria”, se non come il prodotto di aree “sottosviluppate”. Ciò dimostra che la storia ripropone continuamente problemi che pur sembravano chiariti una volta per tutte, e quindi esige, da parte delle forze in lotta, ancor maggiore chiarezza, ancor maggiore fermezza e decisione: il proletariato dimostrerà di essere all’altezza della sua missione storica solo se esprimerà il partito che abbia la ferma coscienza dei suoi compiti.
La posizione immediatista ha due facce che solo superficialmente appaiono contrastanti: l’opportunismo legalitario, gradualista, pacifista, in cui sono caduti i partiti designati coi nomi ufficiali di socialisti e comunisti; e lo infantilismo sparafucile. Limitiamoci per ora a considerare la prima forma, secondo la quale l’emancipazione proletaria è possibile utilizzando, con la pressione politica del partito operaio sul governo e la spinta economica dal basso, organizzata nel sindacato, gli stessi istituti che servono alla borghesia per il proprio dominio.
In questa deformazione di base – che si conclude mettendosi al servizio degli istituti borghesi -, le lotte economiche sono il sottofondo elementare di rivendicazioni politiche per la graduale trasformazione della società, e quei riformisti che non si limitano più ad un grezzo “economismo” (come in fasi di immaturità della società borghese) sono perfettamente coerenti quando sostengono di dare la precedenza ai “compiti politici” e definiscono “immature” le lotte “puramente” economiche. In apparenza sembrerebbe che riformisti e rivoluzionari concordino sulla necessità di elevare le lotte economiche al livello di lotte politiche. Ma la differenza verte proprio sulla politica che perseguono i riformisti da un lato e i rivoluzionari dall’altro. Mai come oggi è apparso chiaro che cosa i riformisti intendano per “politicizzazione delle lotte economiche”: è la subordinazione degli interessi di classe alle manovre della politica parlamentare per far passare questa o quella riforma, o perfino leggina, soggetta nel suo “iter” ai più diversi “emendamenti”; è insomma l’assenza della classe come compagine storica con interessi opposti a quelli della classe dominante.
Lenin ha colto questo punto in modo preciso e definitivo quando nel Che fare?, dopo aver sostenuto la necessità di «occuparci attivamente dell’educazione politica della classe operaia, dello sviluppo della sua coscienza politica», e aver aggiunto che in apparenza «su questo punto tutti sono d’accordo», svolge una critica serrata della posizione di coloro che si «adeguano» alla «realtà» e rivendicano «misure concrete». L’immaturità del movimento immediato serve allora di pretesto per dare un contenuto politico riformistico al movimento stesso, come se la rivoluzione fosse il «maturare» della lotta immediata attraverso il riformismo. Ponendo alla classe solo obiettivi «concreti», i riformisti in realtà la concepiscono come una parte componente della società borghese e non fanno nulla per mostrare agli operai che i loro interessi storici li portano oltre i limiti imposti dal sistema sociale in cui vivono. È così che, quando le cose stesse spingono i riformisti a dare un contenuto politico ai movimenti immediati, essi vedono soltanto le rivendicazioni che non mettono in questione l’esistenza del regime borghese e che o non interessano la sola classe proletaria (cioè, a saper leggere marxisticamente la realtà, interessano principalmente la piccola borghesia e l’aristocrazia operaia, minacciate dall’ulteriore sviluppo del modo di produzione capitalistico, e, in definitiva, la grande borghesia, più di tutti interessata alla conservazione, anche con qualche concessione, dello stato di cose), come nel caso della riforma della casa, secondo Engels «campo prediletto di occupazione per il socialismo piccolo borghese», della lotta contro il rincaro dei prezzi e infine delle ultimissime trovate sui trasporti pubblici o sull’ambiente naturale (che, com’è noto, è «di tutti»… proprietà privata permettendo) ecc. – oppure, nel migliore dei casi, diffondono nel proletariato l’illusione di poter raggiungere posizioni economiche e politiche stabili all’interno della società presente.
Lenin si pone quindi la domanda: «In che cosa deve consistere l’educazione politica?». E risponde che la coscienza da introdurre nella classe è quella «dell’irriducibile antagonismo fra gli interessi dei lavoratori e tutto l’ordinamento politico sociale e contemporaneo». Questo lavoro politico trae bensì alimento fuori dai rapporti immediati fra operaio e capitalista, nel programma generale e finale posseduto dal partito, ma può tuttavia innestarsi ai movimenti reali della classe perché ogni spinta operaia alla lotta immediata è riconducibile a cause che mettono in questione lo stesso ordinamento economico, sociale, politico della società borghese. Non a caso, oggi, sotto il peso soffocante dell’opportunismo, è una ventata di ossigeno assistere a lotte purtuttavia necessariamente insufficienti e per obiettivi “puramente” economici; perchè esse offrono un terreno propizio al lavoro politico dei militanti comunisti.
Lenin perciò non esita – nel 1903 – a porre come rivendicazione operaia «la soppressione del regime autocratico», cioè l’obiettivo politico rivoluzionario più avanzato in quella fase storica (oggi, naturalmente, non si tratta di rivendicare la soppressione del… governo Colombo, come strillano i “servitori del popolo”, ma di abbattere il regime borghese, democratico o fascista che sia). Non diversamente, Marx a chiusura di Salario, prezzo, profitto, del 1865, diretto appunto a mostrare la utilità delle lotte economiche e sindacali, dice che dalla lotta per un più alto salario gli operai devono pervenire alla coscienza della necessità dell’abolizione dello stesso sistema salariale.
Si tratta di utilizzare le lotte che la situazione sociale suscita, anche nelle categorie operaie più insignificanti, per svolgere un paziente lavoro di coordinamento fra interessi immediati e fini ultimi del movimento proletario. È un lavoro permanente, che non muta da periodo a periodo, da situazione a situazione, e che si impone a prescindere dall’esistenza o meno di sindacati al cui interno svolgersi: è l’intervento della dottrina comunista dall’esterno nella classe operaia, che trova il terreno adatto per la sua germinazione solo in determinati svolti storici.
Ogni lotta sociale può essere riportata all’inconciliabilità di interessi fra classe lavoratrice e ordinamento politico sociale, cioè fra Stato politico della classe dominante e classe proletaria. Questo significa che tutte le forze che difendono (o tendono anche solo a “riformare”) questo Stato, svolgono un’opera di aperto disfattismo della lotta di classe: tale opera rende indispensabile la separazione fra riformisti e comunisti sul piano politico, ma i comunisti devono lottare all’interno delle organizzazioni economiche dirette dagli opportunisti per mostrare quello che esse non sono agli operai che vi aderiscono, anche a costo di esserne espulsi – che è poi la miglior dimostrazione del ruolo controrivoluzionario svolto da costoro. Nella situazione di oggi, i comunisti rivoluzionari sanno perfettamente di aver a che fare non più coi vecchi riformisti che, poggiando sugli interessi dell’aristocrazia operaia, cercavano una via graduale e “sicura” al potere, ma con veri e propri traditori che perseguono l’obiettivo di frenare la spinta anche solo “tradunionista” degli operai operando come necessario ingranaggio dello Stato democratico borghese (il quale in tal modo realizza una tipica misura fascista). È per questo che la nostra “adesione” sindacale non significa in nessun caso adesione alla politica del sindacato (CGIL, CGT, o altro) che si esprime anche nella sua strutturazione, nei suoi metodi di funzionamento, e specialmente nei suoi rapporti “organici” con lo Stato borghese, ma è un solo mezzo per stabilire un contatto con gli operai allo scopo di spingerli sul terreno della nostra politica (che è poi il programma storico della classe) facendo leva su rivendicazioni anche puramente economiche che tuttavia permettano un passo avanti nel senso di questa politica. Per i marxisti non vi può essere contraddizione di principio fra interesse immediato della classe e interesse generale; è d’altra parte nella lotta, se non si chiude in limiti angusti e corporativi, che si forma e si cementa la solidarietà tra gli sfruttati: le rivendicazioni economiche che i comunisti rivoluzionari avanzano sono quindi ben determinate; vanno cioè in senso opposto a quelle lanciate dai riformisti. Questi infatti tendono a dividere la classe sul piano economico (esattamente come cerca di fare la borghesia) e ad “unirla” sul piano della loro politica traditrice: i comunisti rivoluzionari, invece, partono dall’unificazione delle lotte economiche sulla base degli interessi comuni dei proletari, per realizzare – attraverso la rottura con l’opportunismo – anche la loro unione politica sotto la direzione del programma comunista. Tali rivendicazioni sono per esempio:
– la lotta per la riduzione del tempo di lavoro
– la lotta per l’aumento uniforme dei salari (e contro le differenziazioni e la formazione di categorie particolarmente privilegiate)
– la lotta per il salario integrale ai disoccupati e ai pensionati, così come agli infortunati sul lavoro.
A queste rivendicazioni, che hanno la caratteristica di mettere la classe operaia in generale in posizione contrapposta alla intera classe borghese, si possono collegare nei singoli casi tutte le altre (per esempio, l’abolizione del cottimo). Esse, se spinte fino in fondo, si rendono incompatibili con i rapporti economici della società borghese e pongono all’ordine del giorno la loro soppressione: costituiscono perciò un obiettivo di classe del proletariato, quell’agganciamento fra lotta economica e lotta politica, che il partito deve appoggiare e favorire, tenendo conto dell’evolvere delle battaglie singole in battaglie sempre più generali, spingendole fino alla massima espansione.
I riformisti partono da un concetto del tutto opposto: gli operai devono porre solo quelle rivendicazioni economiche che non mettano in crisi la società. Non solo, ma essi arrivano necessariamente fino alla predicazione di una “tregua” nella lotta di classe e alla negazione aperta del proletariato come classe. Partendo dall’idea che – nell’interesse della borghesia – continuamente divulgano, di uno sviluppo indefinito del capitalismo, smussato delle sue “ingiustizie” più appariscenti, cioè “riformato”, essi finiscono necessariamente per eliminare ogni delimitazione e contrapposizione fra le classi. Di qui il metodo di avanzare richieste di miglioramenti economici solo all’interno di quelle branche che attraversano un periodo di grande lavoro vincolando gli aumenti di salario alla produttività, di indirizzare le lotte delle altre categorie ed eventualmente di tutta la classe verso la realizzazione di condizioni tali da garantire l’ideale politico del riformismo, cioè lo sviluppo generale dell’economia nazionale con l’intervento dello stato là dove l’iniziativa privata non basta, ecc. Questo metodo, che in modo parziale e contingente riesce a funzionare, mentre su scala generale e storica è condannato dalle insanabili contraddizioni del capitalismo, comporta nel suo logico sviluppo l’integrazione di tutte le organizzazioni, anche di carattere economico e sindacale, nello Stato, e la fascistizzazione della società.
In questa evoluzione, che ovviamente urta contro l’ostacolo dello sviluppo della lotta di classe, si inserisce logicamente l’odierna politica dei sindacati, l’opera di premurosa consulenza che essi offrono allo Stato borghese e perfino all’organizzazione degli industriali sul modo di superare le difficoltà della “congiuntura”, il loro impegno nell’organizzare veri e propri “studi di mercato”, come nel caso della Lesa, per dimostrare che è l’incapacità del padrone singolo, non la crisi del regime, a rendere inevitabile la cessazione del lavoro, e così via.
In conclusione, ciò che distingue i rivoluzionari dagli opportunisti nell’ambito della partecipazione alle lotte economiche e sindacali, non è il fatto che i primi rendano politiche le lotte e i secondi le confinino allo stadio di lotte economiche, ma, come spiegava Lenin nel Che fare?, il tipo di politica che gli uni e gli altri vi apportano. I riformisti si pongono sempre all’interno della società borghese, sono anche qui “reali” e “concreti”, perchè escludono ogni collegamento col programma rivoluzionario: i rivoluzionari si pongono in antitesi alla società borghese e agitano questo programma nel vivo stesso delle lotte rivendicative. Si tratta dunque di un modo divergente di partecipare alle lotte immediate, che ad un certo stadio non può che manifestarsi in due posizioni antagonistiche: da una parte, difesa della società borghese (specie in nome della “pace” e dell'”economia nazionale”) dall’altro, rivoluzione per il suo abbattimento. In tale stadio critico, la lotta per il miglioramento delle condizioni sociali della massa sfruttata si eleva a lotta rivoluzionaria per l’abolizione dei rapporti di produzione capitalistici. È perciò che mai e poi mai i rivoluzionari abbandonano a se stesse le lotte economiche: la loro partecipazione significa infatti il collegamento delle lotte presenti a quelle di un glorioso passato, e la preparazione di un luminoso avvenire che si chiama società comunista mondiale.