Partito Comunista Internazionale

L'”articolazione”: bilancio di un tradimento

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Ritorniamo, dopo un decennio dalla sua ufficializzazione, sull’argomento della “contrattazione articolata” o aziendale, oggi che è ancora più chiaro quanto fruttuosa sia stata per la borghesia l’applicazione di questo metodo, per le sue implicazioni economiche e politiche. Infatti, accanto alla contrattazione integrativa aziendale, si varava la lotta articolata o a singhiozzo; stillicidio atto soltanto a funzionare da valvola di sfogo per tutta la durata del contratto. Noi demmo già il nostro giudizio in merito, in quanto era chiaro che si sanciva con accordi ufficiali la collaborazione fra sindacato e imprese capitalistiche, fra opportunismo ed esigenze economiche e politiche della classe capitalista.

L’importanza dell’instaurazione di questo metodo fu ben compresa dalla classe capitalistica, e lo dimostrarono i suoi uomini più oculati che all’epoca si adoperarono perché esso fosse assunto a metodo generale nelle contrattazioni. Non per niente la CISL, portavoce padronale, fu la prima negli anni ’50 a formulare tale politica, rifacendosi agli analoghi sistemi di contrattazione già “positivamente” adottati in altri paesi altamente industrializzati come la Germania, l’America, la Francia. Dopo una esangue opposizione “di principio” da parte della CGIL, opposizione già abbandonata nel ’55, le organizzazioni sindacali dichiararono infatti che si dovevano adattare i principi alla realtà, si doveva cioè tener conto della «evoluzione economica del paese, che accentuava la disparità di sviluppo delle varie unità produttive nell’ambito di una stessa categoria, tanto è vero» (esse rilevavano) «che gli stessi salari fissati dai contratti collettivi nelle zone economicamente più sviluppate si trovavano notevolmente al di sotto dei guadagni percepiti dai lavoratori». L’altra “realtà” a cui i sindacati dovevano adattare i loro elastici principi, fu la considerazione degli «effetti di processo di razionalizzazione e di rinnovamento tecnologico, svoltosi a tappe accelerate dopo il ’50, che aveva portato con se anche l’adozione di nuove tecniche retributive o di sistemi di gestione del personale di cui il contratto nazionale, per il suo troppo vasto campo di applicazione e la sua funzione livellatrice non poteva ovviamente tener conto».

Non dimentichiamo che quanto fedelmente riportiamo è tratto da un articolo apparso nel ’62 sulla Rivista Italsider, che esprime il giudizio dell’azienda e che commenta più oltre: «È noto come la siderurgia, soprattutto quella a prevalente partecipazione statale, fu uno dei primi settori dell’industria metalmeccanica dove venne de facto ammessa la contrattazione aziendale, e qui il tempestivo adeguamento della politica sindacale delle aziende alle nuove esigenze maturate nel mondo del lavoro prevenne lo sviluppo di agitazioni considerevoli che investirono invece gli altri settori». Ricorderemo infatti che le aziende a partecipazione statale aprirono nel ’62 i negoziati prima della scadenza formale del contratto, e chiusero la vertenza separatamente ed in anticipo sul rimanente della categoria, consentendo così la eliminazione dalle lotte contrattuali di migliaia di lavoratori. In perfetto accordo il connubio fra vertici sindacali e associazioni rappresentative padronali, aveva sancito un ulteriore sistema per l’indebolimento del fronte proletario attraverso la sua divisione, la sterilizzazione delle sue lotte, la chiusura di queste nei limiti aziendali. L’articolo termina con un commento significativo: «Tale accordo, che ha permesso di sdrammatizzare i termini della controversia, ha costituito una prova di sensibilità sindacale da ambo le parti».

Tutto questo esige ulteriori considerazioni, e noi, che sempre ripartiamo da lontano, citando Engels ricordiamo che «la concorrenza tra gli operai è l’aspetto peggiore della situazione odierna per l’operaio, l’arma più affilata contro il proletariato nelle mani della borghesia. Di qui deriva lo sforzo degli operai per sopprimere questa concorrenza mediante associazioni, di qui il furore della borghesia contro queste associazioni ed il suo tripudio per ogni sconfitta inflitta ad esse».

Ma per i sindacati attuali, che tante “prove di sensibilità” danno alla borghesia, sì da non suscitarne più il furore, bensì continui riconoscimenti e plausi, questa è roba di un secolo fa, quindi non più attendibile; è… archeologia!

Il capitalismo accumula per aziende, siano queste private o statali, e non accumula prodotti, ma profitti che ogni azienda tende a rendere massimi, in concorrenza con altre. Ed è a questa struttura per aziende, indissolubilmente legata al modo di produzione capitalistico, è a questa “realtà” che i sindacati si adeguano perfezionando il loro modo di aderirvi anche strutturalmente.

Se, fino al ’50, dovendo la produzione ripartire da zero, era interesse e necessità capitalistica il trattamento indiscriminato, livellato, dei lavoratori, in quanto si dovevano ricostituire le basi della produzione, con la ripresa produttiva ed il boom economico fu necessario favorire questo processo. La contrattazione articolata permise, d’altra parte, il ricrearsi di trattamenti privilegiati nei settori più importanti per l’economia e non in altri secondari; permise l’introduzione degli incentivi che, legati alla produttività del lavoro, non potevano essere corrisposti che in modo differenziato tra azienda e azienda, fra aziende altamente meccanizzate e piccole e medie aziende favorendo così l’agganciamento degli operai all’interesse e al buon andamento della fabbrica, fino ad esprimere un vero e proprio attaccamento ad essa considerata come fonte di vita. Permise poi la instaurazione del metodo del cottimo collettivo legato alla grande azienda ad alto sviluppo tecnologico, consentendo parallelamente il permanere del cottimo individuale nelle piccole e medie aziende, situazione che ha finito per riprodursi anche all’interno di una stessa grande fabbrica fra “tipi di lavorazione” diversi (vedi paghe di posto, ecc.); tutte forme di retribuzione discriminatissime a cui provvede la “contrattazione a tutti i livelli”. In sintesi, ha permesso il riaffilarsi dell’arma più efficace nelle mani della borghesia contro il proletariato: la concorrenza fra gli operai.

Fu facile, in quel momento, far leva sui sentimenti più egoistici delle retrive aristocrazie del lavoro: la contrattazione aziendale consentiva in molti casi una briciola in più, una qualifica superiore che significava qualche migliaio di lire supplementari sulla busta paga, quanto bastava per frenare ogni slancio operaio ed impedire ai lavoratori delle industrie, o zone, o reparti cosiddetti privilegiati di ricevere lo stimolo a lottare, invece, contro queste effimere e false conquiste, e a solidarizzare con i peggio pagati (tutti ricordiamo la pace sociale regnata per anni alla Fiat, o nelle aziende tramviarie, la prolungata assenza di lotte fra i ferrovieri, ecc.). Gli operai furono i soli a non accorgersi che quel sistema, – valvola di sfogo per lotte che non si potevano evitare – preparava anche il terreno per quando la successiva fase discendente dell’economia e la crisi li avrebbe costretti non a contrattare qualcosa in più, ma a difendersi – chiusi e isolati nelle singole aziende – dall’eccessivo carico di lavoro, per giunta con l’abitudine acquisita di identificare il responsabile di tutti i mali nel singolo padrone, nella singola direzione aziendale. E tanto agisce ancora sugli operai questa politica devastatrice, che essi, come ieri erano portati ad illudersi di partecipare al banchetto della propria azienda marciante a gonfie vele, oggi sono portati a farsi paladini della “salvezza” della propria azienda in via di smantellamento, e non riescono a portare la loro lotta fuori dalle muraglie aziendali non certo per l’esistenza dei cancelli e non tanto per la forza pubblica che le circonda, ma per il nodo scorsoio stretto interno a loro in modo capillare, fabbrica per fabbrica, fuori della quale hanno disimparato a lottare, in virtù di questa politica che ha cancellato perfino il principio dell’associazionismo operaio; politica con la quale si è teorizzato e si pretende sostenere ancora che la classe operaia abbia raggiunto una forma “superiore” di difesa e di lotta: la contrattazione aziendale e la lotta articolata, attraverso le quali, eliminata “l’anarchia contrattuale” e il “polverone” dello sciopero generale, si realizzerebbero maggiori conquiste e miglioramenti economici con minore dispendio di energie e minori perdite economiche (ogni operaio sa oggi a sue spese quanto sia falsa perfino questa “geniale” teoria del risparmio di energie).

Per gli attuali traditori della classe operaia la dottrina rivoluzionaria marxista non può più essere attendibile, in perfetta coerenza con l’opposto fine che si sono dati: la perpetuazione del modo capitalistico di produzione. Essi devono quindi condurre il proletariato a condividere fino in fondo le sorti dell’economia nazionale, passando attraverso la identificazione dei suoi interessi con le sorti dell’azienda in cui esso è spezzettato, diviso, imprigionato.

Noi sappiamo che le condizioni del proletariato sono generali, superano i limiti della azienda e dell’insieme delle aziende, «l’economia nazionale», perché internazionale è il sistema del salario. Si tratta quindi di lottare non solo per un maggior livello salariale, ma per l’unificazione del proletariato – guidato dai suoi strati più combattivi – e l’abolizione di questo sistema – lotta che non potrà mai esaurirsi nell’azienda, in quanto si tratta di combattere il capitalismo come classe e Stato e non solo i capitalisti come singoli. Questo indica la dottrina rivoluzionaria del proletariato, da più di un secolo durante il quale, è vero, sono successe tante cose, ma queste hanno reso ancora più chiara la sua necessità storica e più nette e dure la dottrina e l’organizzazione del partito destinato a realizzarla.