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Riarmo in Europa. La militarizzazione della gioventù proletaria farà saltare in aria il dominio di classe della borghesia!

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Mentre la guerra d’Ucraina sta per entrare nel suo quinto anno e, intanto, le diplomazie tentano la via del negoziato per chiudere quel conflitto, gli imperialismi si preparano per la guerra che verrà, che avrà ben altre proporzioni rispetto ai numeri e alla geografia della attuale guerra ucraina, in quanto la si prospetta generale, con il coinvolgimento di tutte le grandi potenze, nonché delle più piccole, su uno spazio di estensione mondiale. Pertanto, in tutti i centri di comando delle borghesie nazionali, appare sempre più necessario dotarsi degli strumenti, economici, politici, e militari per sostenere il livello della contesa imperialistica. Tra questi, c’è l’inquadramento militare di masse di milioni di uomini da gettare nel tritacarne della guerra, come le vicende belliche in Ucraina stanno abbondantemente e sanguinosamente dimostrando.

La riforma del servizio militare in Germania

Il passo fatto dalla Germania è un importante segnale della strada intrapresa, della preparazione bellica. Infatti, lo scorso 5 dicembre, il Bundestag ha votato una legge di “modernizzazione” del servizio militare, il cui obiettivo, in estrema sintesi, è di aumentare il numero di soldati dagli attuali 184 mila fino a 260-270 mila entro il 2035, portando il numero dei riservisti a circa 200 mila. Nelle intenzioni si vorrebbe arrivare ad arruolare almeno 20 mila giovani già dal prossimo anno, ma con la prospettiva di aumenti continui nel corso dei successivi, dai 23 mila nel 2027 fino ai 38 mila all’anno entro il 2030, circa un giovane su otto ogni anno. Per far fronte alle nuove esigenze, entro il 2031 saranno costruite più di 270 nuove caserme per un costo di 3,5 miliardi di euro.

Non si tratta quindi del ritorno alla leva obbligatoria, sospesa in Germania dal 2011, ma l’introduzione di un sistema semi-obbligatorio per gli uomini e opzionale per le donne, che punta anche ad allettare i giovani con degli incentivi economici e formativi. 

A partire dal 2026, tutti gli uomini e le donne che hanno compiuto 18 anni riceveranno un questionario con domande sulla disponibilità a prestare il servizio militare. Per spingere i giovani ad accettare di prestare il servizio militare, sono stati pensati degli incentivi di carattere economico, come uno stipendio di circa 2.600 euro mensili contro i 1.800 attuali ed una formazione avanzata, ad esempio sull’utilizzo dei droni, consentendo se possibile lo svolgimento del servizio in un luogo vicino a quello di residenza. 

Se però il numero di volontari non dovesse essere sufficiente da coprire gli obiettivi attesi, si potrà riattivare la coscrizione obbligatoria. 

La riforma attuale risulta un compromesso politico tra chi vuole rafforzare rapidamente l’esercito senza reintrodurre immediatamente la leva obbligatoria e chi, soprattutto all’interno della CDU/CSU, ritiene che la leva potrebbe essere inevitabile se i volontari non saranno sufficienti. 

Chi è sicuramente contrario alla nuova legge e, in generale, alla prospettiva di un ampliamento della coscrizione sono i giovani che hanno protestato in oltre 90 città tedesche.

Questa riforma del servizio militare si inserisce in un generale piano di riarmo della Germania che ha lo scopo di formare l’esercito più potente d’Europa, attraverso un massiccio investimento di 1000 miliardi di euro, che segna un cambiamento epocale rispetto a tutto il periodo successivo alla disfatta della seconda guerra mondiale. Si tratta di una scelta obbligata che affonda le sue radici, non solo nella contesa inter-imperialistica in corso, in particolare con la Germania schierata a fianco dell’Ucraina nella guerra contro la Russia, ma soprattutto nelle mutate condizioni economiche, determinate dalla rottura del conveniente legame energetico con la Russia in seguito al conflitto ucraino, che hanno portato ad una pesante crisi dell’industria tedesca. Lo sviluppo della produzione bellica permetterebbe di riconvertire quegli stabilimenti in crisi, orientandoli alla produzione di armamenti.

Per realizzare gli obiettivi di preparazione bellica la Germania ha abbandonato il suo tradizionale rigore fiscale e ha fatto richiesta all’Unione Europea la deroga al «Patto di stabilità» affinché le spese militari non rientrino nei vincoli di bilancio. La Germania, inoltre, si avvia anche a smantellare il suo stato sociale; il cancelliere Merz aveva dichiarato “viviamo da anni oltre le nostre possibilità”, sottolineando l’alta spesa pubblica per le prestazioni sociali e annunciando una loro revisione. La direzione è chiara, la priorità è la spesa militare, in futuro meno soldi per scuole e ospedali, ma più armi. 

La tendenza negli altri paesi europei

La svolta bellicista della Germania non è ovviamente un caso isolato, ma riguarda anche il resto dell’Europa, dove nei vari paesi si stanno approntando piani di riarmo e di revisione del servizio militare. 

Con la fine della Guerra Fredda, a partire dagli anni Novanta, in diversi paesi d’Europa si passò dalla leva obbligatoria ad un sistema basato su professionalità e specializzazione. L’esperienza sul campo della guerra d’Ucraina ha però reso tale sistema del tutto inadeguato ad affrontare una grande guerra come quella che si sta combattendo in quei territori, con l’impiego al fronte e nelle retrovie di centinaia di migliaia di uomini, e la necessità di rimpiazzare continuamente le elevate perdite. Pertanto, le borghesie europee si trovano nell’urgenza di adeguare i propri eserciti nazionali aumentando numero di soldati. Le esigenze delle classi dominanti europee si scontrano però con una realtà sociale ben diversa da quella del secolo scorso, dove masse di giovani contadini e operai, temprati dal duro lavoro e dalle privazioni potevano essere inquadrati militarmente. I paesi europei di oggi sono ormai delle società vecchie, con le culle sempre più vuote, mentre, dall’altro lato, la diffusione di stili di vita basati sul consumo e il culto dell’individuo rendono poco attrattiva la prospettiva della difesa della patria. Quindi le esigenze di riformare i sistemi militari devono tenere in considerazione tale contesto sociale, per evitare pesanti ripercussioni sul piano politico. 

Attualmente il sistema della leva obbligatoria è presente nei paesi scandinavi e in quelli baltici, ma anche in Austria, Svizzera, Danimarca, Grecia e Croazia che l’ha reintrodotta nel 2024, con addestramento di base di 2 mesi. Ma come nel caso tedesco, la reintroduzione della leva obbligatoria non è l’unico modello di riferimento; in questa fase, si tendono a privilegiare delle formule ibride, che incentivano e spingono all’arruolamento volontario e sono orientate alla formazione di un esercito composto da forze professionali e riserve. 

Tra i paesi sulla via della revisione dell’arruolamento militare vi è la Francia, che aveva sospeso il servizio militare obbligatorio nel 1997 e si era avviata verso la professionalizzazione delle forze armate, stabilendo ovviamente che il servizio militare “può essere ripristinato in qualsiasi momento per legge quando le condizioni della difesa nazionale lo richiedono”. Non siamo ancora a questo punto, ma le esigenze della borghesia nazionale ormai non sono neanche più celate, tanto che il Capo di Stato Maggiore dell’esercito francese Fabien Mandon, al Congresso dei sindaci di Francia dello scorso 18 novembre, ha affermato: «Se il nostro Paese vacilla perché non è pronto a perdere i suoi figli […] o a soffrire economicamente perché la priorità deve essere la produzione militare, allora siamo davvero a rischio. […]  Dovete parlarne nelle vostre città».

La borghesia sta dicendo chiaramente che bisogna fare ulteriori sacrifici e versare il sangue per la patria.

L’orientamento attuale è quello di non procedere ancora alla reintroduzione della leva obbligatoria ma di spingere sul reclutamento volontario. “Il nuovo servizio militare” sarà aperto principalmente ai giovani tra i 18 e i 19 anni a partire dall’estate del 2026. È prevista una durata di dieci mesi, con un mese di addestramento e nove mesi in unità operative sul territorio francese. Il piano punta a 3 mila reclute nel 2026, per arrivare a 10 mila entro il 2030 e potenzialmente 50 mila entro il 2035.

La peculiarità francese è che, in questa fase, si fa affidamento sullo sviluppo di una “cultura della difesa”, potenziando la “Giornata della Difesa e della Cittadinanza”, che si tiene ogni anno ed è obbligatoria per ottenere il certificato di partecipazione, necessario in seguito per concorsi e patente. In sostanza, la mobilitazione delle gioventù viene fatta attraverso la propaganda dello spirito patriottico, ma non è per nulla scontato che ciò possa portare ai risultati attesi, rendendo inevitabile il passaggio a forme di arruolamento basate sull’obbligatorietà. 

Anche nel Regno Unito, che aveva abolito la leva obbligatoria dal 1963, passando a truppe completamente volontarie e professionali, si avverte la necessità di un cambio di rotta, ben testimoniata dalla proposta fatta nel 2024 da Rishi Sunak di un servizio nazionale obbligatorio per tutti i diciottenni, da poter svolgere sia in ambito civile che militare. Tale proposta non è passata, ma recentemente il governo britannico ha avviato un programma definito di “anno sabbatico” per permettere ai giovani fino ai 25 anni di svolgere un anno di vita militare, incentivandoli attraverso la retribuzione e la possibilità di passare poi tra i professionisti o trovare un lavoro qualificato in ambito civile. In tal modo, seppure non siano previsti grossi numeri, si cerca di sopperire ai problemi di arruolamento sempre più gravi degli ultimi anni e raggiungere gli obiettivi di reclutamento stabiliti.

Si muove anche l’Italia, con il Ministro della Difesa che ha dichiarato la volontà di proporre un disegno di legge per una “leva su base volontaria”. 

La via europea al militarismo non riguarda soltanto l’arruolamento della gioventù, ma, oltre all’economia sempre più orientata alla produzione di armamenti, tutta la società è lentamente trascinata nel vortice della preparazione bellica. Già si scorgono delle avvisaglie in alcune iniziative che hanno interessato gli ospedali francesi e tedeschi. In Francia, il 18 luglio 2025, il Ministero della Salute ha inviato una circolare chiedendo a tutti gli ospedali di prepararsi, entro marzo 2026, ad accogliere fino a 15 mila soldati feriti in caso di guerra, prevedendo anche dei picchi di afflusso di feriti, 100 al giorno per 60 giorni consecutivi e punte di 250 feriti al giorno per almeno tre giorni consecutivi. Anche in Germania sono in preparazione piani per affrontare scenari di guerra. L’obiettivo è gestire un afflusso massiccio di feriti: ogni ospedale deve essere pronto ad accogliere fino a 100 militari feriti al giorno. 

Il riarmo polacco

Il paese europeo che ha imboccato con grande decisione la via del riarmo e della crescita delle truppe è la Polonia. L’ambizione della classe dirigente polacca è alta, il primo ministro Donald Tusk ha lanciato come obiettivo per il 2026 di fare di quello polacco il “più forte esercito d’Europa”, promettendo forti investimenti infrastrutturali e nell’industria nazionale. D’altronde, la Polonia già nel 2024 aveva destinato alla spesa militare 41,5 miliardi di dollari, pari al 4.1% del PIL nazionale, salendo al 4,7% del PIL nel 2025 con 45 miliardi di dollari. Per il 2026, è prevista una spesa del 4,8% del PIL, quasi 55 miliardi di dollari. 

Avendo svuotato buona parte del proprio arsenale con la fornitura all’Ucraina del vecchio materiale militare in dotazione, la Polonia ha siglato diversi accordi commerciali con aziende del complesso militare-industriale di Stati Uniti e Corea del Sud, acquistando dagli americani aerei, elicotteri d’attacco, carri armati e sistemi e dai sudcoreani carri armati con un piano di espansione fino ad un migliaio di unità, obici autotrasportati, caccia e sistemi di lancio di razzi a lunga gittata.

Ma l’obiettivo polacco è anche quello di incrementare la produzione industriale direttamente nel paese. In particolare, attraverso gli accordi con i sudcoreani, si punta a sviluppare una produzione congiunta e al trasferimento in Polonia delle tecnologie belliche. In questa direzione va l’accordo con la società coreana Hyundai Rotem, fornitrice di carri armati K2 Black Panther, che consentirà di realizzare presso la cittadina industriale di Gliwice un centro per la produzione e la manutenzione tecnica di questi carri armati. 

L’ambizione polacca di dotarsi del principale esercito in Europa è data anche dall’obiettivo di estendere l’esercito a 300 mila soldati. Nel caso polacco, l’invasione russa dell’Ucraina ha portato al cambiamento della linea adottata nel 2008 di sospendere il servizio di leva, privilegiando però un approccio basato sull’arruolamento volontario. A partire dall’aprile 2022, è stata lanciata la campagna “diventa un soldato della Polonia”, che nel giro di un paio di mesi ha permesso 14 mila arruolamenti. Facendo leva sulla diffusa ostilità verso la Russia e sulla propaganda della difesa della patria dall’invasore nemico, una buona retribuzione attira tanti giovani studenti e salariati. Attualmente l’esercito polacco conta circa 215 mila soldati, di cui 180 mila professionisti e 35 mila militari della difesa territoriale, circa il triplo rispetto a dieci anni fa, col piano di raggiungere i 300 mila soldati entro i 2035. 

La guerra dell’Europa “fino all’ultimo ucraino”

L’Europa si prepara militarmente e continua a sostenere lo sforzo bellico ucraino contro la Russia, come testimonia il prestito da 90 miliardi di euro varato dall’UE, che Kiev non sarà mai in grado di restituire, e si frappone ostinatamente al tentativo di pacificazione tra americani e russi, rifiutando il piano di pace trumpiano. 

Al di là della posizione degli imperialismi europei favorevoli al proseguimento della guerra attraverso il sostegno economico e militare all’Ucraina, alla vigilia del quinto anno di guerra gli europei si scoprono in seria difficoltà dal punto di vista delle forniture militari, rendendo necessario il loro riarmo che non avverrà certo unicamente nella prospettiva di continuare a mandare le armi in Ucraina ma soprattutto per rafforzare i propri eserciti nazionali. Lo stesso discorso vale per i piani di crescita delle truppe europee, il cui dispiegamento sul territorio ucraino viene per ora valutato possibile dai cosiddetti “volenterosi” .

L’atteggiamento degli imperialisti europei di ostilità al dialogo russo-americano e di conseguenza favorevole al proseguimento della guerra non può essere inteso come il tentativo di salvare l’Ucraina dall’avanzata russa, anche perché, nonostante tutto il sostegno militare fin ora fornito in questi quasi quattro anni di guerra, l’avanzata russa, seppur lentamente, è costante e continua. Di fatto, la mano tesa dagli europei agli ucraini è abbastanza debole, e consiste in esosi esborsi e invii di armi, senza che neanche i più “volenterosi” siano nelle condizioni di poter fornire a Kiev quella sicurezza di cui tanto si blatera. 

Pertanto, appare evidente che gli ucraini sono chiamati dagli europei a morire non per una disperata difesa nazionale ma per dare il tempo necessario ai paesi europei di riarmarsi. Ecco così che, di volta in volta, si intromettono nelle trattative in corso con la proposta della tregua, cioè di fermare i combattimenti al fronte senza che si siano poste le basi per una soluzione più o meno definitiva del conflitto stesso, che avrebbe il solo senso di dare la possibilità all’Ucraina di riprendere fiato, riempirla di armi, riorganizzare l’esercito e riprendere le ostilità, per far continuare un conflitto che serve a guadagnare altro tempo per il riarmo.

La guerra deve continuare, ma con gli ucraini a fare da carne da cannone!

Da questo punto di vista, molto significativa è la discussione su un punto del piano di pace di Trump, quello che riguarda il numero di soldati nel futuro assetto dell’Ucraina. Nel piano di Trump la dimensione dell’esercito ucraino è fissata a 600 mila unità, mentre nel secondo, “concordato” con Kiev, si parla di 800 mila effettivi in tempo di pace. I proletari ucraini non hanno illusioni da farsi, che si arrivi o meno alla pace, il loro destino è in divisa, a versare il proprio sangue in questa guerra o nella prossima. Ma neanche i proletari europei possono illudersi più di tanto: la militarizzazione dell’Ucraina annuncia e prepara quella del resto d’Europa.

Il rovesciamento del militarismo

Il conflitto ucraino non lascia dubbi al riguardo: la forsennata corsa verso la guerra generale costringe tutte le borghesie nazionali a prepararsi militarmente, compresa la necessità di formare un grande esercito attraverso il reclutamento di masse di proletari. Le borghesie europee in particolare saranno costrette a rinunciare allo strumento dell’esercito composto da professionisti e avviarsi progressivamente verso l’estensione del servizio militare, fino all’esercito di leva.

D’altronde, la situazione dell’Ucraina è particolarmente significativa da questo punto di vista, dal momento che la necessità di rimpiazzare le enormi perdite hanno trasformato il paese in un gigantesco terreno di caccia di uomini da spedire al fronte come carne da cannone. 

La reazione alla mobilitazione forzata è consistente, alcune stime parlano di almeno 850 mila ucraini in età d’arruolamento che restano nascosti per sfuggire alla cattura , 650 mila che sono scappati all’estero e forse 300 mila disertori nel solo 2025, con il mese di ottobre che ha stabilito un nuovo record per l’abbandono non autorizzato di un’unità militare, con oltre 21 mila casi ufficiali, rispetto ai 17-18 mila al mese durante l’estate, numeri altissimi considerando circa 30 mila persone mobilitate al mese. 

Il dramma è che il fenomeno delle diserzioni, sebbene diffuso, rappresenta ancora un rifiuto spontaneo e individuale di sottrarsi al massacro in corso, e manca una opposizione organizzata alla guerra.

Il solo modo per fermare la guerra sarebbe invece quello di fraternizzare al fronte e voltare le armi verso il nemico interno, quella borghesia ucraina che ha venduto i propri proletari agli imperialisti americani ed europei. 

Altrettanto dovrebbero fare i soldati russi, il cui numero stimato di caduti (non vengono fornite cifre ufficiali) sta aumentando negli ultimi mesi al ritmo di 25.000 al mese, portando ad un numero compreso fra 250 e 300 mila il numero complessivo delle perdite dall’inizio del conflitto.

Il militarismo che sta prendendo campo in tutta Europa, porta in sé il germe della propria distruzione non appena i proletari, arruolati negli eserciti nazionali e mandati a combattere i propri fratelli di altre nazioni, rifiuteranno la sottomissione alle proprie classi dominanti e contro di loro rivolgeranno le armi che hanno in pugno. È l’auspicata trasformazione della guerra fra Stati in guerra di classe che sarà possibile solo in quanto ispirata dalla presenza di un forte partito comunista rivoluzionario con solide basi e organizzato alla scala internazionale.