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India-Pakistan: anatomia di una crisi

Categorie: India, Pakistan

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Le radici storiche del conflitto

    Il conflitto tra India e Pakistan affonda le radici nella spartizione imperialista del subcontinente, formalizzata nel 1947 sotto l’imperialismo britannico in ritirata. L’India coloniale, unificata sotto dominio britannico, fu smembrata secondo criteri confessionali imposti dall’alto, creando Stati borghesi su basi religiose: l’India a maggioranza indù, il Pakistan a maggioranza musulmana.

    Nel quadro di tale partizione, ai principati riconosciuti dall’impero britannico fu lasciata la “libertà” di scegliere a quale Stato aderire. Nel caso del Kashmir – a maggioranza musulmana, ma con sovrano indù – la decisione fu forzata: l’India inviò truppe, sancendo l’annessione manu militari. Il Pakistan reagì con la guerra. Da allora, la regione è epicentro di tensioni armate e repressioni, con la popolazione civile stritolata tra due borghesie nazionali concorrenti. La cosiddetta Linea di Controllo (LoC), emersa dalla guerra del 1947-48, resta una frontiera militare de facto, non riconosciuta da entrambe le parti.

    Il nazionalismo borghese non si è limitato a un solo territorio. Nel 1965 il Pakistan lanciò l’Operazione Gibilterra, tentando di fomentare l’insurrezione musulmana in Kashmir. Nel 1971, con la guerra per il Bangladesh, si aprì un nuovo fronte: l’India sostenne la secessione del Pakistan orientale, contribuendo alla disfatta pakistana e alla nascita di un nuovo Stato.

    La linea Durand, delineata nel 1893 dall’imperialismo britannico tra India e Afghanistan, rappresenta un confine tracciato non su basi etniche o storiche, ma con la forza degli strumenti bellici britannici, separando il popolo pashtun in due entità. La città pashtun di Peshawar fu inglobata nel territorio coloniale, mentre l’Afghanistan perse una base demografica tradizionale. Oggi, la popolazione pashtun del Pakistan supera quella afghana, generando un irredentismo che rivendica il Khyber Pakhtunkhwa e il Balochistan. (o Belucistan); nessun governo afghano, monarchico, repubblicano o talebano, ha mai accettato la linea Durand come frontiera definitiva.

    Pashtun, Balochi (Beluci) e complessità regionali

      Dunque, l’attuale assetto tra Afghanistan, Pakistan e Iran si regge su equilibri provvisori, eredità di frontiere coloniali artificiali e Stati borghesi incapaci di unificare organicamente le proprie masse.

      La regione del Khyber Pakhtunkhwa, antica Provincia della Frontiera del Nord-Ovest, rappresenta un laboratorio di conflitto permanente. Con circa 35 milioni di abitanti, prevalentemente pashtun, e un tasso di povertà del 39%, funge da cuscinetto strategico tra Afghanistan e Pakistan. Gli indicatori socioeconomici sono allarmanti: l’alfabetizzazione femminile è al 27%, l’accesso all’acqua potabile riguarda meno della metà della popolazione.

      I talebani, tornati al potere dopo il collasso dell’occupazione statunitense, rappresentano una forma di nazionalismo pashtun in veste religiosa. Pur evitando dichiarazioni esplicite sull’unificazione etnica, mantengono un legame strutturale con i talebani pakistani (Tehrik-i-Taliban Pakistan, TTP), con lo scopo di destabilizzare l’autorità pakistana nel Khyber Pakhtunkhwa. Dal 2008, questi ultimi sono stati classificati come “terroristi” da Islamabad, ma la repressione non ha fermato gli attacchi.

      L’India ha storicamente sfruttato queste tensioni per indebolire il Pakistan, suo rivale strategico. Dal 2002, Delhi ha investito oltre 3 miliardi di dollari in Afghanistan: la diga di Salma a Herat, il parlamento a Kabul e numerose strade che collegano direttamente l’Afghanistan all’Iran, senza transitare dal Pakistan. Islamabad interpretò queste operazioni come un tentativo di “accerchiamento strategico”. Delhi ha inoltre mantenuto rapporti con gruppi separatisti balochi, offrendo sostegno diplomatico, finanziario e, secondo fonti pakistane, anche militare.

      La Cina ha introdotto ulteriore complessità con il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), parte della Belt and Road Initiative, con investimenti previsti per 62 miliardi di dollari. Il porto di Gwadar in Balochistan gestito da China Overseas Port Holding Company, è diventato fulcro del progetto. Per la Cina, la stabilità del Pakistan è oggi una priorità; per l’India, il CPEC rappresenta una minaccia alla propria sovranità regionale.

      A questo quadro si aggiunge la questione dei balochi. Come i pashtun, sono un popolo diviso: la maggioranza vive in Pakistan, una minoranza in Iran, e una quota marginale in Afghanistan. Il Balochistan pakistano, regione più estesa e povera del paese, presenta contraddizioni: possiede risorse minerarie enormi, ma il 63% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

      Le principali formazioni baloche includono il BLF (Fronte di Liberazione del Balochistan il BLA (Esercito di Liberazione del Balochistan) e Jaish al-Adl sul fronte iraniano. In Pakistan, i militanti balochi attaccano sistematicamente infrastrutture e progetti cinesi: dal 2018 hanno colpito il consolato cinese a Karachi, la borsa valori e convogli di tecnici cinesi, costringendo Pechino a rivedere le tempistiche del CPEC.

      La minaccia nucleare e l’equilibrio dell’annientamento

        Il possesso di armi nucleari da parte di India e Pakistan ha modificato qualitativamente la natura delle crisi nella regione, introducendo un fattore di deterrenza che trasforma il rischio di guerra senza eliminarlo. I test nucleari del 1998 hanno ufficializzato questa realtà, e da allora ogni crisi militare si è sviluppata sotto l’ombra di un potenziale olocausto nucleare.

        L’India ha adottato una dottrina di “Non Primo Uso”, impegnandosi a usare armi nucleari solo in risposta a un attacco dello stesso tipo. Il Pakistan, al contrario, rifiuta tale impegno per compensare la propria inferiorità convenzionale, mantenendo aperta la possibilità di un impiego preventivo anche sul campo di battaglia.

        Il programma nucleare pakistano, sviluppato con il sostegno materiale della Cina, si basa su una dottrina di deterrenza a tutto campo che prevede il dispiegamento di armi nucleari tattiche, concepite come armi da guerra utilizzabili in operazioni limitate. Questo approccio mira a neutralizzare la strategia indiana del Cold Start, basata su interventi militari rapidi prima che la diplomazia internazionale possa intervenire.

        L’illusione della deterrenza come fattore di “stabilità” è un’aberrazione della propaganda imperialista. In realtà, il capitalismo armato non conosce stabilità, ma solo equilibrio instabile fondato sulla minaccia di distruzione totale.

        L’evoluzione delle reti terroristiche

          Le recenti operazioni militari contro infrastrutture jihadiste in Pakistan hanno evidenziato che l’apparato terroristico islamico è parte stabile dell’economia e del sistema repressivo dello Stato pakistano.

          Organizzazioni come Jaish-e-Mohammed (JeM) operano con logiche simili alle mafie, fondendo attività legali e illegali. Il comando è nelle mani della famiglia Azhar. Masood Azhar, rilasciato nel 1999 dopo il dirottamento di un aereo civile indiano, fondò JeM nel 2000, stabilendo legami con talebani afghani, Al-Qaeda e settori dell’intelligence pakistana (ISI).

          Il gruppo non opera in totale clandestinità. Possiede madrase, centri di addestramento, immobili, aziende di facciata, testate giornalistiche e una rete “umanitaria” con Al Rahmat Trust, formalmente vietata ma attiva. Il complesso Markaz Subhan Allah a Bahawalpur ne è esempio: formalmente scuola religiosa, è in realtà centro operativo di JeM, raddoppiato dopo il 2022, quando il Pakistan fu rimosso dalla lista grigia del Financial Action Task Force.

          Anche Lashkar-e-Taiba (LeT), fondato nel 1990 con l’appoggio di Osama bin Laden, segue uno schema simile. Gestisce, tramite la copertura caritatevole Jamaat-ud-Dawa, una rete di scuole, cliniche e centri di assistenza, rafforzando radicamento sociale e reclutamento continuo.

          Contro-insurrezione in India: privatizzazione della repressione

            Mentre le analisi si concentrano sui gruppi armati sostenuti dal Pakistan, l’India ha sviluppato un proprio apparato para-statale di repressione, particolarmente evidente nella lotta contro i movimenti maoisti nelle aree rurali e tribali. Il “corridoio rosso” – fascia di territorio che attraversa Chhattisgarh, Jharkhand, Odisha, Bihar e Andhra Pradesh – è diventato laboratorio di una sofisticata brutale privatizzazione della violenza di Stato esercitata da milizie private.

            Dal 2005, con l’”Operazione Green Hunt”, lo Stato indiano ha mobilitato non solo reparti regolari come la Forza di Polizia Centrale di Riserva (CRPF), ma ha creato e finanziato milizie “civili” come la Salwa Judum nel Chhattisgarh. Reclutati tra membri delle stesse comunità tribali, spesso sotto coercizione o in cambio di privilegi economici, questi gruppi hanno condotto operazioni di “terra bruciata” nei villaggi sospettati di sostenere la guerriglia.

            La Salwa Judum, dichiarata illegale dalla Corte Suprema nel 2011, è stata sostituita da nuove formazioni come il District Reserve Group (DRG) e il Battalion 241. Secondo rapporti di organizzazioni per i diritti umani, oltre 500 villaggi sono stati evacuati forzatamente e almeno 50.000 adivasi (popolazioni tribali) sfollati. Nel solo Chhattisgarh, più di 600 esecuzioni extragiudiziali sono state documentate tra il 2018 e il 2023. L’operazione mira a liberare territori ricchi di risorse naturali per le multinazionali minerarie, contrastando la resistenza dei movimenti contadini locali.

            Negli ultimi mesi, si è osservato un intensificarsi del conflitto armato, che dura ormai da 60 anni. Tale escalation si è manifestata in una vasta operazione militare, che ha portato all’uccisione del segretario generale del PCI-Maoista, Nambala Keshav Rao, di oltre 400 ribelli e alla resa di oltre 700.

            Internazionalizzazione del jihadismo

              Nel contesto della disgregazione statuale e del riassetto imperialista in Asia, la recente convergenza tra gruppi jihadisti del subcontinente indiano e organizzazioni terroristiche mondiali rivela la costruzione di una rete armata transnazionale.

              Ad aprile 2025, pochi giorni prima dell’attacco a Pahalgam, una delegazione di Hamas è stata ospitata nel complesso Markaz Subhan Allah a Bahawalpur, centro operativo di Jaish-e-Mohammed. All’incontro parteciparono membri dell’Inter-Services Intelligence (ISI) e il capo del governo del Kashmir pakistano. Due mesi prima, a Rawalkot, una “Conferenza sulla solidarietà con il Kashmir e l’operazione Al-Aqsa” aveva visto la presenza di rappresentanti di Hamas, Lashkar-e-Taiba, Hizbul Mujahideen e JeM.

              Il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan ha dato nuova linfa al jihadismo transfrontaliero. Almeno tre campi di addestramento nelle province di Nangarhar e Kunar sono gestiti congiuntamente da talebani afghani e gruppi jihadisti pakistani, accogliendo reclute di diverse nazionalità in una sorta di “internazionale reazionaria” islamista.

              BRICS e il mito dell’alternativa “multipolare”

                Il conflitto tra India e Pakistan espone le contraddizioni interne al blocco BRICS+, dimostrando i limiti della sua pretesa di rappresentare un’alternativa “multipolare” all’ordine imperialista occidentale. Il BRICS non è un fronte anti-imperialista, ma un cartello interstatale di potenze imperialistiche con interessi divergenti.

                L’India, membro fondatore del BRICS, è in stato di guerra aperta con il Pakistan, alleato strategico della Cina, altro pilastro del blocco. Questa frattura paralizza ogni ipotesi di cooperazione militare interna al BRICS. Il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) attraversa territori contesi tra India e Pakistan, e ogni escalation mette a rischio gli investimenti cinesi.

                L’Iran ha tentato di proporsi come mediatore, ma la sua posizione è indebolita dalla lealtà della Cina al Pakistan. La Russia, più vicina all’India, mantiene un atteggiamento ambiguo, chiedendo “moderazione” e denunciando “forze esterne”. Il BRICS afferma di rappresentare oltre il 40% della popolazione mondiale, ma queste cifre mascherano il fatto che la forza demografica non si traduce in coesione strategica.

                L’attacco di Pahalgam e l’escalation

                  Il 22 aprile 2025, nella località turistica di Pahalgam, nel Kashmir indiano, un gruppo armato ha ucciso 26 persone — 25 turisti indiani e un cittadino nepalese — in un’operazione pianificata per massimizzare l’impatto politico e psicologico. Gli attentatori chiedevano alle vittime di recitare la shahada o di dimostrare la circoncisione, uccidendo chi si rifiutava. L’azione è stata rivendicata dal The Resistance Front (TRF), gruppo emerso nel 2019 dopo l’abrogazione dell’articolo 370 che revocava l’autonomia del Kashmir.

                  Secondo fonti indiane e americane, dietro il TRF agisce Lashkar-e-Taiba (LeT), sostenuta dall’apparato militare pakistano attraverso l’ISI. L’attacco ha mostrato una sofisticazione notevole: armi standard NATO, movimenti sincronizzati e comunicazioni criptate, indicativi di addestramento militare avanzato.

                  L’obiettivo era anche economico: colpire il turismo, motore della normalizzazione capitalistica del Kashmir, dal momento che nel 2024, oltre 1,8 milioni di turisti avevano visitato la regione.

                  Dopo l’attacco, il premier Narendra Modi ha concesso “carta bianca” all’esercito, espulso diplomatici pakistani, chiuso il confine di Attari e sospeso unilateralmente il Trattato sulle acque dell’Indo. Il Pakistan ha risposto con misure simmetriche, convocando l’Autorità di Comando Nazionale che sovrintende all’arsenale nucleare.

                  Operazione Sindoor e battaglia aerea

                    Il 7 maggio 2025, l’India ha lanciato l’”Operazione Sindoor”, una serie di attacchi aerei e missilistici contro nove siti in territorio pakistano identificati come “infrastrutture terroristiche”. Il nome, tratto dalla polvere rossa usata dalle donne indù sposate, mira a sacralizzare la guerra, fondendola con religione e “onore nazionale”.

                    Gli obiettivi includevano i campi Sawai Nala e Syedna Belal (Muzaffarabad), Gulpur e Abbas (Kotli), Barnala (Bhimber), e i centri strategici Markaz Taiba (Muridke) e Markaz Subhan (Bahawalpur). Secondo fonti ufficiali, l’azione ha causato circa 70 morti tra i “terroristi” ed è durata meno di mezz’ora.

                    Il Pakistan ha risposto con l’Operazione Bunyan Al Marsoos (“Muro impenetrabile”), affermando di aver abbattuto cinque caccia indiani. Ne è seguita la più grande battaglia aerea in Asia meridionale dalla guerra del 1971, con circa 50-60 aerei coinvolti.

                    L’aeronautica pakistana ha utilizzato J-10C e F-16 con missili PL-15E, capaci di colpire a 145 km. Detriti di un Dassault Rafale indiano sono stati trovati presso Bathinda: si tratta della prima perdita in combattimento di un Rafale nella storia.

                    Lo scontro ha evidenziato il dominio del combattimento Beyond Visual Range (BVR) e l’uso esteso di guerra elettronica, generando quella che una fonte pakistana ha definito “una nebbia elettromagnetica di guerra”.

                    Tregua e disinformazione

                      Il 10 maggio 2025, un cessate il fuoco è stato annunciato con mediazione statunitense. Donald Trump ha rivendicato il merito, mentre il Segretario di Stato Rubio ha confermato il coinvolgimento diretto di Washington, citando “informazioni credibili” su un’escalation imminente.

                      Il conflitto ha innescato una guerra di disinformazione senza precedenti. Filmati tratti da videogiochi come Arma 3 sono stati diffusi come prove di attacchi. Il Pakistan ha riciclato immagini di esercitazioni; l’India ha usato video di bombardamenti in Siria, spacciandoli per operazioni in Pakistan. Sui social, milioni di utenti hanno condiviso contenuti manipolati, rendendo indistinguibili fatti e finzioni.

                      Prospettive attuali

                        Il cessate il fuoco ha interrotto la fase acuta del conflitto, ma le contraddizioni restano irrisolte. Kashmir, corridoi strategici, tensioni etnico-religiose e instabilità regionale continuano ad alimentare il potenziale bellico. L’area resta un teatro complesso, dove milizie jihadiste, separatismi e traffici d’armi si intrecciano con Stati in competizione.

                        Il BRICS, incapace di fermare il conflitto tra due suoi membri di punta e paralizzato dalle contraddizioni interne, non ha offerto un’alternativa concreta. L’intervento americano ha prodotto una pausa utile a riorganizzare le forze. Il proletariato, in India come in Pakistan, non ha interesse in queste guerre tra borghesie nazionali. Il nemico non è il popolo oltre il confine, ma la classe dominante interna. La lotta di classe internazionale resta l’unica alternativa alla spirale di guerra e dominio.