Partito Comunista Internazionale

I diritti di proprietà nel capitalismo: i programmi “open source”

Categorie: Opportunism, Science

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C’è una illusione piccolo borghese che ha preso campo nel turbolento mondo del software: la fantasia che si possa combattere una piccola guerra di stampo anarchico contro il capitale operante nell’industria del software, sviluppando e promuovendo alternative open source alle soluzioni protette dalla proprietà intellettuale senza superare il capitalismo nel suo complesso.

I programmi open source sono quelli il cui uso è disponibile pubblicamente, e disponibile è anche il codice sorgente che consente modifiche, aggiunte e miglioramenti a chiunque sia in grado di operarci per produrre programmi funzionanti o miglioramenti.

Naturalmente si tratta di un’idea inconsistente perché il capitalismo è produzione generalizzata di merci, le cui leggi economiche intrinseche esercitano un’influenza ferrea su tutta la società che trasforma quasi tutto ciò che viene prodotto in merci, dirotta, muta e rivoluziona ogni processo produttivo e non si ferma finché il mondo intero non è diventato un mercato. Il software per computer non fa certo eccezione.

Quello dell’open source è un movimento, sviluppatosi negli anni ’80 che non si cura minimamente della natura borghese della proprietà dei beni materiali e di quelli detti “intellettuali”.  L’obiettivo dichiarato degli attivisti che vi partecipavano era quello di lottare in favore dei piccoli imprenditori contro i giganti e i monopoli malvagi e spietati come IBM, che dominavano il panorama tecnologico di quegli anni.

Nel corso degli anni si è discusso molto delle aziende che “restituiscono alla comunità”. Al fine di promuovere lo sviluppo di software open source chiave, molte grandi aziende oggi contribuiscono con donazioni finanziarie attraverso varie organizzazioni no profit come la Linux Foundation e la Mozilla Foundation. Questa situazione è vantaggiosa per lo status quo, poiché è più economica rispetto all’assunzione di sviluppatori interni. Oggi, le grandi aziende, che dispongono del capitale necessario per farlo, hanno assunto propri team interni di lavoratori che contribuiscono a progetti open source. Si tratta di progetti che sono diventati così critici a causa della loro onnipresenza e che sono quindi diventati un canale attraverso il quale più grandi imprese possono collaborare alla creazione degli strumenti su cui fanno affidamento collettivamente. Questo è il risultato della centralizzazione del capitale. Il software open source ha svolto un altro ruolo fondamentale per il capitale impiegato nel settore, ovvero la definizione di vari standard per le interfacce di programmazione delle applicazioni, le realizzazioni dei sistemi operativi, i protocolli di rete, i linguaggi di programmazione, le tecnologie Internet, gli algoritmi crittografici e molti altri sistemi su cui la nostra società fa affidamento oggi.

Quando il capitale si investe in un nuovo campo o in una nuova tecnologia particolarmente promettente, come è accaduto con i personal computer, con Internet, ora con gli apparecchi detti smartphone, si apre un campo di battaglia sugli standard proprietari e relative tecnologie. Dopo un’intensa lotta tra migliaia di nuove aziende, alla fine il mercato, come si dice oggi, seleziona poche grandi aziende che sono concorrenti, ma allo stesso tempo devono più o meno cooperare come partner commerciali. Questa cooperazione è effettivamente la divisione del lavoro tra diverse imprese.  Al termine della fase di lotta aperta ed anarchica, il livello tecnico generale si pone al gradino più alto; nel campo di queste tecnologie “mature”, per garantire l’interoperabilità nelle aree di interazione tra diversi sistemi hardware e software, o parti di un determinato sistema, sono stati stabiliti diversi standard da più aziende che si sono riunite e hanno concordato come realizzare le cose su scala industriale.

Istituzioni senza scopo di lucro come ANSI e ISO sono state create dalla borghesia proprio per questo scopo: trovare un terreno comune, dettare regole e organizzare la classe capitalista in ogni settore.  Ciò comporta una serie di vantaggi. In primo luogo, accelera notevolmente l’adozione di uno standard comune. In secondo luogo, consente all’industria una serie di strumenti open source comuni su cui può fare affidamento e su cui può costruire senza che ogni impresa debba cominciare da capo. Infine permette il buon funzionamento dei sistemi, facilitando i test di interoperabilità tra sistemi diversi. Quindi la forza lavoro ha a disposizione questa serie di strumenti disponibili apertamente, con cui ha già familiarità e su cui è stata formata, sia durante l’impiego presso un altro capitalista che durante il proprio tempo libero, riducendo così il tempo e i costi necessari per la formazione, rendendo più fluida la libera circolazione della forza lavoro, il suo assorbimento e la sua espulsione dal mercato del lavoro dove e quando le circostanze lo richiedono. Tutti questi fattori contribuiscono a ridurre notevolmente i costi e ad aumentare i profitti.

Il sogno piccolo borghese che ebbe inizio oltre quaranta anni fa, si è realizzato, ma non nelle forme ipotizzate da quelli che cominciarono a lavorare su questo “progetto”. Le aziende, siano imprese dal valore di trilioni di dollari o piccole start-up in appartamenti, prosperano grazie all’open source e al lavoro volontario svolto gratuitamente dagli sviluppatori nel loro tempo libero o al loro lavoro sponsorizzato e finanziato collettivamente dal capitale attraverso fondazioni senza scopo di lucro.

Sebbene sia vero che l’enorme quantità di lavoro svolto gratuitamente solo per piacere personale possa servire come prova che il lavoro non deve necessariamente essere lavoro salariato, ciò non avvicina affatto al socialismo: impegnarsi in questo tipo di lavoro o promuoverlo per scopi ideologici è solo un’altra forma di attivismo. In definitiva, tutto il software sarà “libero” dalle catene del capitale, dalla produzione di plusvalore e dall’appropriazione privata solo nel comunismo, quando l’obiettivo della produzione sarà il valore d’uso invece del valore di scambio, cioè servire i bisogni dell’umanità. Anche se la frammentazione non sarà più un problema perché la produzione sarà centralizzata e pianificata di conseguenza, ciò non significa che gli individui non saranno liberi di perseguire i propri progetti appassionanti. Solo il comunismo abolirà la proprietà intellettuale, che non è altro che un aspetto della proprietà privata.