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IRAN, LE CAUSE DI UNA RIVOLTA

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Nell’area cosiddetta “medio orientale” si va svolgendo una complessa e drammatica partita politica, militare e sociale tra Israele, Iran e Turchia, sullo sfondo la pletora degli Stati del Golfo, e quelli che si affacciano sul Mediterraneo, con la minacciosa presenza del convitato di pietra, gli Stati Uniti che vogliono regolare secondo i loro interessi la complessissima situazione.

L’Iran, che ha già subito duri bombardamenti da parte di Israele e Stati Uniti per eliminare, sembra non con un completo successo, le infrastrutture per ottenere l’arma nucleare, è stata alle prese con una violenta e sanguinosa insurrezione popolare focalizzata principalmente nella capitale Teheran, ma diffusa anche nelle principali città industriali del grande paese.

Teheran è il punto focale, il detonatore di tutti i grandi sconvolgimenti che hanno scosso l’Iran, prima con la rivolta democratica di Mossadeq, poi con l’avvento della dinastia Pahalavi, quindi con la rivolta democratica che ha cacciato la famiglia imperiale, e che è stata poi stravolta dalla teocrazia dei preti sciiti che hanno costituito il loro governo confessionale. Dopo la lunga e sanguinosa guerra con l’Irak di Saddam Hussein, il potere religioso è sembrato allentare la sua presa fanatica e intollerante, aprendosi ad una timidissima forma democratica. Ma le condizioni geopolitiche dell’area hanno costretto nuovamente l’integralismo religioso a serrare le fila, e rimette in auge la milizia politico militare che è il suo feroce braccio armato.

Teheran e i suoi problemi sociali e politici

La grande capitale dell’Iran ha una popolazione di quasi 10 milioni di abitanti, senza contare gli ulteriori 16 milioni dell’area metropolitana: una popolazione superiore di quasi il 20% a quella della città di New York, pur avendo una superficie simile. Ciò fa sì che Teheran, roccaforte industriale della nazione, abbia un notevole problema di sovrappopolazione, una sorta di concentrazione esasperata delle masse proletarie, fatto comune a molti paesi in via di sviluppo, e persino in quelli sviluppati. A scala mondiale, Teheran si colloca tra le capitali con il più basso livello di stabilità e standard di vita, dove regnano incontrastati il dilagante disprezzo per l’ambiente da parte della borghesia industriale, le infrastrutture scadenti, la qualità pessima dell’aria e gli antagonismi sempre crescenti tra proletariato e borghesia.

Questa disparità economica può essere ulteriormente evidenziata se si considerano i magri guadagni del proletario medio di Teheran, che torna a casa con soli 35-150 dollari al mese, mentre ci sono casi in cui i salariati non vengono pagati affatto. È poi da notare che gli altissimi tassi di inflazione rendono difficile prevedere con precisione quale sia l’effettivo potere d’acquisto. 

Il proletariato di Teheran subisce le consuete violazioni delle “tutele sul posto di lavoro” sancite dalla legge, dove anche fino al 15% dei bambini in tutta la nazione è costretto a sopravvivere con ogni mezzo, sia che venga impiegato nella prostituzione o che lavori in condizioni antigieniche per le strade e nelle fabbriche. La loro possibilità di frequentare la scuola o ricevere assistenza sanitaria, di sfuggire al ciclo di povertà e miseria, diventa un sogno fugace, se non addirittura impossibile. 

Da maggio 2024 a maggio 2025, oltre 2.000 persone in tutto il Paese sono morte a causa di queste condizioni di lavoro infami, con la città di Teheran tra le peggiori in questa statistica. Come ci si può aspettare da qualsiasi legge borghese, quando si tratta di proteggere i lavoratori, essa si manifesta sempre in modo generico e formale, ma è applicata con ferocia, perché deve comunque tutelare gli interessi dello Stato e dell’alta borghesia.

Un altro grave problema che attanaglia l’Iran è la crisi idrica. Teheran soffre di frequenti e sempre più gravi siccità dovute a una combinazione di fattori geografici, climatici e sistemici. Situata lontano dai principali bacini idrici, si trova spesso ad affrontare gravi carenze idriche. Solo quest’anno, le precipitazioni sono diminuite di circa il 45% e le montagne di Teheran, un tempo ricoperte di neve, rimangono ora spoglie, anche a causa del riscaldamento globale. 

La gestione dell’acqua è condizionata da tecniche obsolete e inadeguate; solo il 12% circa del territorio iraniano è coltivato, eppure l’agricoltura consuma oltre il 93% delle risorse idriche del Paese, risorse che sono già gravemente mal gestite e in gran parte trascurate dallo Stato, con solo una piccola parte dell’acqua che arriva effettivamente alle famiglie proletarie. A Teheran, i cinque bacini idrici principali della città sono scesi a solo il 13% della loro capacità.

Questa tensione urbana è ulteriormente aggravata dalle crisi rurali che insieme alle numerose carenze ambientali ed economiche hanno provocato la fuga di massa dei lavoratori agricoli e dei piccoli agricoltori dalle loro terre inutilizzabili e non competitive verso l’espansione urbana della città, nella speranza di trovare lavoro e sostentamento; ma questo afflusso ha spesso l’effetto inverso di aggravare la carenza di acqua ed energia nella città. Malattie, sete, fame e sporcizia colpiscono i lavoratori di Teheran con frequenza sempre maggiore. In risposta a questa situazione disastrosa, nel gennaio 2025 il governo iraniano è stato costretto a chiudere le scuole, ridurre i giorni e le ore di attività nei luoghi di lavoro e negli uffici governativi. Eppure sono i lavoratori a subire il peso maggiore di tutto questo, poiché di notte congelano e il giorno dopo soffrono la fame.

Dall’inverno del 2024 ad oggi l’Iran ha continuato ad affrontare una grave crisi energetica e dei combustibili, che ha causato gravi interruzioni della produzione in tutto il Paese, con Teheran particolarmente colpita a causa della sua ampia base industriale. La critica situazione energetica che sembra una contraddizione stridente, dal momento che l’Iran è uno dei maggiori produttori di combustibili, ha molti motivi, dovuti a condizioni interne allo Stato iraniano, ed esterne, dipendenti dalle dinamiche politiche e militari dell’area medio orientale. 

Il sistema produttivo e finanziario iraniano si basa su un assetto in cui organizzazioni ufficiali o semi ufficiali hanno come asse portante il corpo dei Pasdaran; nati dopo la rivoluzione  come forza militare combattente parallela alle Forze armate iraniane, sono diventati una sorta di conglomerato che controlla circa il 30% dell’economia, mediante specifiche Agenzie istituzionalizzate con partecipazioni nel campo manufatturiero ed agricolo, petrolifero e finanziario, edilizio e delle telecomunicazioni.  In particolare l’Organizzazione per l’Esecuzione dell’Ordine, SETAD, nata per gestire le proprietà confiscate dopo la rivoluzione, è ora alla diretta dipendenza della Guida Suprema Khamenei ed opera fuori da ogni controllo governativo con una corruzione dilagante, una gestione in stile mafioso di un’ampia percentuale della produzione industriale ed ha istituzionalizzato una rete internazionale di contrabbando petrolifero. 

Inoltre da anni l’Iran è in una situazione continua di guerra, ora strisciante, ora aperta e violenta con Israele ed è gravato da un sistema di sanzioni esercitato dagli USA. 

In questo quadro complesso l’Iran ha speso miliardi di dollari per finanziare i tanti movimenti insurrezionali dell’area, in passato il regime ormai crollato di Bashar, oggi Hezbollah libanese, Hamas e gli Houthi allo scopo di presentarsi come potenza locale di fronte a Turchia e Israele.

Quindi le sofferenze del proletariato iraniano non sono causate soltanto dalla politica borghese e confessionale dallo Stato della Repubblica Islamica, ma anche dagli effetti di quelle brutali sanzioni imposte all’Iran, principalmente dagli Stati Uniti, che hanno avuto un effetto terribile sulle classi lavoratrici iraniane. Solo il proletariato sopporta il peso di questa situazione di guerra, mentre le sue condizioni peggiorano. Le sanzioni hanno reso sempre più rare le possibilità di lavoro, ampliando quindi il mercato del lavoro nero in cui anche le protezioni minime, sebbene già ridotte nella pratica, sono rese irrilevanti; una dinamica che ha ovviamente influito sull’accesso e sui costi dei servizi medici di base, ed ha fatto salire alle stelle il prezzo dei generi alimentari e dei beni di prima necessità.  

Nel marasma sociale di un movimento di proletari e piccola borghesia che sta affogando nel sangue, numericamente potente e radicale ma assolutamente disorganizzato, svolgono un ruolo antipopolare e di disgregazione del fronte interno ai danni dello Stato confessionale le attività occidentali, più o meno nascosta che proclamano l’illusione di riforme democratiche per rovesciarlo, in realtà per aumentarne le difficoltà nella guerra. Sotto questa falsa bandiera, le azioni calcolate da parte del Dipartimento di Stato americano per “esercitare una forte pressione” sul governo iraniano confondono ancora di più la giusta direzione di classe che sola può ispirare e guidare il movimento sociale in atto.

È una tragedia nella tragedia sociale la matrice interclassista di questo poderoso movimento, considerate le condizioni critiche della piccola borghesia iraniana, agitazioni che rivendicavano democrazia, i diritti più elementari. Riguardo alla natura interclassista che ha dominato le proteste anche violente che da anni agitano la compagine sociale iraniana, nell’Ottobre del 2022, nel numero 418 del nostro giornale “ Il Partito Comunista”, nell’articolo “Una nuova ondata di rivolta in Iran”, abbiamo scritto:

“La strada da seguire per la classe operaia iraniana non è quella di sottomettersi a movimenti non proletari, ma di formare un unico fronte sindacale di classe in cui tutte le organizzazioni dei lavoratori in Iran che rifiutano di sottomettersi al regime possano agire insieme e indipendentemente dalle altre classi […] solo agendo in modo indipendente, senza mescolarsi con le altre classi, il proletariato può davvero diventare protagonista, al punto da assumere la guida di una rivolta come quella attualmente in corso in Iran.”.

Qualche demagogica ed inconsistente concessione è stata fatta da parte dello Stato, per smorzare l’ira dei manifestanti e dei media internazionali, con la promessa di regolamentare la Guardia della Virtù. Il presidente Pezeshkian ha dichiarato che questa forza di polizia “non darà più fastidio alle donne” che non indossano l’hijab. Sempre più donne a Teheran ora appaiono in pubblico senza indossarlo. 

Rispetto alle condizioni precedenti, i riformisti potrebbero dire che questo è un “primo passo promettente”. Tuttavia, i lavoratori iraniani sanno bene che non bisogna fidarsi di una simile concessione. Soprattutto considerando che le donne iraniane sono ancora terribilmente oppresse da tutto ciò che questo Stato borghese e confessionale ha da offrire. 

La realtà oggettiva evidenzia tutt’altro: alle donne iraniane viene sistematicamente negato l’accesso al mondo del lavoro a causa del loro genere e solo il 14% di loro è economicamente attivo nella società. Dal punto di vista legale, possono essere date in sposa già all’età di 10-14 anni. Solo nel 2019, le donne hanno subito il 30% di tutti gli omicidi in Iran, circa il 10% in più rispetto alla media, senza contare gli attacchi che non hanno causato vittime, come l’incidente di avvelenamento di massa del 2023, che mirava a impedire alle donne di frequentare la scuola. La vita delle donne è ancora in gran parte legata ai loro mariti o alle loro famiglie, rimanendo soggiogata da strutture tradizionaliste e concezioni conservatrici della femminilità. Anche il lavoratore povero, per quanto oppresso, spesso si trova in una posizione sociale superiore alla donna iraniana media.

Tutti i tentativi di protesta e di richiesta di riforme da parte dei lavoratori iraniani vengono repressi con la massima violenza. Tutte le forme di lotta economica e politica ricevono per risposta la crudele violenza degli organi speciali di potere e dominio dello Stato. I lavoratori già privati di tutto sono ulteriormente condannati a languire nella famigerata prigione di Evin, composta esclusivamente da prigionieri politici, o in altre strutture altrettanto oppressive, dove la tortura è all’ordine del giorno. Quanti emergono mettendosi a capo delle lotte per il miglioramento delle condizioni di vita, per la difesa dei diritti delle donne o che in qualche modo si oppongono allo Stato, sono sottoposti a feroci repressioni, torturati e spesso costretti a confessare sotto pressione; condannati alla fustigazione e nei casi estremi impiccati dalla giustizia iraniana. La durissima coercizione spezza le lotte e piega i lavoratori in modo più efficace rispetto a quanto avveniva sotto lo Scià, la cui polizia segreta SAVAK falliva laddove la “Guardia Rivoluzionaria” della Repubblica Islamica dell’Iran vi riesce in modo spietato ed efficiente.

In questa fase caratterizzata tanto dalle dinamiche belliche esterne che dal potente movimento sociale, la sanguinosa ed indiscriminata repressione ha per il momento messo a tacere le rivolte sociali che potrebbero riprendere in ogni momento, e che un nuovo probabile conflitto con gli Usa e Israele potrebbe forse rimetterere in movimento.  Nel passato i proletari iraniani hanno dato formidabile prova di sé, opponendosi ai governanti di turno, e solo l’opportuna teocrazia politica degli ayatollah ha evitato che l’incendio divampasse oltre i confini iraniani. Quanti si sono battuti e si batteranno per condizioni di vita umane, e contro lo Stato, anche nella sua forma confessionale, non devono in nessun caso credere che la loro salvezza possa essere ottenuta emulando le repubbliche borghesi della regione. 

Nel frattempo, la borghesia e i parlamentari che occupano le più alte cariche di potere nel Paese continuano a essere in gran parte indifferenti alle sofferenze di chi sta sotto di loro, offrendo solo concessioni minime, quando ci sono.

Si legge nel citato numero 418 de Il Partito Comunista, in “Una nuova ondata di rivolta in Iran”: “….. è improbabile che la borghesia iraniana rinunci al potente instrumentum regni del regime teocratico, che, con il pretesto della religione, impone un regime onnipresente ed estremamente oppressivo di controllo poliziesco sulla classe operaia. […] Per opprimere e mantenere soggiogata la classe, è necessario opprimere e umiliare le donne iraniane, così come è necessario tormentare le numerose minoranze etniche del Paese […] Qualsiasi nuovo regime borghese dovrebbe presto riconciliarsi con le ideologie religiose, conservatrici e nazionaliste. Come nella vicina Turchia”.

L’Iran è soggetto dunque ad una duplice crisi: interna, che coinvolge gli strati popolari, piccola borghesia, mercanti del bazar, proletari, come nella “rivoluzione” contro lo Scià Reza Pahalavi, ed una esterna, causata da precisi fattori; dalla volontà imperialistica “locale” in un teatro particolarmente critico per l’equilibrio mondiale, sconvolto da scontri militari e sociali nella grande area petrolifera il cui sfruttamento condiziona Stati, alleanze e schieramenti, allo scontro con l’imperialismo locale rappresentato da Israele, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti di controllare estrazione e mercato del petrolio.

La connessione di questi formidabili eventi hanno caratterizzato passato, presente e futuro del grande Paese.

Nell’attuale ciclo storico la guerra, che era stata bloccata da frettolosi accordi, pare di nuovo divampare. Quali esiti abbia su una ripresa della lotta sociale non è a priori un dato certo.

Militarmente, dopo i recenti bombardamenti sui siti nucleari e la reazione con missili contro l’attaccante israeliano, lo scontro aperto è temporaneamente di nuovo sospeso in una pace armata, in attesa che gli Stati Uniti facciano la prima mossa di guerra o sia trovata una soluzione di status quo negoziale.  È però significativo di una situazione molto incerta sul piano di più ampi schieramenti di guerra il fatto che malgrado le tante basi disseminate nell’area del Golfo Persico, queste non possono, almeno per ora, essere utilizzate perché gli Stati rivieraschi non le concedono per un attacco militare all’Iran, anche se l’Iran non ha certo né alleati né simpatizzati tra gli Stati arabi, fomentando movimenti nazionalistici e separatisti. Pare evidente che tutti gli Stati in quell’area temono il divampare di uno scontro che, anche se locale, potrebbe estendersi all’intero Medio Oriente.

In questi giorni una forza navale americana è stanziata nel Golfo col duplice scopo di aumentare la pressione nei possibili negoziati, e preparare la piattaforma per un attacco diretto, ove l’ipotesi negoziale non si concretizzasse nei modi e tempi pretesi dagli USA. Flotta imponente che per altro rappresenta anche una situazione di debolezza, dal momento che i sistemi missilistici iraniani, rafforzati dalle forniture cinesi e della vicina Russia, sono una reale minaccia per le navi. Nel momento in cui scriviamo il negoziato pare avere forti criticità, perché i governanti iraniani non sono assolutamente disposti ad abbandonare lo sviluppo di armi nucleari; l’esito non è prevedibile con certezza.

La fase presente evidenzia una situazione di equilibrio dinamico tra Stati Uniti ed Iran, che non è certo uno Stato debole e disorganizzato come il Venezuela, ove un’azione di commando ha catturato il presidente eletto, difeso solo da dalla sua guardia personale cubana. Sono di questi giorni le manovre navali congiunte Iran-Russia-Cina sullo stretto di Hormutz, mentre la flotta USA è alla fonda nel Golfo dinanzi alle coste iraniane.

Militarmente l’Iran è su un altro livello, e diversa è la presenza attiva di Russia e Cina rispetto al derelitto Venezuela, nel quale gli unici a morire sono stati i cubani della guardia presidenziale, mentre il resto dell’esercito non ha sparato un colpo che sia uno contro gli elicotteri e gli aerei statunitensi nell’operazione di commando che, in barba ad ogni diritto internazionale, ha catturato il Presidente venezuelano.

Dal canto suo Israele è sempre minacciosamente pronta ad un’azione militare, che comunque non metterà in opera senza il placet americano, per chiudere definitivamente, dopo che ha chiuso il problema palestinese con un massacro disumano e terrificante, anche il pericolo costituito dall’Iran che non intende retrocedere dallo sviluppo delle armi nucleari. Oggetto, anche questo delle trattative in atto.  Un altro nodo cruciale è chi dovrà decidere quanto petrolio estrarre e a chi venderlo; con l’avvertenza che una quantità eccessiva di petrolio sui mercati -e già gli USA controllano quello venezuelano- , potrebbe abbassarne il prezzo fino a non rendere conveniente l’estrazione dagli scisti bituminosi, mettendo in crisi un comparto critico degli Stati Uniti.

Ma tutto questo complesso e mortale mosaico sta soltanto nel campo del capitalismo e dell’imperialismo statunitense e non interessa il proletariato iraniano, che ha solo bisogno dell’aiuto dei suoi fratelli nel mondo, e della guida del partito rivoluzionario per terminare sofferenze e lutti.