Partito Comunista Internazionale

Il 3° Congresso dell’Internazionale Comunista Pt.5

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La questione sindacale

La relazione Zinoviev

Il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista ha già fissato la posizione dei comunisti nella questione dei sindacati; questo Congresso ha il compito di organizzare la lotta contro l’Internazionale gialla di Amsterdam, di precisare i rapporti fra sindacati e partito in ogni singolo paese ed i rapporti fra il Consiglio dei Sindacati rossi l’Internazionale Comunista.

L’Internazionale gialla d’Amsterdam – dice Zinoviev – è il prodotto dei burocrati-sindacali da una parte e dei governi borghesi dall’altra. In realtà essa è la cittadella più importante della borghesia internazionale. L’oratore dimostra la verità di questa asserzione citando una serie di documenti e di fatti ed esaminando tutta l’attività dell’Internazionale di Amsterdam nel periodo del dopo guerra. Da tutto ciò appare evidente la funzione controrivoluzionaria esplicata da detta organizzazione.

Questa è la triste realtà, realtà che noi dobbiamo constatare e freddamente valutare per poterla adeguatamente combattere. Disgraziatamente non tutti hanno compreso ciò. Qualcuno vede in questa lotta l’antagonismo di una frazione contro l’altra nel seno del socialismo, mentre essa è una vera e propria lotta di classe, per quanto la composizione sociale di Amsterdam sia proletaria. Noi non neghiamo che milioni di proletari vi aderiscono. Ma non sarebbe marxista il metodo di giudicare un’organizzazione unicamente dalla sua composizione sociale. Noi sappiamo che anche i sindacati cristiani liberali riuniscono degli operai, noi sappiamo che milioni di operai votano ancora per la borghesia. Ciò non significa nulla perché esiste pur sempre una lotta di classe. Il comprendere ciò è il problema più importante del momento. Non c’è una lotta di tendenze o di frazioni, ma una lotta di classe sotto forme molto originali e che sarà assai difficile superare. Amsterdam è l’ultimo bastione della borghesia. Questa non può mantenersi al potere che col tradimento d’una parte della classe operaia, con l’appoggio di una parte dei sindacati. E Amsterdam è il prodotto moderno di questo transitorio periodo di dopo-guerra che ha determinato una crisi in tutto il movimento operaio internazionale. Il punto in cui siamo è il più importante del nostro movimento; ormai il dato è tratto: «hic Rodus, hic salta!».

L’oratore passa rapidamente in rassegna le forze sindacali comuniste e la situazione nei singoli paesi, quindi passa a trattare dell’atteggiamento dell’Internazionale dei Sindacati rossi di fronte ai sindacalisti.

Per iniziativa dell’Internazionale Comunista – dice Zinoviev – noi abbiamo ammesso nell’Internazionale dei sindacati rossi gli elementi sindacalisti ed io credo che abbiamo fatto bene. Il sindacalismo ha compiuto una grande evoluzione durante e dopo la guerra ed oggi siamo in grado di trarre alcune conclusioni da questa evoluzione.

Il sindacalismo manifesta tre varietà: la prima è nettamente riformista, ha per suo esponente Jouhaux e durante la guerra ha subito la stessa bancarotta del socialismo. È questo un movimento nettamente piccolo borghese che fa capo ad Amsterdam. La seconda è quella dei sindacati svedesi e tedeschi. Questi gruppi non sono molto numerosi; essi desiderano di venire a noi, e noi dobbiamo studiare il carattere di questo sindacalismo. Leggendo l’organo dei sindacalisti tedeschi, il «Syndakalist», si ha spesso l’impressione di trovarsi di fronte ad un giornale socialdemocratico. La critica di questi signori all’azione di marzo fu una critica maligna, ipocrita, volgarmente piccolo-borghese e controrivoluzionaria quale la possiamo trovare solo fra i nostri nemici di classe. Lo stesso si è verificato presso i sindacalisti svedesi, che si affermano partigiani della dittatura, ma che in realtà fanno tutto il loro possibile per compromettere il primo Stato proletario. È un «centro» sindacalista che cerca di interporsi fra Jouhaux ed i sindacalisti veramente rivoluzionari: un piede a Mosca e l’altro ad Amsterdam.

Infine esiste una terza varietà del sindacalismo, la più importante per noi, con la quale dobbiamo spiegarci amichevolmente, ma seriamente. È questa la tendenza sindacalista veramente rivoluzionaria che ha ripreso vita nella crisi della guerra e trova la sua più netta espressione in Francia.

Il problema più importante è l’atteggiamento che noi dobbiamo assumere di fronte a questa tendenza sindacalista veramente rivoluzionaria. È questa una questione teorica e pratica della massima importanza.

Dopo aver esposto i termini del dissenso (significato della lotta politica, valore dei partiti, neutralità dei sindacati) l’oratore si sofferma in modo speciale sui sindacalisti francesi. Egli legge la famosa «carta d’Amiens», intorno alla quale in questi ultimi tempi si sono accese delle ardenti lotte e dimostra come essa sia ormai superata dai tempi e come il concetto di neutralità politica dei sindacati in essa contenuta è un fantasma, una immaginazione e non una realtà. Nessuna organizzazione di masse – afferma l’oratore – può essere neutra, l’idea della neutralità è un’arma della borghesia. Questa non domina soltanto con la violenza, ma anche con l’inganno. L’idea della neutralità è una delle più raffinate idee borghesi, di cui gli sfruttatori si servono per ingannare tanti nostri fratelli.

Per esperienza noi sappiamo che chi rimane neutrale nella lotta politica è di fatto con la borghesia, ogni sindacato che si dichiara neutro, nella lotta decisiva diviene un fattore controrivoluzionario. La borghesia, come impiega l’idea dell’al di là, del buon Dio, così si serve dell’idea della neutralità dei sindacati. Come essa si serve dei preti, dei poliziotti, degli avvocati, dei parlamentari borghesi, dei giornalisti, così utilizza i burocrati sindacali che inculcano l’idea della neutralità dei sindacati.

Degli ottimi elementi rivoluzionari in Francia sono caduti in quest’inganno. La cosa è comprensibile in un paese in cui il socialismo era interamente opportunista. Perciò nel 1906 si poteva ancora comprendere la «Carta d’Amiens» ma oggi dopo la formazione dell’Internazionale Comunista, dopo la Rivoluzione russa, dopo il compito considerevole assolto dai sindacati russi nella nostra rivoluzione, essa è divenuta incomprensibile.

Nei paesi politicamente molto sviluppati, la nomenclatura dei partiti politici è assai ricca. In Francia ce n’è una dozzina, quasi tutti si chiamano socialisti, ma noi sappiamo che nell’Europa moderna non ci sono che tre gruppi di partiti: il primo nettamente borghese, il secondo composto dai partiti piccolo borghesi (socialdemocratici), il terzo comprendente partiti proletari cioè il partito comunista. Quando la borghesia domanda ai nostri sindacati di dichiararsi neutrale di fronte ai partiti politici, cosa vuol dire ciò? Vuol dire che essa chiede ciò che può essere utile al primo e al secondo di questi gruppi. Ecco perché tutta la seconda Internazionale si è dichiarata per la neutralità e in molti punti accetta la «Carta d’Amiens».

Durante la guerra però l’idea della neutralità fu abbandonata in favore della borghesia. Ma quando si organizzò l’Internazionale di Amsterdam, essa ritornò alla superficie. Horsing, Noske, Dittmann, Vandervelde, Jouhaux, tutti sono per la neutralità nel movimento sindacale e nello stesso tempo sono ministri, consiglieri tecnici, segretari, ecc., nei governi borghesi. E per quanto questa tattica sia veramente grossolana e l’inganno sia evidente, pure la classe operaia è moralmente così poco matura che molti onesti operai seguono quest’idea della neutralità come un’idea nuova.

Io credo, compagni, che noi dobbiamo dire chiaramente ai sindacalisti ciò che pensiamo. La «Carta d’Amiens» deve essere stracciata al più presto; nel passato essa costituì forse un passo avanti di fronte all’opportunismo dominante, ma il voler attenersi ad essa ancor oggi, significa voler ricondurre il movimento quindici anni indietro.

Ecco come si pone la questione in Francia ed in tutti gli altri paesi. Cosa ne segue? Ne segue che i sindacati devono essere subordinati al partito. Dobbiamo rilevare che questo a riguardo la situazione non è molto chiara nel Partito Comunista di Francia. I compagni francesi si sono fatti un’idea errata di questa subordinazione. I sindacati non sono subordinati come tali al Partito. Questo, con un lavoro assiduo, tenace e paziente deve conquistare la maggioranza dei sindacati per esercitarvi un’influenza morale e conquistarne la direzione morale e politica. È un’azione questa che richiede del tempo; noi abbiamo lottato per ben quindici anni contro i menscevichi, ed è con questa opera quotidiana di quindici anni che abbiamo conquistato un’influenza decisiva nei sindacati. Noi non abbiamo mai subordinato meccanicamente il sindacato al partito, abbiamo sempre considerato le frazioni comuniste dei sindacati come membri delle nostre organizzazioni ed abbiamo creato queste organizzazioni in modo tale che detti membri eseguiscano la volontà del partito.

I comunisti devono prender parte non solo ai grandi movimenti, ma anche alle lotte quotidiane per quanto piccole esse possano essere allo scopo di far prevalere l’influenza del partito e per realizzare tale influenza dove la si è conquistata. Là dove tre comunisti sono uniti essi devono immediatamente costituire un nucleo. I comunisti francesi non devono appoggiarsi che ai comunisti; con tutti gli altri potremmo concludere un patto, ma noi non possiamo fidarci che dei nostri compagni di partito.

Il compito essenziale dunque è la conquista della maggioranza dei sindacati. In un certo senso si può anche parlare di autonomia dei sindacati, ma qui bisogna intenderci. Per i riformisti l’autonomia vuol dire indipendenza assoluta che fa capo ad una sedicente neutralità, per noi invece significa che il partito non deve immischiarsi in tutti i piccoli dettagli, essa deve lasciare una certa libertà d’azione ai sindacati e determinare soltanto le linee generali, intervenendo solo nel caso si tratti di una questione politica veramente importante.

In tal modo sono definiti i rapporti fra l’Internazionale comunista e l’Internazionale dei sindacati rossi. È indiscutibile che nelle attuali condizioni l’Internazionale sindacale deve avere una certa indipendenza, pur rimanendo all’Internazionale Comunista la direzione morale e politica. Certo l’ideale sarebbe d’avere una Internazionale unica che abbracciasse tutte le branche del movimento operaio, ma per ora ciò è irrealizzabile. Le due Internazionali si aiuteranno reciprocamente, esse avranno delle rappresentanze reciproche che diverranno sempre più intime.

Ogni comunista deve convincersi che la questione centrale oggi è la conquista della maggioranza nei sindacati. Quando avremo raggiunto questo scopo, quando avremo distrutto l’ultimo bastione della borghesia e sulle sue rovine avremo piantato la rossa bandiera dell’Internazionale Comunista, allora potremmo dire: le maggiori difficoltà sono superate, la nostra vittoria è certa.

La discussione.

Ha la parola Heckert, il quale affronta il problema del compito dei sindacati e di ciò che si possono fare nel periodo attuale per assolvere detto compito.

Egli pone in rilievo la duplice corrente esistente nel movimento sindacale: l’una che ritiene possibile migliorare le condizioni dei lavoratori nella società capitalista, l’altra che ritiene impossibile un miglioramento effettivo entro i quadri del capitalismo.

Conseguentemente la prima tende ad agire contro l’ordinamento capitalistico, la seconda invece tende a distruggerlo.

I comunisti seguono quest’ultima corrente. Ma la struttura attuale dei sindacati non corrisponde all’odierna organizzazione del capitalismo. Questa la ragione per cui è necessario trasformare i sindacati di mestiere in sindacati d’industria. La concentrazione del capitale ci obbliga a centralizzare i sindacati. Non v’è altro mezzo per opporre alla forza centralizzata dei capitalisti, una forza centralizzata dei lavoratori. Ogni specie di federalismo deve essere combattuta.

L’oratore critica l’opinione di alcuni compagni, secondo i quali, data l’impossibilità di un miglioramento delle condizioni dei lavoratori entro l’ordine capitalistico, è inutile lottare per tale scopo e tutte le forze devono essere concentrate per l’abbattimento del capitalismo. Questa concezione – dice Heckert – è errata, perché il capitalismo non si distrugge in un’ora od in un giorno. Quando tutte le forze operaie si riuniscono per l’attacco definitivo contro il capitalismo, un lungo periodo di lotte aspre e tenaci trascorrerà prima di raggiungere lo scopo. Durante questo periodo la classe lavoratrice deve sopportare gravi sofferenze, perciò è necessario tener desta la coscienza delle masse contemporaneamente l’idea della lotta giornaliera diretta a mitigare queste sofferenze e l’idea della lotta per l’organizzazione delle forze, ha la concentrazione di tutto il potere proletario in vista della disfatta totale del capitalismo. Nel periodo attuale la lotta più piccola può avere gli effetti più grandi. Per questo noi riteniamo che comunisti nel movimento sindacale debbano partecipare tutti alle lotte giornaliere per la diminuzione delle sofferenze dei lavoratori, a tutti i piccoli lavori che tendono a riunire le masse operaie e ad inspirare loro fiducia. L’oratore si sofferma quindi sul problema della disoccupazione e dichiara che occorre lottare per dar lavoro ai disoccupati, perché questi non possono attendere che tutte le condizioni per l’avvento della dittatura del proletariato siano mature. Mentre capitalismo rigetta nelle vie a migliaia gli operai, noi dobbiamo invece riportarli nell’officina, al lavoro. I capitalisti per superare la crisi sabotano e distruggono la produzione. A ciò devono opporsi le masse operaie, ma per farlo esse hanno bisogno di una forza organizzata.

Heckert considera i tentativi per dividere la classe operaia.

Sistema dei premi, socializzazione, nazionalizzazione, partecipazione agli utili.

Oltre la centralizzazione per industria che ci è necessaria, si deve creare anche un organo di difesa operaia contro le aggressioni del capitalismo, del fascismo in Italia e di organizzazioni simili in Germania ed altrove.

Anche Heckert ritiene che la conquista dei sindacati sia uno dei grandi compiti attuale dei comunisti.

Segue il comp. Bergmann delegato del Partito Comunista Operaio di Germania, il quale ritiene che i sindacati attuali sono incapaci di assolvere il loro compito che non è solo quello di conquistare il potere politico ed economico, ma anche di mantenerlo e rafforzarlo. Perciò invece di conquistare i sindacati dall’interno è molto meglio distruggerli completamente e creare parallelamente nuove organizzazioni rivoluzionarie.

Parlando dei Comitati di fabbrica, l’oratore afferma che, finché le masse seguiranno le parole d’ordine di Amsterdam, i Comitati di fabbrica ed i nuclei comunisti nei sindacati non potranno raggiungere il loro scopo. Perciò è necessario fissare nuovi metodi di lotta. I «soviet di fabbrica» che noi vi proponiamo – dice Bergmann – hanno le loro radici nelle masse che essi dirigono. Nei giorni della rivoluzione essi sono destinati a mettersi alla testa del movimento. Queste organizzazioni rivoluzionarie devono essere create per impresa, esse devono raccogliere tutta la massa operaia che vi è impiegata, interessarla alla produzione allo scopo di creare in essa una unità di pensiero e d’azione.

L’idea di conquistare i sindacati dall’interno è falsa poiché anche se un sindacato qualsiasi si pronunciasse per la adesione a Mosca, da ciò non ne segue che esso agirà con spirito comunista.

Ha la parola Hersman, delegato del Partito Comunista australiano.

Egli si dichiara soddisfatto d’aver inteso dire dal comp. Zinoviev che l’Internazionale Comunista non ha affatto l’intenzione di esercitare la sua egemonia sui sindacati. I comunisti australiani pensano che il partito deve dirigere i sindacati dal di dentro e non dal di fuori. Parlando dell’importanza della conquista del movimento sindacale, l’oratore si sofferma sul movimento australiano e rileva le ragioni per cui il partito operaio ha perso ogni influenza sulla classe operaia, che nell’ultimo Congresso dei Sindacati si è pronunciata a grande maggioranza per l’Internazionale dei sindacati rossi. Questo risultato ha superato ogni previsione ed è la prova più evidente della vittoria delle idee comuniste.

Concludendo il comp. Hersman dichiara che la neutralità dei sindacati è un’idea vota di senso, poiché prima o dopo essi si troveranno nella necessità di definire il loro atteggiamento nelle diverse questioni politiche.

Seguono diversi oratori fra cui Malzahn, che polemizza con il K.A.P.D., ed appoggia pienamente le tesi presentate da Zinoviev; Misiano, che si sofferma sulle caratteristiche del movimento italiano ed afferma la necessità che il Congresso stabilisca in termini chiari le direttive pratiche dell’azione dei comunisti nel lotte sindacali; Herald, rappresentante dell’Alta Slesia, che pone in rilievo le particolarità del movimento nei paesi che comprendono diverse nazionalità. Haywood, rappresentante degli I.W.W., prende la parola in loro difesa e contro la tendenza a liquidare questi piccoli raggruppamenti rivoluzionari. L’oratore afferma che la debolezza numerica di queste organizzazioni è dovuta alle repressioni ed alle persecuzioni di cui sono state fatte oggetto da parte della borghesia. Malgrado ciò gli I.W.W. prendono parte a tutti gli scioperi e vengono costantemente in aiuto alla classe operaia. Gli I.W.W. ritengono necessario dare un’istruzione industriale agli operai affinché essi siano in grado di dirigere la vita industriale del paese, allorché sarà abbattuto il capitalismo.

Il comp. Lovoski combatte le dichiarazioni del Comitato Centrale del C.S.R. Francese, che preconizzano la autonomia e la neutralità dei sindacati; Marshall, a nome della delegazione americana contesta le affermazioni di Haywood, basandosi sulle esperienze del partito americano. Egli ritiene che l’azione al di fuori dei sindacati è inutile e conduce allo spezzettamento delle forze rivoluzionarie. Solo mantenendosi in contatto con le masse nelle fabbriche e nei sindacati si potrà vincere la burocrazia sindacale e fare delle Trade-Unions una possente arma rivoluzionaria.

Parlano ancora diversi oratori: Toralba Bessi rappresentante della Spagna; Kolarov bulgaro; Bell inglese ed altri. Tutti sostengono la tesi di Zinoviev.

Segue Fur, che difende gli I.W.W., dall’accusa di preconizzare la neutralità sindacale. Egli afferma che gli I.W.W. sono un’organizzazione profondamente rivoluzionarie e che il piccolo partito comunista americano deve attingere le sue forze in questo sindacato.

Il comp. Endrus prende in seguito la parola a nome del partito comunista americano. Egli polemizza con Haywood ed afferma che gli I.W.W. commettono l’errore di credere che i sindacati si preparino nei quadri della società capitalistica ad esplicare il compito futuro di centri direttori dell’economia nazionale. In realtà le funzioni dei sindacati in regime capitalista si riassumano nella lotta sul terreno economico e solo dopo la conquista del potere potranno pensare a prendere la direzione dell’economia, come avviene ora in Russia. Egli rigetta l’affermazione che i delegati americani abbiano l’intenzione di liquidare gli I.W.W.. La delegazione americana approva le tesi di Zinoviev.

La discussione è chiusa. La compilazione definitiva delle tesi viene affidata ad apposita Commissione.

Prima della votazione Heckert preferisce sui lavori di detta Commissione; soffermandosi sulle divergenze con le direttive del K.A.P.D. e degli I.W.W.. Espone quindi l’indirizzo seguito nella lavorazione delle tesi, indirizzo che è quello esposto dal relatore e dalla maggioranza degli oratori che l’hanno seguito.

Le tesi vengano approvate quasi all’unanimità.

Struttura ed organizzazione dei partiti comunisti

Il compagno Koehnen ha la parola per la relazione sulla struttura ed organizzazione dei partiti comunisti.

Il relatore si sofferma lungamente sulle proposte fondamentali contenute nelle tesi presentate al Congresso. I partiti comunisti, avanguardie del proletariato in lotta contro il capitalismo, devono innanzi tutto adattare la loro forma allo scopo essenziale della loro attività ed alle condizioni storiche del paese in cui agiscono. Ecco perché la direzione del partito deve perseguire la combinazione organica della più elevata combattività con la massima snellezza, allo scopo di un costante adattamento alle mutevoli condizioni della lotta.

Una buona direzione non può essere che il frutto di uno stretto contatto con le masse proletarie. Questa contatto è realizzato con il centralismo democratico. La lotta con la borghesia esige il massimo di coesione e di centralizzazione del partito. Nell’interno del partito il legame organico è assicurato dal massimo della democrazia. I compiti essenziali del partito in quanto organizzazione di combattimento esigono da ciascuno dei suoi aderenti un ininterrotto lavoro quotidiano.

L’oratore passa a trattare dei «nuclei comunisti» e dei gruppi operai. La divisione meccanica del lavoro di partito e la sua ripartizione – dice Koehnen – non è sufficiente. Solo i gruppi che hanno dimostrato di possedere la necessaria capacità devono essere incaricati del lavoro di partito. Necessità così un preparazione in tutte le branche del lavoro di partito. Ma i nostri specialisti non devono immobilizzassi in un dato ramo d’attività. È utilissimo far passare i militanti da un lavoro all’altro e ciò per formare dei quadri di compagni capaci di assolvere i compiti più svariati.

La propaganda e l’agitazione devono perseguire uno scopo essenziale: il legame diretto con le masse. L’importante è la conquista della fiducia dei lavoratori.

È nostro scopo anche quello d’accumulare l’esperienza che ci è necessaria per le lotte future. La lotta contro la burocrazia sindacale nelle organizzazioni e nelle imprese deve essere organica, sistematica. Essa consiste meno nell’attacco veemente che nell’attività continua, esplicantesi in tutte le fasi della lotta proletaria contro la politica equivoca ed ipocrita di coloro che tradiscono il proletariato.

Metodi speciali di propaganda devono essere messi in opera riguardo gli strati semiproletari: contadini e funzionari. Innanzi tutto conviene guarirli dalla paura del comunismo della borghesia ha loro ispirato. Se non potremo condurli completamente noi, per lo meno potremo neutralizzarli, ciò è di grande importanza nel momento decisivo dell’azione. La stampa è naturalmente la nostra arma migliore di propaganda e di agitazione.

Il relatore esamina in seguito i diversi metodi di azione politica. Egli dice che un partito comunista non può mai rimanere inattivo. In certi casi, delle campagne condotte perde gli scopi lontani ma ben definiti hanno dato dei buoni risultati. La struttura generale del partito deve tendere a stabilire il centro di gravità nelle grandi città e nei centri industriali dove ci sono delle grandi masse operaie.

Parlando delle relazioni fra l’Esecutivo dell’Internazionale Comunista e le organizzazioni locali, l’oratore legge una mozione in cui fra l’altro è detto che è passato il tempo in cui il partito era soltanto un’organizzazione di propaganda. Oggi i partiti sono organismi d’azione. Perché la nostra Internazionale sia realmente una Internazionale d’azione è indispensabile che i partiti comunisti siano strettamente legati all’Esecutivo. Ogni partito deve sentirsi realmente una sezione dell’Internazionale Comunista. Per tale scopo i partiti dei diversi paesi devono sovente organizzare delle conferenze dei e congressi comuni con i partiti dei paesi vicini. I partiti acquisteranno così un carattere realmente internazionale.

Conviene pure prendere delle serie misure per diffondere in tutte le lingue la letteratura d’agitazione e di propaganda.

L’Esecutivo deve inviare obbligatoriamente dei propri rappresentanti nei diversi paesi per informare ed istruire i partiti locali. Il segretariato delle Esecutivo deve essere riorganizzato, esso deve essere composto per lo meno di tre segretari appartenenti ai tre partiti più potenti. Il segretariato deve avere la sua sede a Mosca, capitale della rivoluzione mondiale, ma l’Esecutivo deve prendere tutte le misure necessarie per organizzare il più sovente possibile delle conferenze e dei congressi all’estero.

La compilazione del testo definitivo delle tesi viene rimessa senza discussione all’apposita commissione. Dopo la relazione del comp. Koehnen sulle modifiche e le aggiunte apportate al testo primitivo, le tesi vengano approvate all’unanimità.