Partito Comunista Internazionale

Sulla “Difesa della Vita” Pt. 1

Categorie: Marxist Theory of Knowledge, Science

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La mentalità borghese non è in grado di riconoscere rivoluzioni se non nello stretto ambito delle cose «Tecnologiche», né si cura di conoscere approfonditamente le cause degli stessi sussulti che la costringono a rivoluzionarsi costantemente sotto la spinta delle forze produttive; non solo, ma per mascherare e mistificare per ragioni ideologiche questi processi, tende ad elaborare delle giustificazioni che ormai non sfiorano più il «sublime» come è avvenuto in altre fasi storiche, ma semplicemente il grottesco e il mostruoso. Ciò è dimostrato dalla grande diatriba che si è accesa nell’ambito della possibile produzione in vitro di esseri di varia natura, assemblati per ragioni di ricerca scientifica, sulla spinta delle curiosità che la malata mente borghese ha elaborato nell’ambita modernità.

Contro certe terrificanti possibilità si è lasciata la parte dell’isterica reazione critica nelle mani della tradizionale Etica religiosa; il pensiero borghese è arretrato in questo terreno su tutta la linea, in modo rinunciatario e passivo che la dice lunga nelle sue storiche illusioni, da Kant in poi, di fondare un comportamento umano autonomamente capace di giustificarsi e di progettarsi. La chiave di lettura d’una così apparentemente inestricabile matassa la può possedere solo un organismo che non persegua interessi esclusivi di classe, ma che veda dialetticamente la prospettiva storica e si ponga come suo fondamentale scopo quello di perseguire il bene della specie umana: nella nostra ottica storica il Partito di classe è da identificarsi in questo strumento necessario e capace d’una visione così elevata. Senza far ricorso a categorie astrattamente logiche o metafisiche che pretendano di spiegare l’uomo fuori della sua reale e sociale dimensione, secondo la teoria marxista dell’antropologia e della vita, ogni spinta della conoscenza verso una migliore autocomprensione non è determinata da una pura e semplice speculazione sulla struttura ideale o trascendentale della natura umana, ma dalla interazione dell’uomo in carne ed ossa con l’ambiente che lo determina e che egli contribuisce a modellare per la soddisfazione dei suoi bisogni. L’individuazione in questa esigenza di facoltà diaboliche da parte delle gerarchie della società di classe non è un fenomeno del ventesimo secolo: basti pensare che la passione per la verità è stata bollata come trasgressione fin dai primordi dalle religioni, oppure nel mito di Prometeo del pensiero greco. Le società di classe non hanno mai saputo dare una spiegazione razionale dello sviluppo umano, della sua lotta e integrazione nell’ambiente naturale e sociale: è più facile per le classi consolidate al potere demonizzare il cambiamento, vedere nella tensione verso la rottura dei vecchi involucri sociali una tentazione pericolosa per la specie umana, in vista della consacrazione del passato sulla base di sanzioni sacrali o divine.

È in un certo senso naturale che le società di classe non abbiano una conoscenza della specie e tanto meno dunque della loro origine; eppure sono proprio queste forme di società che hanno preteso di dare una spiegazione totale della vita. La nostra posizione non intende condannare questa pretesa, ma da quando l’avvento sulla scena della storia moderna del proletariato come classe ha partorito la teoria rivoluzionaria ogni concessione all’ideologia borghese e reazionaria di spiegare la vita secondo le sue anguste esigenze diventa una colpa grave nei confronti della specie: soltanto una società senza classi può superare le classiche dicotomie tra questo mondo ed altri presunti, tra interno ed esterno, tra oggettivo e soggettivo. Una organizzazione sociale che giustifica le divisioni di classe e opera per la loro eternizzazione non solo inconsapevolmente e per sua interna e inevitabile dinamica, ma scientemente e violentemente, non è in grado di conoscere e di accettare una versione della vita che privilegi le sue ragioni, la sua integrale difesa, e faccia di ciò la vera religione pensabile e possibile.

L’esempio classico che è ormai sotto gli occhi di tutti, dallo scienziato biologo al semplice uomo comune, è appunto la querelle che s’è andata drammatizzando con lo sviluppo della ingegneria biomolecolare sulla possibilità di costruire la vita in laboratorio, minando o saltando quei passaggi che sono stati definiti fino ad oggi «naturali».

Generalmente l’approccio a questa complessa problematica vede da una parte i fautori della ricerca scientifica a tutto campo; e dunque anche nella sperimentazione di metodologie capaci di fornire una visione completa dei meccanismi e delle dinamiche biologiche, compresa la sperimentazione di forme di vita da allevare in laboratorio, fino alla possibile manipolazione di dati generici; dall’altra, in nome del diritto divino o di quello «naturale», quella degli ineffabili sacerdoti della vita come dono, imperscrutabile e irriconoscibile, e dunque assolutamente non speculabile. Nell’ambiente propriamente speculativo sulla questione fa la parte del leone la teologia morale, appannaggio delle Chiese, che agiscono ancora oggi in un regime di quasi monopolio, per esplicita ammissione (con rammarico impotente) degli «scienziati» di varia provenienza ideologica.

In verità la polemica viene da lontano ed ha conosciuto asprezze di grande rilievo storico: si tratta di delineare alcune caratteristiche e risultati per comprendere la ragione dell’attuale torpore che accompagna l’agguerrita ricerca sul terreno pratico-tecnologico.

Risaputamente, almeno nel vecchio mondo europeo da cui si è formata la moderna organizzazione capitalistica del lavoro, per irradiarsi e conquistare alle sue ragioni il mondo intero, realizzando il mercato mondiale ed i suoi rapporti, lo scontro risale alla cosiddetta «era copernicana» allorché il confronto tra le vecchie impostazioni e relazioni tra Scienza e Religione, vede l’affermazione del metodo scientifico fondato da Galileo, Copernico, Cartesio ed altri non meno grandi nel cammino della rivoluzione umana.

Lo spirito metafisico e la difesa dogmatica d’ogni aspetto della cultura tradizionale venne scosso dalle fondamenta; le anticipazioni teoriche generali e le ragioni ideologiche delle tensioni che hanno matrice di classe vedranno la loro affermazione politica e generale con i grandi eventi della rivoluzione inglese nella metà del ’600 e con quella francese nella fine del ’700. Il mondo feudale, di cui la chiesa è la struttura portante sul terreno ideologico, vede restringere il suo dominio e la sua ingerenza, e dunque si chiude in una difesa aspra ed intransigente della sua forma organizzata e strumenti di controllo, specie nella seconda metà del ’500, con la controriforma. In quella fase di grande tensione sociale e di grande passione nell’ambito della ricerca teorica e morale, lo sguardo degli scienziati sembra rivolto prevalentemente ai cieli, ma ad uno sguardo più completo è rivolto ad una sistemazione delle conoscenze funzionali alle nuove esigenze della vita sociale, da quelle direttamente produttive a quelle mediate e sovrastrutturali nelle sue diverse istanze, compreso l’inevitabile rapporto con la teologia. L’erosione del potere e delle condizioni della vita sociale perdurano per ben tre secoli cruciali segnati non semplicemente, come fanno mostra di credere, et pour cause, i moderni gradualisti, da un confronto ideale, ma da duri colpi inferti dalle giovani e fresche forze produttive capitalistiche all’apparato feudale. Un bilancio molto chiaro di questo processo è leggibile nel documento denominato Sillabo della Chiesa Cattolica che, perduta irreparabilmente la sua centralità non solo in Italia ma in Europa, per arginare la pressione in tutti i campi si chiude a riccio secondo gli schemi Tridentini, almeno sul piano dottrinario e disciplinare, e denuncia tutti gli «errori moderni» dallo scientismo al razionalismo, al positivismo, al liberalismo, al socialismo, e finalmente al comunismo.

Ma, ecco il punto che ci sta a cuore sottolineare, definisce con esattezza, spesso denigrata e sottovalutata dal cosiddetto «libero pensiero», la natura della sua infallibilità, delimitata, dopo le elezioni del caso Galilei ed altri, alle questioni di morale e costumi. La cattedra di Pietro viene definita infallibile soltanto in questa materia. L’ultimo baluardo da non lasciare nelle mani del mondo profano, scientifico, produttivo, filosofico ed altro è quello dei principi morali applicati alla vita, alla sua natura, alle sue origini, alla sua prospettiva.

Il positivismo ottocentesco, tutto preso dalla sua mania di sviluppo (le magnifiche sorti e progressive) tutto pervaso dalla fede nella scienza, crede di poter lasciare nelle mani della Chiesa il terreno astratto della morale, o meglio è convinto razionalisticamente che la scienza necessariamente travolgerà ogni residuo anche ideologico del passato.

Non è possibile qui non rivendicare il valore della battaglia ideologica e teorica, che mai i comunisti hanno considerato un lusso che il marxismo combatté contro tutte le scuole revisionistiche fiduciose nel corto respiro delle cosiddette «conquiste della tecnica e della scienza». La teoria marxista, nata in un sol blocco d’acciaio, come ebbe esattamente a rivendicare Lenin, non si illude di lasciare da un canto la polemica frontale contro le concezioni reazionarie, e nel denunciare le inevitabili collusioni con questo atteggiamento, tra il pensiero liberale già infiacchito e portato al cedimento e le vecchie forze, in direzione antiproletaria. Non per niente il “Manifesto del Partito Comunista”, del 1848 inizia col classico «uno spettro si aggira per l’Europa, il comunismo». Così veniva esattamente intuito il moderno pensiero dagli scaltri gesuiti e dalle gerarchie feudal-chiesastiche: lo sfascio naturale del liberalismo non potrà che aprire il varco al comunismo. è così che tutte le correnti di pensiero che minacciano di scardinare ogni fondamento metafisico della natura e della vita, anche quando nacquero rivoluzionarie e ricche di promesse (non si dimentichi che Marx propose a Darwin di dedicargli “Il Capitale”, e che quest’ultimo declinò tanto onore sostenendo di non occuparsi di filosofia e di teologia; oggi diremmo di… politica), poterono nel breve periodo essere tranquillamente aggirate, adattate, perfino rovesciate nel loro significato di fondo e di base, fino al punto che oggi sono il fondamento teorico dichiarato delle più becere correnti opportunistiche che hanno fatto dell’evoluzionismo delle origini una giustificazione del gradualismo in tutti i campi, un fondamento teorico del celebre motto del principe dei revisionisti «il movimento è tutto, il fine nulla». Ci riserviamo di ritornare sulla questione più tardi: per il momento siamo fieri di anticipare e di far vedere come «tutto è connesso» inesorabilmente.

Così le correnti reazionarie, spiazzate e battute sul terreno della pratica, si proponevano come depositarie della tradizione, a protezione dei segreti della vita, in una visione sacrale che alludeva alla volontà di costituire la Riserva Morale, a cui prima o poi avrebbero dovuto fare ricorso o tornare ad attingere i fautori del profano, di ritorno dalle conquiste dell’economia e della tecnica: non a caso, dopo le violente bufere suscitate da Darwin tra i codini inglesi, allorché sembrò evocarsi per un’altra volta un caso Galilei, la problematica evoluzionismo-fissismo ha continuato ad animare la cultura positivistica. Il cosiddetto grande pensiero viene sistematicamente messo fuori gioco da una diatriba che al contrario rimane sorda tra gli addetti ai lavori; basti pensare alle vicissitudini del gesuita Teilhard De Chardin che nel tentativo di integrare cristianesimo e teorie evoluzionistiche si trovò un muro sbarrato da parte delle gerarchie cattoliche. In questo clima solo gli esperti e gli appassionati della questione sono al corrente del documento Vaticano che prende posizione sulla natura della vita e rischia di riaprire antichi steccati. Come si vede, di fronte alla minaccia delle scienze nuove, dalla antropologia alla paleontologia, alla attualissima biologia molecolare e sociobiologia, la risposta delle correnti idealistico-religiose non accetta nessun argomento probante, ma si riferisce al dogma, pena lo scardinamento non semplicemente di una materia delicata, ma di un edificio che è riuscito ad essere salvato dall’inevitabile alleanza tra residuo feudale e capitalismo.

Appena il mondo borghese ha dovuto pensare ad arginare la pressione del proletariato rivoluzionario, ha cominciato a riattingere al deposito della tradizione: sono noti a tutti i ritorni di fiamma di varie forme di fondamentalismo, non solo in campo cattolico e protestante, ma nel cuore delle vecchie religioni monoteistiche, specie nell’ebraismo e nell’islamismo, che è uno dei temi più scottanti e più chiacchierati dell’attuale momento politico-ideologico. In questa situazione si assiste ad una evidente scollatura tra le capacità tecnico-ingegneristiche, capaci di sondare i segreti della vita e delle sue storiche origini, e la pochezza teoretica dei bioingegneri che, chiusi nel loro specialismo, sono facilmente ricattabili ogni volta che devono rispondere sul terreno morale. Proprio in queste circostanze noi comunisti tocchiamo con mano la miseria dello specialismo capitalistico, la sua presunzione quando si chiude nel terreno della neutralità della scienza, nella sua condizione di ricatto continuo da parte della «domanda» di nuove tecnologie e applicazioni da una parte, e di minaccia e intimidazione dalla parte dei cani da guardia della sacralità della vita. Nel frattempo le ragioni del capitale non hanno tregua, e, lungi da curiosità vagamente mefistofeliche, specie nell’ingenua ma caratteriale America del capitalismo ad ogni costo, i problemi della trasmissione della proprietà, che sembravano ormai esclusivi del mondo feudale agrario, reclamano un’attualità in nome dell’individualistico diritto al profitto.

I fronti sui quali incessantemente si svolge la guerra del capitale sono due: da una parte fare pressione sul capitale variabile, ridurne per quanto possibile le pretese e le esigenze per aumentare i tassi di profitto; dall’altra assicurare attraverso i meccanismi sociali e familiari la trasmissione del patrimonio per garantire la sopravvivenza della classe dominante ed eternarne il dominio. Sul fronte della riduzione alla ragione della forza lavoro non abbiamo bisogno di insistere molto: soltanto noi marxisti rivoluzionari non abbiamo mai ceduto sul terreno teorico nel sostenere la tesi del valore-lavoro, e nel non concedere mai nulla agli avversari che hanno sempre tentato, ed anzi oggi si vantano di avere definitivamente smascherato questo dogma.

Non è casuale che l’infortunio capitato al professor Chiarelli di Firenze abbia toccato proprio questo punto: la notizia della pratica messa a punto di innesti che permetterebbero la produzione in vitro di sotto-uomini volontà (o meglio «libero arbitrio») e dunque soltanto capaci di eseguire e alleviare i «veri uomini» del lavoro di routine, esecutivo ed estenuante, ha fatto nei recenti mesi il giro del mondo, con penosi distinguo, ritrattazioni, condanne ed altre messe in scena. Ma il cattedratico ha parlato, e coscientemente o meno ha toccato il punto dolente della questione che ha mandato in bestia i benpensanti. Oh! Che cosa orribile, pensare a mostri docili e imbecilli, tutto lavoro, casa e… famiglia verrebbe la tentazione di dire. Se non fosse che il capitale dispone già di simili strumenti di vecchia produzione, dovremmo cominciare veramente a crederci. La realtà è che in tutti i campi, dalla vile economia di tutti i giorni ai laboratori di ricerca, l’ossessione della borghesia è sempre quella: togliere dalla testa della forza lavoro la possibilità sia pure remota di ribellarsi, risparmiare sugli strumenti di dominio, ottenere la più lubrificata formula che è l’ossessione dell’opportunismo, e cioè garantire burro e cannoni, e non essere ogni giorno di fronte al dilemma che generò i mostri alla Hess, l’autore del classico aut aut, «o burro o cannoni». In quest’ottica, la tentazione che ha sempre sollecitato la società di classe sembra prendere corpo. Mentre Greci e Romani si vantavano del loro sistema fondato sullo schiavismo, che permetteva ai proprietari di chiamare lo schiavo «strumento vocale» ed essere serviti, il moderno sistema del capitale potrebbe ottenere il risultato una vota per tutte, creando finalmente uno strumento rinnovabile all’infinito, riproducibile in via artificiale. Oh! Intendiamoci, non ci passa neanche per la testa di dar per buona, e cioè realizzabile alla scala sociale, una realtà di questo genere: e non per astratte ragioni morali, ma perché il capitale dovrà prima fare i conti con la vecchia (neanche più esistente, secondo alcuni) classe operaia, determinata a lanciarsi all’assalto del dominio borghese, quando sarà necessario, e decisa ad opporsi ad ogni bestialità proprio in nome della sua esistenza di classe, prima, e della specie, per conseguenza inevitabile.

Sul fronte invece della trasmissione dei rapporti proprietari fondati sul profitto capitalistico e garantito dalla famiglia monogamica (ormai plurigamica in via mascherata e legittimata dal divorzio e dalle rammendature del diritto borghese) la produzione in vitro sembra aprire ai borghesi, resi sempre meno fecondi dagli stress, dalle droghe e dagli egoismi della cultura ufficiale, delle prospettive insperate, che vengono camuffate dalla necessità di combattere le deficienze genetiche (che sarà veramente attuato dai costumi e dalla scienza nel comunismo) ma che al contrario rispondono alla preoccupazione più vera, quella di ottenere eredi, intelligenti ed efficienti, possibilmente della stessa natura del Padre, secondo metodo della clonazione, che in America è già una ripugnante pretesa. Ancora una volta una smentita alla mistificazione borghese e soprattutto opportunistica che sembra voler relegare da un canto l’astensione del proletariato negli assetti proprietari, sostenendo la tesi che oggi tutto è questione di «gestione» del capitale, di «management», e non di titolarità giuridica personale, di viventi e riproducentesi classi.

Le cose si mettono anche peggio quando la scienza della vita di questo tipo di società si avventura alla ricerca delle origini. Fatta salva la curiosità e la passione per la propria storia, che ha una dimensione non indifferente nella struttura teorica della nostra stessa visione del mondo, è anche sempre non inutile scoraggiare ogni tentativo borghese di darci una visione della vita biologica e delle sue origini. Prodotto della cultura rinascimentale che scopre l’uomo copernicano e la prospettiva storica come antidoto ad ogni possibile appiattimento nella concezione fissista e creazionistica, la borghesia anche quando ha nei suoi più cospicui ideologi difeso, addirittura instaurato una Ragione della Storia, davanti alle sue origini biologiche si è quasi sempre genuflessa alle versioni romanzate e metafisiche. Nonostante che l’etnocentrismo europeo oggi faccia ammenda delle sue esagerazioni e rispetti a suo modo e per i suoi interessi le favole dei popoli primitivi e dei selvaggi che credono nei miti, indecorosi per un evoluto civile occidentale, la sua versione dell’origine della vita non è certamente molto più organizzata, più consapevole e capace d’orientarlo nell’ambiente. Senza ripercorrere le nozioni classiche, che hanno almeno il merito etico dell’insistenza sul valore del «dono» della vita stessa, quando appare agli albori della moderna concezione scientifica in campo biologico il tentativo di sbloccare il fissismo in nome dello sviluppo, della dialettica tra vita e ambiente, il clima culturale complessivo si è progressivamente ripiegato, al punto che dopo un secolo circa di diatribe abbiamo l’onore di vedere risalire la corrente ad interpretazioni che cercano un fondamento sperimentale al neo-fissismo dei vari fondamentalismi anche di tipo laico.