Partito Comunista Internazionale

Sulla “Difesa della Vita” Pt. 2

Categorie: Marxist Theory of Knowledge, Science

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Il nostro punto di vista sulla questione si ispira alla più cristallina delle forme scientifiche, e cioè alla fiducia nella ricerca senza apriorismi metafisici e nello stesso tempo alla affermazione per la quale la chiave di lettura delle leggi oggettive della natura non sta fuori della natura e dell’uomo, ma nella natura e nell’uomo: in una parola, non demordiamo dalla posizione prometeica per la quale le leggi dell’universo non possono essere estranee e ostili all’uomo per definizione, ma possono essere ostili all’uomo-individuo una volta che egli si chiude nel suo soggettivismo, non maturi una sua integrazione nella specie e non accetti di vivere e di trasformare in meglio questa sua realtà.

Dunque, nel campo dell’origine della vita, che avrebbe la pretesa di presentarsi come l’apriti sesamo di tutti gli enigmi, o ripetiamo stoicamente e un po’ cinicamente che le origini sono sempre incerte, oppure, senza la pretesa di incrociare l’ora X, non siamo estranei ad una concezione generale che finalmente sembra trovare cultori sia pure isolati e decisi anche nell’attuale universo scientifico. Del resto, l’intuizione di Giordano Bruno (non per niente l’audace fu bruciato vivo nel 1600) è che viviamo in una infinità di mondi possibili, dove tutto è centro e tutto è periferia.

Il materialismo storico ha sempre negato alla scienza borghese di potersi occupare validamente dei cieli senza essere capace di affrontare i suoi problemi terrestri, ma non è estraneo a guardare lontano, anzi rivendica una passione rigorosamente antisoggettivistica, e dunque non antropocentrica, non geocentrica. Il tentativo galileiano di depurare la scienza da ogni antropocentrismo è un classico che rivendichiamo. Ed allora per tornare al nostro punto, ci sembra piuttosto ovvio non escludere che quello che chiamiamo vita sia un fenomeno appunto «cosmico», la cui speculazione è soltanto intuita e soltanto agli inizi. Ma proviamo a sentire qualche esperto in materia (Hojle). Su questa base potrebbero cadere tutti i miti sul popolo eletto e sugli etnocentrismi di varia provenienza; ma soprattutto verrebbe smentito ciò che a noi piace e ci conferma, ogni pretesa di diritto di natura fondato su una lettura metafisica e astratta. Non è casuale infatti che dopo aver opposto alle concezioni del passato il proprio metodo fondato sulla pratica e sulla realtà sperimentale lo spirito borghese ha nel corso del tempo recuperato i ferri vecchi, li ha rilucidati a nuovo e li brandisce in sostanziale alleanza con i vecchi nemici proprio in nome dell’assolutezza della vita e della storia, d’una nozione del diritto, della politica, dell’economia, per non parlare della sovrastruttura più sofisticata e sublime che non ammette sviluppo evoluzione cambiamento, che invece postula la sua verità, la sua ferrea legge, che sta a cuore come sempre a tutte le classi conservatrici. La ricerca delle fonti della vita e delle sue regole in una versione aprioristica e assoluta ha generato concezioni aberranti che come sempre ha avuto lo scopo di impedire alle classi dominate la loro emancipazione.

La vecchia e ormai ipocrita tensione fra scuole idealistiche o razionalistiche che si rinfacciano l’oggettivismo o il soggettivismo viene a trovare così una smentita sperimentale: la famosa tesi di Marx a Feuerbach, per la quale la soluzione dell’enigma non è un problema scolastico, ma pratico, trova la conferma nel riconoscimento che la vita cosciente è lo sviluppo della natura inconscia e viceversa, in un processo di integrazione che nell’uomo tende a farsi sempre più consapevole, capace d’un progetto, d’un piano nazionale, alla condizione che non urti contro limiti di classe, che cioè non sia una pia recitazione di norme universali contraddette dalla pratica filistea, ma una necessità che si impone alla specie nella sua unità per la sua stessa possibilità di svilupparsi e di realizzare l’integrazione ottimale e la vita nella sua totalità. E d’altronde i risultati ideologico religiosi che hanno sempre accompagnato la lotta delle classi da quando la storia è diventata storia della lotta di classe, non hanno avuto altra fantasia e alternative che quella di rivendicare la propria esclusiva validità, contro quella degli altri, in nome d’una predilezione ed elezione da parte d’un Ente superiore. Anche quando è stato razionalizzato dalla borghesia rivoluzionaria questa operazione non è riuscita che a creare un nuovo Ente astratto che doveva e poteva mascherare le irrisolte tensioni di classe, ed ha cominciato subito a mietere le teste riottose che intuivano il comunismo come l’unica possibile, radicale e consequenziale soluzione dell’enigma.

La rivendicazione del diritto uguale è stata da noi riconosciuta come rivoluzionaria, ma solo come referente storico che poteva sospingere il proletariato a combattere contro il feudalesimo, senza illudersi di allearsi per sempre con i più preparati e agguerriti rappresentanti della borghesia. La conferma del fallimento storico del diritto uguale la troviamo infatti nella nostra lettura della storia dei diritti stessi, nell’enunciazione di forme che, mano a mano che il sistema capitalistico si dispiega e si complessifica cioè raggiunge la sua maturità naturale cioè formale e sostanziale, si manifestano sempre più chiaramente come vuoto guscio incapace di essere riempito. Non è casuale che dopo la lapidaria richiesta di giustizia uguale per tutti, la fonte d’ogni fattispecie giuridica che dovrebbe garantire ad ogni vivente la sua possibilità di sviluppo senza impedimento delle stesse condizioni per gli altri, si sia frantumato in una miriade di schegge e di frammenti tra loro in contrasto; quello che il professore accademico chiama ormai giungla giuridica, quella produce le «gride» di sempre.

Ed allora, come il gambero, di passo indietro in passo indietro, oggi si è scoperto finalmente il «diritto alla vita», come se questa realtà elementare che non sappiamo come definire se non essendo dentro ad essa, viene assimilata ad una delle tante rivendicazioni, come quella al lavoro, alla equa retribuzione e ad altre proudhonate di questo genere. La vita di cui la borghesia non ha neanche la pallida idea di cosa essa sia, verrebbe finalmente garantita da tutte le sue più brutali e subdole istituzioni, che la proclamano sacra e inviolabile, dichiarando di tutelarla in tutte le sue forme e senza discriminazioni. In realtà, poiché il diritto nasce vecchio, le sistemazioni e le dichiarazioni giuridiche non sono che la sanzione d’un dato di fatto che la borghesia e la sua cultura non può assolutamente smentire: al modo di produzione capitalistico la vita umana non può che interessare che come merce, come capitale variabile la cui quintessenza consiste nella proprietà scoperta da Marx nelle sue opere, quella di valorizzare il capitale, di accrescerlo indefinitamente, essendo appunto prassi, cioè lavoro, capacità di trasformazione della realtà, e dunque l’unica effettiva ricchezza, la ricchezza che dialetticamente si accompagna e si sposa alla povertà, alla scarsità, e la rende realtà umana, la cristallizza, la realizza. Date determinate condizioni economiche e sociali, il lavoro umano, mentre è capace di sovvertire e trasformare profondamente queste condizioni, lo può far già all’interno di determinati limiti, come ricorda correttamente la famosa introduzione di Marx alla “Critica all’Economia Politica”!!

In questo modo, essendo la vita umana il capitale variabile che tutto trasforma e che tutto fa diventare oro per il capitale come per re Mida diventa oro tutto quello che tocca, non può essere che l’oggetto della perenne tortura per il Capitale morto o costante quell’enorme accolta di merci il cui interesse e dannazione è quello di aumentare, di crescere a dismisura, di reificare appunto la vita. In questo senso allora tutte le buone intenzioni borghesi (e di buone intenzioni è lastricato l’inferno) di rispettare l’uomo, di valorizzare la vita si scontrano con le sue stesse interne e insanabili contraddizioni. La politica, il diritto, la sovrastruttura diciamo così più vicina alla struttura economica, non possono che venir dopo a giustificare il già determinato con la velleità di operare al di sopra e contro i dati stessi, manipolandoli o sottomettendoli: il contrario esatto della tesi marxista per la quale può essere assecondata solo sottomettendosi ad essa, conoscendone profondamente la trama, riconoscendone le esigenze, soddisfacendole senza egoismi, affermando le sue ragioni. Non si può salvar l’anima all’uomo se prima non si è aiutato a soddisfare le sue esigenze di vita, se non dandogli da mangiare se ha fame, da bere se ha sete, un ricovero se non lo ha. Chi pretendesse di non vedere quest’uomo in carne ed ossa, questa merce tutt’affatto particolare, e di farne l’uso che vuole nel senso della soddisfazione di un fine che non è l’uomo stesso, con questo atteggiamento lo sottoporrà ad una legge disumana, estranea alla natura della realtà vitale.

è inutile che opportunismo e borghesia, specie se progressista, si straccino le vesti di sdegno al ricordo degli stermini, se non riconoscono d’essere essi stessi i difensori, ormai neanche più indiretti, della moderna schiavitù. I limiti dell’uso della merce variabile non possono essere il prodotto della sanzione del diritto o della eticità della politica, ma il rispetto della natura reale del lavoro che è alienato ogni volta che non valorizza sé stesso, ma il capitale, la montagna di merci che essa è in grado di elevare sopra di sé come la classica pietra di Sisifo.

L’interesse dunque del mondo borghese per la vita trasuda ipocrisia da tutti i pori, e va respinto e combattuto. Questi sono i capisaldi teorici su cui poggia la nostra visione della vita, una realtà che è la vita reale stessa, la cui essenza in quanto tale noi non tanto abbiamo rinunciato a definire, come si pretende da parte delle scuole spiritualistico-idealistiche, ma che è appunto in sé indefinibile indipendentemente dall’essere vissuta a livello sociale, fuori da ogni angusto punto di vita soggettivistico ed esistenzialistico, che esasperando in senso paradossalmente opposto la definizione ad essa data dalla tradizione metafisica ha finito per distruggere il senso comunistico e sociale di essa.

Per questo motivo le diatribe attuali sulla Bioetica non approdano a nulla, poiché pretendono di definire la natura della vita in astratto, fuori dal suo contesto pratico e sociale, dimenticando che è la stessa dinamica della scienza che pone dimensioni continuamente diverse alla definizione. Si pensi alla liceità della soppressione della vita stessa al suo nascere o al suo tramonto, e si pensi a rapportarla alla speculazione storica che su di essa non ha mai finito di sbizzarrirsi. Per i Soloni islamici dell’università El Azhar del Cairo l’essere umano non è tale se non dopo il terzo mese del concepimento, mentre per le scuole occidentali esso è tale dal momento stesso del concepimento, pur nella distinzione tra il suo essere in sé ed il suo essere psicologico e sociale. Quanto più le condizioni della vita reale dominata dal capitale della sua logica impediscono lo svolgimento della vita stessa, tanto più la speculazione si incaponisce nella sua astratta determinazione. Nel campo della «costruzione» in vitro della vita il dibattito verte particolarmente non tanto sulla possibilità di sperimentazione, che sono in atto come abbiamo ricordato, ma sulla liceità del concepimento al di fuori dell’atto sessuale e d’amore; così i costruttivisti si trovano a fare i conti con la rivendicazione da parte dei reazionari della creazione di vita come possibile unicamente da un rapporto sociale elementare, in un certo senso. Nella totale deficienza della speculazione borghese, il riconoscimento che la vita è all’origine un fatto sociale, rialzano la testa quelle correnti che nel loro sovrano rispetto per la vita non hanno mai arretrato di fronte alla tortura e allo sterminio, alla «guerra santa» e alla depressione di classe come modo normale di perpetuazione del dominio.

Soltanto la nostra ferma sia pure flebile voce è in grado di rivendicare la natura sociale della vita dal suo sorgere al suo sviluppo, con la differenza che non basta – infatti la neghiamo – la sanzione sacrale che tabuizza e non spiega, né difende e sviluppa, poiché soltanto la dialettica materiale biologica-spirituale non è scindibile, ma si afferma proprio nel perseguimento della pienezza della vita sociale che soltanto il comunismo è in grado di definire e di perseguire praticamente.

Naturalmente non siamo sordi all’obiezione che viene correntemente sollevata: sì, ma nel mentre il comunismo è al di là da venire, che fare in rapporto alla pratica tecnologica che minaccia di rendere la vita dell’uomo un assemblaggio di pezzi ed una produzione tra le tante, sia pure di particolare natura? La difesa della vita umana anche dal punto di vista contingente non è possibile nell’osservanza dei precetti, ma nella lotta contro il capitale, sia nel senso delle sue prospettive e dei suoi fini, sia nel senso della sua pratica quotidiana, che non è in un momento diverso da quella. Diciamo senza mezzi termini che i proletari, per definizione, non hanno da trasmettere alcuna eredità o proprietà, se non quella del loro patrimonio storico e di classe, che coincide con quella della specie e che dunque le sperimentazioni di cui sopra (è statisticamente e socialmente provato) non li riguardano se non in minima misura: che il desiderio di vita del proletariato coincide con quello dei diseredati di tutte le latitudini, indipendentemente dal sesso, dal colore della pelle, dal credo filosofico e religioso e via di seguito, e che dunque non si pone a livello individuale.

Ciò che spaventa di più la borghesia in questa avventura ancora abbastanza oscura e confusa è la perdita della propria identità e senso di appartenenza: noi come comunisti abbiamo sempre affermato in modo perentorio che uno dei limiti più evidenti della borghesia come classe è la mancanza di una effettiva identità, «coscienza di sé», anche se il termine un poco ci ripugna. Pur nell’ammissione dialettica che la portata storica di questa compagine sociale è stata quella di aver abbattuto con violenza le vecchie bardature feudali e l’involucro angusto della economia chiusa della curtis, non abbiamo però mai ammesso che la borghesia abbia saputo dare un assetto teorico e organizzativo valido, proprio perché velleitario nella tensione tra il suo essere bourgeais e la sua aspirazione ad affermarsi come citoyen. Nello scontro, o tagliente dilemma, nonostante sprazzi di ferro e di fuoco, ha finito di vincere il bourgeais con il suo filisteismo, la sua effettiva mancanza d’ avvenire e di senso della specie, il suo originario esser «latro» come recitavano i moralisti medioevali. Di fatto l’accanimento e l’ipocrisia nel fare uso del proletario fino dagli albori del modo di produzione capitalistico è preminente in rapporto alle glorie e ai meriti della borghesia: per questo la sua condanna sta in qualche modo nelle sue origini.

Solo qualche spirito solitario ha saputo pensare in grande, ad una grande economia, ad una grande politica, capace di imporre una effettiva razionalità alle forze della natura e a quelle sociali: per il resto ha vinto ampiamente lo spirito mercantile e bottegaio, il tanto esaltato, specie di questi grami, tempi, pragmatismo, il vivere alla giornata, e il vedere come Luigi XV e l’après moi le déluge. Se questo è l’orizzonte teoretico complessivo e diciamo pure medio della borghesia si comprende come anche in rapporto alla vita e alla sua teoria di base il borghese non sappia decidersi tra il costruire il proprio futuro in grande, contro le angustie delle ragioni proprietarie e patrimoniali, e il rifugiarsi nella mistica della madre natura, intoccabile e sacra, ora alma mater, ora matrigna perfida e ingrata. Si è avuto notizia recente d’un grande piano concepito dal Nobel Dulbecco, che avrebbe l’ambizione di determinare non la conoscenza di qualche cromosoma o genio, ma una mappa complessa della vita, che permetterebbe di intervenire nella messa a punto d’una umanità sana, correggibile secondo un piano razionale, e non a caso, come succede per sua ammissione oggi. Ecco un ulteriore esempio di velleità che ci permettiamo di definire impossibile nell’ambito delle attuali contraddizioni di classe. Abbiamo avuto ragione ampiamente nel giudicare la sbornia missilistica e la pretesa di colonizzare il cosmo; ci permettiamo di prevedere lo stesso sfacelo, non perché manchi l’intelligenza in quanto tale ma perché gli interessi contrastanti metteranno in crisi simili pensamenti.

L’umanità, contrariamente alle ipotesi del pensiero borghese, non è stata anticipata nei laboratori e nella scienza astratta, come si crede, ma dalle forze pratiche e sociali che hanno spinto in avanti e determinato laboratori e ricerca, scienza e filosofia. Questo è il ribaltamento teorico operato dal marxismo, che noi confermiamo. Non saranno i laboratori dei mostri borghesi a rivoluzionare la vita, ma la rivoluzione sociale a gettare le basi di quel tipo d’assetto sociale che potrà correggere gli alvei dei fiumi, rendere pacifiche bestie tigri e leoni, come dice bellissimamente Trotski, trasformare le spade in aratri, e via dicendo con queste che non sono favole, derise o raccontate con sufficienza dai cinici della borghesia ma possibilità pratiche e conosciute dal comunismo.

Quando il marxismo nell’analisi de “Il Capitale” individua nella merce lavoro, nel capitale variabile la pietra angolare sulla quale si eleva l’edificio del profitto, è fedele alle sue premesse di base e alle sue scelte di valore: e cioè mentre dal punto di vista della sua lotta si mette con sentimento e col cuore (nel senso più elevato e classico di questo termine… le ragioni del cuore di cui già parlava Pascal) e dunque fa della ragione del proletariato che ha a disposizione proprio ed esclusivamente la vita, l’unica ragione per la quale ha senso combattere, non si lascia travolgere dalla fraseologia edificante o ad effetto, e si rende conto che questo metro di misura, questo assoluto-relativo, nel modo di produzione capitalistico è soggetto alla pressione continua delle condizioni del mercato, il suo essere merce che varia in rapporto ad una serie complessa di fattori. Questa presa d’atto non è un’accettazione ed una rassegnazione fatalistica, ma un punto di partenza che permette di conoscere la struttura del capitale, il suo essere vampiro assetato di sangue proletario; ed è anche la premessa teorica che permette al marxismo di prefigurare un assetto sociale nel quale le ragioni della vita, del lavoro, non soggiacciono più a questo tipo di pressione, ma unicamente allo scambio con la natura, a sua volta adattata e migliorata, «integrata» all’opera umana.

Ecco, di fronte a questa operazione dialettica che vede possibile l’unione dell’assoluto, almeno come posizione, col relativo, e cioè l’essere col divenire, qualsiasi versione di pensiero borghese e reazionario si impunta, reagisce, si fa minaccioso e rigido, e brandisce le armi della critica insieme a quelle ben più poderose della reazione di classe. Il marxismo allora viene detto disumano, incapace di assumere i valori in astratto, nella loro validità categorica e disincarnata, come imperativi categorici di fronte ai quali tutto dovrebbe essere sacrificato, la vita stessa, appunto, e preferibilmente quella del proletariato che detiene solo questa «proprietà». Il nostro «relativismo» viene così accusato di dogmatismo, e tutti gli sforzi vengono rivolti alla ricerca di una filosofia che faccia da cappello, da introduzione e da giustificazione. Insomma non si digerisce il fatto che il relativismo marxista non ha niente a che vedere con la pura e semplice teoria logica delle relazioni, dal momento che poggia nell’assunto che quello che per il capitale è variabile e relativo e dunque manovrabile e comprimibile fino allo schiacciamento di classe, per il comunismo è invece da difendere come un assoluto, nel senso che non è carne da macello da gettare nella mischia per tattiche più o meno raccomandabili a livello scolastico; perché per il comunismo la difesa del capitale variabile, o della vita, nel momento contingente coincide con i suoi fini, che sono anche e soprattutto i fini della specie nella sua totalità. è su questo terreno che i veri comunisti sono in grado di smentire la controrivoluzione operante nel proprio campo e che ha visto attori fino a ieri compagni, da Stalin agli epigoni; proprio perché l’opportunismo, prima revisionista di vario tipo, e quello di matrice staliniano poi, si sono illusi di utilizzare la vita proletaria, di usarla e di manometterla, disgiungendo la tattica dalla strategia, i mezzi dal fine. Il comunismo di Marx e di Lenin non ha mai concepito la possibilità di fare mercato delle condizioni del proletariato nella norma specificamente borghese, sia sul piano economico immediato che su quello politico: non ha mai pensato di sacrificare il proletariato per scopi che non fossero la sua stessa vita, anche attraverso la sua vita stessa; cioè non ha concepito alleanze con classi nemiche abbandonando la propria autonomia organizzativa, accettando cioè di farsi strumento di altri interessi perdendo di vista il suo interesse storico, il suo fine.

Ecco dunque svelato il mistero dell’assoluto-relativo, della vita che è il valore unico della classe operaia ridotta a capitale variabile dal profitto, ecco dunque svelato il mistero di come la vita proletaria possa sacrificare se stessa, ma per se stessa e per la specie, fuori dagli universali kantiani della legge del dovere, fonte di equivoci borghesi di tutti i tempi, fino alla professione bernsteiniana di fede negli eterni valori che hanno comportato il tradimento per la causa del socialismo, ieri e oggi.