L’estendersi dei conflitti regionali preparala guerra generale del capitale
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La guerra in Ucraina e la guerra a Gaza sono sempre più vicine fra loro. Anche se i rispettivi fulcri in cui si concentrano i combattimenti si trovano a distanza di quasi duemila chilometri, si assiste all’infittirsi di nessi che li legano in reciproca interdipendenza. Gli eventi più recenti tendono a mostrare quanto il coinvolgimento di ciascuna delle potenze globali e regionali in gioco vada parallelamente crescendo sullo scenario di entrambi i conflitti, anche allo scopo di rafforzare la propria relativa posizione nell’altro teatro di guerra.
L’esempio più evidente di questa interdipendenza si può osservare in particolare nell’interessamento sempre più bilanciato rispetto a entrambe le aree da parte degli Stati Uniti. Se da una parte la propaganda russa, rivolta soprattutto al mondo extraeuropeo, non fa altro che giustificare la propria proiezione di potenza assegnando ad essa la funzione di levatrice di un “nuovo mondo multipolare”, dall’altra l’amministrazione americana, specialmente negli ultimi tempi, sembra intenta a cercare di riconquistare il ruolo di arbitro nei conflitti presentandosi con l’ingannevole volto benevolo del paciere.
Per quanto le rappresentazioni propagandistiche siano spesso lontane dalla realtà effettuale, questo non significa che non siano rivelatrici di manovre e svolte tattiche inconfessabili, o sintomi del mutare dei rapporti di forza fra le potenze.
Nell’atteggiamento attuale degli Stati Uniti nei confronti dei propri referenti sul campo di battaglia si assiste al tentativo, ormai abbastanza manifesto, di “tirare il freno” e di fare seguire alla politica di sostegno incondizionato dei combattimenti su entrambi i teatri, quella della trattativa, per arrivare a tregue sia pure armatissime e destinate anche nelle intenzioni dei loro fautori a essere decisamente effimere. Si potrebbero chiamare pause di guerra, ma per ora denotano una difficoltà nel proseguire i combattimenti con le modalità attuali.
Su questo tentativo degli Stati Uniti di richiamare i propri alleati sul campo a una pausa tecnica si affastellano varie chiavi di lettura. La stampa più filo-atlantica fa di tutto per avvalorare la tesi delle contrapposizioni interne negli Stati Uniti, in particolare fra democratici e repubblicani, specialmente in vista delle prossime elezioni presidenziali. Si cerca di sostenere che i ritardi nel voto al Congresso per varare i prestiti all’Ucraina per sostenere lo sforzo bellico siano stati il frutto di una divisione politica del tutto legittima nell’ambito di un regime liberal-democratico.
Ma l’enfasi posta sulle beghe in casa della più grande potenza militare del pianeta serve a mettere in secondo piano le conseguenze del fallimento dell’offensiva ucraina e la mancanza di prospettive nella prosecuzione della guerra senza coinvolgere il dispositivo militare della Nato. Dunque appare sempre più evidente il tentativo degli Stati Uniti di trarsi d’impaccio da una guerra che non possono vincere a basso costo e che forse converrebbe sospendere per passare ad affrontare altri dossier di politica internazionale.
Sul versante ucraino si constata come il timore per il crollo del fronte interno, minato dal marasma sociale, dalle forti perdite al fronte e dalle vittorie, per ora soltanto parziali, delle forze russe, ha suscitato evidenti contraccolpi nelle cancellerie europee, orripilate dalla prospettiva di “darla vinta a Putin”, ma anche incapaci di lanciare moniti che vadano al di là di una propaganda bellicista destinata, almeno per il momento, a rivelarsi velleitaria e inconcludente.
Tutti segnali questi che in ogni caso vanno presi in considerazione poiché ci avvertono dell’esigenza sentita da settori sempre più ampli della borghesia del Vecchio Continente di imboccare con decisione il cammino del riarmo. In questo senso sono da leggere le minacce da parte dell’Eliseo di inviare truppe francesi a combattere in Ucraina, o il maldestro tentativo di trovare un accordo per «rilanciare e integrare l’industria europea della difesa» durante l’ultima riunione del Consiglio europeo del 21 e del 22 marzo.
A condensare in poche parole le indecisioni dell’eterogenea Unione Europea, incapace di presentarsi come un insieme coeso di nazioni, ma pure consapevole della sostanziale inevitabilità della guerra borghese, sono le parole dell’Alto Rappresentate per la Politica Estera e di Sicurezza Josep Borrell: «La guerra non è imminente, non spaventiamo i cittadini». Ma subito dopo ribadisce la necessità di «prepararci per il futuro e aumentare le nostre capacità di difesa», lasciando a noi il compito di ricordare quale ignobile eufemismo si nasconda dietro la parola “difesa”.
A vedere tali manifestazioni d’impotenza viene dunque in mente come per gli Stati Uniti la guerra in Ucraina, pur fra vari fallimenti, abbia già raggiunto almeno un risultato di un qualche rilievo: essi hanno ribadito la propria supremazia sulla vecchia Europa, che si rivela sempre più incapace di trasformarsi in una potenza in grado di giocare un proprio ruolo politico autonomo sulla scena internazionale.
Eppure questo non basta agli Stati Uniti per ottenere dalle guerre in corso quello che ciascuna potenza egemone pretende da ogni guerra regionale: ribadire la propria supremazia nella gerarchia imperialista. Questo rivela la massima pericolosità quando si assiste all’esondare delle guerre regionali al di fuori dell’alveo tradizionale. Un aspetto questo che era emerso già con le cospicue forniture di droni iraniani alla Russia, i quali hanno giocato un ruolo importante negli ultimi mesi della guerra, infliggendo molte perdite fra i soldati ucraini.
Poi l’interferenza dei conflitti mediorientali e centro-asiatici (l’Afghanistan risulta tutt’altro che pacificato) sulla guerra in Ucraina si è fatta sentire anche con l’attentato del 22 marzo nella sala da concerto moscovita Crocus City Hall in cui hanno perso la vita circa 140 persone (a parecchi giorni di distanza non si conosce ancora la sorte di numerosi dispersi). Rivendicato dall’Isis del Khorasan, eseguito a quanto pare da miliziani di nazionalità tagika, l’attentato è stato colto al balzo dal governo russo per accusare di complicità con gli assalitori l’Ucraina e indirettamente gli Stati Uniti e il Regno Unito.
Non sappiamo quali saranno le conseguenze dell’attacco e fin dove arriveranno le rappresaglie da parte russa, tuttavia siamo portati a prendere con cautela tanto le accuse di Mosca, quanto la professione di innocenza di Kiev. L’Isis-K aveva dato prova di agire a largo spettro, al di fuori della regione del Khorasan da cui trae il nome, già nel gennaio scorso con un attentato nella città iraniana di Kerman provocando quasi 90 morti. Al di là delle eventuali complicità che potrebbero avere sostenuto l’attacco di Mosca, esso può essere valutato come un ulteriore elemento di interconnessione fra i vari teatri di guerra: gli attentatori hanno voluto colpire la Russia, la quale ha combattuto lo Stato Islamico sul territorio siriano, e ha visto rafforzare la propria rete di alleanze in Medio Oriente, che è a sua volta destinataria di altri attacchi della stessa organizzazione jihadista.
Dunque la guerra in Medio Oriente mostra un caso esemplare del dilagare di un conflitto oltre la propria tradizionale area geostorica bersagliando come una diffusione metastatica altre aree di frizione della contesa imperialista. All’acuirsi dello scontro bellico che vede il suo epicentro nel feroce massacro di Gaza, le onde telluriche si espandono lungo diverse direttrici che sfociano in aree già interessate da acute frizioni fra imperialismi in lotta fra loro.
La via d’accesso al Mar Rosso dall’Oceano Indiano attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb è al primo posto per importanza fra i nuovi focolai di guerra. Si tratta di una rotta marittima attraverso la quale transita, a seconda delle oscillazioni stagionali e di mercato, fra il 12 e il 15% dell’intero commercio mondiale. Ogni volta che cresce la tensione sul controllo di certi snodi cruciali da un punto di vista strategico, si acuisce inevitabilmente la contesa fra gli Stati più forti e si inducono le potenze di secondo rango a prendere partito, accelerando il processo di definizione degli schieramenti imperialistici rivali.
L’organizzazione politico-militare degli Huthi yemeniti, espressione della corrente dello sciismo politico che si ispira all’esempio del khomeinismo iraniano, ha colto l’occasione del conflitto di Gaza per tentare di fare sentire il proprio peso sull’arena internazionale minacciando militarmente le navi che dall’Oceano Indiano attraversano il Mar Rosso per poi addentrarsi nel Mediterraneo attraverso il canale di Suez. Non si può non vedere nelle operazioni di intercettazione del traffico marittimo nell’area di Bab el-Mandeb, contrabbandate in senso propagandistico dagli Huthi stessi come azioni di appoggio alla “causa palestinese”, come il tentativo di fare pressione non soltanto su Israele, ma anche sui suoi alleati statunitensi ed europei, per dimostrare come l’ampliamento del sedicente “fronte della resistenza al sionismo” faccia di questo un avversario temibile di cui non sarà facile venire a capo. Gli effetti sono stati già vistosi sul traffico mercantile attraverso il Mar Rosso, che è diminuito drasticamente, comportando da una parte l’aumento dei costi di trasporto per le navi dirette al Mediterraneo, che si trovano a dovere circumnavigare l’Africa, e dall’altra il dimezzamento delle entrare dello Stato egiziano dai passaggi attraverso il Canale.
L’efficacia delle operazioni militari degli Huthi si deve a vari fattori. Il sostegno militare iraniano è stato costante durante i nove anni di guerra interna, in cui la milizia sciita ha dovuto contrastare le forze governative yemenite sostenute dall’Arabia Saudita, la quale è stata direttamente coinvolta nei combattimenti insieme con gli alleati Emirati Arabi Uniti. L’arsenale missilistico degli Huthi, che comprende droni e vettori di fabbricazione iraniana, aveva già dato una prova di notevole efficacia nel settembre del 2019 quando colpì e distrusse gli impianti di prima raffinazione del petrolio della società Aramco ad Abqaiq, costringendo l’Arabia Saudita a ridurre di circa due terzi le proprie esportazioni di greggio per parecchie settimane. In considerazione della distanza di circa 1.300 chilometri che separa il territorio controllato dagli Huthi, i quali rivendicarono l’attacco, e gli impianti di Abqaiq, alcuni osservatori attribuirono l’azione ai pasdaran iraniani o formularono l’ipotesi di un attacco congiunto messo a segno dall’Iran e dai suoi alleati yemeniti.
Resta comunque assodato che le imprese militari degli Huthi, compresi i bombardamenti missilistici effettuati in territorio israeliano, non sarebbero possibili senza un sostanzioso supporto militare iraniano. Inoltre sembra che gli Huthi possano avvalersi anche della collaborazione con gli Hezbollah libanesi, i quali vantano un’ampia rete di informatori nei paesi rivieraschi del Mar Rosso e nel Corno d’Africa. Per quanto riguarda invece le operazioni di disturbo della navigazione sullo stretto di Bab el-Mandeb gli Huthi sono coadiuvati da una flotta dei pasdaran iraniani che offre un efficace supporto logistico.
A rafforzare la posizione degli sciiti yemeniti nella regione sono intervenuti negli ultimi tempi alcuni fatti. L’accordo raggiunto a Pechino nel marzo del 2023 fra Arabia Saudita e Iran dopo otto anni in cui i paesi avevano interrotto le relazioni diplomatiche, ha sancito la funzione della Cina quale mediatore, grazie al fatto che essa è il maggiore partner commerciale di entrambi i paesi.
Questo tiepido riavvicinamento fra le più importanti potenze rivierasche del Golfo Persico e attori di primo piano della politica mediorientale rischiava di naufragare di fronte alla possibilità della stipulazione di un accordo fra Arabia Saudita e Israele sul modello dei “patti di Abramo”, la quale veniva data per imminente fino al momento dell’attacco compiuto il 7 ottobre scorso da Hamas e dai suoi satelliti politici palestinesi in profondità nel territorio israeliano. Le conseguenze di quell’attacco hanno indotto sia Riad sia Teheran a tenere in piedi l’accordo, che ha a sua volta contribuito a rafforzare un processo di de-escalation fra le parti in lotta in Yemen, che già dal marzo del 2022, dopo una trattativa conclusasi con lo scambio di alcune centinaia di prigionieri, avevano limitato gli scontri armati. Gli accordi con gli avversari hanno permesso agli Huthi di tornare in possesso dell’importante porto di Hudaydah, perso nel 2018 dopo una cruenta battaglia, il quale riveste una notevole rilevanza strategica per il controllo del tratto meridionale del Mar Rosso.
Le operazioni militari intraprese finora dagli Stati Uniti e dai loro alleati per contrastare le azioni degli Huthi nel Mar Rosso non hanno ottenuto risultati di rilievo. La capacità militare della milizia sciita yemenita sembra avere conservato un certo livello d’efficienza. Le azioni di disturbo al traffico nautico continuano nonostante i bombardamenti americani sul suolo yemenita. Gli Huthi hanno negato ogni responsabilità nel sabotaggio dei cavi sottomarini attraverso i quali passa il 17% dell’intero traffico Internet del globo, ma, indipendentemente da chi li ha danneggiati, non si può non vedere in questo un altro episodio che annuncia nubi assai fosche all’orizzonte.
Il 23 marzo alcuni missili lanciati dagli Huthi hanno colpito la petroliera cinese Huang Pu mentre navigava nel Mar Rosso. Un fatto questo che andrebbe a smentire la tesi di un perfetto allineamento della milizia sciita yemenita a un saldo fronte russo-cinese. Organi di stampa statunitensi avevano annunciato pochi giorni addietro di essere a conoscenza di un incontro fra Russia e Cina da una parte e Huthi dall’altra in cui questi ultimi avrebbero rassicurato per l’ennesima volta le due grandi potenze di non volere ostacolare in alcun modo i loro trasporti marittimi, chiedendo in cambio un esplicito sostegno politico. Come sempre nel mondo borghese i proxi, come vengono chiamati questi alleati armati nel linguaggio delle relazioni internazionali, devono trattare sul prezzo per la loro subordinazione alle potenze egemoni.
Sul versante libanese gli Hezbollah esitano non poco a entrare in una guerra aperta con Israele, anche se in 6 mesi dall’inizio dell’attuale conflitto nel confine fra i due Stati non si è vista in realtà nessuna pace. Centinaia di missioni aeree israeliane in Libano hanno provocato 250 morti fra i miliziani sciiti libanesi, mentre i razzi lanciati su Israele hanno causato 20 vittime. Le città e i villaggi delle zone confinanti sono stati evacuati sui due lati della frontiera.
La situazione economica in Libano è quella di un paese in bancarotta. Una guerra aperta potrebbe avere conseguenze difficili da valutare sul piano sociale e un partito borghese come gli Hezbollah potrebbe trovarsi a dovere fronteggiare il proletariato libanese sempre più insofferente alla miseria e alle divisioni religiose settarie che tanto influiscono nella vita del paese. Dunque non si possono scambiare neanche gli alleati di una potenza regionale come l’Iran come dei burattini sempre pronti ad ubbidire agli ordini della teocrazia al potere a Teheran. I proxy perseguono comunque i propri interessi e la propria agenda politica.
Tuttavia questo non significa che l’Iran, nonostante la crisi economica attualmente in corso, l’alta inflazione e il serpeggiante malcontento della classe lavoratrice, non stia ampliando le sue proiezioni imperialistiche anche al di fuori della sua tradizionale sfera d’influenza. I contraccolpi del conflitto mediorientale si fanno sentire infatti anche nel cuore dell’Africa, a diverse migliaia di chilometri di distanza e anche laggiù l’Iran si predispone a giocare la sua parte. La giunta militare al potere in Niger dall’ottobre scorso, dopo avere rotto ogni collaborazione militare con la Francia, ha deciso di denunciare anche gli accordi di cooperazione militare con gli Stati Uniti per combattere l’insorgenza jihadista, presente in varie regioni del paese. La virata della giunta di Niamey verso altri attori della politica mondiale appariva già come un fatto compiuto. Ora fonti militari statunitensi ed europee riportate dal New York Times, accusano il governo di Niamey di avere già raggiunto un accordo preliminare per autorizzare Teheran a comprare l’uranio nigerino. Se ciò fosse vero costituirebbe un altro passo in avanti di rilievo per il progetto nucleare iraniano così fortemente osteggiato da Israele e Stati Uniti.
Le operazioni militari israeliane a Gaza hanno dimostrato ancora una volta la ferocia della guerra borghese e l’efficienza della sua macchina per uccidere gli esseri umani. Le giaculatorie sulla democrazia non hanno impedito un esteso massacro, in grande maggioranza di civili. Anche la carestia, indotta dalle operazioni belliche, dalla presenza delle truppe israeliane e dall’isolamento imposto a Gaza, può essere considerata come parte della strategia di guerra. Le stragi di palestinesi in coda per il pane sono anch’esse un elemento di questa strategia, dato che servono a ricordare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come le regole d’ingaggio delle truppe israeliane permettano di dispensare piombo alle masse in grandi quantità al primo cenno di tumulto o di insubordinazione.
Al di là della efferatezza di costringere la popolazione alla fame, e nel caso di molti bambini nei primi mesi di vita addirittura alla morte d’inedia – elementi quasi inevitabili di ogni guerra imperialista – forse c’è da parte israeliana una pianificazione che guarda alla gestione politica della situazione che si verrà a creare dopo l’eventuale cessate il fuoco. In seguito all’inizio delle ostilità la distribuzione degli aiuti è stata fortemente ostacolata dai bombardamenti e dalle ispezioni imposte da Israele, che ha fatto di tutto sin dall’inizio per creare una penuria di carburante, col pretesto che la disponibilità di idrocarburi da trazione avrebbe permesso alle forze di Hamas una maggiore libertà di movimento e dunque di combattere in maniera più efficace.
Il collasso delle forniture dei generi di prima necessità si è verificato durante il mese di febbraio quando a Gaza sono entrati una media di 62 camion al giorno, contro i 200 promessi da Israele. Gli aiuti arrivano in genere nella parte settentrionale di Gaza col Programma alimentare mondiale (Pam) e l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (Unrwa). Oltre alle accuse, in gran parte strumentali, rivolte all’Unrwa da parte israeliana di collaborare con Hamas, e che hanno di fatto bloccato l’operatività di questa agenzia dell’Onu, c’è la realtà di una collaborazione con l’autorità locale palestinese al fine di scortare le derrate alimentari in un territorio devastato dalla guerra. Dunque la distribuzione degli aiuti deve fare assegnamento sulla polizia di Hamas per impedire che i camion vengano presi d’assalto dalla popolazione affamata o dalle bande che rubano i generi di prima necessità per rivenderli a prezzi esorbitanti alla borsa nera.
Secondo alcune fonti a fine febbraio Israele avrebbe cercato di coinvolgere elementi della borghesia palestinese per effettuare la distribuzione dei viveri. Agli inizi di marzo aveva avanzato la proposta di armare elementi dei clan locali di Gaza per assicurare la sicurezza dei camion, ma doveva fare i conti con le immediate reazioni di Hamas, che aveva equiparato ogni collaborazione con l’occupante al tradimento. Così i capi-clan della parte settentrionale della striscia di Gaza, in cui la presenza militare di Hamas è ancora consistente, sono stati costretti a rifiutare l’invito. Israele ha proposto lo stesso tipo di collaborazione a Fatah assegnando così all’Anp la distribuzione degli aiuti alimentari e prefigurando un ruolo politico per l’Anp nella Gaza del dopoguerra. Alcune fonti affermano che Israele stia valutando di affidare la distribuzione degli aiuti anche a milizie mercenarie, un’ipotesi che non suscita alcun entusiasmo a Washington, anche per la preoccupazione che cittadini americani vengano coinvolti in combattimenti e siano eventualmente presi in ostaggio dalle milizie palestinesi.
Anche da parte dell’Anp è stato ribadito il rifiuto di qualsiasi presenza straniera a Gaza. Anche se il numero medio di camion di aiuti è salito a 150 al giorno dopo la metà di marzo, la carestia data a lungo per imminente è ormai già in corso se si considera che prima dell’ottobre del 2023 i camion che entravano a Gaza con carichi di viveri erano circa 500 al giorno. Sembra dunque che lo Stato di Israele, come di consueto ogni Stato capitalistico in guerra, non arretri neanche di fronte alla prospettiva di condannare una parte della popolazione civile alla morte per fame.
Non si tratta di nulla di inedito, ma è un ulteriore segno del maturare di quella fase della guerra borghese in cui si passa dalla conquista e dal controllo del territorio allo sterminio diretto della popolazione a partire dalla sua componente proletaria. Un monito che deve servire a tutti i lavoratori per farsi un’idea dell’efferatezza con cui la classe dominante gestisce il lato demografico dei conflitti allo scopo di rafforzare il dominio del capitale sui salariati. Il capitale, per noi marxisti, non è un oggetto, una cosa o una macchina priva o anche dotata di cervello. Il capitale ci ricorda Marx «non è una cosa, ma un rapporto sociale fra persone mediato da cose».
Certo è difficile per una potenza in declino relativo come gli Stati Uniti non prendere le distanze dal massacro in corso e dalla reazione asimmetrica e sfrenata di Israele al sanguinario attacco subito il 7 ottobre. La strage di Gaza impensierisce le borghesie mediorientali che vedono in essa un messaggio minatorio. Così, per continuare ad avere un rapporto interlocutorio con Washington, pretendono assicurazioni circa il loro futuro. Il 25 marzo anche gli Stati Uniti hanno dovuto lasciare che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvasse una risoluzione che chiedeva il cessate il fuoco per Gaza. La rinuncia a opporre il veto da parte degli Usa ha deluso la pretesa manifestata con insistenza dal premier israeliano Netanyahu che il cessate il fuoco avrebbe impedito la possibilità di raggiungere il velleitario obiettivo militare di distruggere Hamas.
Un altro fatto questo che, al di là di ogni trattativa possibile, di ogni tregua armata di breve durata e di appelli alla pace e all’amicizia con le altre nazioni, avvicina l’intero pianeta alla meta nefasta della guerra generale fra potenze imperialiste.
Soltanto i lavoratori possono fermare la marcia macabra verso l’abisso del più grande massacro della storia cui li conduce la borghesia internazionale. Il proletariato mondiale, guidato dal suo organo di classe, il partito comunista internazionale, dovrà lottare per sé stesso e intraprendere la strada della sua rivoluzione internazionale per rovesciare l’infame regime del capitale