Partito Comunista Internazionale

Riuscitissima riunione internazionale di lavoro

Categorie: Agrarian Question, China, Chinese Revolution, Economic Works

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Un’ampia rappresentanza dei nostri militanti si è raccolta per la riunione generale del partito nei giorni 26-28 gennaio.

Come d’uso, la seduta del venerdì è stata riservata ai compagni mentre le ore finali del venerdì, il sabato e la domenica, nelle quali si sono esposte le relazioni dei gruppi di studio, sono state aperte anche a quei candidati al partito che hanno dimostrato serietà e impegno.

La maggior parte dei partecipanti era di provenienza italiana e statunitense, più piccoli gruppi o singoli militanti da altri 14 paesi, di Europa e di America.

Per le traduzioni abbiamo mantenuto la modalità delle precedenti riunioni, che si è dimostrata molto efficace, facendo trovare già ai compagni il testo dei rapporti nella loro lingua. Questo, ovviamente, comporta negli ultimi giorni e nelle ultime ore precedenti la riunione uno stretto coordinamento fra i compagni e un notevole lavorio organizzativo ed editoriale.

Questo il piano delle esposizioni:

Venerdì 26
– Democrazia e fascismo Giano bifronte della borghesia
– La guerra Russia-Ucraina

Sabato 27
– La questione agraria
– Sollevamenti armati nella Germania del 1918-19
– Per la storia del PC Internazionale
– La situazione sociale in America Latina
– La crisi economica in Giappone
– La teoria marxista delle crisi
– Il socialismo nell’impero ottomano
– La nascita del Partito Comunista di Cina

Domenica 28
– Corso della crisi economica mondiale
– La sovrapproduzione di petrolio e gas
– La guerra in Palestina
– Nostra attività sindacale negli Usa
– La questione militare: La guerra civile in Russia
– Storia del movimento operaio americano

Solo per motivi di tempo abbiamo dovuto rimandare alla nostra stampa la presentazione del rapporto sulla attività nei sindacati in Italia.

In questo numero del giornale e nel prossimo anticipiamo un riassunto dei rapporti: la pubblicazione estesa apparirà nei prossimi numeri di “Comunismo”.

La riunione si è aperta con un resoconto e bilancio del centro internazionale sulla attività del nostro partito nell’anno appena trascorso.

Abbiamo ricordato che, nonostante le nostre minime forze, almeno in termini numerici, noi lavoriamo a prefigurare il partito comunista mondiale. Non siamo una federazione di sezioni nazionali. Non ci limitiamo a tenerci periodicamente informati di quello che facciamo. Pretendiamo molto di più, di costituire e di comportarci come un unico organismo internazionale.

Questa fu l’aspirazione, e la realtà, della Associazione Internazionale dei Lavoratori, nella quale militarono Marx ed Engels. Oggi, a distanza di un secolo e mezzo, quella generosa prima aspirazione è a maggior ragione possibile, per maturità della storia e per l’accresciuta esperienza del partito.

Siamo un unico partito internazionale non perché c’è un centro mondiale che comanda a tutti, ma, prima di tutto, per il nostro istinto e bisogno di comunismo, e per la nostra volontà cosciente di una attività solidale tendente a quel fine condiviso. Attività che sappiamo essere, fuori da ogni volontarismo, necessaria e urgente.

Cerchiamo una intesa e una disciplina internazionale comune, che è possibile perché ci informiamo alla stessa comprovata e definitiva dottrina marxista, allo stesso programma politico, agli stessi moduli di relazione fra di noi.

Il compito di ricostruire il partito mondiale della rivoluzione sarebbe evidentemente velleitario e irrealistico se fossimo noi soli, se dovessimo contare solo su noi piccoli uomini di oggi, e non potessimo salire sulle spalle dei nostri maestri, dei grandi comunisti che ci hanno preceduto. Basta leggere, studiare, perché tutto è scritto. Nessuno di noi certo individualmente ha l’energia e le capacità di un Marx o di un Lenin, ma Marx e Lenin soccorrono ad aiutarci, sempre con noi, ormai ovunque a distanza, per chi li vuol cercare, di pochi click.

Il partito comunista non si fonda su una gerarchia formale ma su una rete di lavoro, su uno scambio continuo interno di contributi di studio da tutte le direzioni, teso a rintracciare il raccordo fra passato e presente. Un centro internazionale e una corrispondenza fitta e regolare fra compagni bastano a costituire l’apparato organizzativo-amministrativo del partito e a tenerci tutti assieme sulla giusta strada.

Sappiamo che la forza del partito è nella sua qualità di comunista e non nella quantità. Sono i partiti foraggiati dagli Stati che ostentano milioni di iscritti. Ma ugualmente noi ci possiamo vantare che, pochi come siamo, nell’anno trascorso ci siamo tenuti in stretto e quotidiano contatto epistolare, tramite molte migliaia di missive, con il centro e direttamente fra i compagni impegnati nella stessa attività. Lo scopo della corrispondenza non è aprire dibattiti fra opinioni, far critiche o polemiche, ma solo proporre, organizzare e farsi carico del lavoro.

È invece demandato alla stampa periodica fornire a tutto il partito un panorama aggiornato della sua attività internazionale, la sua interpretazione degli avvenimenti, le sue direttive di azione.

Le nostre frequenti riunioni integrano la corrispondenza epistolare. Abbiamo tenuto nel 2023 tre riunioni generali e tre intercalari con funzione organizzativa. A queste si sono aggiunte la riunione quindicinale in inglese, quella settimanale in italiano e in spagnolo, le settimanali di sezione a Genova e a Firenze, la periodica riunione di studi asiatici. Altre riunioni regionali si sono tenute senza periodicità fissa.

Siamo usciti regolarmente con la stampa, con sei numeri ciascuno dei nostri organi in italiano, spagnolo, inglese e turco; più due numeri della rivista “Comunismo”, con la bella storia della rivoluzione ungherese, e un numero della “Communist Left”.

La casa editrice del partito sta provvedendo alla pubblicazione a stampa dei nostri testi fondamentali in lingua inglese e in turco.

Particolare mole di lavoro di più compagni – ben coordinati, affiatati, e ormai allenati – è stata dedicata ad alimentare il sito internazionale del partito e a mantenerlo efficiente. Arriva oggi a contare più di 2.500 pagine. Oltre a presentare il partito all’esterno, costituisce l’Arca che custodisce la nostra Bibbia. Ben strutturato secondo percorsi cronologici e tematici, grazie anche a un apparato di Indici via via aggiornati, è una efficiente macchina ad uso dei compagni, ed è già un nuovo e ormai indispensabile “organizzatore collettivo”.

Che si va sempre arricchendo. Nel corso del 2023 abbiamo aggiunto 219 pagine, fra testi classici del marxismo, della Sinistra e del partito fino ad oggi, divisi in una struttura logico-storica, e nuovi contributi di approfondimento, di interpretazione, di propaganda, di polemica con nemici e falsi amici. Sono pagine in 13 lingue diverse.

La nostra propaganda si è avvalsa anche di alcune conferenze pubbliche, tenute in Italia e negli Stati Uniti, su temi attuali come la guerra, la rinascita sindacale, la storia del partito.

Certo, come sempre diciamo da materialisti, tutto è nello stesso tempo perfetto e perfettibile, nell’organico crescere e maturare del partito. E nella verifica e interpretazione dei fatti nuovi.

Di sicuro, non c’è motivo per non essere orgogliosi di tutto questo.




L’economia volgare e il capitale produttivo d’interesse

Con questa riunione si è conclusa la serie dei rapporti incentrati sullo studio delle Teorie sul Plusvalore di Marx. L’esposizione si è concentrata sui capitoli dedicati alla cosiddetta economia volgare, stadio finale della decadente scienza borghese, tappa nella quale il mondo appare completamente capovolto, fedele immagine della superficie del modo di produzione capitalistico. In questo specchio la terra diventa la fonte della rendita fondiaria, il capitale del profitto e il lavoro del salario. Gli economisti volgari traducono le rappresentazioni di coloro su cui poggia la produzione capitalistica dal punto di vista della classe dominante, ne fanno l’apologia.

Di tutte queste forme, il feticcio più compiuto è il capitale produttivo d’interesse. Qui abbiamo il punto di partenza originario del capitale – il denaro – la formula D-M-D’ ridotta ai suoi due estremi D-D’, denaro che crea più denaro. Il capitale in un determinato periodo di tempo frutta un determinato profitto, senza la mediazione del processo di produzione e circolazione; il feticcio automatico si completa, è il valore che valorizza sé stesso, e in questa forma non porta più i segni della sua origine. Il rapporto sociale viene rappresentato come rapporto della cosa con sé stessa.

Poiché, in base ai rapporti di produzione capitalistici, una determinata somma di valore conferisce il potere di estrarre gratuitamente dagli operai una determinata quantità di lavoro, il denaro stesso può esser venduto come capitale, ma come una merce sui generis. Col denaro io permetto a un altro di appropriarsi di plusvalore. È dunque consequenziale che io riceva una parte di tale plusvalore.

Poiché nel processo capitalistico di produzione il valore del capitale si perpetua, è logico che, se si vende il denaro come capitale, esso dopo un certo periodo di tempo ritorni al venditore e che egli non lo alieni mai come fa con la merce, ma ne conservi la proprietà. Lo spostamento del denaro, quando è prestato come capitale, e quindi non viene trasformato in capitale reale ma entra come capitale nella circolazione, non esprime altro che trasferimento del medesimo denaro da una mano all’altra. Il titolo di proprietà resta nelle mani del prestatore, ma il possesso passa nelle mani del capitalista industriale.

Il periodo di rotazione dipende dal processo reale di produzione. Nel capitale produttivo d’interesse invece il suo ritorno come capitale pare dipendere unicamente dalla convenzione fra colui che presta e colui che prende in prestito, di modo che, per effetto di questa transazione, il ritorno del capitale non appare più come un risultato determinato dal processo di produzione, ma è come se il capitale non perdesse neppure per un istante la forma di denaro. L’interesse, in quanto distinto dal profitto, rappresenta il valore della mera proprietà del capitale.

L’interesse non è che una parte del profitto classificata sotto un nome a sé. L’interesse appare qui come ciò che è inerente al capitale come tale, indipendentemente dal processo di produzione, e quindi alla mera proprietà del capitale, indipendentemente dai rapporti che danno a questa proprietà il carattere della proprietà capitalistica, contrapposto al lavoro.

Se l’interesse appare come una creazione di plusvalore inerente alla mera proprietà del capitale, il profitto industriale appare invece come una mera aggiunta che colui che prende in prestito il capitale realizza con l’impiego produttivo che ne fa. È l’interesse e non il profitto che appare come la creazione di valore del capitale, che scaturisce dal capitale come tale, quindi come il reddito particolare creato dal capitale. È in questa forma, perciò, che lo concepiscono anche gli economisti volgari. In questa forma è cancellata ogni mediazione, e la figura di feticcio è compiuta.

Al saggio generale del profitto corrisponde un saggio generale dell’interesse. Il saggio generale del profitto appare come un fatto incomparabilmente meno solido che il saggio dell’interesse. Per alcuni anni il saggio del profitto in determinate sfere è più alto, negli anni seguenti è più basso. Considerando gli anni nel loro insieme ne risulterà il saggio di profitto medio. In questo modo, però, esso non si manifesta mai come un dato immediato, ma solo come la risultante di oscillazioni contraddittorie.

Per il tasso d’interesse le cose stanno diversamente. Nella sua generalità è un fatto fissato quotidianamente, che al capitalista industriale serve perfino come un elemento di calcolo. Un tasso d’interesse determinato e fisso esiste non soltanto in media, ma anche di fatto, mentre sono piuttosto le deviazioni che appaiono come eccezioni motivate da circostanze particolari.

Per il capitale monetario si contrappongono solo due specie di compratori e venditori. Da un lato la classe di capitalisti che prestano, dall’altro quella dei capitalisti che prendono a prestito. La merce ha la medesima forma: denaro. Tutte le forme particolari che il capitale assume a seconda della particolare sfera di produzione o di circolazione, in cui è investito, sono qui cancellate. La concorrenza delle sfere particolari qui cessa: sono tutte raggruppate in quanto tutte prendono a prestito. Il capitale si contrappone ad esse nella forma in cui è ancora indifferente alle forme del suo impiego.

A ciò si aggiunge il fatto che con lo sviluppo della grande industria il capitale monetario è sempre meno rappresentato dal singolo capitalista, ma si concentra e si presenta come il controllo dei banchieri che rappresentano il capitale. Di modo che, per quanto riguarda la forma della domanda, gli si contrappone il peso di una classe, ma in pari tempo, per ciò che riguarda l’offerta, si rappresenta come capitale prestabile en masse.

Il denaro come la forma modificata della merce era ciò da cui siamo partiti. Il denaro come la forma modificata del capitale è ciò a cui perveniamo.

In conclusione si sono affrontate le differenze essenziali tra l’economia classica e la volgare, in quanto la prima cerca di ricondurre analiticamente le differenti forme della ricchezza alla loro intima unità e di spogliarle della figura di indifferente giustapposizione. Vuol comprendere il nesso interiore a differenza della molteplicità delle forme di manifestazione. Perciò riduce la rendita a sovrapprofitto. Allo stesso modo spoglia l’interesse della sua forma autonoma e rivela che è una parte del profitto. Questo si risolve in plusvalore, poiché il valore dell’intera merce si risolve in lavoro; la quantità pagata del lavoro in essa contenuto si risolve in salario, e quindi l’eccedenza si risolve in lavoro non pagato.

Diversamente stanno le cose per l’economia volgare, la quale si fa largo solo quando l’economia con la sua analisi ha già dissolto i propri presupposti. Solo quando l’economia politica ha raggiunto una certa ampiezza di sviluppo e si è data forme stabili la sua componente volgare se ne stacca come esposizione particolare dell’economia.

L’ultima forma è la forma professorale, che procede “storicamente” e, con saggia moderazione, raccoglie qua e là il “meglio”, senza badare a contraddizioni. Lavori di questo genere appaiono però solo quando si chiude il cerchio dell’economia politica come scienza e, pertanto, sono nello stesso tempo le tombe di questa scienza.

Mentre la forma dell’estraniazione dà da fare agli economisti classici, ed essi tentano di disfarsene con l’analisi, l’economia volgare si sente invece a suo agio soltanto nell’estraneità in cui si contrappongono le differenti partecipazioni al valore. Come uno scolastico si trova a suo agio in Dio-Padre, Dio-Figlio e Dio-Spirito Santo, così l’economista volgare in terra-rendita, capitale-interesse e lavoro-salario. È questa la forma in cui tali rapporti sembrano immediatamente connessi nella manifestazione, ed è in questa forma che vivono nelle idee degli agenti della produzione capitalistica.

Gli agenti della produzione capitalistica vivono in un mondo stregato in cui le sue relazioni appaiono loro come proprietà delle cose. Il capitale produttivo d’interesse è personificato nel capitalista monetario, quello industriale nel capitalista, il capitale produttivo di rendita nel proprietario fondiario e il lavoro nell’operaio salariato. Con quest’aspetto, come figure fisse che appaiono come meri rappresentanti di oggetti personificati, entrano nella concorrenza e nel reale processo di produzione. La concorrenza presuppone questa esteriorizzazione. Sono le forme che le sono consone, naturali e storiche, e nella loro manifestazione superficiale è il movimento di questo mondo capovolto.


La questione agraria in Kautsky

Il rapporto sulla questione agraria ha affrontato i rapporti di produzione e il cosiddetto “sistema a tre campi” che caratterizzava l’economia rurale nel medioevo. In questa parte del lavoro si è utilizzato il testo La questione agraria di Kautsky, che ha analizzato in maniera chiara, da un punto di vista marxista, questa determinata fase del modo di produzione feudale.

I rapporti di proprietà e i modi di conduzione che si erano sviluppati nelle campagne dopo le tempestose migrazioni dei popoli nei paesi occupati dai Germani, si conservarono, con poche eccezioni, fino al XVIII secolo inoltrato. Vi si trovava un coesistere della proprietà comune della terra, richiesto per lo sfruttamento dei pascoli, e la proprietà privata, con sfruttamento dei campi da parte della famiglia contadina. Se ogni famiglia contadina formava una comunità domestica, ogni villaggio era una comunità economica chiusa, autosufficiente, la cosiddetta comunità di marca. Con il sistema a tre campi produceva dalla terra quanto serviva al suo fabbisogno, senza gli inconvenienti dello sfruttamento intensivo adottato in seguito dal modo di produzione capitalistico, che ha isterilito enormi estensioni di territorio rurale.

Leggiamo Kautsky: «Il punto di partenza dell’azienda contadina fu la masseria divenuta proprietà privata. Essa comprendeva, oltre la casa e gli edifici aziendali necessari, un recinto di terra attorno al fabbricato. La recinzione comprendeva l’orto nel quale si trovavano gli erbaggi più necessari, con legumi, lino, alberi da frutta ecc. Il villaggio era composto da un numero più o meno grande di simili masserie. Al di fuori del villaggio si trovava il territorio suddiviso, i campi da coltivare. Questo territorio, dove dominava la coltura a tre campi, nella maggior parte dei casi si divideva in tre Fluren o Zelgen. Ogni Zelge si divideva a sua volta in vari Gewanne o Kampe, cioè in superfici coltivabili che differivano tra loro per esposizione e qualità del suolo. In ciascun Kampe ogni masseria possedeva un lotto di terra in proprio.

«Al di fuori del territorio suddiviso vi era un territorio non suddiviso (Allmende, territorio comune), cioè la foresta e i pascoli. Il territorio non suddiviso veniva sfruttato in comune dalla comunità. Sulla terra arabile ogni famiglia coltivava per sé stessa i lotti di sua proprietà, ma non secondo il suo arbitrio. Nei campi si coltivavano i cereali per l’alimentazione umana. Ma l’allevamento, lo sfruttamento dei pascoli, dominava ancora tutta l’economia agricola. E se la coltivazione della terra era divenuto affare privato delle diverse famiglie, lo sfruttamento dei pascoli rimaneva affare di tutta la comunità.

«Questa forma di economia reagì sui rapporti di proprietà. Come terra arabile il suolo era proprietà privata, come pascolo proprietà comune. Ogni campo dopo il raccolto era abbandonato al pascolo, e come tale a disposizione della comunità per il pascolo in comune. Anche le terre incolte erano utilizzate come pascolo comune per tutto il bestiame del villaggio. Ciò sarebbe stato impossibile se ogni famiglia del villaggio avesse coltivato il proprio lotto di terra a suo arbitrio. Così esisteva un obbligo di coltura all’interno di ogni Flur o Zelge. Ogni anno una delle tre sezioni di terra arabile restava non coltivata, una seconda era destinata alla coltivazione dei prodotti seminati in autunno, una terza alla coltivazione dei grani primaverili. Ogni anno si ruotava la cultura delle sezioni…

«Questo sistema di conduzione agricola dominò dovunque si erano stabiliti popoli germani. Che i contadini fossero in condizioni di conservare completamente la loro libertà, che vi fossero stabiliti censitari del dominio di un signore, che avessero rinunciato alla loro indipendenza per mettersi sotto la protezione di un potente padrone o che fossero stati asserviti con la forza, tutto ciò non faceva, da questo punto di vista, nessuna differenza.

«Era un sistema di conduzione di una efficacia e di resistenza considerevoli, veramente conservatore, nel senso migliore della parola. Il benessere e la sicurezza dell’esistenza del contadino si fondavano sull’organizzazione della comunità di marca, oltre che sull’artigianato domestico. Il sistema a tre campi, con la foresta e il pascolo, non aveva bisogno di rifornimenti dall’esterno, producendo da sé il bestiame e i concimi necessari per coltivare la terra e impedire l’esaurimento del suolo. D’altra parte la comunanza dei pascoli e dei campi coltivati creava fra i membri del villaggio una solida coesione che li difendeva efficacemente da uno sfruttamento eccessivo da parte di forze esterne».

Kautsky così conclude con l’inesorabile avvento del modo di produzione capitalistico: «Ma per quanto solido fosse questo sistema di economia, lo sviluppo dell’industria urbana, e correlativamente del commercio, lo colpì a morte, così come colpì l’artigianato contadino».

L’esposizione è proseguita illustrando le varie fasi e le modalità di questa produzione, compresi i cosiddetti diritti banali, che trassero origine in molte marche dei villaggi dall’imposizione di consumare tutto quanto si produceva all’interno della marca stessa. Le restrizioni imposte dai diritti banali stridevano nettamente con ciò che il divenire del mercato imponeva al contadino e alla produzione agricola. L’equilibrio economico della marca fu presto turbato: i prodotti della terra divennero merci e ricevettero un valore di mercato, anche il suolo stesso divenne merce e acquisì un prezzo. Quanto più, all’inizio dell’epoca moderna, la produzione mercantile agricola si espandeva, tanto minore diventava quella sovrabbondanza di terra che avevano trovato i germani, in regioni dove aveva dominato l’economia pastorale nomade, completata da un’estesa caccia e una limitata e primitiva coltivazione dei campi.

Il rapporto dava ancora la parola a Kautsky: «All’inizio del XV secolo le guerre degli Ussiti in Boemia e il rovesciamento della potenza dell’Ordine teutonico in Polonia posero fine all’ulteriore avanzata della colonizzazione tedesca verso Oriente. Ma nella stessa epoca la popolazione dell’Europa centrale, se non aveva ancora raggiunto il massimo reso possibile dal suo modo di produzione, aveva tuttavia raggiunto uno sviluppo sufficiente a far sì che cessasse la sovrabbondanza della terra. Così sorse la possibilità nonché l’aspirazione di monopolizzare quello che è il più importante dei mezzi di produzione. Per questo si sprigionarono le lotte più accanite e violente fra i contadini e la nobiltà, lotte che sono durate fino ai nostri tempi e che, a dire il vero, non hanno mai cessato del tutto, ma le cui battaglie decisive si sono combattute in Germania fin dal XVI secolo. I loro risultati furono quasi dappertutto favorevoli alla nobiltà feudale, che si sottometteva alla potenza crescente dello Stato ed otteneva così il suo aiuto contro i contadini.

«La nobiltà vittoriosa cominciò essa stessa a produrre merci in un modo che costituisce una singolare mescolanza di capitalismo e di feudalesimo. Essa cominciò a produrre plusvalore in grandi aziende, non impiegando però ordinariamente lavoro salariato, ma lavoro forzato di tipo feudale. La sua politica forestale così come il suo sfruttamento dei pascoli e della terra riduceva il territorio dei contadini e minava l’equilibrio del sistema a tre campi.

«Quello che conveniva di più all’azienda feudale-capitalistica, alla produzione mercantile in grandi aziende nella campagna, era la silvicoltura. Da quando lo sviluppo delle città aveva fatto del legname una merce ricercata – e allora non era ancora stato sostituito dal carbone e dal ferro, ed era quindi assai più usato che non al giorno d’oggi come combustibile e come materiale da costruzione – i signori feudali cercarono di impadronirsi della foresta prendendola alla comunità della marca che la possedeva, o, nel caso che fosse già di loro proprietà, limitando il più possibile i diritti di uso dei membri della marca per quanto riguardava i rifornimenti di legname e di paglia, e l’utilizzazione dei pascoli (…)

«L’esclusione dei contadini dall’uso della foresta fu favorito dallo sviluppo della caccia. Le armi da caccia erano originariamente anche armi da guerra e la caccia stessa era la scuola preparatoria alla guerra. Finché la caccia fu necessaria per sopperire ai bisogni dell’uomo libero, questi fu anche un guerriero. Quando la caccia passò in secondo piano rispetto alla coltivazione del suolo come fonte dei mezzi di sussistenza, ciò portò a una divisione del lavoro tra “ceto produttore di mezzi di sussistenza” e “ceto guerriero”, che in verità aveva anche altre cause. Viceversa quanto più la guerra toccava esclusivamente alla nobiltà, tanto più la caccia divenne uno sport esclusivamente nobile».

La ricostruzione di questa fase storica è stata approfondita con la lettura di un paragrafo dei Grundrisse di Marx dal titolo “Agricoltura domestica all’inizio del XIV secolo” circa la produzione degli utensili di lavoro da parte degli stessi farmers. Si è poi ricordato come lo sviluppo della produzione mercantile avesse l’effetto di una limitazione crescente della terra coltivabile a disposizione dei contadini, in particolare di prati e boschi. Questo avvenne molto prima che si presentasse una effettiva sovrappopolazione, ovvero prima ancora che si superasse quella quota di popolazione che potesse essere comunque nutrita dal sistema predominante di sfruttamento della terra. Di conseguenza «l’esistenza del contadino fu così colpita alle fondamenta».


Il terzo congresso del Partito Comunista di Cina

Nel maggio del 1923, con le “Istruzioni dell’Esecutivo al terzo Congresso del PCdC” i vertici dell’Internazionale chiarivano alcuni aspetti relativi alla rivoluzione nazionale in Cina.

Innanzitutto sulla questione contadina si affermava: «la rivoluzione nazionale in Cina e la creazione di un fronte antimperialista coincideranno necessariamente con la rivoluzione agraria dei contadini contro le sopravvivenze del feudalesimo. La rivoluzione sarà vittoriosa soltanto se il movimento riuscirà ad attrarre la componente fondamentale della popolazione cinese, i contadini (…) Di conseguenza il partito comunista, come partito della classe operaia, deve tendere a stabilire l’unità fra gli operai e i contadini».

Parole d’ordine della rivoluzione agraria dovevano essere: «la confisca delle terre dei grandi proprietari fondiari, dei monasteri e della Chiesa, il loro trasferimento senza indennizzo ai contadini (…) l’abolizione del canone di locazione (…) la soppressione dell’attuale sistema tributario».

Il documento continuava con importanti dichiarazioni sull’atteggiamento del Partito nella rivoluzione in Cina: «È superfluo sottolineare che la direzione deve appartenere al partito della classe operaia (…) Rafforzare il partito comunista facendone un partito di massa del proletariato, riunire le forze della classe operaia in sindacati, questo è il compito che incombe ai comunisti».

Era però nella delicata questione dei rapporti con il Kuomintang che iniziava ad essere smarrita la corretta strada rivoluzionaria, sia illudendosi di potere utilizzare tale partito come strumento della rivoluzione nelle campagne, ma soprattutto confermando la pericolosa politica di lavorare al suo interno: «Il partito comunista deve costantemente spingere il Kuomintang dalla parte della rivoluzione agraria (…) Confisca della terra in favore dei contadini poveri, e attuare tutta una serie di altre misure rivoluzionarie» nelle zone occupate da Sun Yat-Sen, per «garantirgli l’appoggio dei contadini e allargare la base della rivoluzione antimperialista».

«D’altra parte dobbiamo lottare con ogni mezzo all’interno del Kuomintang contro qualsiasi accordo militare fra Sun Yat-Sen e i signori della guerra».

Se da un lato si poneva correttamente la questione contadina alla base della rivoluzione in Cina, ponendo la classe operaia alla testa delle masse contadine, dall’altro lato si pensava di potere spingere il Kuomintang a sostenere la rivoluzione nelle campagne, nonostante l’orientamento di questo partito nei confronti della questione agraria fosse già stato criticato al Congresso dei Toilers dell’anno precedente.

Mancava una sufficiente chiarezza circa la natura sociale del partito nazionalista e della situazione nelle campagne cinesi, dove, accanto alle sopravvivenze feudali, vi era una grande borghesia legata da stretti vincoli alla vecchia proprietà fondiaria, in un complicato intreccio fatto di percettori di affitto, usurai, mercanti, funzionari statali, proprietari di fabbrica, e personaggi che univano due o più di queste funzioni, interessati gli uni come gli altri a spremere il contadiname e mantenerlo in soggezione.

Tale mancanza di chiarezza portava ad omettere la conclusione, che la grande borghesia cinese, legata da interessi economici alla vecchia proprietà feudale, sarebbe stata disposta a fare blocco comune con le rimanenze della Cina preborghese per difendere i propri privilegi contro gli operai e i contadini, il cui movimento rivoluzionario avrebbe mandato all’aria l’intera struttura politica e sociale della Cina di allora.

Il terzo Congresso del Partito Comunista di Cina fu convocato a Canton per il giugno del 1923, sotto la supervisione di Maring, con la partecipazione di 17 delegati in rappresentanza di oltre 400 membri (l’anno precedente erano stati circa 200). Il principale risultato del Congresso fu l’approvazione da parte della maggioranza dei delegati della linea dell’ingresso dei comunisti nel Kuomintang. Ma la discussione fu ampia e aspra, con un gruppo di delegati che si opposero apertamente e nettamente, e molti altri che votarono a favore con riluttanza.

La questione al centro della disputa al terzo Congresso era una continuazione di quanto già emerso l’agosto dell’anno prima, subito dopo il secondo Congresso del PCdC, che aveva affermato la centralità della rivoluzione nazionale e la necessità della cooperazione tra il PCdC e il Kuomintang. La questione che venne discussa era la forma che doveva assumere questa cooperazione, e se, dopo che era stato stabilito di lavorare al suo interno nel Plenum dell’agosto del 1922, tutti i membri del PCdC o solo un limitato numero di essi dovessero entrare nel Kuomintang.

L’interpretazione che Maring dava delle istruzioni ricevute da Mosca era che tutti i membri del PCdC, senza nessuna eccezione, dovessero unirsi al Kuomintang e partecipare attivamente al lavoro all’interno del partito nazionalista. Si escludeva pertanto la possibilità di limitare la partecipazione per tenere in vita un campo rivoluzionario con diversi partiti e gruppi politici. Dato che il compito centrale in Cina era rappresentato dalla rivoluzione nazionale, tutto il lavoro avrebbe dovuto essere fatto dal Kuomintang.

Restava l’indipendenza organizzativa del PCdC e la sua libertà di critica, ma essendo il movimento operaio, benché indipendente, parte della rivoluzione nazionale, il PCdC avrebbe dovuto reclutare un gran numero di lavoratori per il Kuomintang, accettandone la guida nella rivoluzione nazionale.

Alla base della posizione di Maring era una valutazione piuttosto riduttiva della forza del Partito Comunista di Cina. «Il nostro gruppo è ancora tale che non si può chiamare Partito» scriveva Maring nel suo rapporto all’ECCI del 31 maggio 1923, mentre in una lettera a Bucharin dello stesso giorno scriveva: «La Cina è molto arretrata rispetto all’India e alle Indie olandesi. La situazione economica è tale che parlare di partito comunista nella fase attuale è un’utopia. Avrà origine in un ulteriore sviluppo del movimento nazionalista». Tale valutazione negativa della situazione cinese portava a vedere nel Kuomintang il protagonista e l’unica guida possibile della rivoluzione in Cina, in cui far confluire le già esigue forze comuniste.

Il terzo Congresso del PCdC accolse la linea promossa da Maring e sostenuta dall’Internazionale e adottò nuove risoluzioni per riorientare la politica del partito rispetto alle decisioni che erano state prese al congresso dell’anno precedente.

Ciò è quanto veniva espresso nella “Risoluzione sul movimento nazionalista e la questione del Kuomintang”: «Dal momento che la classe operaia non è diventata potente, naturalmente non è possibile sviluppare un PC forte, un grande partito di massa, per soddisfare le esigenze dell’attuale rivoluzione. Pertanto l’ECCI ha approvato una risoluzione secondo cui il PCdC deve cooperare con il KMT cinese. I membri del PC devono aderire al KMT».

I punti fondamentali dei documenti congressuali furono poi riportati nel Manifesto del Congresso, che affermava perentorio: «Il KMT dovrebbe essere la forza centrale della rivoluzione nazionale e assumerne la guida».

Quindi al terzo Congresso furono prese decisioni sul tema dell’indipendenza politica e organizzativa del Partito Comunista di Cina, il quale, abdicando al ruolo di guida della rivoluzione in Cina in favore del partito della borghesia cinese, veniva fatto scivolare nel pantano del menscevismo.

Anzi, la strada che si stava per intraprendere in Cina era anche peggiore di quella percorsa dal menscevismo russo, in quanto, mentre i menscevichi russi avevano potuto mantenere la loro indipendenza organizzativa, separati dal partito della borghesia russa, i comunisti cinesi furono spinti all’interno del partito della borghesia cinese, e vi restarono intrappolati fino al sanguinoso epilogo nel 1927.

Questo sconfinamento nel pantano dell’opportunismo ha certamente per protagonisti degli interpreti che si sono fatti portavoce di clamorosi errori rispetto alla teoria rivoluzionaria restaurata dalla Terza Internazionale nei suoi primi due Congressi. Ma lo stravolgimento della corretta prospettiva rivoluzionaria affonda le sue radici nell’andamento della rivoluzione mondiale che, se aveva portato alla conquista del potere in Russia, ritardava ad estendersi nei paesi capitalisticamente sviluppati d’Europa.

Le esigenze della sopravvivenza dello Stato sovietico premevano sulla sua politica estera, che veniva orientata alla ricerca di alleati, temporanei, nel resto del mondo borghese e anche preborghese, per poter far leva sui contrasti dei principali imperialismi e indebolirli. Gli interessi diplomatici dello Stato sovietico, isolato in seguito al riflusso della rivoluzione mondiale, richiedevano un governo amico in Cina. Tale ricerca di un alleato in Oriente, fece individuare nel Kuomintang, col suo centro di potere nella Cina del Sud, l’alleato su cui puntare in Cina. Da quel momento, la politica estera sovietica in Cina si focalizzò sul mantenimento della cooperazione con la fazione liberale della borghesia.

Fu da questa esigenza che scaturì l’ordine al PCdC di unirsi al KMT fin dall’estate del 1922, tattica che veniva definitivamente approvata al terzo Congresso. Il prezzo pagato fu la consegna del PCdC al Kuomintang, la sua subordinazione al partito della borghesia cinese e la perdita della sua indipendenza politica ed organizzativa.