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Germania – Crisi del capitale e risorgente fascismo

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La stagnazione economica in Germania, tradizionalmente locomotiva dell’economia dell’Europa occidentale, ha dato vita negli ultimi mesi a un malcontento sociale e a un’impennata di consensi per il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), nonché al riemergere di fazioni esplicitamente naziste.

Per contro il fine settimana del 20-21 gennaio ha visto mobilitazioni di massa contro l’estrema destra in molte città tedesche, dopo che è stato rivelato che l’AfD e i suoi alleati si erano incontrati per discutere proposte di deportazione di milioni di migranti e cittadini di origine non tedesca. Per la maggior parte, i manifestanti si sono radunati dietro la bandiera della “difesa della democrazia”.

Come negli anni Trenta questo nuovo fascismo è il prodotto diretto del capitalismo. L’economia della Germania attraversa un lungo periodo di relativo declino. La crescita della produzione industriale non si è completamente ripresa dagli shock della pandemia, dalla debolezza della domanda di esportazioni in altri Paesi, dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento, dall’inflazione, dagli alti tassi di interesse e dalla guerra in Ucraina. Nel 2023 la produzione industriale in Germania è diminuita del 1,5%. Rispetto al picco raggiunto nel 2007, è diminuita del 2,5%.

Questa difficoltà nella riproduzione del capitale ha creato scompiglio all’interno del governo federale, guidato dal Partito Socialdemocratico (SPD) sostenuto dal Partito Verde e dai Liberi Democratici (FDP), partito liberale economicamente conservatore: la cosiddetta Ampelkoalition, la “coalizione semaforo”, rosso, verde e giallo. Dopo settimane di litigi tra questi partiti su dove dovesse cadere la scure della spesa pubblica, il 18 gennaio la commissione parlamentare per il bilancio federale l’ha elevato a 476,8 miliardi di euro con nuovi prestiti per 39 miliardi.

Il governo è vincolato dalla Schuldenbremse (freno al debito), in vigore dal 2009 introdotta dal governo di Grande Coalizione di Angela Merkel, che limita il nuovo debito pubblico annuale allo 0,35% del prodotto interno lordo. Il provvedimento obbliga il governo federale a pareggiare i bilanci senza ricorrere a nuovi prestiti e a ridurre il debito nel medio termine. Fu originariamente introdotto per far fronte alla crisi finanziaria globale del 2008 e per mantenere la Germania all’interno delle regole dell’Eurozona. Può essere sospeso solo in situazioni eccezionali, come è avvenuto recentemente durante la pandemia di coronavirus. Ma non erano stati previsti periodi così prolungati di bassa crescita.

Per aggirare le restrizioni, la coalizione ha cercato di riassegnare 60 miliardi di euro non utilizzati per il coronavirus al Fondo per il clima e la trasformazione. Tuttavia nel novembre scorso la Corte costituzionale federale di Karlsruhe ha stabilito che questa riallocazione era incostituzionale e i 60 miliardi sono stati rimossi dal bilancio.

Dopo diversi anni di sospensione la Schuldenbremse tornerà quindi ad avere pieno effetto. Sebbene alcune fazioni della coalizione abbiano parlato di sospenderla nuovamente in determinate circostanze, nel frattempo sono stati imposti tagli drastici e molti appaltatori di lavori pubblici non sono stati pagati. Le misure previste che colpiranno i lavoratori includono l’aumento del prezzo della benzina e del riscaldamento, una tassa sui biglietti dei voli passeggeri e una più severa limitazione dei salari nei servizi finanziati con fondi pubblici, come la rete ferroviaria. Il governo propone inoltre di tagliare ogni anno, dal 2024 al 2027, il sussidio federale al regime di assicurazione pensionistica di 600 milioni di euro.

La misura che finora ha suscitato l’opposizione più accesa è l’abolizione graduale degli sgravi fiscali sul gasolio agricolo. L’aumento dei costi del carburante e dei mangimi importati, dei fertilizzanti ecc. ha messo in pericolo i piccoli agricoltori. In migliaia hanno bloccato i centri urbani con i trattori. Nel frattempo, l’inflazione, anche se ora si sta attenuando, ha ulteriormente eroso la capacità di spesa e il tenore di vita della classe operaia in Germania. L’inflazione sugli alimenti ha raggiunto un massimo del 21,2% nel marzo 2023 e si attesta ancora al 4,6%.

I giovani sono particolarmente colpiti dall’aumento dei prezzi degli affitti. Nel secondo trimestre del 2023, gli affitti degli appartamenti a Berlino erano in media di circa 13,23 euro al metro quadro al mese. Nell’ultimo decennio gli affitti a Berlino sono più che raddoppiati.

Anche se la Schuldenbremse venisse effettivamente sospesa, ciò porterà poco sollievo alla classe operaia: probabilmente ciò avverrà solo per finanziare ulteriormente la guerra in Ucraina, che è già costata allo Stato tedesco oltre 22 miliardi di euro in termini di sussidi e forniture di armi. Il ministro del bilancio della SPD, Dennis Rohde, ha recentemente dichiarato: «Credo che la lotta ucraina per la libertà non debba alla fine fallire a causa di una visione conservatrice delle regole del debito». Il capitalismo tedesco vede infatti enormi opportunità future di sviluppo economico in un’Ucraina sottratta all’influenza russa.

Tuttavia, l’impatto immediato del taglio del gas russo e l’interruzione delle forniture alimentari hanno imposto un costo stimato l’anno scorso dall’Associazione delle Camere di Commercio e Industria tedesche (DIHK) tra i 100 e i 160 miliardi di euro, pari a circa 2.000 euro per abitante.


I lavoratori delle ferrovie guidano la resistenza

In questo nuovo ciclo di austerità i ferrovieri stanno guidando la resistenza alla crescente pressione sui lavoratori affinché facciano di più per meno. Dopo due scioperi di avvertimento di 24 ore a novembre e dicembre, il sindacato dei macchinisti GDL ha indetto una votazione che ha portato a un 97% di voti a favore di uno sciopero a tempo indeterminato. Tuttavia, la dirigenza della GDL si è rifiutata di dare seguito alla volontà dei suoi iscritti. All’inizio di gennaio è stato indetto uno sciopero di tre giorni e un ulteriore sciopero di sei giorni a partire da mercoledì 24 gennaio.

Deutsche Bahn ha offerto un aumento salariale dell’11% in 32 mesi, cioè il 3,7% all’anno, ben al di sotto dell’attuale tasso di inflazione, e quindi una riduzione del potere di acquisto. Tuttavia, lo sciopero non riguarda principalmente la retribuzione, ma le condizioni di lavoro. Gli investimenti insufficienti hanno lasciato la rete ferroviaria tedesca allo sbando e sono i macchinisti a pagarne il prezzo più alto, con lunghi orari di lavoro, cambi di turno con breve preavviso e nessun riconoscimento dello stress mentale e dei danni alla vita familiare che ne derivano. I macchinisti chiedono una riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore con una compensazione salariale completa – una richiesta che si protrae da tempo e sulla quale non si sono registrati progressi.

Il 5 gennaio la Deutsche Bahn (DB), ha fatto un’”offerta” in base alla quale i conducenti sarebbero stati costretti a finanziare da soli la riduzione dell’orario di lavoro – di fatto un taglio del 2,6% dello stipendio per ogni ora di riduzione dell’orario di lavoro. La DB è di proprietà dello Stato e il governo per questa tornata di contrattazioni collettive ha già prefissato il costo per le ferrovie come parte dei suoi tagli selvaggi alla spesa pubblica. L’accordo proposto è stato ovviamente riportato in modo disonesto dai media, provocando ulteriore rabbia tra i macchinisti. Alla fine un accordo è stato raggiunto lo scorso 26 marzo che prevede la riduzione “non obbligatoria” dell’orario di lavoro da 38 a 35 ore. Ne riferiremo più dettagliatamente sul prossimo numero.


Un settore è in piena espansione

Nonostante la crisi economica, il settore è in piena espansione: quello degli armamenti. Nel 2023, la coalizione-semaforo (che include il Partito Verde, un tempo “pacifista”!) ha approvato esportazioni di armi per 12,2 miliardi di euro, con un aumento del 40% rispetto al 2022. Le consegne di armi tedesche all’Ucraina sono quasi raddoppiate nel 2023 e hanno rappresentato la maggior parte delle esportazioni nel secondo anno di guerra, con 4,44 miliardi di euro, secondo i dati diffusi dal Ministero federale dell’Economia.

Altri importanti mercati di esportazione sono la Norvegia (1,2 miliardi di euro), l’Ungheria (1,03 miliardi), il Regno Unito (654,9 milioni), gli Stati Uniti (545,4 milioni) e la Polonia (327,9 milioni). La Germania ha interessi imperialistici anche in Estremo Oriente. Da tempo la Corea del Sud è il maggiore mercato di esportazione per i produttori di armi tedeschi al di fuori della NATO, con 256,4 milioni di euro di vendite nel 2023. A dicembre, Berlino e Seul hanno firmato accordi per migliorare la loro cooperazione in materia di intelligence e militare-industriale.

La Germania ha anche contribuito massicciamente alla guerra di Israele a Gaza, decuplicando il valore delle sue esportazioni a 323,2 milioni di euro. Lo Stato tedesco è uno dei più solidi alleati di Israele e i produttori di armamenti come Rheinmetall ne sono tra i maggiori beneficiari. Il prezzo delle azioni della società è salito di circa il 15% in soli cinque giorni dall’inizio del conflitto a Gaza. Attualmente Rheinmetall sta lavorando con il partner israeliano Elbit Systems a sviluppare un nuovo obice gommato da 155 millimetri e droni da combattimento avanzati. Non si tratta di un traffico a senso unico: nel 2024 la Germania spenderà 25 milioni di euro per la fornitura da Elbit di sistemi missilistici a lancio multiplo all’avanguardia PULS (Precise and Universal Launching System).

In effetti il bilancio militare della Germania è una notevole eccezione ai tagli di spesa, con un aumento di 1,7 miliardi di euro fino alla cifra record di 51,8 miliardi. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha fornito la motivazione per un aumento della quota militare del bilancio, con un fondo di 100 miliardi di euro istituito per modernizzare le forze armate tedesche.

La Germania si è impegnata a rispettare l’obiettivo della NATO di destinare il 2% del PIL alle spese militari o, come la borghesia preferisce chiamarle, alla “difesa”. Fatto è che la borghesia tedesca sta assumendo una posizione più aggressiva sulla scena internazionale.


L’ascesa del nazismo

Le pressioni economiche, unite alla rinascita del militarismo tedesco, hanno determinato un’impennata di consensi per il populismo di estrema destra e per l’AfD in particolare, che, come in altri Paesi, sostiene l’esistenza di una cospirazione tra “l’establishment politico” e gli immigrati contro la popolazione tedesca “autoctona”.

Ha cercato di sfruttare le proteste dei contadini con una retorica che riecheggia la propaganda “Sangue e suolo” con cui i nazisti si rivolgevano alle comunità rurali dopo la catastrofe economica del 1929.

L’AfD fu fondato nel 2013 da economisti e accademici conservatori che si opponevano alla introduzione dell’euro e a una maggiore integrazione politica in Europa. Ma le sue politiche e la sua dirigenza sono cambiate dopo l’arrivo di un milione di rifugiati dal Medio Oriente nel 2015, accolti da Angela Merkel come risposta a una profonda sfida demografica per la Germania: il rapido invecchiamento della popolazione e i bassi tassi di natalità. Oggi, molti capi dell’AfD incolpano di ogni problema sociale ed economico non solo i recenti immigrati, ma anche tutti coloro che non hanno origini tedesche – e si tratta di un quinto della popolazione totale. Prezzi alti? Colpa degli stranieri. Affitti alti? Troppi stranieri. Cattiva assistenza sanitaria? Colpa degli stranieri. ecc.

Tuttavia, l’AfD si è anche affermato come l’unico grande partito politico che si oppone alla guerra in Ucraina. Non che lo faccia per una ragione benevola: vuole che le armi rimangano in patria per essere utilizzate dalle forze armate tedesche piuttosto che esportarle.

Lo slogan dell’estrema destra tedesca è ora passato dal voler fermare o rallentare l’immigrazione a “Re-migrazione”. Nel novembre 2023 rappresentanti di alto livello dell’AfD si sono “discretamente” incontrati a Lehnitzsee, a nord di Potsdam, con altri esponenti di destra e dirigenti di azienda per discutere i piani di espulsione di chi di origine straniera vive in Germania. Vi hanno partecipato anche due membri del Partito Cristiano-Democratico di Centro della Germania (CDU), entrambi facenti parte dell’associazione nel loro partito “Unione dei Valori” (WerteUnion).

Martin Sellner, un esponente austriaco di spicco del “Movimento identitario”, ha presentato piani per esortare o, se necessario, costringere a lasciare il Paese chi non rientra nella definizione “völkisch” (ariana) della società tedesca. Questo includerebbe anche cittadini tedeschi ma che non sono “assimilati”. In una eco della famigerata Conferenza di Wannsee del 1942, ci sono state solo obiezioni sulla “fattibilità” di espulsioni di massa, ma non sono stati sollevati dubbi sull’opportunità di tali piani. Le proposte avanzate includono leggi discriminatorie per sottoporre gli immigrati a “forti pressioni per conformarsi” e per rendere più facile la revoca dei passaporti e della cittadinanza tedesca.

Per altro la democratica Repubblica Federale avrebbe già il potere costituzionale di negare o revocare la cittadinanza a persone che considera indesiderabili o “non assimilate”, o di rendere loro la vita intollerabile in altro modo, come ha fatto con il famigerato Berufsverbot, il divieto di accesso a determinate professioni a chi considera estremista.


L’antifascismo tedesco

La notizia dell’incontro “cospirativo” è stata rivelata per la prima volta il 10 gennaio da Correctiv, un collettivo di media democratici uno dei cui reporter si è infiltrato nell’hotel di Lehnitzsee.

La notizia ha scatenato una serie di manifestazioni, con circa 250.000 persone scese in piazza sabato 20 gennaio a Berlino, Amburgo, Francoforte, Hannover, Stoccarda, Monaco e altre città tedesche. Tuttavia sono state dominate da posizioni moralistiche sulla tolleranza e la diversità, che non hanno alcuna sostanza e poca risonanza per i lavoratori che stanno sopportando il peso degli attacchi del capitale.

L’analisi della “sinistra” antifascista in Germania è, semmai, ancora peggiore. Per loro il problema non è che i partiti tradizionali come la SPD difendono la democrazia capitalista, il sistema politico preferito dalla borghesia, ma che non sono abbastanza democratici. Ad esempio, il partito trotzkista Socialista per l’Uguaglianza scrive che «Quando Scholz e Co. cercano di presentarsi come alternativa “democratica” e oppositori dell’AfD, è pura ipocrisia». Per il Partito della Sinistra (Die Linke) la risposta è «Unità al di sopra delle divisioni di classe, insieme contro la destra», tramite un amalgama di gruppi identitari sui social media senza connotati di classe, del tipo “Nonne contro la destra”.

Per noi comunisti, invece, non c’è resistenza al fascismo senza una lotta contro il sistema capitalista che lo genera. I lavoratori non possono scegliere tra fascismo e democrazia: lungi dall’essere opposti, l’uno scaturisce dall’altra.


Unità nazionale o lotta di classe

Già nel 1924, nel nostro Rapporto sul fascismo, scrivevamo: «Da un punto di vista sociale il fascismo non rappresenta un grande cambiamento; non rappresenta la negazione storica dei vecchi metodi di governo borghesi, ma semplicemente la continuazione completamente logica e dialettica della fase precedente del cosiddetto governo borghese democratico e liberale».

La democrazia ricorrerà a metodi fascisti, e persino metterà i fascisti al potere, a seconda delle esigenze dell’epoca. Viceversa, il fascismo utilizzerà slogan democratici come “la volontà del popolo” e strumenti democratici come i plebisciti.

C’è persino una parola tedesca, emersa per la prima volta durante la Prima guerra mondiale, che esprime perfettamente questo concetto: nella Volksgemeinschaft è radicata l’idea di unire tutto il popolo al di sopra delle divisioni di classe per raggiungere uno scopo nazionale.

L’unico modo per combattere il fascismo e il militarismo è la lotta di classe.

Finché settori chiave della classe operaia come i macchinisti (molti dei quali sono di origine “non ariana”!) saranno pronti e in grado di alzarsi e combattere, sarà impossibile per la borghesia dividere la classe operaia e governarla a piacimento, o perseguire obiettivi imperialisti con mezzi militari. Spetta alla classe operaia combattere non solo il fascismo, ma il capitalismo stesso, in Germania e in tutti i paesi!