Rivolta dei trattori e crisi agraria in Europa
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Il recente movimento degli agricoltori in alcuni paesi europei è stato chiamato la “rivolta dei trattori”, che hanno sfilato sulle strade cercando di rallentare o bloccare la circolazione.
Le proteste, che hanno interessato Spagna, Germania, Francia, Olanda, Polonia, Italia, Romania e Grecia, in generale si oppongono alle politiche europee in materia d’agricoltura. La stampa italiana riporta alcune delle loro richieste. Intendono ostacolare «in particolare “l’ecologia punitiva” del nuovo Green Deal, vista come eccessivamente severa nei confronti del mondo agricolo», poiché prevede una diminuzione dell’uso dei pesticidi. Inoltre le proteste vogliono contrastare «le misure ecologiste nazionali, come il piano per la riduzione dell’azoto prodotto dagli allevamenti in Olanda (…) o le tasse sui carburanti più inquinanti in Germania e Francia. Sono anche contro la Politica Agricola Comune (PAC), che prevede l’obbligo di destinare almeno il 4% dei terreni coltivabili a funzioni non produttive, di effettuare rotazioni delle colture e di ridurre l’uso di fertilizzanti di almeno il 20%».
Le proteste si pongono inoltre contro l’importazione di prodotti a basso costo, come il grano ucraino, esente da tasse e dazi, o la soia dal Brasile (il più grande consumatore di pesticidi al mondo) dal quale arriva l’83% della soia utilizzata negli allevamenti in Italia.
A questo si aggiunge la protesta contro i bassi prezzi pagati ai produttori dalla grande distribuzione. La stampa riporta che gli allevatori ricevono 55 centesimi per un litro di latte, venduto al dettaglio a circa 2 euro, e 25 euro per quintale di grano tenero da cui si ottengono 84 kg di pane, posto sul mercato a un prezzo di circa 350 euro.
IrpiMedia, un periodico di “giornalismo d’inchiesta”, evidenzia come i fondi pubblici sono destinati al grosso capitale. FarmSubsidy.org, sito che raccoglie i dati sui beneficiari dei fondi PAC nei 27 Stati membri dell’Unione europea (più il Regno Unito), scrive: «Negli ultimi otto anni, l’1% delle aziende agricole europee ha incassato 150 miliardi di euro in fondi messi a disposizione dalla (PAC)», cioè un terzo dell’intera torta dei finanziamenti. Nel periodo dal 2014 al 2021 «tra i maggiori beneficiari comparivano rampolli della famiglia reale inglese ed ereditieri di famiglie nobili europee (…) Oggi si leggono anche nomi di grandi gruppi agroindustriali, aziende chimiche ed energetiche, enti pubblici e religiosi».
La PAC fu varata per la prima volta nel 1962, e anche se il suo peso è andato diminuendo nel corso degli anni, risulta ancora la voce maggiore dell’intero bilancio dell’Unione Europea. «Nel periodo 2014-2020 la dotazione era di 408 miliardi di euro, mentre in quello attuale, 2021-2027, l’ammontare è sceso a 378 miliardi, che valgono comunque più del 30% del budget complessivo dell’Unione».
Scopo della politica agricola comunitaria è il sostegno dei redditi degli agricoltori: «La PAC interviene con integrazioni al reddito degli agricoltori (i cosiddetti “pagamenti diretti”), con misure di tutela del mercato e stanziamenti per lo sviluppo rurale. Il 94% delle risorse stanziate nel 2019 sono andate ad aiutare direttamente gli agricoltori. Inoltre, la maggior parte dei pagamenti sono stati di piccola entità (inferiori a cinquemila euro), mentre solo l’1,93% dei beneficiari ha ricevuto più di 50 mila euro (…) La PAC ha avuto un ruolo importante perché i redditi dei settori extra-agricoli sono molto più alti di quelli agricoli, lo dicono i dati UE: extra agricoli 29 mila euro per lavoratore, agricoli 18 mila euro. Sarebbero stati 14 mila senza la PAC. L’integrazione al reddito ha favorito la permanenza degli imprenditori e dei lavoratori in agricoltura (…) Negli ultimi dieci anni, le aziende familiari e individuali in Italia sono le uniche ad essere drasticamente diminuite».
Ma sono i grossi capitali con le loro multinazionali a beneficiare dei soldi pubblici, l’articolo di IrpiMedia prosegue: «Le multinazionali alimentari Südzucker AG e FrieslandCampina, per esempio, ricevono decine di milioni di euro in sussidi PAC in tutta l’UE mentre, in Germania, tra i beneficiari dei fondi ci sono anche grandi aziende chimiche come BASF e Bayer, il gigante dell’energia RWE o le holding di alcuni dei tedeschi più ricchi, come la fondazione degli eredi della catena di discount ALDI. In Austria, una buona parte dei sussidi va alla Chiesa cattolica e agli aristocratici che hanno ereditato grandi possedimenti terrieri (…) In Polonia a ricevere la maggior parte dei sussidi sono istituzioni statali e locali. E, anche in questo caso, la Chiesa cattolica: 2.600 parrocchie hanno ricevuto un totale di oltre 160 milioni di euro nel corso degli ultimi anni. Tra i beneficiari, anche monasteri, fattorie appartenenti alle arcidiocesi e uno dei più importanti vescovi del Paese (…) In Grecia, infine, nell’ultimo decennio sono emersi gravi problemi sistemici relativi ai criteri di distribuzione dei sussidi agricoli. Infatti, i principali beneficiari nella stragrande maggioranza dei casi sono stati istituzioni pubbliche, enti di diritto privato e talvolta aziende, ma raramente agricoltori. Anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha ricevuto sovvenzioni per terreni che, a Creta, sono storicamente proprietà della sua famiglia».
Insomma in Europa solo: «il 20% dei beneficiari PAC ottiene l’80% del sostegno (…) Per quanto riguarda l’Italia, nel 2021, il 20% dei beneficiari ha ricevuto il 77% dei pagamenti diretti».
Quindi solo le briciole restano per i piccoli agricoltori, sempre più spinti nella proletarizzazione. Queste sono le “leggi di mercato” del modo di produzione capitalistico, che gli stessi piccoli contadini difendono, anche se vorrebbero riceverne i vantaggi, come contributi a fondo perduto, defiscalizzazione, carburante a basso costo ecc. Questi benefici sono appannaggio quasi esclusivo delle grandi aziende agricole, che ne traggono un ulteriore vantaggio competitivo, che si aggiunge alle economie di scala di lavorare su grandi estensioni di terreno, e hanno gioco facile nello schiacciare i piccoli proprietari agricoli.
L’attuale compagine governativa italica ha voluto dare un contentino agli agricoltori, in vista delle scadenze elettorali prossime. Nell’ultimo decreto Milleproroghe, così riferisce “Il Punto Coldiretti” del 23 febbraio, il settimanale della Coldiretti (che rappresenta più di un milione di agricoltori, con aziende agricole mediamente piccole, cioè di 11,1 ettari, rispetto alla Spagna con 26,1, la Germania 62,1 e la Francia 68,7): «Sono 387.000 le aziende agricole italiane che beneficeranno dell’esonero totale dell’Irpef, il 90% di quelle soggette al pagamento dell’imposta sui redditi dominicali e agrari. Sul resto della platea l’esenzione verrà calcolata in forma progressiva e riguarderà il totale delle 430.000 imprese agricole professionali e coltivatori diretti».
Questo decreto prevede anche la proroga per il termine della revisione delle macchine agricole immatricolate prima del 1984 e la proroga al 30 giugno 2024 per l’obbligo di assicurazione RCA sulle macchine agricole che non circolano sul suolo pubblico (si stimano 2 milioni i mezzi presenti in Italia). È incrementato inoltre di 4 milioni di euro il fondo triennale (2022-2024) della pesca e dell’acquacoltura.
La Coldiretti si scaglia anche contro «l’obbligo di destinare almeno il 4% dei terreni coltivabili a funzioni non produttive» previsto dalla PAC, affermando che in cinquant’anni in Italia i terreni coltivati si sono ridotti oggi a 12,8 milioni di ettari, ovvero un terreno su tre è divenuto incolto. Sono le dure leggi del modo di produzione che stridono contro la sopravvivenza delle specie viventi.
L’Europa, nel frattempo, ha fatto un passo indietro rispetto all’attuazione di quanto prevedeva la PAC: «La Commissione europea ha fatto una serie di concessioni nel tentativo di allentare la tensione (…) e ha accantonato il progetto di tagliare l’uso dei pesticidi. A gennaio, inoltre, Bruxelles aveva annunciato un “freno d’emergenza” all’importazione di alcuni prodotti ucraini e rinviato l’introduzione dell’obbligatorietà del maggese. La Commissione ha anche fatto concessioni sul taglio delle emissioni di gas serra diversi dalla CO2».
Altri governi oltre a quello italico hanno fatto alcune concessioni agli agricoltori: «Berlino ha ridimensionato i piani sul taglio dei sussidi per il gasolio (…) Parigi ha cancellato un aumento della tassa sul carburante e ha promesso 400 milioni di euro di aiuti e 200 milioni di finanziamenti», scrive la rivista “Internazionale” del 16 febbraio. Il prossimo baraccone elettorale europeo deve aver favorito queste misure a favore degli agricoltori, che contano sempre un numero considerevole di elettori.
Tutto questo sempre e solo sulla pelle dei proletari, come sono i braccianti che ricevono un salario da miseria, quando vengono pagati, quando non muoiono bruciati dal sole e dalla fatica!
La concentrazione del capitale, come prevedono le dure leggi del mercato, ha fatto sì che in Italia le aziende agricole, segnala l’Istat, negli ultimi 40 anni, siano passate da 3 milioni a 1 milione di unità. Due milioni di famiglie di piccoli agricoltori hanno abbandonato o ceduto ad aziende più grandi i loro terreni e impianti. Se da un lato la meccanizzazione dei processi produttivi aumenta la produttività e riduce in modo sensibile la forza lavoro alla produzione, dall’altra aumenta la percentuale dei salariati rispetto ai familiari occupati interamente o quasi nella propria azienda.
Sempre in Italia, nel giro di un decennio si è registrato un crollo del 30% della forza lavoro occupata, scrive il Manifesto del 10 febbraio, mentre al tempo stesso abbiamo avuto il raddoppio dei lavoratori salariati, dal 25% a quasi il 50% del totale degli addetti all’agricoltura. Nei paesi a maggior concentrazione del capitale agricolo si registra anche un forte aumento dei salariati occupati nel settore.
Questo, se ce ne fosse ancora il bisogno, non è altro che la conferma di quanto da noi da sempre affermato, ovvero che le mezze classi, la piccola borghesia bottegaia e il contadiname, inesorabilmente schiacciati dal grande capitale, tendono con il tempo a trasformarsi in proletari. A tale proposito avevamo scritto sul nostro giornale n.333 del 2009: «Il fallimento generale del capitalismo mondiale avrà conseguenze sconvolgenti su tutte le classi sociali, per prima sulla piccola borghesia, produttrice o rentier, piccolo industriale, artigiana e contadina, e sulle aristocrazie del lavoro; su questi fragili quanto vasti strati la crisi si abbatterà come tempesta e vi provocherà panico e reazioni scomposte».
Occorre ricordare che già nel 2012 in Italia si ebbe un’altra protesta del settore, che venne chiamata “Movimento dei Forconi”. Le richieste vertevano su la defiscalizzazione dei carburanti, la diminuzione del costo dell’energia, il congelamento delle procedure di riscossione dei tributi e la destinazione di alcuni fondi europei al settore agricolo. Tutte misure invocate per ritardare l’inesorabile processo storico che vede la proletarizzazione delle mezze classi, comprese quelle rurali.
Noi comunisti siamo al fianco di tutti i proletari sfruttati del mondo e siamo per l’abbattimento violento di questo infame e disumano modo di produzione, che fra tanti altri disastri devasta la biosfera con l’intenso sfruttamento delle colture, l’uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti che, impiegati irrazionalmente, isteriliscono la terra, inquinano e distruggono al solo fine di vedere aumentati i profitti. Certamente non siamo schierati con questi strati intermedi piccolo borghesi, i quali non esprimono la lotta fra una classe e l’altra, ma cercano invano di difendere i propri interessi di piccoli capitalisti contro i grandi.
Sarà solo la dura lotta di classe del proletariato industriale e agricolo unito, e la conseguente rivoluzione comunista guidata dal suo Partito, che potrà permettere di abbattere il modo di produzione capitalistico e realizzare la società comunistica che vede al centro l’umanità intera finalmente libera dal mercantilismo.