Partito Comunista Internazionale

LA DANZA MACABRA DEL CAPITALISMO IN CRISI

Categorie: Capitalist Crisis, Capitalist Wars, USA

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L’imperialismo americano in declino diventa un cane rabbioso

Il modo di produzione capitalista, che ha permesso lo sviluppo di forze produttive impressionanti, che potrebbero costituire la base di una società comunista benefica, è da oltre un secolo un cadavere putrido che sopravvive sulle spalle dell’umanità lavoratrice e non genera più i benefici delle conquiste scientifiche e delle affascinanti creazioni umane, ma orrori di oppressione, di conflitti sempre più numerosi, sanguinosi e distruttivi, in ogni angolo del pianeta. Le nazioni non hanno più alcuna funzione di progresso, né la possibilità di essere autonome, e si schierano, in base ai rapporti di forza, dietro l’uno o l’altro dei paesi imperialisti più potenti e temuti dal punto di vista economico e militare, le cui due teste sono oggi gli Stati Uniti e la Cina. E la crisi del modo di produzione capitalista, con una sovrapproduzione schiacciante, è uno spettro spaventoso per le borghesie.

La seconda guerra mondiale ha permesso agli Stati Uniti di assumere la guida dell’egemonia economica e militare del globo terrestre, ma la Cina, con un capitalismo più giovane e vigoroso, sta avanzando le sue pedine metodicamente, subdolamente, ma in modo molto efficace, in tutto il mondo. Quel “diritto internazionale”, che di fatto rappresentava il diritto dei più forti, cioè dei paesi occidentali diretti dagli USA, è sempre meno “rispettato”, poiché la cosiddetta guerra di Putin contro l’Ucraina ha dato il via alla corsa alla predazione “illegale”. Sottolineiamo, tra l’altro, che bisognava essere ben ingenui per crederci, poiché le regolari violazioni del “diritto internazionale”, effettuate dai due imperialismi vincitori USA ed URSS già all’indomani del 1945 ed anche da parte di Israele fin dalla sua formazione nel 1948, svelavano già le menzogne alla base di questo “diritto” che si diceva protettore delle nazioni e che l’ONU avrebbe dovuto salvaguardare. Dall’Ucraina al Caucaso, dal Medio Oriente all’Estremo Oriente, dall’America all’Africa, i conflitti non cessano di svilupparsi come se quell’“ordine” imposto dal “diritto internazionale” dal 1945 si stesse sgretolando e precipitando in una spirale infernale. La “guerra fredda” e la “pace armata” hanno fatto il loro tempo, la deregolamentazione è in pieno svolgimento.

Oggi l’America di Trump non ha più “complessi” e lancia i suoi ukase a raffica, fino a intervenire in Groenlandia, nei Caraibi, in Venezuela! Ora si presenta in Medio Oriente dopo aver giurato che non ci avrebbe più messo piede, e questo con l’obiettivo di un’azione congiunta con il suo alleato israeliano. A capo di un’operazione denominata «Epic Fury», Trump si lancia brutalmente in un attacco senza mandato dell’ONU, senza consultare il Congresso e i membri della NATO, senza l’accordo dei suoi “alleati” del Golfo Persico o europei. Si è trattato infatti, per i due sinistri cowboy Trump e Netanyahu, nel bel mezzo di negoziati ingannevoli con i mullah, di schiacciare definitivamente il recalcitrante nemico iraniano e di completare l’azione di polizia e pulizia etnica che Israele conduce da anni in Medio Oriente, in qualità di testa di ponte degli Stati Uniti. Ora, di fronte all’avanzata economica della Cina in ogni angolo del mondo, l’America vuole marcare il “protettorato” americano in Medio Oriente, in Sudamerica, in Antartide e presto, soprattutto nel Pacifico, che è il terreno di caccia riservato alla Cina! L’America si agita perché è effettivamente in pericolo.

Stati Uniti e Israele detengono chiaramente una superiorità aerea sull’Iran, e il conflitto, iniziato i primi di marzo, appare sempre più asimmetrico. Ma i mullah resistono e hanno più di un asso nella manica. Contrariamente alle previsioni di alcuni esperti della regione, gli iraniani hanno contrattaccato e continuano a colpire ripetutamente, con i loro missili e soprattutto con i droni, gli Stati del Golfo a causa dei legami di questi paesi con gli Stati Uniti. I loro attacchi colpiscono anche Israele, la cui “Cupola di Ferro” presenta alcune falle; Netanyahu si sarebbe recato all’inizio di marzo in Germania alla ricerca di un accordo con il colosso automobilistico Volkswagen per la produzione di componenti di questo sistema di difesa.

Il regime iraniano, composto dai mullah e dai Guardiani della Rivoluzione, nonostante la decimazione di gran parte dei suoi capi da parte di droni assassini, ha dimostrato la sua capacità di rinascere, come la mitologica Idra di Lerna dalle nove teste che ricrescevano doppie dopo ogni taglio, e oggi sfrutta il suo dominio sullo stretto di Ormuz. Prende così in ostaggio l’economia mondiale senza che la guerra dei droni possa farci nulla, poiché la guerra senza soldati a terra non può bastare e i robot invasori non sono ancora pronti.

D’altra parte, il regime dei mullah non ha ancora fatto uso di una delle sue armi devastanti, ovvero i “martiri” — o, più esattamente, gli attacchi kamikaze. Seppero utilizzarla nella guerra scatenata da Saddam Hussein nel 1980 che causò, secondo stime prudenti, 500.000 morti; l’esercito iracheno possedeva una schiacciante superiorità materiale e tecnologica, mentre gli iraniani potevano contare su un’importante superiorità demografica e l’arma del “martirio” fu così utilizzata, con iraniani, spesso molto giovani, che facevano esplodere volontariamente mine fissate al proprio corpo o si gettavano con granate sotto i carri armati nemici. Successivamente, il culto del martirio si è rapidamente esportato in Libano negli anni ’80, quando gli iraniani hanno iniziato ad addestrare le forze di Hezbollah. L’organizzazione sciita libanese ha del resto arricchito il repertorio delle “tecniche del martirio” con attentati suicidi mediante autobombe. Osama bin Laden, il leader di Al-Qaeda, organizzazione sunnita, ne ha tratto alcune lezioni adottando gli attacchi suicidi e integrandoli nella propria narrativa del martirio. Gruppi successori e rivali, come lo Stato Islamico, porteranno all’estremo l’orrore delle operazioni di martirio a metà degli anni 2010. Per compiere attentati suicidi, il regime iraniano dispone oggi di truppe ausiliarie mobilitabili all’estero: milizie ultra-radicali in Iraq, Hezbollah in Libano o cellule di fanatici sciiti un po’ ovunque nel mondo. All’inizio del 2026, ad esempio, milizie irachene come Kataib Hezbollah hanno apertamente invitato i propri combattenti a partecipare a “operazioni di martirio”. Centinaia di loro si sarebbero offerti volontari per missioni suicide al fine di difendere Teheran. Questa strategia potrebbe essere utilizzata non solo contro gli interessi degli Stati Uniti o contro istituzioni ebraiche o israeliane nel mondo arabo-musulmano, ma anche in Europa e negli Stati Uniti!! Nel giro di una sola settimana all’inizio di marzo 2026, quattro attentati incendiari hanno preso di mira istituzioni ebraiche nel continente. Una sinagoga a Liegi in Belgio lunedì 9 marzo, un centro comunitario ebraico in Grecia (non rivendicato né confermato come atto terroristico), una bomba incendiaria depositata davanti a una sinagoga a Rotterdam, nei Paesi Bassi, il 13 marzo, una scuola ebraica ad Amsterdam sabato 14 marzo. Pochi giorni dopo, lunedì 23 marzo, un’auto è stata incendiata nel quartiere ebraico di Anversa; il giorno prima, un incendio aveva distrutto quattro ambulanze vicino a una sinagoga a Londra. Tutta questa serie è metodica, geograficamente dispersa e, soprattutto, rivendicata da un unico e medesimo gruppo — l’“Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya” (Movimento islamico dei sostenitori dei giusti) fino ad allora sconosciuto, ma che proviene sicuramente da Hezbollah e dalle Guardie della Rivoluzione iraniane. Sono stati segnalati altri attentati contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Oslo, il consolato americano a Toronto, contro un centro comunitario ebraico nel Michigan, e in altre località. La Germania, che conta centinaia di simpatizzanti di Hezbollah, sta rafforzando le misure di sicurezza.

Ma dal lato iraniano, le truppe dormienti o meno dello Stato Islamico, organizzazione sunnita, e altre fazioni sunnite ostili al regime di Teheran, per non parlare dell’opposizione delle popolazioni curde iraniane, potrebbero approfittare del momento per perpetrare attentati sanguinosi contro l’Iran, come già accaduto nel gennaio 2024, o tentare scontri con l’esercito iraniano.

Nuove tecniche di guerra guidate dall’IA

Per il momento non sembra pensabile per il governo statunitense mettere piede in queste regioni, ma solo sorvolarle bombardandole e sperimentare una guerra aerea condotta dalla “intelligenza artificiale”, inviando droni e missili sui paesi da conquistare – o piuttosto da sottomettere – e soprattutto da terrorizzare, al fine di concludere pseudo-negoziati. Non si può certo contare sulla rivolta della popolazione, come gli appelli di Trump sembravano suggerire agli iraniani, perché, la “liberazione” portata a suon di bombe dagli aggressori è peggiore del governo dei mullah.

Le rivendicazioni sociali avanzate da eventuali masse in rivolta non troverebbero di certo niente di meglio di quanto abbiano ora anche perché il vincitore preferisce sempre mettere al potere burattini docili, dediti a sottomettere le popolazioni.

In Ucraina, in Palestina o nel Golfo Persico, imperversa la guerra aerea dei droni, dei missili e dei bombardamenti. Questi attacchi aerei sono stati sperimentati durante la prima guerra mondiale e nelle colonie (bombardamento italiano in Libia nel 1911, bombardamento nell’ottobre 1925 in Siria da parte dell’aviazione francese a Damasco), durante la guerra di Spagna, per poi essere sistematizzati durante la Seconda guerra mondiale per porre fine al conflitto, utilizzandoli volontariamente come arma di distruzione contro le popolazioni civili, e quindi come arma di terrore. Oltre a preservare la vita dei soldati a scapito di quella dei civili, l’arma aerea ha un fattore psicologico, come affermava il visconte britannico Trenchard, fondatore della Royal Air Force e teorico della guerra aerea negli anni 1920-30, sperando che i bombardamenti spingessero le popolazioni a ribellarsi contro il proprio governo. Pertanto le perdite civili non sono mai “danni collaterali”, ma un’arma di distruzione materiale e di civili che mira solo in parte agli obiettivi militari, ma anche ad ospedali, scuole, mercati. La novità è rappresentata dall’intelligenza artificiale che analizza a una velocità vertiginosa una quantità altrettanto vertiginosa di informazioni catturate dai video, permettendo così di colpire gli obiettivi materiali e umani ricercati, senza per questo risparmiare le popolazioni civili. Eppure la storia dimostra che le guerre aeree non sono mai bastate per la vittoria senza l’occupazione da parte delle truppe di terra. E gli eserciti americani lo sanno bene dopo le guerre del Vietnam, quelle in Iraq e in Siria, e in tanti altri teatri bellici.

Di fronte all’attuale crisi economica mondiale, il primo leader economico e militare mondiale si mostra infatti sempre più aggressivo, non ricorrendo più alla sua forza economica ormai in declino, ma a quella militare ancora al primo posto. Il suo grande nemico, che insidia per ottenere il primo posto mondiale e imporre le proprie merci e la propria economia più fiorente di quella del King Kong americano, è il drago cinese. La lotta tra i due mostri capitalisti per la spartizione dei mercati mondiali assume ormai forme di scontro diverse e variegate, ma sempre più deleterie per l’umanità e soprattutto per i lavoratori di tutti i paesi. Il clown Trump si scaglia con volgarità che traducono soprattutto la brutalità e l’arroganza della borghesia americana che sostiene “l’artista dalla ciocca bionda”, e soprattutto uccide con i droni, ferisce i civili, affama cinicamente una parte dell’umanità, abbandonando la maschera ipocrita della morale, della democrazia compassionevole che ostentava il governo democratico di Obama e Biden. Basta con i sotterfugi, le sottigliezze, la compassione. Il Dipartimento della Difesa americano è diventato il Dipartimento della Guerra nel settembre 2025, perché non si tratta più di difendersi ma di attaccare. Trump appare come un attore che spara minacce, bugie, strategie sorprendenti e mutevoli da un momento all’altro, un burattino i cui discorsi traducono le posizioni della borghesia affarista americana, che si tratti di petrolio, armi e ora di IA, ecc.; si ricercano tutti i mezzi possibili per trarre profitto dalla situazione internazionale a vantaggio dei propri affari. E in questa danza macabra, i grandi banchieri e i capi d’azienda sono totalmente schierati con i capi militari, essi stessi legati al fiorente settore delle imprese dell’IA.

Già da un decennio, al Pentagono, quartier generale del Dipartimento della Difesa statunitense, la maggior parte delle “teste” si è concentrata sulla minaccia militare proveniente dalla Cina, evocando la possibilità di una terza guerra mondiale. Questi strateghi sono ben consapevoli che la Cina li raggiungerà anche nel campo degli armamenti e cercano nuove armi di distruzione, come lo fu la bomba atomica durante la guerra mondiale del 1939-1945. L’esercito americano condusse il Progetto Manhattan per realizzare la bomba atomica, il cui uso portò al dramma di Hiroshima e Nagasaki nel 1945.

Una tecnologia in grado di sostituire gli uomini sarebbe la benvenuta. L’IA potrebbe quindi aiutare a fare la guerra al posto degli esseri umani, permettere di utilizzare macchine e robot, una vera e propria favola di fantascienza. Due personalità svolgeranno un ruolo importante: il colonnello Robert O. Work nella visione strategica e, nell’attuazione operativa concreta, l’ufficiale dell’US Air Force specializzato in intelligence e operazioni aeree, il colonnello Drew Cukor.

Già nel 2015, il colonnello Bob Work, vice segretario alla Difesa sotto le amministrazioni Obama e Trump dal 2014 al 2015, introduceva l’uso dell’IA nel processo decisionale e nell’impiego di sistemi senza pilota, risparmiando così “l’umano”. Durante un intervento pubblico nel 2015, dichiarò: «Ve lo dico subito: se tra dieci anni la prima persona a sfondare le linee nemiche non sarà un robot, vergogna su di noi. Possiamo farcela». Anche in guerra, i militari come i capitalisti cercano di sbarazzarsi dell’aiuto umano, senza capire che proprio lì risiede la loro fine! Work poteva contare sugli esperti di Amazon, Google e IBM. Ma il budget del Pentagono, sebbene colossale nel 2016, non era sufficiente per lanciarsi nell’avventura dell’IA; e anche se Internet era una creazione del Pentagono, l’alto comando americano esitava ancora a compiere la svolta.

Nel 2016, Drew Cukor arriva all’ufficio intelligence del Pentagono ed è determinato, insieme a Bob Work, a introdurre l’uso dell’IA nel funzionamento delle forze armate. Infatti, dal 2001, con 54 sortite di droni sul campo di battaglia, l’esercito statunitense era passato a 8000 nel 2010 (Afghanistan, Iraq, Nord e Est Africa; lotta contro Al Qaeda, i talebani e l’ISIS), ma i danni “collaterali” erano numerosi. Inoltre, le registrazioni video erano inutilizzabili perché troppo voluminose e gli analisti umani erano sopraffatti dal lavoro.

Il progetto Maven (Algorithmic Warfare Cross-functional Team (progetto interfunzionale di guerra algoritmica) è stato avviato nel 2017 all’interno del Dipartimento della Difesa per utilizzare l’IA nell’analisi dei video dei droni che forniscono informazioni militari statunitensi, in particolare in materia di intelligence, sorveglianza, acquisizione di obiettivi e ricognizione, intelligence geospaziale. I dati provenienti da droni, satelliti e altri sensori (come le telecamere di sorveglianza installate nelle aree urbane) vengono così analizzati e consentono di proporre decisioni operative. Il carico di lavoro umano è stato drasticamente ridotto e l’efficienza militare migliorata.

Poiché l’uso dell’IA stava diventando inevitabile, Cukor è stato incaricato del Progetto Maven. Non solo bisognava contattare i fornitori di IA, i giganti della tecnologia, ma anche gli ambienti d’affari per trovare investimenti in denaro contante.

Cukor si rivolse alle aziende della Silicon Valley, dove si trovavano i migliori talenti dell’IA, nonché ai produttori di auto a guida autonoma come Tesla, Waymo o Uber, che equipaggiavano le loro auto con telecamere in grado di analizzare l’ambiente circostante per evitare gli ostacoli.

Il progetto Maven sarebbe diventato il più grande investimento del Dipartimento della Difesa. Si trattava di condurre operazioni di targeting su obiettivi di grande valore per accorciare la “kill chain” Per Cukor e Work, l’IA avrebbe cambiato la guerra per sempre. Bisognava far fronte allo tsunami di dati per agire in modo rapido ed efficace. All’interno del Pentagono, l’uso dell’IA avrebbe portato alla soppressione di posti di lavoro, a una drastica riduzione della burocrazia, e quindi il compito di Cukor e Work avrebbe incontrato numerosi ostacoli.

La Silicon Valley, che si proclamava libertaria, è stata progressivamente assorbita e, anche se alcuni fornitori di IA oggi temono l’utilizzo delle loro competenze per scopi bellici, sono tutti ormai con le mani nel fango, nelle future battaglie dei robot assassini di esseri umani, e corteggiano i contratti di difesa militare per profitti succulenti. Palantir Technologies (una delle aziende americane più quotate al mondo), Scale AI, detenuta al 49% da Meta, Anthropic e Open AI, si stanno lanciando nel settore della corsa al riarmo, che sta diventando uno straordinario sbocco commerciale per le loro piattaforme di IA generativa, poiché l’avidità di guadagno è più determinante dei valori libertari e della difesa della Patria. Anche Google è coinvolta nel progetto Maven, mentre Apple si rifiuta di partecipare. Il team Maven all’interno del Pentagono è stato quindi essenziale per spingere l’esercito americano a utilizzare sistemi ancora molto poco testati nei conflitti. Dieci anni dopo il lancio dell’iniziativa di Cukor, i sistemi decisionali basati sull’IA sono utilizzati sul campo di battaglia e in tutti i rami dell’esercito americano, nei sistemi sonar dei sottomarini, nelle operazioni spaziali che integrano il lavoro di oltre 50 aziende. La NATO ha iniziato a utilizzare una versione del sistema nella primavera del 2025 e dieci membri dell’Alleanza stanno cercando di ottenerla. I sistemi di puntamento basati sull’IA sono integrati in almeno due sistemi altamente segreti — uno aereo e l’altro acquatico — in grado di monitorare, selezionare ed eliminare bersagli in modo completamente autonomo, destinati alla difesa di Taiwan.

Non solo la Silicon Valley è un fedele servitore delle forze armate statunitensi, ma ovviamente anche gli ambienti d’affari. Così, già dal 2024, Drew Cukor dirige il dipartimento dedicato all’uso dell’intelligenza artificiale per il CEO della banca d’affari JP Morgan, Jamie Dimon, vicino a Trump. Infatti, gli uomini d’affari americani investono miliardi nelle industrie militari (missili, droni, munizioni) e si vantano di far convergere i loro affari nella difesa del Paese e in un esercito potente per dissuadere gli altri da “cattive azioni”. «Oggi la situazione è molto cambiata: dobbiamo fare i conti con una guerra su vasta scala in Europa, una minaccia molto più grande nella regione indo-pacifica… ed è ora che si debba agire», dichiara Jamie Dimon nel dicembre 2025 durante il Reagan National Defense Forum, al fianco dell’imprenditore Christopher T. Calio, presidente e amministratore delegato dell’azienda RTX (Raytheon Technologies Corporation). Quest’ultimo è a capo di un team globale di oltre 180.000 dipendenti che fanno progredire l’aviazione, progettano sistemi di difesa integrati e sviluppano tecnologie di nuova generazione nei settori aerospaziale e della difesa. Nel suo consiglio di amministrazione si trova, dal 2017, il colonnello Work.

Ma non sarà l’IA a salvare l’economia americana, poiché il suo concorrente e nemico mortale, la Cina, è in corsa nell’IA e la supererà anche in questo settore!

Il capitalismo mondiale nella tempesta del Medio Oriente

Perché mai Trump si è cacciato in questo pasticcio che sta portando, come era prevedibile, a una crisi di approvvigionamento di petrolio, gas, fertilizzanti, ecc. a causa del blocco dello stretto di Ormuz da parte delle forze iraniane, il che potrebbe portare a una crisi per il funzionamento delle catene del capitalismo mondiale, e quindi anche dell’anello statunitense? Per non parlare del costo colossale di questo intervento per lo Stato americano, già fortemente indebitato. Anche la Cina, che dipende dal petrolio iraniano e dai paesi del Golfo Persico (prevedendo la crisi, dispone di notevoli scorte energetiche per 4-6 mesi), potrebbe essere colpita dal calo della domanda, se l’impennata dei costi dell’energia e dei generi alimentari frenasse i consumi dei paesi verso cui esporta, come l’Europa, gli Stati Uniti e altri. In Giappone, la valuta si sta svalutando, aggravando l’inflazione già esistente, con il prezzo del barile che, a causa della svalutazione dello yen, raggiunge i 140 dollari; eppure la sua situazione è già grave, con un tasso di indebitamento record del 250% del PIL, il che potrebbe costringere il governo a vendere titoli del Tesoro americano, aggravando così la situazione del Tesoro statunitense. Gli Stati Uniti si sono imbarcati in una guerra che costa loro da 1 a 2 miliardi di dollari al giorno e hanno già preso in prestito 1000 miliardi di dollari negli ultimi cinque mesi.

Per quanto riguarda la Russia di Putin, questa guerra fa comodo perché, grazie alla sua “flotta fantasma” che nulla sembra fermare, quando i prezzi del petrolio salgono, le casse dello Stato, che ne hanno davvero bisogno, si riempiono. La Russia ha quindi tutto l’interesse che questa guerra duri il più a lungo possibile. D’altra parte, non può lasciare che crolli l’unico alleato che le rimane in Medio Oriente, a rischio di perdere ogni credibilità. L’asse strategico Mosca-Teheran è vitale per la Russia, se vuole conservare un minimo di influenza in Medio Oriente. Putin sostiene così gli iraniani fornendo loro i miglioramenti tecnologici apportati ai droni iraniani, nonché esperti per colpire con maggiore precisione le basi americane grazie alla copertura satellitare. Da parte loro, gli americani si trovano costretti a ricorrere agli ucraini per difendere le loro basi militari dai droni iraniani, poiché i militari ucraini sono gli unici ad avere una vera competenza in questo campo. Infatti intercettano il 95% dei droni russi con droni poco costosi – tra i 10.000 e i 20.000 euro –, mentre gli americani, per distruggere un drone, impiegano missili che costano milioni di euro.

L’intervento aereo americano, congiunto a quello del proxy israeliano, non ha forse aperto il vaso di Pandora? Gli alleati arabi del Golfo, contrari a questo intervento, si trovano infatti coinvolti e particolarmente colpiti dagli attacchi iraniani. L’economia mondiale potrebbe essere gravemente destabilizzata dal blocco dello stretto di Ormuz, che rifornisce i paesi richiedenti di petrolio, gas, fertilizzanti e altri prodotti chimici. Le borse salgono alle stelle, si surriscaldano, i tassi salgono e scendono nel corso della giornata a seconda delle dichiarazioni degli uni e degli altri, le banche centrali si agitano, e nessuno può dire chi sia realmente il vincitore perché sul campo, i padroni iraniani, anche se decimati, rinascono ancora e ancora e riescono a resistere inviando droni poco costosi o bloccando lo stretto di Ormuz, lasciando passare le navi “amiche”, cinesi in questo caso, o addirittura ricattando le altre a prezzi esorbitanti. Come farà la cerchia trumpiana, politica, militare e affaristica, a tirarsi fuori da questo pasticcio senza subire perdite per la propria economia nazionale, dato che questa guerra aerea con l’intelligenza artificiale le costa finanziariamente molto, molto cara?

Questa atmosfera da legge della giungla fa temere alle borghesie una discesa agli inferi verso una crisi economica mondiale che sfoci in una guerra mondiale. Le guerre con l’IA consentono di sperimentare un numero crescente di nuove armi utilizzabili in un futuro conflitto diretto contro la Cina, con la partecipazione degli “alleati” vassalli, una divisione del lavoro tra i belligeranti, con la Russia che si occupa dell’Europa per conto della Cina, e la Cina degli USA, la borghesia americana non dovendo occuparsi dell’Europa, i cui paesi si saranno armati fino ai denti… o quasi! In questo contesto di aggressione contro l’Iran, la NATO sembra rafforzarsi; le potenze medie come i paesi europei e il Canada, pur essendo minacciate e ricattate dagli Stati Uniti, si sono schierate dietro il loro padrone, scagionandolo dalla sua aggressione contro l’Iran.

Solo i proletariati di tutti i paesi, aggressori e aggrediti, saranno in grado di opporsi a queste guerre infami, che le borghesie, spinte dall’inesorabile caduta del loro tasso di profitto, saranno costrette a scatenare. Ma per poterlo fare i proletari dovranno ribellarsi, negare ogni forma di solidarietà nazionale, organizzarsi economicamente in veri sindacati di classe e aderire all’unico partito che esprime l’esperienza millenaria delle lotte sociali contro le società di classe e il capitalismo, e che potrà così guidarli in una lotta senza quartiere contro la classe borghese, trasformando la guerra fra Stati in guerra di classe: il Partito comunista internazionale, rimasto fedele alla linea da Marx, Engels, Lenin, alla Sinistra italiana.