I fronti di guerra: paga sempre e soltanto il proletariato
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Aggressione al proletariato mondiale
Il punto fermo da cui partire nell’interpretazione delle vicende relative al fronte di guerra che si è aperto in Medio Oriente è che si tratta di una ulteriore aggressione al proletariato mondiale.
Per i comunisti rivoluzionari, nella guerra imperialista l’unico aggredito è sempre e solo il proletariato.
Tale concezione non è il frutto di un’analisi basata su una certa moralità in contrapposizione alla barbarie del capitalismo, ma nasce proprio dalle dinamiche di questo modo di produzione, che può uscire dalle sue cicliche crisi di sovrapproduzione solo attraverso una immane distruzione di merci e di proletari in eccesso.
Se nelle guerre del capitale l’unica vittima è sempre il proletariato, lo è sia da una parte che dall’altra del fronte, e gli aggressori sono tutti gli Stati borghesi coinvolti nella guerra, tanto quelli che hanno attaccato per primi che quelli che pretendono di difendersi. Per cui, la posizione dei comunisti è quella di combattere qualunque tentativo di schierare il proletariato a favore di uno Stato borghese contro l’altro, a sostegno di un fronte contro quello nemico. L’unica rivendicazione possibile è quella del disfattismo rivoluzionario, che si traduce nella consegna per il proletariato di combattere la propria borghesia e il proprio Stato.
Pertanto, vanno rigettate tutte le tesi volte ad individuare, come nel conflitto ucraino, un Paese “aggredito” e uno “aggressore”. Nella guerra attuale che è esplosa in Medio Oriente, tradimento di classe è appunto dividere gli Stati borghesi in lotta secondo lo schema aggredito-aggressore, individuando nell’Iran il paese aggredito e subordinando le forze proletarie alla sua difesa. Tale è il senso dei proclami di chi, spacciandosi per comunista, ciancia di “difesa dell’Iran” dalla guerra di aggressione di Stati Uniti e Israele.
Nell’epoca dell’imperialismo, le guerre sono sempre guerre di rapina per la spartizione dei mercati mondiali, e se la cosa appare più evidente nell’impresa dell’imperialismo americano in Medio Oriente, la farlocca “difesa dell’Iran” si mostra per quello che è attraverso le richieste iraniane per addivenire ad uno stop dei combattimenti in corso, con pretese come quella di un nuovo regime per lo Stretto di Hormuz, che vorrebbe sancire il diritto iraniano a far pagare un pedaggio alle navi che attraversano lo stretto, un vero atto predatorio di un brigante che armi alla mano controlla la via di passaggio.
In questa guerra, tutti gli attori coinvolti, sia da quelli in maniera diretta, Stati Uniti, Israele e Iran, che quelli che vi partecipano attraverso il sostegno ad una delle parti in lotta, sono nemici del proletariato, che in Iran, come in Israele, in Libano, e anche negli Stati del Golfo, finisce sotto i bombardamenti e subisce tutti gli orrori della guerra. Inoltre, ad essere sotto attacco non è solo il proletariato della regione, ma quello dell’intero pianeta, sul quale saranno scaricati i costi economici della guerra, con un rialzo dei prezzi dell’energia e di conseguenza di tutti i beni, con la possibilità che si determini una grave crisi alimentare che getti nella fame decine di milioni di proletari in tutto il mondo.
Su tutti i fronti di guerra, dal Medio Oriente all’Ucraina, non sono nostre guerre quelle che vengono combattute, sono guerre imperialiste, guerre di rapina e di spartizione. La nostra guerra, è la guerra di classe, e l’unica parola d’ordine è quella del disfattismo rivoluzionario su tutti i fronti, al fine di trasformare la guerra tra Stati in guerra tra classi, per la conquista del potere e l’instaurazione della dittatura proletaria.
Un altro fronte della guerra imperialista
La fase attuale si caratterizza per un progressivo aggravamento dello scontro per la spartizione mondiale, che vede i vecchi imperialismi, con gli Stati Uniti in testa, minacciati dall’ascesa di nuove potenze imperialiste, la cui crescita economica degli ultimi decenni determina anche una loro maggiore forza politica e militare, imponendo all’ordine del giorno la necessità di ridefinire l’assetto mondiale così come scaturito dalle guerre del secolo scorso. In tal modo, si determina una situazione che vede le vecchie potenze imperialiste spinte a combattere per il mantenimento dei propri privilegi sul mercato mondiale che i rivali imperialisti pretendono di mettere in discussione in virtù del loro accresciuto peso.
La nuova guerra mediorientale si inserisce in questo processo generale, caratterizzandosi prima di tutto per essere un tentativo dell’imperialismo americano di mantenere il suo dominio mondiale attraverso il controllo delle risorse energetiche e dei suoi flussi verso i mercati, rafforzando in tal modo il ruolo del dollaro. È il cosiddetto sistema del petrodollaro, secondo il quale i Paesi produttori di petrolio accettano pagamenti in dollari e poi reinvestono nei mercati finanziari USA, uno dei pilastri del dominio degli Stati Uniti. Il Medio Oriente, detentore di circa la metà delle riserve mondiali di petrolio e circa il 40% di quelle di gas, è pertanto l’area strategica fondamentale per il controllo di queste risorse.
L’Iran rappresenta l’unico vero ostacolo ad una completa presa dell’imperialismo americano sul Medio Oriente. Il rovesciamento della monarchia dello Scià nel 1979 aveva fatto perdere agli USA un importante Paese amico nell’area mediorientale e il regime islamico che ne è succeduto ha rappresentato nel corso degli anni una minaccia agli interessi regionali americani, estendendo la sua influenza nell’area attraverso la formazione del cosiddetto “asse della resistenza”, che legava l’Iran ad Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, le milizie scite in Iraq, gli Houthi dello Yemen, e poteva contare fino a poco tempo fa sul regime di Assad in Siria.
Un Iran filoamericano sancirebbe il dominio incontrastato dell’imperialismo USA in Medio Oriente. Una potente leva in mano a Washington per contrastare l’ascesa cinese, grande consumatrice di energia, ma anche delle altre potenze imperialiste. La guerra che gli Stati Uniti hanno aperto in Medio Oriente è fondamentalmente una guerra contro la Cina.
Per l’imperialismo americano quello cinese rappresenta il principale nemico sullo scacchiere mondiale, e l’Iran è un Paese fondamentale per l’economia cinese e la sua proiezione al di fuori dei propri confini. Cina e Iran avevano raggiunto un accordo nel marzo 2021 che prevedeva investimenti cinesi in Iran fino a 400 miliardi di dollari in settori come quello energetico, infrastrutturale e tecnologico, in cambio di una fornitura stabile di petrolio. L’Iran è anche un paese cruciale nel progetto cinese delle Nuove Vie della Seta, fondamentale per connettere la Cina con il Medio Oriente, senza dover passare per lo Stretto di Malacca, riducendo la dipendenza dell’economia cinese dalle rotte marittime.
In generale, una caduta dell’Iran sotto l’influenza dell’imperialismo americano non colpirebbe solo la Cina, ma tutte le potenze che sfidano la supremazia mondiale degli Stati Uniti, e quindi anche la Russia, che perderebbe un importante Paese amico in Medio Oriente e dovrebbe abbandonare il progetto del corridoio economico che la collega all’India tramite l’Iran, riducendo i tempi i costi dei trasporti rispetto alla rotta attraverso il Canale di Suez.
Ma se la guerra all’Iran è prima di tutto una guerra contro i principali nemici imperialisti degli USA, Cina prima di tutto, la sua continuazione è contro l’Europa, che dopo aver subito la lacerazione del legame energetico con la Russia, si ritrova con lo Stretto di Hormuz bloccato e con un aumento dei costi dell’energia, i cui prezzi sono destinati a salire e questo è un duro colpo per l’economia europea a tutto vantaggio degli Stati Uniti che possono continuare a vendere i propri costosi prodotti energetici agli europei e trarre vantaggio dalla crisi dell’industria europea, sua concorrente.
In ogni caso, le iniziali intenzioni degli “strateghi” di Washington si sono scontrate contro una realtà ben diversa da quella immaginata, finendo per scatenare una tempesta che ha effetti gravissimi per l’intera economia mondiale. Sul versante della contesa mondiale, le manovre dei vari imperialismi, combinandosi tra di loro, sfuggono ad ogni pretesa di gestione delle crisi, compresi i tentativi di mediazione, da parte dei vertici degli Stati borghesi, determinando una situazione di caos che finisce per travolgere tutte le potenze mondiali. La nuova guerra mediorientale tira dentro lo scontro in corso tutte le grandi potenze, e non solo, con effetti che si estendono sul già attivo fronte dell’Europa orientale e su quello non ancora attivato dell’Asia orientale.
Dopo che al fronte ucraino si è affiancato quello mediorientale, lo scontro tra gli imperialismi si è fatto più serrato.
Passo dopo passo, si apre un fronte di guerra dopo l’altro, fino a sfociare nella terza guerra mondiale.
L’illusione di una guerra di pochi giorni
Alla base dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran vi era la convinzione di poter operare un “cambio di regime”, magari ripetendo l’operazione venezuelana con la quale gli Stati Uniti hanno messo le mani sul Paese con le più grandi riserve petrolifere al mondo, e senza un serio sforzo militare. Secondo i piani americani, con un ben programmato intervento di soli bombardamenti aerei, l’attuale regime borghese iraniano guidato dai preti sciiti ostili ad USA e al loro fedele alleato Israele sarebbe caduto ad un costo umano (per gli USA!) inesistente.
Ma “l’operazione militare speciale” americana e israeliana in Iran è praticamente fallita. Non solo non c’è stato nessun cambio di regime ma la risposta militare iraniana ha colpito duramente gli Stati Uniti, Israele e alleati nella regione.
L’Iran ha risposto subito all’attacco di israeliani e americani lanciando missili e droni contro Israele e le basi USA in Medio Oriente, colpendo in tal modo anche gli alleati americani dell’area, quei Paesi del Golfo che ospitano le basi militari statunitensi. Ha anche preso il controllo dello Stretto di Hormuz, minacciando e attaccando le navi dei paesi ostili che tentavano di attraversarlo.
In funzione anti-iraniana, non si sono mosse neanche le consistenti minoranze etnico-religiose presenti in Iran, tra cui curdi, azeri, beluci. A tal riguardo, risulta significativo che l’ipotesi di un coinvolgimento delle milizie curde, i cui dirigenti sono stati sempre ben disposti a vendersi per sostenere gli interessi di altre borghesie, che era stata ventilata nei primi giorni successivi all’attacco, per ora, non si è concretizzata. Più che il recente tradimento americano in Siria, che ha sacrificato i curdi per mantenere una buona relazione con i nuovi padroni di Damasco, ha pesato sull’indisponibilità curda ad agire in funzione anti-iraniana la risposta militare dell’Iran, che dimostra la sua preparazione a sostenere una lunga e sanguinosa guerra.
Dall’ipotesi di una guerra di pochi giorni si è passati ad un conflitto regionale, mentre il blocco dello Stretto di Hormuz ha messo in crisi i flussi di petrolio e gas provenienti dall’area del Golfo con gravi ripercussioni su tutta l’economia globale, con il rischio di una chiusura anche dello Stretto di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi dello Yemen, allineati a Teheran. La guerra di pochi giorni si è presto trasformata in una guerra di logoramento, nella quale il fattore tempo mette a dura prova non solo le forniture militari degli Stati coinvolti nel conflitto ma anche e soprattutto il grado di sopportazione delle conseguenze economiche della guerra, che va ben oltre gli Stati in conflitto e coinvolge il resto del mondo.
La guerra di Israele
Fallito il piano iniziale, la guerra pone un cambiamento degli obiettivi da raggiungere. Mentre americani e israeliani erano in sintonia con l’obiettivo di un cambio di regime in Iran, in questo nuovo contesto, le loro posizioni sono destinate a divergere.
Per Israele, si tratta di eliminare l’Iran come Stato in grado di contrastare le sue mire espansionistiche in Medio Oriente, obiettivo realizzabile con l’abbattimento dell’attuale regime o addirittura con un crollo dell’intero apparato statale e la creazione di una situazione simile a quella della Siria o dell’Iraq o anche con una pesante distruzione del Paese così da renderlo ininfluente sullo scacchiere mediorientale.
Ma Israele punta anche alla risoluzione delle questioni aperte ai propri confini, per cui, in seguito all’attacco all’Iran, ha dato il via ad un’operazione militare sul suo fronte nord, entrando con l’esercito nel sud del Libano.
Da tempo, Israele è impegnata ad allargare la sua influenza in tutta l’area medio orientale e smantellare il cosiddetto “asse della resistenza”, colpendo gli alleati iraniani nella regione, impegnandosi militarmente su molti fronti, tra cui la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, la Siria, Hezbollah in Libano, contro gli Houthi dello Yemen e le milizie sciite filo-iraniane dell’Iraq. Ora, però, da quando la guerra è stata portata direttamente contro l’Iran, come già avvenuto con la “guerra dei 12 giorni” nel giugno del 2025, Israele non può fare a meno di un diretto coinvolgimento militare degli Stati Uniti.
L’interesse israeliano è tenere gli USA dentro la guerra contro l’Iran, frapponendosi a qualunque ipotesi di accordo tra americani e iraniani. E infatti, non appena americani e iraniani hanno concordato un cessate il fuoco di due settimane per poi sedersi al tavolo delle trattative, Israele si è subito frapposta ai negoziati continuando la campagna militare in Libano.
Per Israele, avere gli Stati Uniti coinvolti in una grande guerra in Medio Oriente significa la possibilità di ridefinire gli equilibri nella regione, che in caso di esito favorevole del conflitto la renderebbe la principale potenza dell’area. Esito del tutto favorevole per l’imperialismo americano che tramite il loro fedele alleato in Medio Oriente controllerebbe l’intera regione. Ma se Israele è disposto ad impegnare tutte le sue risorse in una guerra per la sua egemonia in Medio Oriente, gli Stati Uniti, invece, devono considerare le ripercussioni che il loro coinvolgimento in una grande guerra mediorientale possano avere sulla contesa imperialistica nel resto del mondo.
L’imperialismo americano nel pantano
La guerra in Medio Oriente pone almeno tre grossi problemi agli Stati Uniti.
Prima di tutto, dal punto di vista militare, l’andamento della guerra ha rivelato serie difficoltà da parte americana. La guerra non può essere vinta solo con la forza aerea, mentre la vicenda dello stretto di Hormuz e i problemi delle portaerei americane evidenziano le difficoltà operative della forza navale. È circolata anche l’ipotesi dell’invio di truppe di terra, ma è chiaro che tale opzione impantanerebbe gli americani in una guerra sanguinosa.
Dal punto di vista economico, invece, il protrarsi della guerra potrebbe compromettere tutto il settore energetico dell’area, facendo crollare l’economia mondiale.
Poi ci sono le ripercussioni sul fronte diplomatico, nei rapporti con i tradizionali alleati di Washington, che pagano alti costi economici da un prolungamento della guerra. Già risultano incrinati i rapporti con gli europei, che si sono rifiutati di aderire ad una campagna militare per liberare lo Stretto di Hormuz.
Soprattutto l’andamento militare e le gravi ripercussioni sull’economia impongono agli USA di trovare il prima possibile una via d’uscita dal pantano in cui si sono cacciati. Il problema è che tutte le opzioni che hanno dinanzi presentano grossi rischi.
Gli Stati Uniti non possono semplicemente “dichiarare vittoria” e smettere di fare la guerra all’Iran perché abbandonare il campo di battaglia non comporta necessariamente una cessazione delle ostilità da parte iraniana, che a questo punto avrebbe più mano libera, con la possibilità di accrescere grandemente la sua influenza nella regione.
D’altro canto, gli elevati costi che dovrebbero essere sostenuti nel caso in cui gli USA fossero impegnati in una lunga guerra contro l’Iran, portano a ritenere che una via d’uscita possa essere quella di fermare la guerra e trovare un accordo. Ma qui ci si trova dinanzi allo stesso problema della guerra in Ucraina, con gli iraniani che, esattamente come i russi, sono disposti ad un accordo solo se vengano eliminate le radici profonde della guerra.
Intanto, Stati Uniti e Iran si sono accordati per un cessate il fuoco di due settimane a partire dall’8 aprile e hanno tenuto trattative in Pakistan tra l’11 e il 12 di aprile. La base di partenza delle consultazioni sono stati i 10 punti posti dall’Iran, tra cui la fine definitiva della guerra su tutti i fronti, come ad esempio in Libano, ritiro delle truppe americane dall’area, il pagamento dei danni di guerra e il riconoscimento dell’autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Condizioni che equivalgono al riconoscimento di una vittoria iraniana e di un ruolo egemonico dell’Iran nell’area. Ma anche nel caso di una rinuncia iraniana a qualche pretesa, un eventuale accordo non può che portare ad un peggioramento della posizione degli USA nell’area.
In seguito al fallimento dei negoziati, la mossa americana è stata quella di porre un blocco navale al passaggio delle navi da e verso i porti iraniani, tentando in tal modo di strangolarne l’economia. Ma è chiaro che ad essere bloccate sarebbero prima di tutto le navi cinesi, tagliando in tal modo la fornitura di petrolio alla Cina, rendendo inevitabile una sua reazione. Al momento in cui stiamo scrivendo, una prima nave cinese ha rotto il blocco americano e attraversato lo Stretto di Hormuz.
Al di là di come si snoderà la contesa sul campo, se le ostilità riprenderanno dopo la fine del cessate il fuoco o se si ritornerà al tavolo delle trattative, ciò che è in gioco è la presenza americana dal Medio Oriente, rischiando di perdere la presa su una regione chiave dove si concentra gran parte delle risorse energetiche mondiali. Il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz apre degli scenari catastrofici per l’imperialismo americano, costringerebbe gli Stati del Golfo a sottomettersi alle richieste dell’Iran, fino all’ipotesi di far transitare petrolio pagato in yuan e non in dollari. La fine del sistema del petrodollaro è una seria minaccia per gli USA in grado danneggiare gravemente la loro economia.
Gli Stati Uniti si sono cacciati in un bel guaio. Se terminano così il loro intervento, compromettono il loro dominio mondiale, fino a rischiare un crollo di proporzioni gigantesche. Se rilanciano pagheranno dei costi altissimi per degli esiti incerti.
In ogni caso, lo scontro inter-imperialistico ha subito un’accelerazione, data dal fatto che tutte le potenze mondiali sono in qualche modo coinvolte nella guerra in corso, riducendo notevolmente i probabili tempi di una guerra generale.
Le manovre degli altri imperialismi
Cina e Russia non possono abbandonare l’Iran a causa delle implicazioni economiche e politiche di un dominio incontrastato dell’imperialismo americano in Medio Oriente. Hanno pertanto tutto l’interesse a sostenere l’Iran, sicuramente attraverso la fornitura di preziose informazioni tramite i propri satelliti, probabilmente anche con l’invio di armi.
Ma, se da una parte c’è una convergenza di interessi del fronte Cina-Russia-Iran ad indebolire l’imperialismo americano, ogni brigante imperialista manovra in base ai propri interessi nazionali.
È indubbio che la Cina beneficerebbe enormemente di un prolungato impegno americano in Medio Oriente.
In primo luogo, la guerra contro l’Iran sta già dirottando risorse dall’Asia orientale verso quella occidentale, con il trasferimento di intercettori del sistema di difesa antimissile THAAD dalla Corea del Sud, depotenziando la presenza militare americana nell’area, a tutto vantaggio dell’espansionismo cinese.
Poi, la crisi nella quale sono stati gettati i Paesi del Golfo dall’intervento americano contro l’Iran e la mancanza di protezione assicurata dall’ombrello militare USA potrebbero spingere questi Paesi a prendere le distanze dagli Stati Uniti in favore della Cina.
D’altro canto, però, una interruzione delle forniture energetiche mediorientali rappresenta un grosso pericolo per l’economia cinese. Inoltre, la minaccia di una grave crisi economica fa tremare la sua classe dominante, dal momento che la Cina è un Paese pienamente capitalistico e ha bisogno di inondare il mercato mondiale delle merci prodotte dalle proprie industrie e di trovare sempre nuovi sbocchi per i suoi capitali. Da qui, l’interesse a favorire una mediazione.
La Russia, invece, sta già ottenendo benefici dalla guerra mediorientale e dalla conseguente crisi energetica dovuta al blocco di Hormuz, potendo vendere il suo petrolio a prezzi più alti. Gli Stati Uniti sono stati costretti a concedere una deroga di 30 giorni a tutti i Paesi per acquistare il petrolio russo soggetto a sanzioni. In tal modo, viene a cadere un’arma utilizzata nella guerra contro la Russia in Ucraina, cioè quelle sanzioni economiche che nelle troppo ottimistiche previsioni dei sostenitori di Kiev avrebbero dovuto piegare l’economia russa e portarla ad una sconfitta nella guerra ucraina. Inoltre, il prolungarsi della crisi energetica avrebbe ripercussioni economiche soprattutto sugli Stati europei, sui quali pesa il sostegno all’Ucraina, che verrebbe meno nel caso di una grave crisi economica, con la conseguente impossibilità per l’Ucraina di reggere il conflitto con la Russia.
Al momento, tra i principali sconfitti della guerra in Medio Oriente ci sono proprio i Paesi europei.
Se nei primi giorni di guerra, i Paesi europei si erano prontamente allineati al padrone americano, l’andamento della guerra ha messo in piena luce la difficoltà a piegare militarmente l’Iran, spingendo gli europei a più miti consigli, tanto che ormai cercano il più possibile di non farsi coinvolgere nella guerra. Per ora, hanno rifiutato di seguire gli Stati Uniti in un’operazione militare volta ad aprire lo Stretto di Hormuz. Che proprio tra i più fedeli esecutori dei dettami di Washington, quali sono gli Stati europei, già sull’attenti nel seguire gli USA nella guerra alla Russia, si siano tirati indietro in una spedizione contro l’Iran, è segno del pantano in cui si sono infilati gli americani. Si è però aperta in tal modo una frattura con l’alleato americano che potrebbe avere ripercussioni sulla tenuta della NATO.
Ciò che emergerà con l’aggravamento della crisi energetica e dell’economia sarà la tendenza da parte degli Stati europei a fare ognuno per conto proprio.
L’aumento del costo dell’energia condurrà gli Stati europei al disastro economico, aggravando la crisi dell’industria e spingendoli imboccare con ancora più decisione la strada dei tagli sociali e del riarmo.
Come per i Paesi europei, le ripercussioni negative della guerra mediorientale colpiscono anche molti Paesi asiatici. Ad uscirne indebolita è l’India, che è tra i Paesi maggiormente dipendenti dal flusso di petrolio e gas dal Medio Oriente, da dove viene importato circa metà del petrolio e il 90% del GPL. Anche i Paesi dell’Asia orientale e del sud-est asiatico sono duramente colpiti dall’aumento dei costi energetici e dalla diminuzione dei flussi. Si registrano già i primi razionamenti e interruzioni nell’industria. Addirittura le Filippine hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale e hanno imposto la settimana lavorativa di quattro giorni per ridurre i consumi di carburante.
Inoltre, la vicenda dei Paesi del Golfo ha messo in evidenza le difficoltà degli Stati Uniti a difendere non solo i paesi europei, ma anche Stati come il Giappone o la Corea del Sud, fedeli alleati di Washington, si trovano in tal modo dinanzi alla necessità di dover rivedere la propria posizione in materia di difesa e nel rapporto con gli USA.
L’anello debole della catena imperialista
Più disastrosa è la condizione dei Paesi del Golfo, i cui regimi rischiano addirittura di soccombere.
Se la guerra si protrae a lungo, il blocco dello Stretto di Hormuz metterà in ginocchio questi Paesi che sono dipendenti dalle esportazioni del settore energetico, ma la situazione di pericolo farà crollare anche tutto il resto, l’edilizia, il turismo, dal momento che si fermerà l’afflusso di gente verso questi paradisi del lusso.
Poi c’è da considerare anche la possibilità di una crisi alimentare e idrica, dovute alla mancanza di approvvigionamenti e alla distruzione degli impianti di desalinizzazione.
In questo contesto di guerra e di crisi, “l’anello debole” sono proprio Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Bahrain e Kuwait.
La guerra e la crisi economica, nel caso dei Paesi del Golfo, si riverberano su degli Stati fragilissimi, che hanno una popolazione autoctona molto bassa rapportata al resto della popolazione. La composizione demografica di questi Paesi è un problema molto serio per le fameliche borghesie che governano con pugno di ferro i propri Paesi, per una presenza di stranieri altissima: 90% negli Emirati, 80% in Qatar, 60% in Kuwait, 40% Arabia Saudita. Stranieri ma anche molto giovani.
Sono proletari che vivono quasi in una condizione di schiavitù, dato il sistema della cosiddetta “kafala”, che prevede che i lavoratori consegnino il passaporto ai loro datori di lavoro, consegnando di fatto l’autonomia esclusiva del loro sostentamento. I proletari di questi Paesi sono completamente nelle mani dei loro padroni, dai quali dipende non solo il loro stipendio, ma la stessa possibilità di lavorare altrove e di tornare nel proprio Paese d’origine.
La crisi mediorientale toccherà profondamente le masse proletarie della regione. La carenza di cibo non è una possibilità così lontana nel tempo. Inoltre, il rischio è che l’aggravamento del conflitto porti anche alla distruzione degli impianti di desalinizzazione. Ovviamente, è chiaro che qui non ci sono organizzazioni classiste di difesa operaia, ma l’esplosione sociale potrebbe essere dirompente.
La necessità della ripresa della lotta di classe
L’auspicio è che il proletariato, che fino ad ora è fermo, inizi a muoversi sul terreno delle rivendicazioni economiche.
La possibilità di una vasta ondata di lotta di classe in tutte le metropoli mondiali, da quelle dei Paesi capitalisticamente mature a quelle dei capitalismi emergenti, è data dalla gravità della crisi economica che si sta abbattendo sull’economia mondiale e che sarà pagata dai proletari di tutto il mondo.
Già dopo le prime settimane di guerra, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha messo in luce la fragilità del capitalismo mondiale. È bastato il blocco di un nodo strategico del commercio mondiale per scatenare il panico in tutte le capitali del mondo capitalistico. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz viene a mancare fino al 20% del consumo mondiale di petrolio e GNL. Ma l’impatto delle crisi nel Golfo Persico va oltre i prodotti energetici e colpisce anche una quota rilevante della produzione mondiale di fertilizzanti. Il perdurare del blocco quindi non avrà solo effetti legati alla drastica diminuzione di petrolio e gas, con ripercussioni su tutte le attività economiche e un vertiginoso aumento dei prezzi di tutti i prodotti, ma colpirà la stessa produzione alimentare mondiale. Si può prevedere una carenza di cibo e un aumento dei costi che milioni di proletari non saranno in grado di sostenere.
Così, mentre i proletari dell’Ucraina e della Russia prima e del Medio Oriente ora sono gettati nell’inferno della guerra, anche nel resto del mondo i proletari sono sotto attacco, dovendo affrontare un drastico peggioramento delle proprie condizioni di vita, pagando il prezzo delle crisi e delle guerre dell’imperialismo.
E come per i proletari in guerra l’unica via d’uscita di classe è il disfattismo rivoluzionario e la trasformazione della guerra tra Stati in guerra rivoluzionaria del proletariato. Anche nelle metropoli, dove si abbatterà la crisi del capitalismo, la classe proletaria dovrà rigettare qualunque appello all’unità nazionale e a sacrificarsi per l’economia del Paese, dovrà rompere la pace del Capitale e dotarsi di proprie organizzazioni classiste guidate dal Partito Comunista per combattere la propria guerra di classe, fino alla dittatura del proletariato.