La Libia, il petrolio, l’Eni e i migranti
Categorie: Africa, Immigration, Petroleum/Oil
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Gli sviluppi della guerra in Ucraina e recentemente quella contro l’Iran hanno allontanato l’attenzione verso tutti gli altri conflitti attivi di varia natura e intensità che nel mondo sono stimati in 56 secondo alcuni centri studi del settore. Ciò nonostante il vampiresco sistema di produzione capitalista non smette di organizzarsi adeguatamente per continuare a depredare risorse naturali e materie prime in quei desolati paesi. Meglio se nel silenzio che ne favorisce gli infami traffici.
Una di queste situazioni si sviluppa sulla cosiddetta “quarta sponda” italiana: La Libia, con il suo petrolio, casualmente scoperto nel 1939, e le manovre dell’Eni, Ente nazionale Idrocarburi. La multinazionale italiana attiva nel settore del petrolio, del gas e delle varie fonti energetiche, in quel paese dal 1959, svolge ancora a tutt’oggi un ruolo primario tra le diverse compagnie petrolifere assegnatarie di licenze di esplorazione e di estrazione.
Rimandiamo ad un nostro articolo pubblicato sul n° 415/ 2022 di questa testata titolato: ”Il precario stallo della Libia” dove abbiamo ampiamente descritto quanto successo dalla caduta del regime di Gheddafi nel 2011 alla sua morte violenta e fino alla cessazione delle ostilità nel 2020 tra le varie formazioni armate che si contendono ancora il controllo del paese. Tregua necessaria per poter svolgere nuove elezioni presidenziali e formare un nuovo governo centrale di tutta la Libia; queste elezioni non sono ancora state indette per le numerose obiezioni presentate dalle diverse fazioni.
Di fatto tutti i concorrenti al petrolio libico hanno dovuto accettare la situazione esistente apparentemente stabilizzata per cui sono costretti a patteggiare con l’autorità di Tripoli del Governo di unità nazionale (Gnu) presieduto da Mohammed Dbeibah e con quella di Bengasi con a capo il generale Khalifa Haftar come interlocutori primari, oltre a diversi piccoli gruppi armati nel Fezzan.
Nonostante le frequenti e ricorrenti tensioni politiche, rimane attivo l’accordo di lungo periodo che assicura all’Eni le attività estrattive fino al 2042 per il petrolio e fino al 2047 per il gas. Questo è garantito dalle autorità libiche e dal NOC (National Oil Corporation), la compagnia petrolifera nazionale libica che gestisce tutte le attività relative allo sfruttamento delle risorse degli idrocarburi.
Il rispetto di questo accordo è per l’energivoro capitalismo italiano molto importante perché sullo scenario libico due grandi potenze Russia e Turchia ultimamente rivendicano l’esercizio degli impianti, un ruolo di primaria importanza nel settore estrattivo e in quello politico a scapito degli altri paesi coinvolti, tra cui ovviamente l’Italia.
In questo scenario sono ben comprensibili i 4 viaggi istituzionali che la Presidente del consiglio italiano, Meloni ha effettuato dal 2023 incentrati su cooperazione, migranti, gas e petrolio. Bisogna anche ricordare i sei viaggi del ministro dell’Interno Piantedosi tra Tripoli e Bengasi principalmente su sicurezza e flussi migratori e il controverso e mai chiaramente spiegato caso del rimpatrio con volo di Stato del generale libico Almasri arrestato a Torino nel 2025.
Per l’esistenza del capitalismo è vitale la circolazione delle merci e dei capitali; un loro blocco o un semplice rallentamento può innescare o peggiorare una crisi economica già in atto. Questo precario status quo libico al momento garantisce il regolare flusso degli idrocarburi e al contempo quello del denaro proveniente da quel flusso, ora non c’è più l’incertezza finanziaria dovuta all’esistenza di due banche centrali distinte causate dalla separazione nei centri di potere di Tripoli e Bengasi. Infatti nell’agosto 2023 la Banca Centrale della Libia (CBL) ha ufficialmente annunciato la riunificazione delle due parti avente lo scopo principale di stabilizzare l’economia e gestire in modo unitario le entrate petrolifere. Questa è stata sostenuta e garantita dall’Onu ma permangono forti tensioni tra le due precedenti parti per cui la completa integrazione tecnica e amministrativa è ancora molto complessa, dovuta alla perdurante frammentazione politica.
In questo scenario è accettato che la Cirenaica del generale Haftar stia aumentando la sua forza e presenza politico militare in Libia a scapito di quella Governo di unità nazionale di Dbeibah della Tripolitania. Per le precarie condizioni di salute di entrambi i leader, questi spesso sono sostituiti negli incontri politici rilevanti dai probabili loro successori, individuati nelle rispettive cerchie familiari, occasione per rimandare ulteriormente ogni progetto per le nuove elezioni presidenziali.
L’assassinio lo scorso 3 febbraio nella sua residenza di ZIntan in Tripolitania di Saif al-Islam Gheddafi, figlio di Muammar Gheddafi che già a suo tempo lo aveva indicato come suo successore, ha tolto di mezzo una figura influente in grado di superare le due fazioni principali. nella contesa per il controllo del potere in Libia. Al momento non sembra ci sia l’intenzione di modificare lo status quo basato sulla difficile gestione delle divisioni locali e tribali a suo tempo ben orchestrate dal regime di Gheddafi.
Loro malgrado tutti i partner politici ed economici hanno dovuto gestire questa situazione per tentare di ottenere i loro obiettivi preposti.
La Turchia dopo il memorandum sul riconoscimento delle frontiere marittime del Mediterraneo meridionale siglato con il governo di Tripoli nel 2019, in aperta contrapposizione con analoghi piani di Grecia ed Egitto, ora tratta con Bengasi che non riconosce quell’accordo. Questo riguarda l’incremento di ben il 30% della piattaforma continentale turca a scapito di quella rivendicata da Cipro e Grecia .in cui erano già iniziati i lavori per sviluppare un gasdotto per un più efficiente collegamento tra i giacimenti del Mediterraneo orientale e i mercati europei. Non sono nemmeno trascurabili gli interessi per le aree destinate alla pesca d’altura.
Per sostenere le rivendicazioni turche, il governo di Ankara finanzia e sostiene il governo di Tripoli. Inoltre consolida la sua presenza militare in Tripolitania con una sua prossima base militare a Misurata e una possibile base aerea a Al-Watiyya nell’interno a sud di Sabrata.
La Russia in Libia persegue due obiettivi strategici: il primo riguarda il continuo sostegno al governo di Haftar necessario per controllare la Cirenaica e per il rafforzamento delle due importanti basi aeree di al-Khadim a 200 Km ad est di Bengasi e quella di Matan As-Sarra nel deserto quasi al confine col Ciad come principale supporto logistico per le operazioni militari russe in Africa. Alcune rilevazioni mostrano interventi su piste, depositi e varie strutture che testimoniano l’interesse strategico russo. L’integrazione della Cirenaica nel sistema di alleanze russe riguarda anche l’addestramento militare, assistenza tecnica e fornitura di armi e tutto questo conferma il grande interesse di Mosca per la Libia.
Gli Emirati Arabi Uniti, dal canto loro, stanno utilizzando il remoto aeroporto di Kufrah, 1200 Km a sud est di Bengasi, come base per il rifornimento di armi, materiali di vario genere come supporto alle milizie paramilitari sudanesi (Rsf: Forze di supporto rapido) che sono in aperto conflitto armato con le forze armate sudanesi a loro volta sostenute dall’Egitto che recentemente ha effettuato un raid aereo contro un convoglio di armi e carburante destinato alle Rsf.
Le criticità politiche e militari sono poi aumentate da quando gli Usa sono impegnati in un estenuante tentativo di mediazione tra Tripoli e Bengasi pur non prevedendo al momento un loro coinvolgimento militare diretto.
Alla base di tutte queste prezzolate attenzioni oltre ai piani geostrategici conta fondamentalmente la ricerca, estrazione e trasporto degli idrocarburi di ottima qualità nel sottosuolo nel deserto e sotto la superficie del mare libico.
Anche l’Eni ha dovuto districarsi in quell’intreccio di accordi per cercare di aggiudicarsi il rinnovo di nuove licenze di estrazione.
A fine gennaio 2026 l’Eni ha ottenuto la modifica dell’accordo con la Noc, la compagnia petrolifera nazionale libica, volta ad ottenere l’aumento del 9% della quota spettante alla multinazionale italiana a fronte di un investimento congiunto di 3,7 miliardi di dollari con contratti a lungo termine. Ovviamente anche le altre compagnie petrolifere hanno richiesto adeguamenti alle loro quote e durata delle concessioni visto i cospicui investimenti necessari soprattutto per gli impianti offshore. A febbraio l’Eni comunica di aver ottenuto la licenza per l’esplorazione offshore del blocco O1, nella provincia petrolifera della Sirte, pari a 29mila chilometri quadrati in collaborazione della QatarEnergy. Ben soddisfatti i vertici Eni sottolineano come l’ottima sinergia tra la tecnologia italiana, che ha permesso di essere il principale operatore nel settore con una produzione di idrocarburi pari a circa 162mila barili di petrolio equivalente al giorno nel 2025 e la grande forza economica qatarina necessaria per questi investimenti, abbiano pesato nelle decisioni della Noc. A metà marzo l’Eni comunica che le prime rilevazioni sismiche necessarie per individuare i giacimenti marini hanno dato risultati molto incoraggianti.
Tutti contenti i faccendieri e i petrolieri italiani; ma le dolorose schiere dei migranti dalle coste libiche, una immane tragedia umana dalla quale trae vantaggio il capitalismo degli stati europei alla ricerca di manodopera a basso costo.