Partito Comunista Internazionale

Riprendendo la questione sindacale

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Due storici testi sul rapporto partito-lotta di classe

La dottrina marxista ci insegna che «La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classi», ininterrotta, anche se a volte non palesata.

La lotta che il proletariato conduce contro la borghesia è incominciata con la sua esistenza e scomparirà solo con la scomparsa delle classi sociali. A nulla varranno tutti i tentativi che la classe dominante può escogitare per esorcizzare questo inconciliabile antagonismo: né i sistemi mistificatori della democrazia, né quelli dittatoriali del fascismo potranno averne ragione perché è lo stesso modo di produzione capitalistico a generarla, svilupparla, acuirla.

I proletari in questa società non hanno nulla di proprio da salvaguardare; essi hanno soltanto il compito storico di distruggerla, dopo avere preso per via rivoluzionaria il potere.

Per condurre la sua battaglia il proletariato ha, naturalmente, necessità di una propria indipendente organizzazione e questa organizzazione che la classe lavoratrice, in modo autonomo, si dà attraversa diversi gradi di evoluzione.

«Dapprima lottano i singoli operai ad uno ad uno, poi gli operai di una fabbrica, quindi quelli di una data categoria in un dato luogo contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente. Essi non rivolgono i loro attacchi soltanto contro i rapporti di produzione, ma li rivolgono contro gli stessi strumenti della produzione; essi distruggono le merci straniere che fanno loro concorrenza, fanno a pezzi le macchine. […] In questo stadio gli operai formano una massa dispersa per tutto il paese e sparpagliata dalla concorrenza. Il loro raggrupparsi in masse non è ancora la conseguenza della loro propria unione, ma è dovuta all’unione della borghesia, che per raggiungere i suoi propri fini politici deve mettere in moto tutto il proletariato ed è ancora in grado di farlo. In tale stadio i proletari non combattono dunque i loro nemici, ma i nemici dei loro nemici. […] Ma con lo sviluppo dell’industria il proletariato non cresce soltanto di numero; esso si addensa in grandi masse, la sua forza va crescendo, e con la forza la coscienza di essa. Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato si livellano sempre più. […] La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l’incessante e sempre più rapido perfezionamento delle macchine rende sempre più precarie le loro condizioni di esistenza; i conflitti fra singoli operai e borghesi singoli vanno sempre più assumendo il carattere di conflitti fra due classi. È così che gli operai incominciano a formare coalizioni contro i borghesi, riunendosi per difendere il loro salario. […] Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero. Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma la unione sempre più estesa degli operai. Essa è agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra di loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto uguale carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica.» (K. Marx – Il Manifesto del Partito Comunista)

Come sono esaltanti queste ultime affermazioni che danno l’immagine di una classe operaia in piena azione a volontà di lottare, altrettanto deprimente è il constatare come, salvo rarissime di circoscritte fiammate, il proletariato a livello internazionale sia, per ora, succube passivo della incontrastata dominazione capitalista.

Ogni lotta di classe è, dunque, lotta politica; ma finché non si ha coscienza degli interessi rispettivi, si hanno solo classi in potenza, o classi in sé. Solo quando si giunge alla coscienza degli interessi comuni e delle proprie finalità, ossia si arrivi alla formazione del Partito di classe, solo allora il proletariato da “classe in sé” raggiunge il livello di “classe per sé”.

È ancora Marx che parla: «La grande industria raccoglie in un solo luogo una folla di persone sconosciute le une alle altre. La concorrenza le divide, nei loro interessi. Ma il mantenimento del salario, questo interesse comune che essi hanno contro il loro padrone, li unisce in uno stesso proposito di resistenza: coalizione. Così la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo della resistenza era solo il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora di quello del salario. Ciò è talmente vero, che gli economisti inglesi rimangono stupiti a vedere come gli operai sacrifichino una buona parte del salario a favore di associazioni che, agli occhi di questi economisti, erano state istituite solo a favore dei salari. In questa lotta – vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia imminente. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico. Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato la massa della popolazione del paese in lavoratori. Poi la dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta, della quale abbiamo segnalato solo alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica» (K. Marx – La Miseria della Filosofia)

Ne consegue quindi che l’organizzazione del proletariato in classe necessita della presenza del Partito politico. Ma se l’organizzazione economica, il sindacato, è il prodotto spontaneo della classe sfruttata non altrettanto è il partito che, dall’esterno, viene messo a disposizione della classe. 

«Una piccola parte della classe dominante si stacca da essa per unirsi alla classe rivoluzionaria, a quella classe che ha l’avvenire nelle sue mani. Perciò, come già un tempo una parte della nobiltà passò alla borghesia, così ora una parte della borghesia passa al proletariato, e segnatamente una parte degli ideologi borghesi che sono giunti a comprendere teoricamente il movimento storico nel suo insieme.» Ciò che noi definiamo “Capovolgimento della prassi”.

Passiamo ora a Lenin: «Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica [Oggi diremmo: “comunista” – n.d.r.]. essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia con le sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradeunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc. La dottrina del socialismo è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali. Marx ed Engels erano degli intellettuali borghesi. Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso stesso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo. […] Ecco perché ogni menomazione dell’ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell’ideologia borghese. […] Il movimento operaio spontaneo è il tradeunionismo, e il tradeunionismo è l’asservimento ideologico degli operai alla borghesia. Perciò il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nell’attirare il movimento operaio sotto l’ala della socialdemocrazia rivoluzionaria.

«La socialdemocrazia dirige la lotta della classe operaia non soltanto per ottenere condizioni vantaggiose nella vendita della forza-lavoro. Ma anche ad abbattere il regime sociale che costringe i nullatenenti a vendersi ai ricchi. La socialdemocrazia rappresenta la classe operaia non per i suoi rapporti con un determinato gruppo d’imprenditori, ma nei suoi rapporti con tutte le classi della società contemporanea, con lo Stato, con la forza politica organizzata. È dunque evidente che i socialdemocratici non soltanto non possono limitarsi alla lotta economica, ma non possono nemmeno ammettere che l’organizzazione di denunce economiche sia la parte prevalente della loro attività» (Che fare?)

Ma se il proletariato ha necessità di collaborazione e guida da parte di transfughi della borghesia, è altrettanto vero che anche la borghesia per mantenere il suo dominio sul proletariato si serve di traditori della propria classe. È sempre Marx che parla: «Quanto più una classe dominante è capace gli assimilare gli uomini più eminenti delle classi dominate, tanto più solida e pericolosa è la sua dominazione.» Quanto sia vero questo concetto lo si vede chiaramente dal comportamento di tutti quegli ex lavoratori, passati nel tempo alla guida dei sindacati e dei partiti opportunisti e controrivoluzionari.

In conclusione, solo l’intervento del Partito politico di classe può dare al proletariato, prendendo la guida dei sindacati, un indirizzo veramente di classe ed una finalità storica: l’abbattimento del regime capitalista. D’altra parte anche il partito ha la necessità di basare la sua forza su un movimento operaio all’attacco inquadrato in forti sindacati di classe, in mancanza di queste condizioni la rivoluzione rimarrà solo un mito irraggiungibile.

Venendo ora ai due nostri vecchi lavori sindacali che ripubblichiamo qui di seguito, possiamo dire che (salvo piccolissime insignificanti variazioni dovute all’attuale completo sbracamento dei sindacati ufficiali e degli scomparsi partiti opportunisti, adesso tutti quanti si dichiarano liberali e democratici) noi rivendichiamo totalmente il loro contenuto, e consideriamo validissime ed attuali tutte le indicazioni pratiche che, nella ripresa della lotta di classe, il proletariato dovrà fare proprie ed applicare, sia come metodo di lotta, sia come rivendicazioni.

Però due sarebbero le condizioni necessarie e a tutt’oggi mancanti.

– Un movimento operaio agguerrito e pronto a scendere in lotta a difesa dei propri interessi contingenti e di quelli generali della classe

– Un Partito munito di una vasta organizzazione ed una forte presa sulla classe operaia, che attraverso i propri gruppi comunisti, all’interno delle fabbriche e dei sindacati, tenda a conquistare la direzione dei sindacati o sulla spinta delle masse lavoratrici, a far risorgere una sostanziale azione di classe.

In assenza di questi due fattori essenziali, pretendere di dare indicazioni alla classe, sia come rivendicazioni che come metodi di lotta, che non siano quelle generali espresse nelle tesi 23 e 25 delle “Basi per la rinascita del sindacato operaio” sarebbe solo velleitario e inconcludente attivismo.

Basi per la rinascita del sindacato operaio

da “Il Sindacato Rosso, 11/1969”

Nel marasma imperante, prodotto dalle lotte tra le frazioni della borghesia e delle grandi concentrazioni internazionali del capitale finanziario affonda anche il movimento operaio, ad opera di partiti che hanno tradito e abbandonato per sempre la strada maestra della rivoluzione comunista, e di sindacati che anelano soltanto a porsi sotto la protezione dello Stato capitalista. La confusione regna sovrana ovunque. Domina la pratica, che caratterizza i periodi storici della decadenza generale, dell’assenza assoluta di programmi, di indirizzi precisi, univoci. Domina l’anarchia più assoluta, l’esistenzialismo più sbracato.

A maggior ragione, in questo stato pietoso, il partito politico di classe, il vero partito marxista rivoluzionario, non ha nulla da mutare del tradizionale programma di lotta, per cui, anche in questa circostanza del VII Congresso nazionale della CGIL, il nostro partito non ha che da riproporre le sue vecchie posizioni anche nei confronti del movimento rivendicativo della classe operaia, tratte dai principi classici ed immutabili, confermate dalle lotte proletarie di oltre un secolo, contenute nel programma di sempre del partito comunista. In occasione del VI Congresso della CGIL della fine marzo 1965 furono stese delle tesine che riassumevano queste classiche posizioni, per dare ai proletari rivoluzionari uno schema dei problemi sociali e un indirizzo di battaglia rivoluzionaria. Non abbiamo nulla da cambiare e le ripubblichiamo nel loro testo originale, salvo qualche correzione formale e precisazione di alcuni aspetti che nel frattempo si sono meglio delineati.

Partiti e gruppi politici continuano da decenni a adattarsi alla realtà, smontano e rimontano ogni giorno le posizioni del giorno prima, ma le cose restano al punto di partenza: il capitalismo domina la società. Sono risorti contestatori e cantastorie vari, con pretese di nuove e più concrete posizioni: sono spariti nello spazio di un giorno. Le cose non sono cambiate. La girandola dei voltagabbana tende alla follia nell’avvicinarsi impetuoso e tragico del crollo sociale, nel cui vortice il morente capitalismo vorrebbe trascinare la classe dei nullatenenti.

Il programma comunista resta incrollabile come il faro nella tempesta, ad indicare alle masse proletarie la via della salvezza. Il capitalismo crollerà quando la classe dei salariati imboccherà questa strada luminosa. Ecco perché tutte le energie dei comunisti rivoluzionari sono tese per far risplendere questa luce, sempre, con ogni mezzo, ad ogni costo.

1. Nella società presente, dominata da rapporti di produzione capitalistici, in cui il lavoro ha assunto la forma salariale e i prodotti del lavoro quella di capitale – lavoro e capitale come potenze sociali tra loro nemiche e inconciliabili – in questa società la lotta tra le classi fondamentali in cui è divisa: proletariato, borghesia, proprietari fondiari, è permanente e violenta sino alla completa vittoria del socialismo nel mondo.

Lo sviluppo monopolistico del capitalismo esaspera in maniera crescente, invece di attenuarli, i conflitti di classe, in quanto la fase imperialista caratterizza lo stato agonico e putrescente delle strutture economiche e sociali.

Il capitalismo è incapace di sviluppare le forze produttive a favore di tutta la società, ed è storicamente maturo per cedere il posto ad una nuova e giovane formazione sociale. Il capitalismo è in grado soltanto di esprimere la sua interna natura parassitaria; esso subordina alla sua esistenza, fondata sull’estorsione di lavoro non pagato, di profitto, ogni risorsa tecnica e scientifica e tutte le forze produttive, mettendone parte dei frutti a disposizione di uno strato di ceti intermedi, di piccola e media borghesia e di aristocrazia operaia, i quali, perciò, sono interessati a difendere il presente regime.

2. Sospinta dalle sue contraddizioni interne, l’economia capitalista tende a concentrarsi nello Stato, entro il quale il regime del profitto trova l’unica trincea per arginare lo storico assalto proletario. Il capitalismo di Stato, previsto dai classici del marxismo e genialmente descritto nel suo sviluppo recente da Lenin, costituisce quindi la forma più idonea al perpetuarsi delle condizioni di sfruttamento del proletariato.

3. Oggi ancor meglio e più apertamente di ieri, appare in vivida luce che lo Stato centrale costituisce il rappresentante degli interessi storici permanenti del capitalismo, quale che ne sia il governo, quale che sia il partito o la coalizione di partiti al potere. Per questo ogni lotta del proletariato contro il capitale, anche solo in difesa delle contingenti condizioni economiche e salariali, cozza ineluttabilmente contro lo Stato del capitale, e costituisce, sebbene ancora in forma inconscia, un’azione sovvertitrice dell’ordine costituito.

4. In questo contesto storico, sociale e politico, come non sono possibili programmi politici che stiano a cavallo degli interessi delle varie classi contrastanti, così è assolutamente inconcepibile un programma sindacale che voglia difendere gli interessi contingenti del proletariato e contemporaneamente rifiuti di battersi a fondo contro il potere dello Stato rappresentante le classi privilegiate.

5. Le lotte economiche del proletariato non sono il prodotto della volontà di nessuno, esse sono imposte dal regime sociale esistente, nel quale da una parte la borghesia capitalista, con il suo Stato, tende a comprimere in limiti sempre più angusti le condizioni delle classi lavoratrici a difesa del suo privilegio, dall’altra le masse proletarie sono spinte a contrastare questo permanente assalto capitalista per non essere ridotte nella condizione di schiave.

6. Il sindacato rappresenta così lo strumento di difesa economica del proletariato. Ma l’efficacia di questo strumento dipende dalle forze politiche che lo manovrano, dagli obiettivi che si propongono e dai mezzi che impiegano.

7. Da oltre un quarantennio non appaiono sulla scena storica lotte rivoluzionarie autonome del proletariato, il quale è completamente prigioniero dei partiti opportunisti che dominano incontrastati tutte le organizzazioni di massa, tra cui e in primo luogo i sindacati professionali. Il sindacato, così diretto da forze politiche non rivoluzionarie, non costituisce una minaccia per il regime capitalista nemmeno sul terreno proprio della lotta economica, sebbene la centrale più forte fra tutte, la CGIL, osi ancora appellarsi «sindacato di classe».

8. La proclamazione esplicita di fedeltà alla democrazia, alla costituzione repubblicana e allo Stato, costituisce una prova di aperto tradimento degli interessi storici del proletariato e di abbandono di ogni seria lotta a favore dei salariati. La democrazia è la forma tipica dello Stato capitalista, attraverso la quale esso riesce molto più facilmente ad ingannare le masse degli sfruttati dando loro l’illusione che il sistema sociale attuale, fondato sullo sfruttamento della forza lavoro, sia eterno, e tutt’al più possa essere «corretto». La Costituzione democratica repubblicana è la carta ufficiale di questo inganno e di questa illusione, intesa a distrarre il proletariato dal conseguimento dei suoi scopi storici, che sono l’abbattimento dell’attuale inumano regime di produzione e di vita e l’instaurazione della società comunista.

9. Mentre i capi dell’apparato sindacale tacciano di passatisti i comunisti rivoluzionari per la loro ferma volontà di riproporre a tutto il proletariato la soluzione rivoluzionaria dei contrasti sociali, essi riportano il movimento operaio indietro di oltre mezzo secolo, guidando le masse diseredate in una demagogica e sciagurata prospettiva di correzione delle strutture economiche e sociali, cancellando con un colpo di spugna il significato tragico di cinquant’anni di lotte tremende, dalle quali sono scaturite due sanguinose guerre mondiali e la conferma della dittatura del capitale.

L’alternativa che sta dinanzi al movimento operaio, non è «riformismo democratico o fascismo», ma: «dittatura nascosta (democrazia) o aperta (fascismo) ovvero rivoluzione proletaria comunista vittoriosa».

10. Infatti la prospettiva agitata dalle Centrali sindacali delle riforme di struttura e della «programmazione democratica» riconduce verso un passato riformista, che la storia di questi ultimi decenni si è incaricata, spesso con la massima violenza possibile, di distruggere per sempre, mostrando che il capitalismo non è da riformare, ma da annientare.

11. Chiudere quindi le lotte rivendicative immediate dei proletari nei limiti delle «riforme di struttura», significa proclamare in anticipo la rinunzia delle Centrali sindacali a difendere seriamente il salario e il posto di lavoro; significa ribadire l’illusione che il regime fondato sul salario sia eterno; significa di conseguenza distruggere la volontà rivoluzionaria delle masse lavoratrici.

12. Nella squallida visione riformista si è inserita sempre e per intero la politica sindacale non solo delle organizzazioni di origine borghese come la CISL e la UIL, ma sciaguratamente anche della CGIL. Nell’immediato dopoguerra, in concordanza con i partiti opportunisti che costituiscono le due correnti alla direzione della CGIL, fu data la consegna controrivoluzionaria della ricostruzione della economia «nazionale», e successivamente, quando il potere capitalista era ormai ricostituito e potentemente rafforzato, quella della «lotta ai monopoli». In questo lasso di tempo le Centrali hanno subordinato la loro politica rivendicativa alla conservazione dell’apparato produttivo e dell’economia nazionale, cioè dei sostanziali privilegi delle classi capitaliste.

13. Le lotte per rivendicare salari differenziati hanno favorito il formarsi di uno strato di operai privilegiati, meglio retribuiti, a scapito delle grandi masse salariate. Le lotte articolate hanno ulteriormente diviso il fronte della classe operaia, dando modo al padronato capitalista, alle direzioni aziendali, e agli stessi monopoli, di assorbire gradualmente l’urto e le richieste operaie, senza subire danni.

Le rivendicazioni di premi di produzione, cottimi e prestazioni straordinarie, hanno favorito l’acutizzarsi dello sfruttamento degli operai, l’estendersi della disoccupazione, e in generale lo smembramento dell’unità di classe.

14. Scioperi che avevano tutti i presupposti per riuscire delle imponenti manifestazioni di forza operaia sono stati anticipatamente svirilizzati, o deviati nel corso della lotta, nell’intento supremo di impedire collegamenti fra categoria e categoria e nel timore che le lotte, sotto la spinta delle tragiche condizioni della classe operaia, si generalizzassero e proponessero automaticamente una nuova e diversa direzione politica del sindacato.

Il dissesto economico prima (crisi del 1963) e la ripresa produttiva dopo (1967-68), risolti sulle spalle dei lavoratori, hanno indotto le centrali sindacali a sabotare ogni difesa generale degli operai, lasciando che licenziamenti, blocco reale dei salari, aumento dell’intensità e dello sfruttamento della forza lavoro, si effettuassero impunemente azienda per azienda, lasciando disperdere la collera operaia in mille episodi locali ed aziendali, per impedire che, confluendo in un unico slancio collettivo, il proletariato saggiasse la validità della lotta diretta e generalizzata contro il capitalismo, e nel contempo smascherasse nel vivo della lotta il tradimento dei capi sindacali.

15. La decantata unità sindacale perseguita dai capi CGIL con le Centrali bianche e gialle,CISL e UIL, espressione di aperti interessi padronali, non effettuandosi né potendosi effettuare sulla base di un programma di interessi generali comuni a tutti i proletari, mira piuttosto all’obiettivo della creazione di un’unica organizzazione sindacale controrivoluzionaria che imprigioni tutti i salariati; allo stesso modo che ieri l’unica organizzazione sindacale, la CGIL, fu spezzata dalla costituzione della CISL e dell’UIL nell’intento di fiaccare il più rapidamente possibile le resistenze naturali degli operai, dividendo il fronte proletario.

Il ritorno all’unità proletaria o significa – come ora – l’abbandono completo da parte della CGIL di ogni parvenza di classe, ovvero – come noi auspichiamo – sarà il prodotto della crescente mobilitazione di classe dei salariati decisi a ritrovare un’unica organizzazione compatta ed invincibile, il cui presupposto è la sostituzione dei capi traditori con dirigenti fedeli agli interessi operai.

Per la direzione comunista del Sindacato

16. Il dissesto economico ha messo in luce l’incapacità dei capi sindacali a proporre al proletariato soluzioni efficienti in difesa del salario e del posto di lavoro; come ha dimostrato chiaramente l’assoluta impossibilità in regime capitalista di evitare disastri economici, di ottenere un’armonica evoluzione dell’economia. Nuove e più profonde crisi porranno sul tappeto l’ineluttabile scontro diretto fra proletariato e Stato capitalista per metter fine a questa corsa folle verso la distruzione di uomini, mezzi ed energie.

17. I comunisti rivoluzionari, sulla scorta della secolare esperienza delle lotte proletarie, constatano che gli attuali capi infedeli dei sindacati non se ne andranno dai loro posti di dirigenza se non dopo essere stati scacciati dagli operai con una non breve lotta tendente a eliminare dalle proprie file i traditori e i venduti alla borghesia. Questa lotta, forma evoluta della lotta di classe, si effettuerà nella misura in cui i proletari decideranno di passare da una supina acquiescenza alle influenze opportuniste, alla ferma determinazione di difendere con ogni mezzo la loro esistenza, i loro salari, il loro posto di lavoro, rifiutandosi di difendere interessi nazionali, patriottici, repubblicani, costituzionali, dietro cui si nascondono solo i privilegi capitalistici; rifiutandosi di subordinare le loro lotte economiche alla demagogica lotta per le riforme di struttura.

18. Questa lotta sarà possibile nella misura in cui il proletariato farà suo il programma rivoluzionario comunista; sarà vittoriosa a condizione che si faccia dirigere dal suo partito di classe, il Partito Comunista Internazionale. Per questo i comunisti rivoluzionari non si propongono la creazione di nuovi sindacati, finché sarà possibile svolgere opera rivoluzionaria in quelli attualmente esistenti, finché la CGIL non rinuncerà anche formalmente agli attributi di classe ai quali si richiama, e non vieterà la costituzione di correnti nel suo seno.

Essi si organizzano in gruppi comunisti nelle fabbriche e nei sindacati, per diffondervi il programma rivoluzionario del partito di classe e per procedere alla conquista dei posti direttivi nei Sindacati.

19. L’affermarsi in seno ai Sindacati del programma comunista rivoluzionario garantirà lo svolgimento rivoluzionario della lotta delle masse, premessa essenziale perché i Sindacati non siano catturati dallo Stato capitalista e possano costituire l’organizzazione unitaria del proletariato in difesa dei suoi interessi economici e in vista della preparazione dell’assalto al potere.

20. Man mano che si acutizzano gli urti fra le masse diseredate da una parte e le classi privilegiate e il loro Stato dall’altra, si rende sempre più impossibile la continuazione di una politica cosiddetta neutrale, equidistante dai partiti e dallo Stato, quale vantano di perseguire i bonzi della CGIL.

In realtà nel dichiararsi fedeli custodi del metodo democratico, essi si pongono obiettivamente al servizio del regime capitalista e legano le condizioni e le sorti del proletariato a quelle dello Stato capitalista. Giusta l’insegnamento di Lenin e della Sinistra i sindacati non possono perseguire una politica indipendente dai partiti; o sono sotto la influenza dei partiti opportunisti, cioè di agenti del capitalismo, o sono guidati dal Partito comunista rivoluzionario.

21. L’opera dei comunisti rivoluzionari in seno alle organizzazioni di massa del proletariato è quindi essenziale, perché serve a smascherare la politica controrivoluzionaria dei dirigenti, sollecita i proletari ad esigere maggiore risolutezza nel condurre le lotte e nel fissarne gli obiettivi contingenti, e a vigilare perché non si verifichino collusioni fra capi sindacali e direzioni aziendali.

Il primo compito dei comunisti è proprio quello di lottare contro il corporativismo generato dall’aziendalismo, e di dare a tutto il proletariato una visione generale dei problemi economici e politici, di imprimere alle lotte una visione di classe che scavalchi non solo i limiti ristretti dell’azienda, ma anche quelli della categoria e del settore, della regione e della nazione riaffermando essere la lotta del proletariato lotta internazionale contro un regime, quello capitalista, che estende il suo dominio sul mondo intero.

Per questo le Sezioni Sindacali d’azienda concepite come «agenti contrattuali», «autonome e indipendenti» dal Sindacato, imprigionano le masse nelle singole aziende, ne impediscono l’azione generale ed unitaria.

22. Al fine di amalgamare le forze proletarie, di unificarne gli sforzi e le lotte, i comunisti rivoluzionari propugnano il ritorno alla tradizionale funzione delle Camere del Lavoro nelle quali confluiscono tutti i proletari al di sopra delle categorie e dei settori, degli uffici e delle aziende, per quel reciproco contatto fisico e naturale che infonde fiducia nelle proprie forze, rompe l’isolamento a cui i proletari sono costretti sui posti di lavoro, risveglia nei lavoratori la coscienza di essere una classe e non degli aggregati o delle appendici produttive della società capitalista.

A questo scopo si perviene non con formule organizzative e astratte (democrazia dal basso, comitati operai, ecc.) ma per mezzo di un intreccio di lotte che mettano in movimento tutti i reparti della classe operaia, che nel vivo della battaglia esprimerà organi opportuni, capi fedeli alla causa, legami più stretti ed organici con la direzione centrale del Partito Comunista Rivoluzionario.

23. I Comunisti rivoluzionari non pretendono di possedere una formula magica per cui garantiscano, una volta alla direzione dei Sindacati, il pieno e continuo successo delle lotte rivendicative.

Essi, per la coscienza che loro deriva dall’essere militanti del partito di classe, sanno bene che qualunque conquista in regime capitalista è caduca ed effimera; e che la presa di coscienza da parte delle masse dell’ineluttabilità della vittoria del comunismo sul capitalismo costituisce la premessa indispensabile e necessaria anche delle lotte rivendicative immediate.

Perciò essi proporranno sempre obiettivi immediati che contengano in sé elementi che uniscano e non dividano le molteplici categorie in cui il capitalismo ha separato i lavoratori per meglio dominarne le forze e gli interessi; elementi che generalizzino le lotte operaie per elevarle alla superiore forma politica di combattimenti di classe; obiettivi il cui raggiungimento, od anche la sola lotta conseguente per raggiungerli, menomino gli interessi capitalistici ed obblighi lo Stato capitalista a gettare l’infame maschera di Stato della Nazione o del popolo, ovverossia democratico, e a presentarsi nella sua vera effige di strumento della dittatura del capitale. Obiettivi caratteristici sono: la riduzione della settimana lavorativa almeno a 36 ore a parità di salario, l’aumento dei salari in ragione dei reali bisogni dei proletari, il salario pieno ai disoccupati, agli scioperanti, ai pensionati, la abolizione del cottimo e del lavoro straordinario, premi di produzione e di ogni forma di incentivo, di cui le aziende si servono per spremere fino all’ultima stilla l’energia dei lavoratori.

24. Il mito del contratto di lavoro, trasferisce l’importanza della lotta dal suo terreno sociale e di classe a quello giuridico e formale. Sulla base di questa pratica legalitaria, le Centrali sindacali insinuano nelle classi salariate la convinzione che tutto si risolva col raggiungimento del contratto; quando le direzioni aziendali si irrigidiscono, incanalano le controversie nei meandri dei ministeri per farle oggetto di aggiustamenti formali o di compromessi equivoci, al solo fine di distogliere l’attenzione dei lavoratori dall’importanza politica e di classe delle lotte rivendicative, e così scaricare la collera operaia nell’attesa della soluzione giuridica della controversia. I contratti di lavoro si firmano con la lotta e sulle piazze e non rappresentano alcuna garanzia per i proletari se non sono difesi da battaglie e lotte quotidiane che impegnino duramente le classi borghesi.

25. I Comunisti rivoluzionari chiamano i proletari a far cessare la pratica ignobile di scioperi cronometrati, preavvertiti alle direzioni aziendali, alle prefetture e alle questure di polizia, scioperi che non incutono alcun timore alla borghesia e quando, per spontanea iniziativa degli operai, assumono una imprevista consistenza di classe, servono di richiamo e di sfogo all’odio delle classi padronali, concretizzantesi in vessazioni, arresti e condanne di proletari. Lo sciopero come è usato oggi dalle Centrali controrivoluzionarie, è un’arma spuntata e controproducente. Solo lo sciopero improvviso e il più esteso possibile colpisce veramente gli interessi economici del capitalismo, impedendogli altresì di approntare efficacemente mezzi di difesa e di contrattacco immediato.

26. Né il singolo operaio, né il reparto, nemmeno la classe statisticamente concepita, e di conseguenza neppure gli stessi organi immediati della classe operaia, i Sindacati, possono avere una visione generale delle lotte sociali, conoscerne cause ed effetti, valutare la scelta dei mezzi d’azione, indicare gli obbiettivi ed assumere direzione centralizzata e disciplinante delle lotte. Solo il Partito politico di classe possiede queste attitudini indispensabili per la conduzione vittoriosa della battaglia storica contro il capitalismo. Perciò la pretesa che il Partito rinunci volontariamente a questa direzione significherebbe rinuncia alla vittoria del comunismo sul capitalismo. Il proletariato rivoluzionario, quindi, è impegnato in un duplice fronte: contro le classi privilegiate e il loro Stato centrale e contro i partiti e i capi sindacali opportunisti. In questa lotta sono chiamati tutti i lavoratori, e il Partito Comunista Internazionale fa affidamento sulla parte del proletariato peggio retribuita e più sfruttata, per suscitare i necessari fermenti alla lotta rivoluzionaria di classe.

I tentativi di imporre al proletariato degli «alleati», arruolati nelle file della piccola borghesia bottegaia, popolare, studentesca, mirano soltanto a mantenere tra le masse l’infezione democratica, con cui sono state tenute lontane dalla ripresa rivoluzionaria di classe.

Allo stesso scopo pervengono le rancide suggestioni di gruppi di falsa sinistra, tendenti a screditare tra i proletari l’organizzazione sindacale operaia, col pretesto che i Sindacati sono diretti da agenti larvati della borghesia.

In tal modo appare chiaro che sia gli uni che gli altri operano come effettivi alleati dei nemici della classe operaia e della rivoluzione comunista, agiscono come elementi di disgregazione in seno al proletariato, tendono a privarlo finanche degli organi di difesa economica, dopo aver lavorato per demolire il partito politico di classe.

27. La conquista del Sindacato alla lotta rivoluzionaria, e la trasformazione cioè della CGIL in Sindacato Rosso, dipende essenzialmente dalla formazione in seno alla Confederazione di gruppi comunisti rivoluzionari, attorno ai quali poter mobilitare la parte più radicale e decisa della classe operaia col preciso ed esplicito scopo di strappare la direzione delle organizzazioni proletarie dalle mani dei bonzi, per fare dei Sindacati degli organi combattenti contro il capitalismo e il suo Stato, sotto la direzione del vero Partito Comunista.

I proletari comunisti non rinunciano a questo intento, nemmeno se scacciati dai sindacati ad opera dei capi traditori. Essi restano al loro posto di lotta tra le file degli operai per organizzare la difesa del Sindacato dall’azione disgregatrice dei capi traditori.

28. Il proletariato non ha nulla da difendere, rivendicare e contestare nel regime capitalista; ma da distruggerlo completamente con la sua violenza di classe, coscientemente organizzata dal Partito di classe. Ne consegue che contrariamente alle affermazioni sempre più chiare e solenni dei capi sindacali e di quelli politici ufficiali, il proletariato deve organizzarsi anche nei sindacati per farne delle «leve potenti» col preciso scopo di abbattere l’attuale sistema sociale, se non vuole perpetuare le sue condizioni di schiavo moderno, periodicamente obbligato a versare il proprio sangue sull’altare della difesa della patria, dopo di aver versato per tutta la vita il proprio sudore su quello dell’economia nazionale.

Evoluzione e dinamica della forma sindacale

Seconda parte del rapporto alla riunione generale del partito del 6-7 maggio 1978, pubblicata sul numero 1 di Comunismo, gennaio-aprile 1979.

Fase del totalitarismo statale: sindacati di Stato

a) 1926-1945 periodo fascista

La crisi del 1929 passò senza che si verificasse nessuna ondata rivoluzionaria e la borghesia poté poi risolvere le sue contraddizioni con la seconda guerra mondiale, macello per milioni di proletari, che vide quella che era stata la gloriosa repubblica dei Soviet prima alleata dell’imperialismo tedesco, poi al fianco dell’imperialismo americano nel nome della democrazia. Ben diverso era stato l’atteggiamento dei veri comunisti nel primo conflitto mondiale: guerra alla guerra, no alla solidarietà nazionale, trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria di classe.

Finita l’ondata rivoluzionaria, distrutto il Partito Comunista Mondiale, la borghesia può tranquillamente, senza ostacoli attuare il suo piano di inquadramento sindacale degli operai: essi non hanno più il loro partito, non si considerano più una classe legata internazionalmente e contrapposta alle altre classi, ma un “fattore della produzione”, una componente del popolo, della Nazione, che assieme al Capitale contribuisce al bene e alla prosperità della Patria. Nella concezione fascista il salario deve essere sì difeso, ma solo se ciò non arreca danno alla economia nazionale; conflitti vi possono essere ma al di sopra di questi vale per tutti l’imperativo della solidarietà nazionale. È il programma riformista che la borghesia, unificata nel suo partito fascista, tenta di realizzare praticamente.

Tutto il proletariato viene obbligatoriamente inquadrato in sindacati che sono a tutti gli effetti organi dello Stato; la borghesia non può più sopportare l’esistenza di sindacati liberi anche se a direzione non rivoluzionaria. La Camera delle Corporazioni riunisce i rappresentanti dei vari “fattori produttivi” (oggi si direbbe “parti sociali”): industriali e pretesi rappresentanti operai che, sotto la supervisione dello Stato, dirimono le eventuali controversie.

Parallelamente lo Stato vara dall’alto una serie di misure previdenziali e assistenziali volte a disciplinare lo sfruttamento della mano d’opera, a garantire la produzione, a prevenire azioni di classe: queste misure non sono altro che le riforme, bandiera di sempre dei socialdemocratici.

Contemporaneamente lo Stato si evolve in senso totalitario. La borghesia non ha più bisogno del parlamento ed elimina le forme della democrazia elettiva perfezionando la sua macchina statale che si delinea sempre più come un gigantesco apparato amministrativo-burocratico-militare che ditta su tutti i settori della società. Massima centralizzazione, partito unico, predominio assoluto dell’esecutivo, tentativo di pianificare e regolamentare ogni settore della vita economica e sociale.

Questo processo corrisponde all’evolversi dell’economia in senso monopolistico. Il contrasto tra le varie fazioni della borghesia si è da tempo definitivamente risolto a favore del capitale finanziario che ora domina incontrastato. Tutta l’economia è in mano alle grandi holdings finanziarie che, in ogni settore produttivo, operano in regime di monopolio. Lo Stato stesso interviene massicciamente nell’economia e in Italia in particolare è il capitalista più forte.

L’ottocentesco padrone delle ferriere cede progressivamente il posto al manager statale stipendiato di lusso, al finanziere, all’anonima società per azioni.

Il capitale monopolistico ha bisogno di un rigido controllo del mercato della mano d’opera, di condizioni uniformi su tutto il territorio nazionale, di contratti nazionali di lavoro validi ovunque e rispettati: ecco perché deve assolutamente affossare il sindacalismo classista e inquadrare tutti i lavoratori salariati nei sindacati di Stato.

Questo processo, nei paesi a capitalismo più forte quali Francia, Inghilterra, Stati Uniti d’America, dove non vi fu un forte partito rivoluzionario, si svolge pacificamente e la borghesia può mantenere le forme della democrazia elettiva e sindacati ad adesione formalmente libera e volontaria. Si realizza cioè lo stesso processo: accentramento della macchina statale, sottomissione del proletariato alla solidarietà nazionale, senza bisogno di ricorrere alla dittatura aperta. Tutte le forze politiche si sottomettono spontaneamente allo Stato, la classe operaia, corrotta dalle misure assistenziali tipo New Deal americano (ripreso dal fascismo italiano), si lascia condurre tranquillamente alla guerra e in essa si afferma la tradizione di un sindacalismo disposto a sacrificare ogni cosa alla difesa delle istituzioni e del regime, disposto a sabotare qualsiasi sciopero se questo indebolisce l’economia nazionale, disposto a firmare, come in Svizzera, pace eterna fra lavoro e capitale. È il sindacalismo fascista mascherato, che si affermerà anche in Italia e in Germania nel secondo dopoguerra e che il nostro partito definirà: “sindacalismo tricolore”.

b) 1945 periodo post-fascista: Il sindacalismo tricolore

Vinta la guerra gli alleati, che hanno trascinato la classe operaia a farsi scannare nel nome della democrazia, per la “libertà” contro la dittatura fascista, impongono alle vinte Italia e Germania il ripristino delle forme democratiche: libere elezioni, parlamento. In campo sindacale i partiti già precedentemente uniti nel CLN costituiscono dall’alto una centrale sindacale che si chiamerà Confederazione Generale Italiana del Lavoro. Ma le tendenze che hanno portato all’affermarsi del fascismo come metodo di governo della macchina statale borghese non solo permangono, ma si accentuano sempre più. Grandi imperi finanziari, massiccio intervento statale e tentativi di pianificare l’economia, rafforzamento dell’apparato repressivo statale, predominio assoluto dell’esecutivo sul legislativo. Il parlamento è ormai ridotto ad uno “specchietto per le allodole”: serve solo a far credere agli operai che lo Stato è anche il loro Stato poiché essi sono liberi di eleggere i propri rappresentanti. Sono gli stessi opportunisti di oggi a confermare implicitamente questi fatti quando lamentano il ricorso quasi esclusivo ai decreti legge, il permanere delle leggi fasciste, ecc.

I partiti cosiddetti antifascisti non sono in realtà che un unico partito, essendosi tutti quanti sottomessi allo Stato che oggi giustamente li finanzia. I sindacati formalmente liberi formati nel secondo dopoguerra sono i continuatori del sindacato statale fascista, sono “cuciti sul modello Mussolini”. La loro funzione è infatti quella di tenere la classe operaia inchiodata alla solidarietà nazionale, di impedire che essa si muova sul terreno di classe, di far sì che gli operai non si sentano una classe separata ma una “componente della nazione”. Questo è il sindacalismo che il Partito ha chiamato “tricolore”.

Esso tende ineluttabilmente verso l’inquadramento aperto nell’apparato statale. La legge dello Stato prevede infatti per i sindacati il riconoscimento giuridico, cioè la loro istituzionalizzazione e in questo essi hanno compiuto numerosi passi come l’istituzione della delega, cioè del metodo di riscossione delle quote attraverso gli uffici statali e padronali (metodo di un’organizzazione che ha di fatto firmato la pace sociale e ha rinunciato per sempre alla lotta di classe), e la prassi progressivamente affermatasi di risolvere le controversie attorno al tavolo delle trattative, sotto l’alto patrocinio dello Stato, partendo non dalle esigenze dei lavoratori ma da quelle dell’economia nazionale.

Per mezzo dei sindacati tricolore la borghesia italiana ha potuto ricostruire sulla pelle del proletariato il proprio apparato produttivo distrutto dalla guerra, riaffacciarsi sul mercato mondiale, realizzare profitti immensi, arricchirsi smisuratamente con il bestiale sfruttamento della mano d’opera. Che cosa ci ha guadagnato la classe operaia? Dieci anni di briciole, di effimero benessere e poi di nuovo – con la crisi – disoccupazione, sacrifici, fame.

Spinti dalla pressione operaia i sindacati tricolore sono costretti anche ad indire scioperi: essi lo fanno però in modo tale che queste azioni risultino delle semplici dimostrazioni, proteste formali, non mai delle vere battaglie di classe. Essi sabotano qualsiasi rivendicazione, qualsiasi lotta che metta in pericolo l’ordine capitalistico. Come i sindacati fascisti essi si muovono: “suonando sull’accordo nazionale il motivo della lotta al padronato” e la loro specifica funzione è quella di “togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo”.

La Confederazione Generale del Lavoro del 1921, anche se diretta dai riformisti, era un sindacato di classe anticapitalista, un’organizzazione squisitamente operaia sorta dalla lotta, che il proletariato poteva utilizzare per la propria difesa contro il padronato e contro gli stessi dirigenti traditori. Sul suo statuto si leggeva:

 «Articolo 1) È costituita in Italia la Confederazione Generale del Lavoro per organizzare e disciplinare la lotta della classe lavoratrice contro il regime capitalistico della produzione e del lavoro (…)
 «Art. 2) La Confederazione è costituita: a) da tutte le federazioni nazionali di industria e di professione, che hanno funzioni di resistenza e che sono sulla direttiva della lotta di classe (…) b) da tutte le Camere del Lavoro che si attengono ai compiti generali ed integratori della resistenza loro propri, che sono sulla direttiva della lotta di classe».

L’Articolo 3) così stabiliva le funzioni della Confederazione «(…) la direzione generale del movimento proletario, industriale e contadino, al disopra di qualsiasi distinzione politica (…) perché ogni attrito parziale fra capitale e lavoro venga risolto nel senso più favorevole alla classe lavoratrice, ed ogni movimento generale, determinato dalla acutizzazione della lotta di classe, venga indirizzato a scopi pratici».

Nella “Carta del Lavoro” Fascista si leggeva:

«Il bene dello Stato è dunque da anteporsi a quello degli individui isolati o dei gruppi di individui che compongono la Nazione italiana. A questo concetto è informata non solo la Carta del lavoro, ma tutta la politica fascista (…) L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori per cui è costituito; di tutelarne di fronte allo Stato e alle altre associazioni professionali gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria, d’imporre loro contributi e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate d’interesse pubblico (…)

«Nel contratto collettivo di lavoro, trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione. Questa disposizione elimina qualsiasi cagione di odio tra lavoratori e principali, i quali, nei loro rapporti, non si considerano più come nemici, ma come cordiali collaboratori nel comune intento di migliorare la produzione».

L’Articolo 1) dello Statuto della Confederazione Generale Italiana del lavoro afferma:

«La Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) è una organizzazione nazionale di lavoratori. Essa organizza i lavoratori che – indipendentemente da ogni opinione politica, convinzione ideologica o fede religiosa e di appartenenza a qualsiasi gruppo etnico – accettando e praticando i principi del proprio Statuto, considerano la fedeltà alla libertà e alla democrazia fondamento permanente della attività sindacale (…)

«La CGIL pone a base del suo programma e della sua azione la Costituzione della Repubblica Italiana e ne persegue l’integrale applicazione particolarmente in ordine ai diritti che vi sono proclamati e alle riforme economiche e sociali che vi sono dettate».

E nella Costituzione si dice appunto che:

«Articolo 39) L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
«È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.
«Articolo 40) Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».

Il sindacalismo tricolore quindi non differisce nella sua politica da quello fascista.

I sindacati del secondo dopoguerra non sono tuttavia ancora organi dello Stato, ma tendono inevitabilmente a diventarlo e in questo senso hanno compiuto notevoli passi, quali l’introduzione della delega.

Il ristabilimento nel 1945 della adesione formalmente libera e volontaria al sindacato significa che la borghesia, grazie al PCI e al PSI, ha potuto legare a sé le masse sfruttate senza bisogno di ricorrere al sindacato di Stato coatto.

Facendo leva su una tradizione usurpata e sulla corruzione di consistenti aristocrazie operaie, i partiti opportunisti sono riusciti a legare le masse sfruttate al carro dell’economia borghese che ora, dopo dieci anni di “boom” le sta di nuovo spingendo nella stessa miseria del primo dopoguerra.

Ma come è irreversibile la tendenza della borghesia a imprigionare gli operai in sindacati di regime, così è irreversibile la crisi che porterà al crollo dell’economia capitalistica e con essa di tutte le conquiste che si credevano eterne, di tutti gli inganni democratici, di tutte le illusioni pacifiste.

Non resterà alle masse sfruttate altra alternativa che la lotta per la difesa delle proprie condizioni di esistenza. Da questa lotta, che si troverà contro tutte le centrali tricolore, tutti i partiti, tutto l’apparato statale, dovrà risorgere il Sindacato di classe.

Sindacato tricolore e sindacato di classe sono due termini antitetici; l’uno esclude l’altro. Gli operai dovranno rompere l’apparato che ora lega le proprie condizioni di esistenza alle vicende dell’economia del profitto per affermare con la forza il proprio diritto di vivere e di lavorare anche quando i profitti delle imprese diminuiscono.

La rinascita del sindacato di classe perciò dovrà avvenire contro l’attuale politica e struttura sindacale, contro la solidarietà nazionale, per la solidarietà tra tutti gli sfruttati contro le classi dominanti.