Petrolio, gas, derivati e guerra
Categorie: Capitalist Wars, Finance, Petroleum/Oil
Questo articolo è stato pubblicato in:
Da svariati anni il petrolio e le altre commodities come vengono dette, materie prime, metalli, gas, hanno un meccanismo di definizione prezzi legato, più che alla disponibilità sui mercati, a complesse operazioni finanziarie, che descrivemmo in un articolo del settembre 2022 in occasione di una grave crisi dovuta, almeno si diceva, alla indisponibilità di gas naturale (metano) in seguito alle sanzioni esercitate sulla Russia, la più importante fornitrice per gli Stati europei.
Per dare un’idea delle cifre che muovono quei movimenti di pura speculazione, in questi mesi nei quali altri formidabili eventi bellici hanno sconvolto la produzione, il trasporto e quindi il mercato delle commodities energetiche, il valore dei “derivati”, ovvero dei contratti “futures” sulle quotazioni del petrolio sulle borse specializzate per la sua compravendita, è passato da 2.600 miliardi di dollari al giugno 2025, ai 3.900 miliardi ad inizio aprile del 2026. Gli sconvolgimenti finanziari legati alle grandi perdite borsistiche subite dai trader indebitati sono una anticipazione di quelli sui flussi della liquidità, con effetti dirompenti ma a più lunga scadenza.
Come non bastasse la guerra a scatenare le tempeste sui prezzi!
Le crisi petrolifere sono una costante del sistema capitalistico e finanziario del dopoguerra, a cominciare dalla gravissima scoppiata nel 1973 e tutte sono legate a situazioni belliche nelle aree a produzione petrolifera. Il che, se la conoscenza storica e la lungimiranza politica avessero un minimo spazio nella capacità di previsione degli eventi da parte della borghesia, avrebbe almeno indicato altri comportamenti in luogo delle sciagurate decisioni di guerra.
Ma la situazione presente non è un fatto di mancanza di razionalità da parte dei Governi di uno Stato o di un altro; i comunisti non hanno mai fatto questioni di saggezza o follia di Leaders e dei loro consiglieri. Anche i governi e la conduzione degli Stati, ben lo sappiamo, sono piegati e condizionati dalle necessità del capitalismo e quindi dalla dinamica dei fatti materiali e non dalla volontà dei governanti, più o meno “illuminati”.
Nel lontano 1973, quando la peste finanziaria dei “derivati” era ben lontana dall’apparire sui mercati finanziari, le cause scatenanti furono, ancora una volta, le guerre locali nell’area mediorientale, con la guerra arabo-israeliana, guerra del Kippur, la chiusura del Canale di Suez e l’aumento delle royalties deiPaesi produttori di greggio. Nei due anni di guerra il prezzo del petrolio fu inizialmente raddoppiato da parte di Egitto e Siria, mentre gli altri Paesi aderenti alla OPEC bloccarono le esportazioni agli Stati Uniti fino al gennaio 1975.
Nell’Italietta del tempo la scarsità soprattutto di gasolio da riscaldamento e da autotrazione impose una curiosa forma di austerity con il blocco ope legis della circolazione festiva e domenicale insieme ad altre disposizioni per il “risparmio” dei derivati del petrolio. Ma questo fu solo italico folclore, una parodia di risparmio energetico accolta quasi senza troppi patemi; un po’ peggio comunque se simile disposizione dovesse essere rimessa in auge in tutta Europa a fronte di una crisi ben peggiore, in una situazione generalizzata che indica una prossima recessione.
Nell’arco di poco meno di un decennio, dal 1973 al 1981, con un picco nel corso del 1979-1980 in seguito alla rivoluzione khomeinista, all’interruzione delle forniture iraniane di petrolio e allo scoppio della guerra tra Iran e Iraq, il prezzo raggiunge i 34 dollari al barile, 19 volte il prezzo di 11 anni prima.
L’inflazione segnò un aumento dei prezzi del 9 per cento, tra il 1972 e il 1983 e con la contrazione dei consumi indotta dalle politiche di austerità, la produzione in Europa diminuì del 10 per cento. La grande massa dei dollari detenuti dagli Stati fornitori furono riversati sui mercati finanziari europei e mondiali, dando origine alla crisi finanziaria dei petroldollari, che alimentarono la speculazione e indussero una grave situazione debitoria, soprattutto da parte dei cosiddetti “paesi in via di sviluppo” che fu tamponata dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale. Gli shock petroliferi furono riassorbiti e tra il 1979 e il 1985 i Paesi dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che raccoglie 38 Paesi sviluppati con economia di mercato) ridussero del 20 per cento la domanda di greggio proveniente dai fornitori OPEC, il cui prezzo si ridusse di conseguenza del 70 per cento. La crisi di allora mostrò chiaramente la sua difficile governabilità per tutti i problemi che sarebbero potuti sorgere nel futuro per interventi violenti sui mercati del petrolio.
Un’altra crisi energetica si sviluppò nel 2022, dopo la forte riduzione dell’attività produttiva e del consumo dovuto alla pandemia Covid (dichiarata terminata nel 2023), in occasione del conflitto Russia Ucraina, con l’invasione da parte dell’esercito russo nel febbraio 2022 e le ritorsioni europee. Ritorsioni che portarono alla riduzione dell’approvvigionamento di petrolio e gas naturale, via via più stringente fino al blocco quasi completo. Fornitura energetica che aveva consentito agli Stati europei, in particolare alla Germania, un surplus produttivo che aveva messo in crisi la capacità statunitense e che rese necessario, per gli USA, interromperla quasi manu militari.
In quella situazione lo shock energetico indusse, almeno secondo la vulgata corrente, un forte aumento dei prezzi di gas e petrolio; evento che in realtà datava già da prima della guerra, come dimostrammo nel citato articolo pubblicato su questo giornale nel settembre ’22.
Questo andamento era legato sia al fisiologico processo inflazionistico pre-crisi, ma soprattutto al meccanismo di formazione dei prezzi sulle borse specializzate sulla compravendita dei prodotti energetici, che opera non sui volumi prodotti ma sui cosiddetti contratti derivati che trattano grandezze non fisiche, ma “di carta”, scommesse formalizzate da contratti sull’andamento dei prezzi futuri, al rialzo o al ribasso, in un modo assolutamente speculativo.
I governi europei tamponarono la crisi agendo sul lato “prezzi”, con tagli delle tasse su carburanti ed elettricità, e introducendo “tetti legali” ai prezzi, spostando però capitali verso i Paesi produttori di energia. È l’unica ricetta che gli Stati sanno, e possono mettere in atto. Furono così ricostituite le riserve strategiche, a prezzi molto più alti che in passato.
Le soluzioni delle cosiddette energie rinnovabili sono un’utopia nel mondo capitalistico, che deve aumentare sempre di più la produzione di merci e quindi consumare sempre più energia. Anche il ricorso al pericoloso nucleare è costoso e molto lungo da mettere in funzione, con tempi non compatibili con le necessità capitalistiche.
Alla fine queste possibilità, più o meno praticabili per costi ma soprattutto tempi, sono rimaste lettera morta nella maggior parte dei casi. Fatto salvo il ricorso al carbone per la produzione di energia elettrica, la soluzione più inquinante.
Nota ISPI, un istituto di politica ed economia internazionale, che ad oggi l’economia mondiale deve fare a meno, relativamente al petrolio, di una quota tra il 10 e il 17 per cento rispetto a quella disponibile prima della guerra in Ucraina. Nel 1973, comunque in tutt’altra situazione geo politica internazionale e con un altro livello di produttività generale del capitalismo, una riduzione del 5 per cento dell’offerta che si protrasse per 5 mesi da parte dei paesi arabi dell’OPEC fece quadruplicare i prezzi del petrolio.
Gli Stati Uniti, il maggior produttore di petrolio e gas al mondo, dovevano tenere alti i prezzi dei prodotti energetici per mantenere in attivo la produzione con la costosa ed inquinante tecnica di fracking, e questa situazione è stata assolutamente conveniente.
Dopo soli quattro anni dalla guerra del 2022, una nuova guerra ha riproposto la crisi delle risorse energetiche, ma in un modo diverso rispetto al passato. Ora non c’è soltanto crisi dei prezzi, ma crisi da mancanza. La chiusura dello stretto di Hormutz ha ridotto del 20% l’offerta di gas naturale liquefatto, e reso nuovamente vantaggioso l’uso del carbone nelle centrali elettriche.
In particolare una riduzione molto grave è stata quella del GPL, Gas di Petrolio Liquefatto, miscela di idrocarburi che è cosa diversa dal metano, trasportato come liquido (GNL) via nave o distribuito gassoso tramite condutture, i famigerati metanodotti che costituivano, per gli Stati europei un tramite energetico a buon mercato distribuito dalla Russia. Poi le “sanzioni” per l’invasione dell’Ucraina, hanno risistemato le “cose” per il GNL statunitense che ha trovato un nuovo sbocco.
Il GPL, trasportato mediante petroliere è il prodotto più colpito dal blocco di Hormutz: Cina e India sono forti importatori di GPL: per l’India si tratta di un’importazione dal Medio Oriente del 90 per cento, mentre la Cina importa essenzialmente dall’Iran. Almeno questa volta è stata rispettata la logica borghese di mercato, il prezzo in Cina di questo prodotto ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 12 anni; la Cina pare lo Stato che accusa maggior criticità perché il GPL è importante non solo per le necessità domestiche e l’autotrazione, ma è essenziale per l’industria petrolchimica.
Come ulteriore aggravante del blocco e della disperata reazione iraniana a mo’ di risposta agli spietati bombardamenti israelo-americani effettuati tramite droni e missili contro le aree delle basi statunitensi nei paesi del Golfo, ci sono i seri danni alle infrastrutture energetiche ed estrattive nel Golfo.
I tempi di ripristino, che logicamente potrà essere fatto a guerra finita, non sono ad ora quantificabili; e anche questo è ragionevole. I pianificatori, analisti ed economisti borghesi sono riusciti a dire che «se lo shock petrolifero fosse più severo e durasse oltre lo scenario di base (??, chissà cosa sia questo “scenario di base”, e soprattutto, quanto durerà) l’inflazione potrebbe superare il 5 per cento a maggio-giugno mandando l’economia in recessione tecnica a metà anno». In altre analisi e proiezioni si ventila la possibilità di una fase di inflazione-stagnazione, la prospettiva che per i borghesi è la peggiore di tutte (noi comunisti sappiamo invece che è la deflazione l’esito mortale per il capitalismo).
Ci sono altre gravi conseguenze del blocco, la sosta forzosa dei mercantili che trasportano i fertilizzanti, la cui produzione dipendente dalla filiera del petrolio, è comunque messa in crisi dalla non disponibilità di quello, e il trasporto di alluminio, materiale essenziale in moltissimi campi. Gli attacchi iraniani negli Emirati hanno colpito le grandi fonderie di alluminio, aggravando inoltre le difficoltà di approvvigionamento causate dal blocco dello Stretto.
Questo quadro sta evolvendo in senso sfavorevole per i Paesi a maggior tasso di sviluppo. Se le prospettive di una riapertura dello stretto e quindi, anche se con l’incognita dei pedaggi imposti dall’Iran, di un sostanzioso aumento della quota di petrolio disponibile aveva indotto un sensibile ribasso del petrolio e del GNL, le successive evoluzioni politico militari hanno riportato in alto le tariffe. Gli Stati Uniti d’America, dopo un annuncio inverosimile di azzerare militarmente la vita civile in Iran, e dopo il fallimento dei colloqui per mediare un accordo politico-militare, sono ritornati alla carica imponendo, loro, il blocco dello Stretto.
Il risultato, un ennesimo rialzo forte del prezzo del petrolio.
Già in Europa, i cui Stati sono i più esposti al caro petrolio, si inizia a parlare sottovoce di una moratoria del blocco energetico verso la Russia, si viene a conoscenza che le importazioni dalla Russia di gas sono aumentate, in questi tempi di blocco, del 17 per cento, raggiungendo i 5 milioni di tonnellate già nel primo trimestre del 2026. Sempre le cifre fornite dal Financial Time indicano che le importazioni di gas dalla Russia hanno raggiunto circa 6,8 miliardi di metri cubi. Le Autorità europee avevano imposto a scadenza 2027 il blocco totale delle importazioni di gas dalla Russia, ma già si mostra una tendenza a ridiscutere questo divieto, segno evidente che gli Stati europei, a differenza dall’imbelle Comunità Europea dei burocrati di Bruxelles, cominciano ad avvertire la criticità della situazione energetica.
Addirittura gli stessi Stati Uniti hanno permesso, per contenere i forsennati aumenti del petrolio, il transito e la vendita di petrolio russo. Una condizione probabilmente transitoria, ma che rende evidente come, malgrado gli utili che l’industria estrattiva americana sta facendo con la condizione commerciale di “caro petrolio” e gli introiti che gli USA realizzano con la vendita dei loro costosi prodotti energetici, la situazione finanziaria sia veramente preoccupante.
Noi, da questi eventi traumatici per il capitalismo, non ci aspettiamo nulla a favore della nostra classe e per la rivoluzione sociale. La crisi capitalistica deflattiva continuerà il suo percorso storico, e la guerra tra gli Stati continuerà ad incombere, non accelerata dalle crisi energetiche. Però la sua ampiezza e profondità è indice dell’intrinseca debolezza del mondo capitalistico, e ne manifesta la debolezza. Da questo punto di vista le crisi vanno studiate ed analizzate, certo usando di tutte gli studi, le analisi e i dati che i teorici borghesi mettono a disposizione per cercare, loro, cause e soprattutto rimedi.
A noi comunisti, per ora, il solo compito di essere freddi notai dei “loro” disastri, che come sempre, alla fine scaricano sulle spalle di proletari e mezze classi.