Partito Comunista Internazionale

ORO, DOLLARI E GUERRA

Categorie: Capitalist Crisis, Capitalist Wars, Finance, Trade Wars, USA

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Storicamente la crescita economica degli Stati Uniti tendenzialmente è stata superiore a quella mondiale, e in specie a quella europea. In anni recenti l’andamento si è indebolito, fino a cambiare di segno, ma ancora oggi il dollaro continua ad essere la moneta di riferimento per il ruolo di valuta di riserva globale. Gli USA avevano imposto al mondo la loro divisa, espandendo senza posa la massa del dollaro, con un progressivo indebitamento e grazie al “dollar standard”, che ha generato e continua a produrre un enorme passivo commerciale e un deficit strutturale delle partite correnti, cioè il saldo tra importazioni ed esportazioni di capitali e beni e servizi. In questo modo gli Stati Uniti hanno speso costantemente oltre i propri mezzi, senza creare inflazione perché la massa immane di dollari in “circolazione”, cioè mantenuta all’estero in tutte le forme possibili, Buoni del Tesoro, azioni, investimenti aziendali, era sostenuta dall’incessante richiesta di dollari.  In altre condizioni l’America sarebbe andata in bancarotta

È stato detto e ridetto, ed è affermazione che abbiamo fatta nostra, che la potenza del dollaro è ciò che consente agli Stati Uniti di avere un deficit di bilancio stratosferico, e permette di dilatarlo a valori non compatibili con una ragionevole gestione delle finanze statali: per non parlare del debito privato che è però la condizione per sostenere la vitalità del commercio interno. Questo ha però reso necessario un apparato militare potente e pervasivo e l’assetto monetario e militare ha sostenuto la “pace americana” per oltre mezzo secolo da parte di un impero a debito, come è stato definito da molti analisti. 

Se prendiamo in considerazione il dato storico, vediamo però che i flussi di investimento verso i mercati americani si stavano riducendo, fino ad arrivare nel febbraio scorso ad un livello molto basso; dal 2022 con un impiego sul mercato finanziario americano del 92%, finanziariamente per ogni 100 dollari investiti alla scala mondiale, solo 26 andavano alle azioni statunitensi, mentre il resto era investito su altri listini internazionali, in Europa, in Asia, ed anche nei cosiddetti “Paesi Emergenti” tra i quali i celebri BRICS: Brasile, Russia, Cina, Sud Africa.

La guerra, e non intendiamo la farsa tragica del Venezuela, condotta in giusto spregio ad ogni ubbia di insulso diritto internazionale, ma questa del Golfo, guerra anche per il controllo di una materia prima essenziale per il capitalismo, ha alterato questa tendenza portando lo scontro sul terreno del petrolio, che è divenuto il primo canale di diffusione della crisi.  Le criticità di approvvigionamento hanno spinto alla richiesta di dollari; chi ha bisogno di petrolio, ha bisogno di dollari.  

La condizione di debolezza e fragilità, soprattutto europea ha rimesso in moto la richiesta di dollari, la “moneta corrente” per l’acquisto, favorendo il primo produttore mondiale, che con la “conquista” del Venezuela si trova ad avere ancora maggiore disponibilità.

Quella regola empirica secondo la quale nelle fasi di maggior sconvolgimento sociale o economico, i cosiddetti “beni rifugio” che dovrebbero garantire riserva di valore aumentano il loro “valore” (ovvero il loro prezzo), che dovrebbe mostrare un andamento sempre crescente, viene smentita dai fatti.  In controtendenza a questa opinione comune nell’attuale condizione di guerra, l’oro, il bene rifugio per eccellenza, mostra un prezzo in discesa. Ma l’oro, come pontificano gli economisti borghesi, non è soltanto un bene rifugio, ma anche un’assicurazione per le classi possidenti a difesa dei loro capitali. Questa è la concezione di borghesucci preoccupati dei loro soldi; la guerra, qualunque tipo di sconvolgimento sociale, le crisi economiche e, peggio, finanziarie, “sulla carta” stimolano l’operazione di accumulo di un bene nominalmente incorruttibile, di valore certo, e debolmente legato alle condizioni del mercato, se non con un andamento crescente nelle fasi di particolare criticità. L’oro non è soltanto il bene rifugio nei sogni della piccola borghesia. 

Per la finanza internazionale, Banche Centrali e grandi Fondi sovrani o privati, la riserva aurea gioca un ruolo importante come riserva di valore. Ruolo che spiega la apparente contraddizione di questo periodo.

Il dollaro, la divisa di conto essenziale per il commercio internazionale, che rappresenta lo strapotere degli Stati Uniti nei confronti di tutti gli altri Stati, in questa fase si sta rafforzando malgrado le previsioni di “dedollarizzazione”, cioè il processo che portava alla riduzione del dollaro come valuta di riserva e mezzo di scambio nelle transazioni internazionali; l’unità di conto che molti Stati hanno cercato di ridurre per diminuirne la dipendenza, ridurre i rischi valutari legati al dollaro, e soprattutto sottrarsi all’influenza politica statunitense. 

 Analogamente la brusca diminuzione del prezzo dell’oro, correlata allo stesso processo, non è un andamento che possa continuare se l’evento bellico si protrae per altro tempo. Insomma, il prezzo dell’oro cresce rapidamente e tumultuosamente alla vigilia e durante le prime fasi della crisi internazionale, per cadere dopo. Il massimo raggiunto all’inizio di marzo 2026, 5600 dollari l’oncia, a fine mese si è posizionato nell’intorno di 4200 con una caduta del 25% rispetto all’inizio delle ostilità. La sua “capitalizzazione”, cioè il valore complessivo dell’investimento in oro è scesa sotto i 30.000 miliardi di dollari contro i 40.000 del suo massimo.  E di pari passo si rafforza la posizione del dollaro. 

L’oro non è semplicemente un bene rifugio, ma come detto, riserva di valore. Questo significa che è uno strumento che consente di proteggere la moneta generata dalla Banca Centrale dalla perdita di valore (i teorici monetaristi borghesi lo chiamano “debasement”), evento che non è una comune fluttuazione dei cambi ma la perdita progressiva del potere d’acquisto: causata da eccesso di liquidità, politiche fiscali espansive, crescita senza freni del debito pubblico, che supera il rapporto col PIL, o deficit pubblici senza freni. In questi casi gli investitori, soprattutto quelli internazionali, hanno riversato i loro investimenti su riserve di valore non controllate dai governi come è la stampa e l’emissione di moneta: oro, materie prime e, paradossalmente, divise digitali.  

Il quadro preciso di quel che stava accadendo al dollaro nel periodo 2025 e nei mesi successivi. Caduta del dollaro e aumento dell’oro.

Poi le condizioni generali si sono profondamente modificate per lo scoppio della guerra. A favore degli Stati Uniti, almeno per quanto riguarda le condizioni finanziarie dello Stato.

Benedetta guerra, per gli Stati Uniti d’America!

Per l’oro l’andamento negativo in questa prima fase della Guerra del Golfo è legato alle esigenze di disponibilità di contante che si sono verificate nel mese di marzo. Il rafforzamento del dollaro ha agito come una spinta al processo inflattivo. Non paradossalmente le immani spese di guerra e il debito dello Stato federale ad esse connesso lo ha costretto ad aumentare la liquidità (ovvero la disponibilità immediata di strumenti di pagamento); nello stesso senso si è dovuto muovere il complesso dei grandi fondi che hanno una posizione speculativa di 1.400 miliardi di dollari; un debito enorme che ha richiesto ricoperture dei margini, vale a dire che da parte dei prestatori sono stati richiesti aumenti della quota in loro mano data inizialmente come garanzia del prestito.

Ovviamente le condizioni attuali che paiono contradditorie sono specifiche di un periodo iniziale della guerra. Se il conflitto dovesse continuare e la crisi energetica aggravarsi, la situazione finanziaria cambierebbe, e si invertirebbe l’andamento dollaro-oro. Questo ci aspettiamo, con sicurezza.

Tutto quanto fin qui descritto considera però soltanto l’aspetto finanziario dello scontro in atto, e non la globalità delle dinamiche che scuotono il mondo capitalistico, già nelle more della sua crisi generale, di cui le tante guerre, militari e commerciali, sono un sintomo palese. Un quadro globale non può da questa prescindere.  Ma la scienza borghese non è capace di superare la sua visione locale e settoriale, limitata ai singoli problemi.

Gli analisti finanziari, gli economisti borghesi e tutta la grancassa mediatica al contorno prevedono “momenti scuri” per i prossimi tempi, e intravedono pericoli di inflazione con stagnazione, la famigerata “inflastag”; l’incubo peggiore per il capitalismo, secondo tutte le teorie economiche correnti.

Ebbene, noi intravediamo un futuro ancora peggiore, la deflazione mondiale, contro la quale l’unico rimedio che il capitalismo riesce a mettere in atto è la guerra generale, non più limitata a zone ed aree localizzate, ma estesa a tutto il mondo.

Per arrestare la quale c’è solo la Rivoluzione mondiale, la nostra visione del futuro dell’umanità.