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LA TEORIA MARXISTA DELLE CRISI

Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works, Karl Marx

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(Continua dal n. 98 – luglio 2025)

1. Le teorie del plusvalore

1.4 – Thomas Robert Malthus

1.4.1 Breve biografia

Thomas Robert Malthus nacque il 13 febbraio 1766 nella tenuta di campagna “Rookery” nel Surrey, a sud di Londra; secondo figlio di Daniel Malthus, un illuminista sostenitore delle idee liberali che educò, con l’aiuto di due precettori, il figlio secondo gli ideali di Rousseau e Hume. Thomas venne iscritto alla Warrington Academy, una scuola dissenziente nei confronti della Chiesa d’Inghilterra gestita dall’unitarianista Gilbert Wakefield; solo successivamente si iscriverà al Jesus College di Cambridge dove otterrà il nono grado nel corso di matematica nel 1788, anno della sua nomina a ministro della Chiesa d’Inghilterra.

Attorno al 1793 divenne curato della cappella di Okewook ad Albury, a pochi chilometri dalla casa paterna; nello stesso anno venne nominato assegnista di ricerca proprio a Cambridge e dovette di conseguenza dividersi fra gli impegni ecclesiastici e quelli accademici. Gli scontri ideologici col padre lo spinsero a pubblicare lo scritto, The Crisis, di critica all’amministrazione Pitt che tuttavia non venne pubblicato. La pubblicazione dello scritto di William Godwin sulla politica convinse Malthus a replicare alle idee libertarie cosicché nel 1798 venne dato alle stampe il Essay on the Principle of Population contenente la teoria sulla progressione geometrica della popolazione in contrapposizione alla progressione aritmetica dei mezzi di sussistenza; la controreplica di Godwin costrinse Malthus alla ricerca delle prove empiriche a sostegno della propria tesi; intraprese perciò un lungo viaggio in Germania, Scandinavia e Russia e, dopo la firma del trattato di pace di Amiens del 1802 tra Francia e Inghilterra, poté anche visitare la stessa Francia e la Svizzera; così nel 1803 apparve, molto rivista e ampliata la seconda edizione del Saggio.

L’anno successivo convolò a nozze ma perse la borsa di studio a Cambridge; nel 1805 fu nominato professore di storia moderna ed economia politica all’East India College di Haileybury, diventando probabilmente il primo economista accademico d’Inghilterra. Attorno al 1800 si interessò anche di problemi monetari, tanto che pubblicò un lavoro che esponeva una teoria endogena della moneta, ma sarà nel decennio successivo che s’imbatterà negli scritti di David Ricardo sulla controversia bullionista ed intraprenderà con lo stesso una fitta corrispondenza.

Nel 1814 entrò nel dibattito sulle Corn Laws e dopo un primo scritto, Observations on the Effects of the Corn Laws, che delineava vantaggi e svantaggi delle leggi protezionistiche, sostenne provvisoriamente i liberoscambisti per poi mutare fronte l’anno successivo pubblicando il pamphlet Grounds of an Opinion in cui si incoraggiava la produzione interna di cereali per garantire l’autosufficienza alimentare. Lo stesso anno diede alle stampe lo scritto sulla teoria della rendita, Inquiry Into the Nature and Progress of Rent, in cui sosteneva che la rendita fosse semplicemente una detrazione dall’eccedenza che si genera in agricoltura; di lì a poco apparirà anche il saggio di Ricardo in parziale risposta a Malthus, circostanza che spingerà i due ad intraprendere un dibattito più generale sulla teoria del valore. La controversia sfocerà nella pubblicazione, nel 1820, del trattato di Malthus Principles of Political Economy, nel quale sono esposti fondamenti teorici che si differenziano dalla scuola classica in tema di valore, abbracciando la seconda definizione, errata, di Smith.

Nel 1819 fu eletto membro della Royal Society diventando anche membro fondatore del Political Economy Club sebbene non si trovasse a proprio agio circondato dalle tesi di James Mill e McCulloch, ma soprattutto in considerazione del fatto che le teorie di Senior in aperto contrasto con le proprie guadagnavano sempre più terreno nel club. Ancora una volta Malthus si gettò alla ricerca di prove empiriche a sostegno delle proprie idee e di conseguenza cominciò ad interessarsi al nascente campo della statistica.

Il 23 dicembre del 1834, anno della riforma delle leggi sui poveri, uno dei suoi obiettivi principali, Malthus morì a casa del suocero per un attacco di cuore, per venire poi sepolto nell’abbazia di Bath.

1.4.2 Teoria generale

Nell’ambito dell’economia classica, Malthus occupa un posto peculiare con presupposti filosofici, metodo d’indagine e problematiche affrontate identiche a quelle di Ricardo e J.S. Mill, assumendo tuttavia una posizione che si distingue dal solco ricardiano. Malthus fornì all’edificio di Ricardo essenzialmente due strumenti essenziali: la teoria della popolazione e il principio dei rendimenti decrescenti delle terre successivamente coltivate. 

Si può affermare che Malthus crede di introdurre ipotesi innovative e soluzioni alternative nel dibattito economico in base al principio di base per cui l’economia è sì una scienza ma più vicina alle scienze morali e politiche che a quelle naturali, col risultato che lo schema teorico assume connotazioni eclettiche. La sua posizione metodologica è chiarita nelle pagine dell’Introduzione ai Principles dove si afferma: «La causa principale degli errori e delle discrepanze che attualmente regnano fra gli economisti a me sembra dipendere dalla troppa fretta con cui si corre a semplificare e a generalizzare […]. In economia politica il desiderio di semplificare ha prodotto una specie di avversione a riconoscere l’influenza di più cause nella generazione di un medesimo effetto. […] La medesima tendenza a semplificare e generalizzare produce un’avversione ancora più grande contro le modificazioni ed eccezioni a cui un principio possa andare soggetto che contro il bisogno di ammettere l’influenza di molte cause in un solo fenomeno». (Malthus, Principles on Political  Economy)

Già il fisiocratico Richard Cantillon aveva tentato di enunciare in forma di principio generale il contrasto fra la tendenza biologica della specie al rapido accrescimento e la disponibilità dei mezzi di produzione; Malthus tentò però di proseguire oltre nell’analisi per formalizzare quel contrasto in base all’evidenza empirica. Osservando il comportamento demografico nelle colonie nord-americane, dove, per l’abbondanza e la gratuità di terre disponibili, si poteva supporre che l’accrescimento demografico non incontrasse ostacoli economici, Malthus formulò la nota legge della progressione geometrica dell’incremento naturale della popolazione, mentre dall’osservazione dell’andamento della produzione agricola nel lungo periodo e nei paesi dove la terra è limitata, affermò che i mezzi di sussistenza, nel caso più favorevole, potrebbero crescere solo in progressione aritmetica. È la stessa natura che tenderebbe a evitare che tale divario diventi incolmabile; da una parte con freni repressivi che aumentano la mortalità, dall’altra freni preventivi che diminuiscono la natalità. Da questa teoria della popolazione derivano implicazioni di ordine teoretico, tra cui l’enunciazione della legge del salario tendente al livello di sussistenza ed il principio dei rendimenti decrescenti dei terreni successivamente coltivati; mentre le implicazioni di ordine politico portano a sostenere l’abolizione delle “leggi sui poveri” ed in generale le forme di assistenza pubblica.

Mentre lo scritto sulla popolazione ha uno schema teoretico rigido, l’opera principale di Malthus in materia economica, i Principles, è un tentativo di opporsi allo schema ricardiano considerato eccessivamente rigido. La teoria del valore non viene perciò rifiutata ma è considerata solamente come un caso limite, ovvero il principio ricardiano sarebbe valido solo nello scambio fra due merci prodotte con capitali di uguale composizione organica, non essendo pertanto generalizzabile; al contrario il principio generale andrebbe ricercato nella legge della domanda e offerta, la prima essendo intesa come volontà unita ai mezzi per poter acquistare una merce e la seconda come quantità di merci da vendere combinata col desiderio di venderle.

Nello stesso scritto si tratta anche di teoria della rendita insistendo sul fatto che all’origine della rendita differenziale non c’è tanto la scarsità quanto la fertilità del terreno che permette un raccolto superiore alle spese di mantenimento del coltivatore. La diversa impostazione del problema da parte di Malthus gli consente di trarre dallo stesso principio implicazioni diverse da quelle ricardiane; le alte rendite allora si identificherebbero con un’abbondanza di “doni gratuiti” della terra; perciò, l’interesse dei proprietari terrieri coinciderebbe con quello dell’intera società. Ricardo viene accusato d’aver considerato l’incremento della rendita sotto il solo aspetto dell’aumento di prezzo delle derrate agricole dovuto ad una crescente difficoltà nella loro produzione; questo tuttavia sarebbe solo un caso limite; le rendite invece possono accrescersi anche per altre cause, tra cui un aumento di accumulazione tale che riduca l’incentivo ad investire nel settore manifatturiero e renda conveniente l’impiego dei capitali esuberanti anche nei terreni meno fertili; un aumento di popolazione che, in presenza di elevati salari, li riduca in modo da rendere conveniente la coltivazione di terre meno fertili; miglioramenti in agricoltura; incremento della domanda estera di prodotti agricoli.

La critica malthusiana del sistema ricardiano porta l’autore a contestare anche il concetto di “salario naturale” che generalizzerebbe solo il caso limite, che si verificherebbe in un’ipotetica situazione finale di stazionarietà; i fattori che determinano il salario sarebbero in primo luogo la domanda di lavoro dipendente dalla quantità e dal valore del capitale variabile; in secondo luogo l’offerta di lavoro dipendente dalla popolazione; in terzo luogo le abitudini di consumo della classe lavoratrice; in quarto luogo la decisione dei capitalisti in merito alla ripartizione del loro reddito fra accumulazione e consumo.

Nel libro II dei Principles si affronta la teoria dello sviluppo e qui non si nega la validità del modello ricardiano, ma ciò che interessa l’autore non è tanto l’analisi del processo che porta alla stazionarietà, quanto le modificazioni ed eccezioni che il processo subisce durante il suo svolgimento. Smith e Ricardo accettarono il principio secondo il quale la produzione crea sempre la domanda sufficiente ad assorbirla, cosicché il sistema può subire una crisi da sovrapproduzione relativa se si eccede nella produzione di una merce a scapito di un’altra, ma non potrà esserci una crisi da sovrapproduzione generale. Malthus nega invece la cosiddetta “legge degli sbocchi”: «Un terzo errore, il più grave di quelli che gli autori citati han commesso, consiste nel supporre che l’accumulazione assicuri la domanda o che il consumo degli operai impiegati dalle persone il cui scopo è di risparmiare, generi una domanda reale di derrate, sufficiente ad incoraggiare in modo continuo l’accrescimento della produzione». (Ivi) Vuole cioè dimostrare che, oltre una certa misura, l’accumulazione provoca necessariamente un aumento di produzione senza un corrispondente aumento di domanda delle merci prodotte dando quindi luogo ad una saturazione generale del mercato che diminuisce il saggio di profitto ed arresta lo sviluppo ancor prima di raggiungere lo stato stazionario. Secondo Malthus l’offerta generata dal processo di accumulazione non provoca automaticamente una domanda sufficiente per assorbirla; pertanto è necessario elaborare strumenti di politica economica atti a stimolare la domanda effettiva. In primo luogo sarebbe necessaria una riforma della struttura della proprietà fondiaria che favorisca la formazione di una numerosa classe media perché, senza diminuzione della capacità di produzione, si abbia un aumento delle abitudini di consumo. In secondo luogo occorrerebbe stimolare e facilitare gli scambi interni e internazionali. In terzo luogo lo strumento fondamentale di sostegno alla domanda effettiva rimane l’esistenza del consumo improduttivo: «È assolutamente necessario che un paese fornito di grandi mezzi di produzione possieda un corpo di consumatori i quali direttamente non si trovino impegnati nella produzione». (Ivi) Il consumo improduttivo avrebbe una funzione equilibratrice impedendo al capitalismo di ristagnare ancora prima di arrivare allo stato stazionario.

1.4.3 Confusione delle categorie merce e capitale

Nelle Teorie sul Plusvalore Marx analizza essenzialmente tre scritti di Malthus: The Measure of Value Stated and Illustrated, Definitions in Political Economy, Principles of Political Economy. Sia i Principles sia gli altri due devono in gran parte la loro origine all’invidia per il successo dello scritto ricardiano in materia e al tentativo di riconquistare quel primato che egli era riuscito ad accaparrarsi fraudolentemente. A ciò si aggiungeva il fatto che, nello scritto di Ricardo, lo svolgimento, sia pur ancora astratto, della determinazione del valore era diretto contro gli interessi dei proprietari terrieri e dei loro lacchè, che Malthus rappresentava ancor più immediatamente che gli interessi della borghesia industriale. Il merito di questi tre scritti risiede nel fatto che, mentre Ricardo non spiega il modo in cui lo scambio ineguale fra capitale e lavoro vivo scaturisce dallo scambio delle merci secondo la legge del valore (del tempo di lavoro in esse contenuto), e non chiarisce quindi l’origine del plusvalore (in quanto sostiene che il capitale si scambia direttamente con il lavoro e non con la capacità lavorativa), Malthus pone l’accento sullo scambio ineguale fra capitale e lavoro salariato. «Occorre distinguere lo scambio delle merci dalla distribuzione (salari, rendita, profitto). […] Le leggi della distribuzione non dipendono tutte da quelle relative allo scambio». (Definitions) Il che non significa altro che il rapporto fra salario e profitto, lo scambio fra capitale e lavoro salariato non coincide immediatamente con la legge dello scambio delle merci. 

Se si considera la valorizzazione del denaro o della merce in quanto capitale è chiaro che il plusvalore non è altro che il lavoro non pagato comandato dal capitale, dalla merce o dal denaro, oltre la quantità di lavoro che vi è contenuta. Tale eccedenza costituisce il plusvalore; la sua grandezza determina la proporzione della valorizzazione. E questa quantità eccedente di lavoro vivo, con cui si scambia, costituisce la sorgente del profitto. Il profitto (anzi plusvalore) non scaturisce dall’equivalente di lavoro oggettivato che è scambiato con un’uguale quantità di lavoro vivo, bensì dalla porzione di lavoro vivo di cui ci si appropria in questo scambio senza pagare per essa un equivalente. Se si prescinde dunque dalla mediazione di questo processo, se si guarda unicamente al contenuto effettivo e al risultato del processo, allora valorizzazione, profitto, trasformazione di denaro o merce in capitale non derivano dal fatto che le merci si scambiano secondo la legge del valore, vale a dire in rapporto al tempo proporzionale di lavoro che esse costano, ma piuttosto, al contrario, dal fatto che le merci o il denaro si scambiano contro più lavoro vivo di quello che è contenuto, speso in esse.

L’unico merito di Malthus è di aver evidenziato questo punto che in Ricardo emerge con tanta minor chiarezza in quanto egli presuppone sempre il prodotto finito che viene ripartito fra il capitalista e l’operaio, senza considerare lo scambio, il processo di mediazione che conduce a tale ripartizione. Questo merito è annullato dal fatto che egli confonde la valorizzazione del denaro o della merce in quanto capitale, e quindi il suo valore nella specifica funzione di capitale, con il valore della merce come tale; e perciò nella sua esposizione egli ricade nelle vacue concezioni del sistema monetario.

«Su uno stesso paese e in una stessa epoca il valore di scambio delle merci che si risolvono unicamente in lavoro e profitto è misurato esattamente dalla quantità di lavoro che risulta dal lavoro accumulato e dal lavoro immediato effettivamente impiegato, più il variabile ammontare del profitto su tutte le anticipazioni misurate in lavoro». (The Measure of Value

Malthus vuole accogliere il profitto già nella definizione del valore, affinché consegua immediatamente da tale definizione, come invece non accade in Ricardo. Da ciò si vede che egli avverte dove si trovava la difficoltà; ma è insulso che egli identifichi il valore della merce con la sua valorizzazione in quanto capitale. Se merce o denaro si scambiano come capitale contro lavoro vivo, allora si scambiano sempre contro una maggiore quantità di lavoro di quella che essi stessi contengono; e se si confronta da un lato la merce prima di questo scambio e dall’altro il prodotto che risulta dal suo scambio con il lavoro vivo, si trova che la merce si è scambiata contro il suo proprio valore più un’eccedenza sul suo valore, il plusvalore. Insulso però concludere che il valore della merce sia uguale al suo valore più un’eccedenza su questo valore. Se quindi la merce si scambia come merce contro altre merci e non come capitale contro lavoro vivo, allora essa, in quanto si scambia contro un equivalente, si scambia contro la medesima quantità di lavoro oggettivato che è contenuta in essa.

1.4.4 La concezione volgare del plusvalore

Malthus, che trasforma la valorizzazione della merce in quanto capitale nel suo valore, è così coerente da trasformare tutti i compratori in operai salariati; tutti i compratori scambiano con il capitalista lavoro immediato invece che merce, e gli restituiscono più lavoro di quello contenuto nella merce, mentre il suo profitto scaturisce dal fatto che egli vende tutto il lavoro contenuto nella merce, pur avendone pagato soltanto una parte. In Ricardo c’è la difficoltà che la legge dello scambio delle merci non spiega immediatamente lo scambio fra capitale e lavoro salariato, anzi sembra contraddirlo; Malthus risolve la difficoltà trasformando lo scambio di merci in scambio fra capitale e lavoro salariato. Ciò che Malthus non comprende è la differenza fra la somma totale di lavoro contenuta in una merce e la somma di lavoro pagato che essa contiene. È proprio questa differenza che costituisce la fonte del profitto. Malthus è poi costretto a far derivare il profitto dal fatto che il venditore non soltanto vende la merce al di sopra di ciò che gli costa, ma al di sopra di ciò che essa costa, e ritorna quindi alla concezione volgare del profitto mediante espropriazione, a far derivare il plusvalore dal fatto che il venditore vende la merce al di sopra del suo valore, cioè a un tempo di lavoro maggiore di quello in essa contenuto. Ciò che egli guadagna così come venditore di una merce, lo perde come compratore di un’altra, e non si vede quale profitto possa derivare da un tale rialzo nominale dei prezzi.

Basandosi su affermazioni di Smith, che enuncia ingenuamente tutti gli elementi contraddittori e diventa così una fonte, un punto di partenza di concezioni diametralmente opposte, Malthus fa il tentativo confuso, ma fondato su una intuizione esatta e sulla consapevolezza di una difficoltà non ancora domata, di opporre a Ricardo una nuova teoria; ma subito si compie il passaggio da questo tentativo alla concezione volgare. Se il compratore stesso è un capitalista, un venditore di merci, e il suo denaro rappresenta solo merce venduta, ne risulterebbe semplicemente che entrambi si vendono le loro merci ad un prezzo troppo alto e così si truffano reciprocamente e si truffano nella stessa misura se entrambi realizzano soltanto il saggio generale del profitto. Ma da dove vengono allora i compratori che pagano al capitalista la quantità di lavoro che è uguale al lavoro contenuto nella merce più il suo profitto? L’unica eccezione è costituita dalla classe operaia. Poiché il prezzo del prodotto viene elevato al di sopra del suo costo, gli operai possono ricomprare solo una parte del prodotto, e così l’altra parte costituisce un profitto per il capitalista. Ma, poiché il profitto deriva appunto dal fatto che gli operai possono ricomprare soltanto una parte del prodotto, la classe dei capitalisti non può mai realizzare il suo profitto per mezzo della domanda operaia, non può cioè realizzarlo scambiando l’intero prodotto contro il salario. È necessaria dunque un’altra domanda e sono necessari altri compratori oltre gli operai stessi; altrimenti non vi sarebbe profitto. Ma da dove vengono questi altri compratori? Se sono capitalisti, venditori essi stessi, si ha la truffa reciproca, poiché essi aumentano reciprocamente il prezzo nominale delle loro merci, e ciascuno guadagna come venditore ciò che perde come compratore. Affinché il capitalista possa realizzare il suo profitto, vendere al loro valore le merci, sono quindi necessari compratori che non siano venditori. Di qui la necessità di proprietari terrieri, di chi fruisce di pensione o sinecura, dei preti ecc. Malthus non spiega come questi compratori vengano in possesso dei mezzi d’acquisto, come essi debbano prima sottrarre ai capitalisti, senza equivalente, una parte del loro prodotto, per ricomprare poi, con questa parte sottratta, meno che un equivalente. Ne deriva la sua perorazione in favore del massimo accrescimento possibile delle classi improduttive, affinché i venditori trovino un mercato; e ne risulta che il pamphlettista della popolazione predichi come condizione della produzione un sovraconsumo costante e la massima appropriazione possibile del prodotto annuo da parte di oziosi. A questa perorazione se ne aggiunge un’altra secondo la quale il capitale rappresenterebbe l’inclinazione alla ricchezza astratta, l’impulso della valorizzazione, che potrebbe però realizzarsi solo mediante una classe di compratori che rappresentino la tendenza a spendere: le classi improduttive, che sono compratrici senza essere venditrici.

1.4.5 L’interpretazione unilaterale della teoria del valore di Smith

La prima preoccupazione di Malthus è quella di cancellare la distinzione ricardiana fra «valore del lavoro» e «quantità di lavoro», e di ridurre la giustapposizione di Smith al suo aspetto sbagliato. «Una data quantità di lavoro deve avere lo stesso valore del salario che essa comanda o contro cui è scambiata». (The Measure of Value) In sé e per sé la frase esprime una tautologia. Poiché i salari o ciò contro cui si scambia una quantità di lavoro costituisce il valore di questa quantità di lavoro, è una tautologia dire: il valore di una determinata quantità di lavoro è uguale al salario o alla massa di denaro o di merci contro cui questo lavoro si scambia. Ciò vuol dire semplicemente che il valore di scambio di una determinata quantità di lavoro è uguale al suo valore di scambio chiamato anche salario. Ma non consegue affatto che una determinata quantità di lavoro sia uguale alla quantità di lavoro contenuta nei salari o nel denaro o nelle merci in cui i salari si rappresentano. Non ne consegue che il valore dei salari sia uguale al valore del prodotto in cui si rappresenta il lavoro. Ne consegue unicamente che il valore del lavoro (poiché misurato mediante il valore della capacità lavorativa e non del lavoro da essa compiuto), il valore di una data quantità di lavoro contiene meno lavoro di quello che esso compra; che quindi il valore della merce, in cui si rappresenta il lavoro comprato, è molto diverso dal valore delle merci con cui questa data quantità di lavoro fu comprata o da cui fu comandata. Malthus trae la conclusione inversa. Dal fatto che il valore di una data quantità di lavoro è uguale al suo valore consegue, secondo lui, che il valore in cui questa quantità di lavoro si rappresenta sia uguale al valore dei salari. Ne consegue che il lavoro immediato (detratti cioè i mezzi di produzione) assorbito, contenuto in una merce, non crea un valore più grande di quello che l’ha pagato; che riproduce solo il valore dei salari. Ne consegue che, se il valore delle merci è determinato dal lavoro in esse contenuto, il profitto non può essere spiegato e bisogna quindi derivarlo da un’altra fonte, ammesso che il valore di una merce debba includere il profitto che essa realizza. Il lavoro in essa assorbito consta, in primo luogo, del lavoro contenuto nel macchinario, ecc., che è stato consumato e che quindi ricompare nel valore del prodotto; in secondo luogo del lavoro contenuto nella materia prima consumata. Questi due elementi non accrescono il lavoro che essi contenevano prima della produzione della nuova merce per il fatto di diventare elementi di produzione di una nuova merce. Resta, in terzo luogo, il lavoro contenuto nei salari, che è stato scambiato con lavoro vivo. Ma quest’ultimo, secondo Malthus, non è maggiore del lavoro oggettivato con cui si scambia. Quindi una merce non contiene alcuna parte di lavoro non pagato, ma solo lavoro che sostituisce un equivalente. Quindi ne consegue che, se il valore della merce fosse determinato dal lavoro in essa contenuto, essa non produrrebbe alcun profitto. Se essa crea un profitto, questo è un’eccedenza del suo prezzo sul lavoro che essa contiene. Dunque, per essere venduta al suo valore (che include il profitto), essa deve comandare una quantità di lavoro uguale alla quantità in essa impiegata più un’eccedenza di lavoro che rappresenta il profitto realizzato nella vendita della merce.

1.4.6 L’interpretazione della tesi di Smith dell’invariabilità del valore

Affinché il lavoro in quanto merce, non la quantità di lavoro richiesta per la produzione, possa servire come misura dei valori, afferma che «il valore del lavoro è costante». (Ivi) Ciò non è originale, ma la perifrasi e lo sviluppo ulteriore della proposizione di Smith: «È necessario che in ogni tempo e in ogni luogo uguali quantità di lavoro abbiano, per l’operaio, lo stesso valore. Nel suo stato normale di salute, di forza e di attività e con il grado medio di abilità, egli deve sempre sacrificare la stessa parte del suo riposo, della sua libertà e felicità. Il prezzo che egli paga è sempre lo stesso, qualunque sia la quantità di merci che egli riceve per il suo lavoro. Con questo prezzo, egli può comprare […] ora una quantità più piccola, ora una più grande di queste merci, ma è il valore delle merci che cambia e non quello del lavoro che le acquista. […] Soltanto il lavoro, il cui valore non cambia mai, è quindi l’unica misura reale e definitiva, che permette di misurare e di confrontare il valore di tutte le merci in ogni tempo e in ogni luogo». (Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations)

Ovvero la scoperta di cui Malthus è così fiero, cioè che il valore è uguale alla quantità di lavoro contenuto nella merce, più una quantità di lavoro che rappresenta il profitto, appare semplicemente come una combinazione delle due frasi di Smith: «Il valore reale di tutte le varie componenti del prezzo è misurato dalla quantità di lavoro che ognuna di esse può comprare o comandare. Il lavoro misura il valore non soltanto di quella parte del prezzo che si risolve in lavoro, ma anche di quella che si risolve in rendita e di quella che si risolve in profitto». (Ivi)

Nelle Definitions in Political Economy, Malthus cerca di dimostrare l’invariabile valore del lavoro in questo modo: «Una vasta categoria di merci, come i prodotti grezzi, tendono, con il progredire della società, a crescere rispetto al lavoro, mentre gli articoli dell’industria manifatturiera hanno la tendenza a decrescere. Così non si è lontani dalla realtà dicendo che, in media, la massa di merci comandata, nel medesimo paese, da una data quantità di lavoro non varia sostanzialmente nel corso di parecchi secoli». Con la stessa maestria dimostra che un aumento dei prezzi monetari dei salari deve provocare un rialzo generale dei prezzi monetari delle merci. «Se vi è un aumento generale dei salari monetari del lavoro, vi sarà una caduta proporzionale del valore del denaro; e se il valore del denaro cade […] i prezzi delle merci salgono sempre». (Ivi) Se è caduto il valore del denaro rispetto al lavoro, si tratta appunto di dimostrare che è salito il valore di tutte le merci rispetto al denaro o che è caduto il valore del denaro, misurato non in lavoro, ma nelle altre merci. E Malthus lo dimostra in quanto lo presuppone.

1.4.7 Concezione del profitto come supplemento sul prezzo

Secondo Malthus il valore di una merce è uguale alla somma di denaro che il compratore deve pagare, e questa somma di denaro è valutata dalla massa di lavoro comune, che con essa si può comprare. Ma da che cosa sia determinata questa somma di denaro, non viene detto. È la rappresentazione volgare che se ne ha nella vita comune in cui prezzo di costo e valore sono identici; una confusione che in Smith e più ancora in Ricardo contraddice il loro reale svolgimento, ma che ora Malthus innalza a legge. È quindi l’immagine del valore propria del filisteo impigliato nella concorrenza, che ne conosce solo la parvenza. Da che cosa è determinato il prezzo di costo? Dalla grandezza delle anticipazioni più il profitto. E da che cosa è determinato il profitto? Se si tratta unicamente di un aumento nominale del prezzo monetario, niente di più facile che aumentare il prezzo delle merci. E da che cosa è determinato il valore delle anticipazioni? Dal valore del lavoro in esse contenuto, dice Malthus. E questo, da che cosa è determinato? Dal valore delle merci in cui si spende il salario. E il valore di queste merci? Dal valore del lavoro più il profitto. E così il circolo va avanti. Posto che all’operaio venga effettivamente pagato il valore del suo lavoro, cioè che le merci che costituiscono i suoi salari siano uguali al valore delle merci in cui si realizza il suo lavoro, così che il profitto può consistere unicamente in un supplemento all’effettivo valore della merce che il venditore aggiunge nella vendita. È ciò che fanno tutti i venditori. Dunque, in quanto i capitalisti scambiano fra di loro, nessuno realizza un vantaggio con questo supplemento, e tanto meno si costituisce un fondo in eccedenza, da cui essi possano attingere il loro reddito. Soltanto quei capitalisti, le cui merci entrano nel consumo della classe operaia, realizzeranno un profitto reale perché rivendono la merce agli operai ad un prezzo maggiore di quello a cui l’hanno comprata da essi. Che altro vuol dire se non che – rispetto alla classe operaia – il profitto deriva dal fatto che gli operai forniscono gratuitamente ai capitalisti una parte del loro lavoro, cioè che la «quantità di lavoro» non è la stessa cosa che il «valore del lavoro»?

1.4.8 Capitale costante e capitale variabile

«Il lavoro accumulato [ma si dovrebbe parlare di lavoro oggettivato] è il lavoro contenuto nelle materie prime e negli utensili che vengono usati nella produzione di altre merci». (Definitions

«[Se si parla] del lavoro contenuto nelle merci, il lavoro impiegato nel capitale necessario a produrle dovrebbe chiamarsi lavoro accumulato, per distinguerlo dal lavoro immediato impiegato dall’ultimo capitalista». (Ivi) È essenziale fare questa distinzione, ma in Malthus non conduce a niente, ed anche il tentativo di ridurre il plusvalore o almeno il suo saggio (che confonde sempre con il profitto e il saggio del profitto) al suo rapporto con il capitale variabile, con la parte del capitale investita in immediate labour, è infantile e non poteva non esserlo, data la sua concezione del valore.

Supponiamo che il capitale sia speso solo in salario, «il profitto sarà determinato dal rapporto fra il valore del prodotto complessivo [e la parte di esso] necessaria a pagare il lavoro impiegato. […] Supponiamo ora che le anticipazioni del capitalista non constino soltanto di lavoro. Il capitalista si attende lo stesso vantaggio da tutte le parti del capitale che egli anticipa». (Principles) Qui percepisce vagamente che il plusvalore, quindi il profitto, si trova in un determinato rapporto con il capitale variabile e vuole dimostrare che il «profitto è determinato dalla proporzione fra il valore del prodotto complessivo e il valore di quella sua parte che è necessaria per pagare il lavoro impiegato». (Ivi) Dapprima procede correttamente, in quanto suppone che tutto il capitale consti di capitale variabile. In questo caso, profitto e plusvalore sono effettivamente identici. Ma anche in questo caso si limita ad una riflessione molto sciocca. Se il capitale investito è 100 e il profitto è del 10%, il valore del prodotto è uguale a 110 e il profitto costituisce 1/10 del capitale investito e 1/11 del valore del prodotto complessivo. Fin qui abbiamo solo una tautologia però supponiamo un capitale composto non soltanto di capitale variabile, ma anche di capitale costante: «Il capitalista si attende lo stesso vantaggio da tutte le parti del capitale che egli anticipa». Ciò contraddice l’affermazione appena enunciata, che il profitto (si dovrebbe dire plusvalore) è determinato dal rapporto con il capitale investito in salario. Ma ecco il suo tour de force. Supponiamo un capitale di 2000, di cui i tre quarti ossia 1500 capitale costante, e un quarto ossia 500 capitale variabile. Il profitto è uguale al 20%. Allora il profitto è uguale a 400 e il valore del prodotto uguale a 2000 più 400 Ma 400 diviso 600 è uguale a 66 e 2/3%. Il valore dell’intero prodotto è uguale a 1000 e la parte di esso investita in salario uguale a 6/10. Qual è invece il conto del signor Malthus? Un quarto del prodotto complessivo cioè 600, un quarto del capitale investito cioè 500, è uguale alla parte di esso investita in salario, e 100, un quarto del profitto, è uguale alla parte del profitto corrispondente a questo salario. Ciò dimostra semplicemente che un profitto di una certa percentuale, per esempio del 20%, su un capitale dato, per esempio 4000, costituisce un profitto del 20% su ogni parte aliquota di questo capitale; il che è una tautologia. Ma non dimostra assolutamente niente in favore di un rapporto determinato, particolare, fra questo profitto e la parte del capitale investita in salario.

1.4.9 Sovrapproduzione

Dalla teoria malthusiana del valore deriva la dottrina della necessità di un consumo produttivo sempre crescente. Il valore di una merce è uguale al valore delle materie prime, del macchinario, ecc., anticipati, più la quantità del lavoro immediato in essa contenuto, il che in Malthus è uguale al valore dei salari in essa contenuti più un profitto aggiunto a queste anticipazioni secondo il suo saggio generale. Questo rincaro nominale costituisce il profitto ed è una condizione dell’offerta, cioè della riproduzione della merce. Questi elementi formano il prezzo per il compratore, a differenza del prezzo per il produttore, e questo è il valore reale della merce. Come si può realizzare questo prezzo? Chi lo deve pagare?

In Malthus dobbiamo operare una distinzione. Una parte dei capitalisti produce merci che entrano direttamente nel consumo dell’operaio; un’altra parte che entrano solo indirettamente in questo consumo, in quanto entrano cioè come materie prime e macchinario nel capitale necessario alla produzione dei mezzi di sussistenza, oppure merci che non entrano affatto nel consumo dell’operaio, perché entrano unicamente nel reddito di chi non lavora.

Vediamo anzitutto i capitalisti che producono articoli che entrano nel consumo degli operai. Sono non soltanto compratori di lavoro, ma anche venditori del proprio prodotto agli operai. Se la quantità di lavoro aggiunta dall’operaio vale 100 talleri, il capitalista gli paga 100 talleri. E questo secondo Malthus è l’unico valore che il lavoro comprato dal capitalista aggiunge alla materia prima, ecc. L’operaio quindi riceve il valore del suo lavoro e dà in cambio al capitalista solo un equivalente di questo valore. Ma sebbene il lavoro contenga nominalmente questo valore l’operaio in realtà riceve una massa di merci inferiore a quella da lui prodotta. Supponiamo, come Malthus, che il capitale consti unicamente di capitale investito in salario. Se si anticipano 100 talleri all’operaio per produrre la merce, il capitalista però vende questa merce a 110 talleri, e l’operaio, con i 100 talleri, può ricomprare solo i 10/11 del prodotto; 1/11, 10 talleri di valore in cui si rappresenta questo plusvalore, rimane al capitalista. 

Supponiamo che la classe dei capitalisti “A” produca merci che entrano direttamente nel consumo degli operai: qui abbiamo un caso in cui, mediante un rialzo nominale, mediante l’aggiunta normale del profitto al prezzo delle anticipazioni, si costituisce un plusvalore per il capitalista. Con questo giro, restituisce all’operaio soltanto una parte del prodotto da lui creato, appropriandosi dell’altra. Questo risultato non deriva dal fatto che il capitalista vende all’operaio l’intero prodotto ad un valore più elevato, ma dal fatto che il rincaro del prodotto mette l’operaio nell’impossibilità di ricomprare con i suoi salari tutto il prodotto. La domanda dell’operaio non può mai essere sufficiente per realizzare l’eccedenza del prezzo d’acquisto sul prezzo di costo. Il capitalista “A” possiede dunque una determinata quantità di merce di un determinato valore, di cui egli non ha bisogno per reintegrare il capitale e che quindi può in parte spendere come reddito, in parte impiegare per l’accumulazione. L’entità di questo fondo dipende dal supplemento di valore che egli ha aggiunto al prezzo di costo e che determina la proporzione secondo la quale il capitalista e l’operaio si spartiscono l’intero prodotto.

Supponiamo che la classe di capitalisti “B” fornisca la materia prima, il macchinario, ecc., in breve il capitale costante della classe “A”. La classe “B” può vendere unicamente alla classe “A” perché non può rivendere le proprie merci agli operai i quali non hanno niente a che fare con il capitale, né ai capitalisti che producono articoli di lusso, né ai capitalisti che producono il capitale costante necessario alla produzione degli articoli di lusso. Nel capitale anticipato da “A” vi sono 100 di capitale costante. Se il saggio del profitto è uguale al 10%, il fabbricante di questo capitale costante lo ha prodotto con un prezzo di costo di 90 e 10/11 ma lo vende a 100. Egli fa dunque il suo profitto mediante un rialzo imposto alla classe “A”, e quindi ricava dal prodotto 220 della classe “A”, 100 invece di 90 e 10/11, con cui compra, supponiamo, lavoro. “B” non realizza affatto il suo profitto mediante i suoi operai, ai quali egli non può rivendere a 100 quel prodotto che ha un valore di 90 e 10/11, perché essi non comprano da lui. Eppure ad essi succede esattamente lo stesso di quel che succede agli operai di “A”; per 90 e 10/11 essi ricevono una quantità di merce che solo nominalmente ha il valore di 90 e 10/11, poiché ogni parte del prodotto di “A” è uniformemente rincarata, ovverosia ogni parte del suo valore rappresenta, rispetto all’aggiunta del profitto, una parte minore di prodotto. 

“B” non costituisce il suo fondo di profitto direttamente mediante i suoi operai, ma con la vendita ad “A”. È il prodotto di “A”, che non serve soltanto alla realizzazione del suo profitto, ma costituisce il suo fondo di profitto. “A” non può vendere a “B” per realizzare il profitto prodotto dagli operai, e “B”, al pari dei propri operai, non rappresenta una domanda sufficiente per il suo prodotto (per venderlo al suo valore). Già qui interviene una reazione. Quanto più alta è l’aggiunta di profitto, tanto maggiore, rispetto ai suoi operai, è la parte del prodotto complessivo di cui egli si appropria e che sottrae a “B”. Nella stessa misura in cui rincara “A”, rincara “B”, “A” e “B” possono anche essere benissimo considerati come una sola classe. “B” fa parte dei costi di “A”, e quanto maggiore è la parte del prodotto complessivo che “A” deve pagare a “B”, tanto minore è quella che gli resta. 

Supponiamo anche che esistano le classi “C” e “D” – ove “C” rappresenta quei capitalisti che producono il capitale costante necessario alla produzione degli articoli di lusso e “D” quelli che producono direttamente gli articoli di lusso – è chiaro che la domanda immediata per “C” è formata unicamente da “D”.

“D” è il compratore di “C” e “C” può realizzare un profitto solo se vende la sua merce a “D” ad un prezzo eccessivo, con un rincaro nominale sul suo prezzo di costo. “D” deve pagare a “C” più di quanto è necessario, affinché “C” ricostituisca tutti gli ingredienti delle sue merci. “D” aggiunge un profitto sia alle anticipazioni fatte da “C”, sia al capitale direttamente anticipato in salario da “D”. Con il profitto fatto a spese di “D”, “C” può comprare una parte delle merci di “D”, sebbene non possa impiegare tutto il suo profitto in questo modo, poiché ha bisogno di mezzi di sussistenza non soltanto per gli operai ma anche per se stesso, ed egli scambia il capitale realizzato con “D” per questi mezzi di sussistenza. In primo luogo, la realizzazione della merce di “C” dipende direttamente dalla vendita di essa a “D”; in secondo luogo, effettuata quella vendita, la domanda che scaturisce dal profitto di “C” non può realizzare il valore della merce venduta da “D”. Il profitto fatto da “C” è ottenuto a spese di “D”, e se egli lo spende di nuovo in merci di “D” invece che in altre, la sua domanda non può mai essere maggiore del profitto realizzato a spese di “D”. Questo profitto deve sempre essere molto più piccolo del capitale di “C”, della sua domanda complessiva e non costituisce mai una fonte di profitto per “D” perché il profitto fatto da “C” esce direttamente dalle tasche di “D”. Finché i capitalisti sia della classe “C” sia della classe “D” si vendono reciprocamente le loro merci in seno alla stessa classe, non possono far alcun guadagno o realizzare alcun profitto. La classe “D” (inclusa “C”) non può costituirsi artificialmente un fondo supplementare allo stesso modo della classe “A”, cioè rivendendo la merce agli operai a un prezzo maggiore di quello per cui l’ha comprata da essi, e appropriandosi così, dopo il reintegro del capitale anticipato, di una parte del prodotto complessivo. Gli operai infatti non sono compratori della merce di “D”. E il suo fondo supplementare non può neppure scaturire dallo scambio o dalla vendita reciproca delle merci. Questo è possibile soltanto se “D” vende il suo prodotto alle classi “A” o “B”.

Per i capitalisti che non producono immediatamente mezzi di sussistenza, e che quindi non rivendono agli operai la parte più considerevole o una parte considerevole delle loro merci, le cose stanno così. Il loro capitale costante sia uguale a 100. Se il capitalista paga inoltre 100 in salario, egli paga agli operai il valore del loro lavoro. Gli operai aggiungono 100 al valore di 100, e così il valore complessivo (prezzo di costo) del prodotto è 200. Da dove viene il profitto? Se il saggio medio del profitto è uguale al 10%, il capitalista vende la merce, che vale 200, a 220. Se egli vende realmente la merce a 220, 200 sono sufficienti a riprodurla (100 per comprare materia prima, 100 in salario) ed egli intasca 20, che può spendere come reddito o usare per accumulare capitale. Ma a chi venderà la merce al 10% al di sopra del suo «valore di produzione» che, secondo Malthus, differisce dal «valore di vendita» o dal valore reale, così che il profitto è in realtà uguale alla differenza fra il valore di produzione e il valore di vendita, cioè uguale al valore di vendita meno il valore di produzione? Con scambi o vendite reciproche, questi capitalisti non possono realizzare alcun profitto, perché secondo l’ipotesi, questi capitalisti non possono vendere le loro merci agli operai. Quindi devono venderle ai capitalisti che producono mezzi di sussistenza. Questi dispongono, grazie al loro scambio con gli operai, di un effettivo fondo supplementare. La formazione di un plusvalore nominale ha fatto finire nelle loro mani un plusprodotto, unico fondo supplementare finora esistente. Quello degli altri capitalisti risulterebbe soltanto dalla vendita delle loro merci al di sopra del loro valore di produzione a questi possessori di un fondo supplementare.

Per i capitalisti che producono il capitale costante necessario alla produzione dei mezzi di sussistenza, il produttore di questi deve necessariamente comprare da essi. Questi acquisti entrano nei suoi costi di produzione. Quanto più alto è il suo profitto, tanto più care sono le anticipazioni alle quali si aggiunge il medesimo tasso di profitto. I capitalisti che non producono né mezzi di sussistenza né capitale che entra nella produzione di questi, possono realizzare un profitto solo se vendono alle prime due classi di capitalisti. Se quest’ultimi prendono il 20%, i primi lo prendono anch’essi.

Ma lo scambio della prima classe di capitalisti è molto differente dallo scambio fra le due classi di capitalisti. Mediante lo scambio con gli operai, la prima ha formato un effettivo fondo supplementare di mezzi di sussistenza (un plusprodotto), di cui dispone come differenza del capitale, così che può usarlo in parte per accumulare, in parte spenderlo come reddito sia nei propri mezzi di sussistenza sia in merci di lusso. Qui il plusvalore rappresenta in realtà pluslavoro e plusprodotto, sebbene ciò sia raggiunto, secondo Malthus, con il grossolano espediente di un rincaro dei prezzi.

Per quanto riguarda le altre classi di capitalisti, da parte loro non vi è alcun plusprodotto reale, non vi è nulla in cui si rappresenti un tempo di pluslavoro. Esse vendono a 110 il prodotto di un lavoro di 100, e soltanto il supplemento aggiunto al prezzo dovrebbe trasformare questo capitale in capitale più reddito. I produttori di mezzi di sussistenza vendono a 110 un sovraprodotto del valore di 100. Ma essi sono i soli a disporre di un plusprodotto. Se anche gli altri vendono loro un prodotto del valore di 100 a 110, ricostituiscono effettivamente con un profitto il loro capitale. Perché mezzi di sussistenza del valore di 100 sono per loro sufficienti a pagare gli operai, ed essi quindi trattengono per sé 10; perché essi in realtà ricevono mezzi di sussistenza del valore di 100, ma i 10/11 di questa somma sono sufficienti per pagare gli operai, infatti in questo caso si trovano nella stessa situazione dei capitalisti “A” e “B”. Questi invece ricevono in cambio solo una massa di prodotti in cui si rappresenta un valore di 100. Che questo prodotto nominalmente costi 110, non serve loro a niente, perché quantitativamente, come valore d’uso, non rappresenta una massa maggiore di quella fornita dal tempo di lavoro contenuto in 100 sterline, né con esso possono reintegrare, oltre ad un capitale di 100, anche un nuovo capitale di 10. Ciò sarebbe possibile soltanto nella rivendita.

Benché le due classi vendano reciprocamente a 110 ciò che vale 100, tuttavia soltanto nelle mani della seconda classe 100 ha l’effetto di 110. L’altra classe, per un valore di 110, ha ricevuto in realtà solo un valore di 100. Ed essa vende il suo plusprodotto a un prezzo più elevato solo perché paga al di sopra del loro valore gli articoli che entrano nel suo reddito. In realtà, però, anche il plusvalore realizzato dalla seconda classe si limita ad essere una partecipazione al plusprodotto realizzato dalla prima classe, poiché essa stessa non crea alcun plusprodotto. A proposito di questo rincaro delle merci di lusso, Malthus si ricorda che lo scopo immediato della produzione capitalistica è l’accumulazione e non la spesa. La classe di capitalisti “A”, in seguito a questo commercio svantaggioso in cui perde di nuovo una parte dei frutti estorti agli operai, ridurrà quindi la sua domanda di merci di lusso. Ma se essa fa questo e aumenta la sua accumulazione, si verifica una diminuzione della domanda solvente, del mercato per i suoi mezzi di sussistenza, che è un mercato che non può raggiungere tutta la sua ampiezza con la sola domanda degli operai e dei produttori di capitale costante. Il prezzo dei mezzi di sussistenza scenderebbe, ma è soltanto con l’aumento di questo prezzo – con il rialzo nominale del medesimo – e in proporzione ad esso che i capitalisti della classe “A” possono carpire agli operai il loro plusprodotto.

Nello scambio con la seconda classe, la prima vende un plusprodotto reale, dopo aver ricostituito il suo capitale. La seconda invece vende solo il suo capitale per convertirlo, mediante questo commercio, da capitale in capitale più reddito. Così tutta la produzione (e specialmente il suo accrescimento) sarebbe tenuta in piedi unicamente dal rincaro dei mezzi di sussistenza, a cui corrisponderebbe però un prezzo delle merci di lusso inversamente proporzionale alla massa reale dei prodotti.

È difficile capire come possa risultare un profitto dal fatto che coloro che scambiano si vendono reciprocamente le loro merci ad un prezzo uniformemente troppo altro, si ingannano a vicenda nella medesima proporzione. A questo inconveniente si rimedierebbe se, oltre allo scambio fra una classe di capitalisti e i suoi operai e allo scambio tra le differenti classi di capitalisti, si aggiungesse una terza classe di compratori, che pagasse le merci al loro valore nominale, senza rivendere merci; una classe cioè che percorresse il ciclo D-M, non quello D-M-D, che compri non per ricostituire il suo capitale con un profitto, ma per consumare le merci. In questo caso, i capitalisti non realizzerebbero un profitto scambiandosi le merci fra di loro, ma: 1) scambiando con gli operai, cioè rivendendo a questi una parte del prodotto complessivo per la medesima somma di denaro con la quale hanno comprato dagli operai il prodotto complessivo (detratto il capitale costante); 2) con la parte, sia dei mezzi di sussistenza sia delle merci di lusso, che è venduta alla terza specie di compratori. Il profitto sarebbe realizzato in duplice maniera: rivendendo agli operai il meno possibile del prodotto complessivo e rivendendo il più possibile alla terza classe che paga con denaro contante senza rivendere.

Ma compratori che non siano nello stesso tempo venditori devono essere consumatori che non siano nello stesso tempo produttori, consumatori improduttivi, ed è questa classe che in Malthus scioglie la collisione. Ma questi consumatori improduttivi devono essere consumatori solventi, cioè le somme di valore che essi posseggono e spendono annualmente devono essere sufficienti non solo a pagare il valore di produzione delle merci che essi comprano e consumano, ma anche il supplemento nominale di profitto, il plusvalore, la differenza fra il valore di vendita e il valore di produzione. Questa classe rappresenterà nella società il consumo per il consumo, come la classe dei capitalisti rappresenta la produzione per la produzione. Nella classe dei capitalisti, l’impulso all’accumulazione è mantenuto desto dal fatto che le loro entrate sono costantemente maggiori delle loro uscite, il profitto è il pungolo dell’accumulazione. Malgrado questo loro zelo di accumulare, essi non sono indotti alla sovrapproduzione o almeno lo sono molto difficilmente, perché i consumatori improduttivi non solo costituiscono un enorme canale di scarico per i prodotti gettati sul mercato, ma da parte loro non gettano alcun prodotto sul mercato; quindi, per quanto numerosi siano, non fanno concorrenza ai capitalisti, ma rappresentano tutti una domanda senza offerta, e quindi compensano la preponderanza dell’offerta rispetto alla domanda da parte dei capitalisti.

Ma da dove vengono i mezzi annui di pagamento di questa classe? Vi sono i proprietari fondiari che attirano a sé, sotto il titolo di rendita, una gran parte del valore del prodotto annuo, e spendono quindi questo denaro così sottratto ai capitalisti nel consumo delle merci prodotte dai capitalisti, nell’acquisto delle quali vengono truffati. Questi proprietari fondiari non devono produrre. In quanto spendono denaro nell’acquisto di lavoro, è essenziale che non tengano operai produttivi ma semplici commensali i quali tengono alto il prezzo dei mezzi di sussistenza, in quanto li comprano senza contribuire ad accrescere l’offerta di quelle o di altre merci. Ma queste persone che vivono di rendita fondiaria non bastano a creare domanda adeguata. Bisogna ricorrere a mezzi artificiali. Questi consistono in forti imposte, in una massa di sinecuristi ecclesiastici e statali, in grandi eserciti, pensionati, decime per i preti, in un considerevole debito pubblico e in guerre dispendiose.

La terza classe citata da Malthus come «rimedio» riceve dunque, senza pagarla, una parte considerevole del valore del prodotto annuo e arricchisce i produttori: i produttori devono prima cedere gratuitamente a questa classe il denaro per comprare le loro merci, per riprendere poi questo denaro vendendo ad essa le merci al di sopra del loro valore o recuperando da essa più valore in denaro di quello che le hanno fornito in merci.

1.4.10 L’essenza sociale della polemica contro Ricardo

Le conclusioni di Malthus sono tratte correttamente dalla sua teoria del valore; ma questa teoria si adattava al suo scopo, cioè l’apologetica della situazione inglese caratterizzata da proprietari fondiari, esattori d’imposte, speculatori di borsa, sbirri, preti e servitori domestici, che furono combattuti dai ricardiani come altrettanti inconvenienti inutili della produzione borghese. Ricardo rappresentava la produzione borghese in quanto tale, in quanto essa significava il più sfrenato dispiegamento delle forze produttive sociali, sana preoccupazione per la sorte di chi si fa carico della produzione, siano essi capitalisti o operai. Anche Malthus vuole lo sviluppo più libero possibile della produzione capitalistica, in quanto sia prodotto unicamente dalla miseria di coloro che ne sono i principali artefici, le classi lavoratrici, ma esso deve in pari tempo adattarsi ai «bisogni di consumo» dell’aristocrazia e delle sue succursali nello Stato e nella Chiesa. Malthus vuole la produzione borghese nella misura in cui non è rivoluzionaria, in cui non è un momento dello sviluppo storico, ma crea unicamente una più ampia e comoda base materiale per la «vecchia» società.

Da un lato la classe operaia, sempre sovrabbondante per il principio della popolazione, rispetto ai mezzi di sussistenza, ovvero sovrapopolazione da sottoproduzione; poi la classe dei capitalisti che, in seguito a questo principio della popolazione, è sempre capace di rivendere agli operai il loro prodotto a prezzi tali che essi ne possano riottenere soltanto quanto basta a tener l’anima unita al corpo; poi un’enorme parte della società, formata da parassiti che si appropriano gratuitamente, sia sotto titolo di rendita sia sotto titoli politici, di una considerevole massa della ricchezza della classe dei capitalisti, ma che pagano le merci al di sopra del loro valore con il denaro sottratto ai medesimi capitalisti; la classe dei capitalisti sferzata a produrre dall’impulso di accumulazione, mentre gli improduttivi rappresentano, economicamente, il mero impulso a consumare. E questo è l’unico mezzo per sfuggire alla sovrapproduzione che coesiste con una popolazione eccessiva in rapporto alla produzione. La sproporzione fra la popolazione operaia e la produzione viene superata perché una parte della produzione è divorata da non-produttori.

Malthus non ha interesse a celare le contraddizioni della produzione borghese; al contrario, ha tutto l’interesse a metterle in evidenza, da un lato per dimostrare che la miseria delle classi lavoratrici è necessaria per questo modo di produzione, dall’altro per dimostrare ai capitalisti che, affinché essi abbiano una domanda adeguata è indispensabile un ceto ecclesiastico e statale ben ingrassato.