Partito Comunista Internazionale

IL PCd’I E LA GUERRA CIVILE IN ITALIA

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(Continua dal n. 98 – luglio 2025)

LA BATTAGLIA DI NOVARA

Il 19 luglio 1922 i tre quotidiani del Partito comunista pubblicavano il seguente “Appello ai Lavoratori d’Italia”:

«Compagni, Lavoratori!

«Rapidamente, superando ogni remora di artifici e di timori e precorrendo anche l’attesa e le previsioni, la situazione si avvia al suo sbocco decisivo. Le rinunzie, le accettazioni di ogni condizione, l’offerta del disarmo e il disarmo effettuato, il ripiegamento sulle più arretrate posizioni di resistenza, non sono valsi a soddisfare i nemici che anelano alla vostra completa soggezione poiché essi comprendono che fino a quando resta in voi una possibilità sola di rivincita e di ripresa, la loro potenza non sarà sicura di persistere e di mantenersi. E il piano della conquista si sviluppa metodicamente. Poste le loro basi nelle regioni di minor resistenza, costituito nelle terre della Valle Padana il centro della loro azione, disperse le organizzazioni dei lavoratori della terra meno compatte e combattive, le armate fasciste urgono ormai ai confini delle regioni industriali fino ad oggi salve dal terrore trasferendovi i loro sistemi e i loro metodi di guerra aperta e guerreggiata. Novara, Sestri Ponente, Ancona, segnano oggi col loro nome, col loro sangue e con la loro lotta i fasti sanguinosi della storia del proletariato italiano che non vuol soggiacere alla consolidantesi tirannia ma che cerca con fiera passione la via della sua liberazione.

«Lavoratori!

«Il grido della vostra battaglia risuoni imperioso e incitatore; seguito dapprima da una minoranza combattiva e audace, oggi fatto patrimonio comune di tutte le vostre schiere: “Fronte unico e sciopero nazionale contro l’assalto fascista e contro la complicità del Governo!”

«L’azione avversaria, anche indipendentemente da ogni tesi e convinzione tattica, impone questo schieramento generale del proletariato a difesa della sua vittoria e della sua libertà. La tenaglia rovente sta chiudendosi con moto accelerato, tese le sue branche da Ferrara a Grosseto, da Casale ad Ancona, spezzando le resistenze locali e gli impeti disperati delle città e dei paesi colpiti. Ogni esitazione a prendere una decisione, costituisce in questo momento una colpevole e traditrice solidarietà con gli assalitori; è giunto il momento in cui rompere gli indugi non può più essere infantile impazienza o gesto di irresponsabili.

«La dichiarazione dello sciopero generale è la condizione indispensabile per salvare i lavoratori delle provincie investite, per fermare l’avanzata fascista, per garantire la ripresa e la rivincita.

«Operai e contadini!

«Mentre nelle aule del Parlamento, in vani tornei di parole e in indefinibili alleanze di gruppi, uomini estranei alla vita e alle necessità dei lavoratori vi illudono e promettono di risolvere nell’ambito delle istituzioni la vostra situazione, noi vi incitiamo ancora una volta a chiedere e imporre l’azione a chi si assunse il compito di prepararla e di condurla.

«L’Alleanza del Lavoro non può attendere da una caduta di Ministero il compimento del suo impegno, essa che è stata costituita appunto per superare, inquadrando tutte le masse dei lavoratori, la ingannevole impotenza di tutti gli strumenti locali e statali di tutela e di soccorso.

«Se ancora una volta l’inerzia tradizionale sacra alle sconfitte abbandonerà divise alla violenza e alla rovina le provincie in questi giorni invase, ciascuno avrà il diritto di dubitare della volontà di lotta dei capi e dei dirigenti.

«Ma sotto la pressione della vostra volontà, l’Alleanza del Lavoro non potrà più esitare; e il proletariato di tutta Italia, in tutte le sue categorie, di tutte le località, saprà costituire l’esercito vittorioso del primo, grandioso urto con l’avversario.

«Lavoratori!

«Il Partito Comunista risolleva il grido e la domanda interpretando le necessità del momento e il vostro desiderio: rispondendo alla invocazione dei vostri fratelli, di coloro che soffrono da venti mesi ogni tortura e ogni ignominia, di coloro che sentono in questa ora, per la prima volta, le grida di minaccia e di morte salire per le vie alle loro case indifese, di coloro che vedono avvicinarsi indeprecabilmente l’ora del loro martirio e della loro disfatta. I comunisti saranno al loro posto, disciplinati agli ordini dell’Alleanza del Lavoro, primi nell’urto e nell’attacco, contro ogni inganno e ogni deviazione, contro la reazione legale ed illegale, per la salvezza del proletariato.» (Il Comitato Esecutivo del Partito Comunista d’Italia)

L’attacco reazionario della borghesia contro i lavoratori italiani, industriali ed agricoli, si svolgeva secondo due distinti piani di azione. Da un lato l’offensiva economica tendente a comprimere il tenore di vita della classe operaia ed a scompaginare le sue organizzazioni; dall’altro il terrorismo fascista si poneva lo scopo di stroncare ogni velleità di riscossa proletaria attraverso l’uso più brutale della violenza.

Mentre nessuna efficace resistenza a questo duplice attacco era stata programmata ed attuata dalle sue tradizionali organizzazioni di classe, il fascismo riusciva a conquistare tante di quelle consolidate posizioni proletarie che addirittura erano state considerate come inespugnabili. Questa sua irresistibile avanzata certamente derivava dalla schiacciante superiorità dei mezzi che la classe borghese poteva mettere in campo e dal totale appoggio di ogni organismo statale (esercito, polizia, magistratura, partiti democratici, etc.), ma soprattutto perché l’offensiva padronale si svolgeva secondo un piano strategico di conquista territoriale diretto da una organizzazione rigidamente centralizzata a tipo militare.

Basta guardare una carta geografica per rendersi conto che il disegno fascista di conquista del territorio si muoveva seguendo un piano militare scientificamente studiato e preordinato.

La scelta di Bologna come punto di partenza, fu per i fascisti nel 1920 buona dal punto di vista politico, ma ottima secondo un criterio militare. Politicamente Bologna costituiva allora il più notevole punto di contatto e di congiunzione tra il movimento degli operai e quello dei contadini. Strategicamente la città di Bologna venne certamente scelta perché rappresentava la chiave di volta non solo dell’Emilia, ma di tutta la pianura del Po. E da Bologna il fascismo si irradiò conquistando direttamente, quasi per attacco frontale, Ferrara e Modena, penetrò il Polesine, aggirò il reggiano facendolo capitolare. E così via.

Analoghe considerazioni possono essere fatte sul modo di come la conquistata pianura del Po sia servita da base di operazione per la costituzione di vere e proprie “teste di ponte”, cioè di posizioni conquistate e tenute al solo scopo di avere un collegamento tra i diversi settori regionali e di far incombere in pari tempo sopra intere regioni la minaccia di una regolare distruttiva invasione.

Naturalmente il piano del fascismo era quello di raggiungere il centro politico dell’Italia, ossia Roma, ma nessun dirigente fascista era tanto ingenuo da potersi sognare di prendere il potere manu militari, la conquista doveva essere politica.

E questa conquista politica si sarebbe potuta verificare non prima di avere pienamente assoggettato tutti quei punti in cui il proletariato non era ancora stato completamente schiavizzato e la resistenza non era stata fiaccata. In mezzo alle zone invase rimanevano ancora delle isole “libere”. La Romagna era uno di questi punti e l’attacco a Rimini si spiega come un tentativo di aggiramento delle più forti posizioni romagnole. L’annunzio di una concentrazione a Rimini del genere delle ultime che avevano avuto luogo a Bologna e nel cremonese presagiva nuove ondate di terrore sia verso i centri del ravennate e del forlivese, sia verso le Marche, altra regione fino ad allora rimasta quasi immune.

Teniamo presente che ci troviamo nel luglio 1922, tra poco meno di quattro mesi lo Stato liberal-democratico avrebbe consegnato il potere al fascismo.

Il fascismo stava oramai concentrando il suo sforzo in due direzioni principali: da un lato verso la Toscana e il Centro Italia, ciò che gli permetterà l’accerchiamento della Capitale, dall’altro nella direzione del triangolo industriale del Nord Ovest: Milano-Torino-Genova.

Lo squadrismo, piegata la resistenza di altre regioni, concentra le proprie forze per prendere possesso della rossa Novara, con l’intenzione di aprirsi un varco in direzione del “triangolo”.

Benché Ramella, deputato socialista e segretario della Camera del lavoro di Novara avesse parlato di «relativa invidiata tranquillità» della sua provincia, già dall’inizio del 1921 colpi di mano ed azioni terroristiche fasciste si susseguivano con un ritmo crescente per tutto il suo territorio: distruzioni ed incendi di circoli proletari e sedi di partito, attentati ed uccisioni di esponenti politici, con una particolare preferenza verso i comunisti. Naturalmente nel corso di questi isolati episodi il proletariato seppe difendersi e più di una volta i fascisti dovettero darsi alla fuga lasciando anche sul terreno colleghi abbattuti dalla “furia omicida dei rossi”.

L’onorevole Ramella perduto il suo caratteristico aplomb si sentì in dovere di scrivere una lettera al Capo del governo, Luigi Facta, in cui denunciava: «Si costituiscono bande armate regolarmente equipaggiate ed inquadrate sotto il comando di un colonnello. […] Con una serie di provvedimenti energici sarebbe possibile salvare almeno questa provincia dal triste ciclone della violenza. […] Si deve impedire l’inquadramento di squadre armate. […] Diversamente avranno ragione gli operai di reagire in quella forma che crederanno quando vedranno che le autorità rimangono assenti come passiva tolleranza allo svolgersi della violenza.» (30/01/1922)

Ramella invoca il governo perché si risparmi dalla violenza la “sua” provincia. Le altre siano pure sommerse dal ferro e dal fuoco! Ma soprattutto la vera preoccupazione del deputato socialista e bonzo sindacale la confessa lui stesso: che i proletari rispondessero alla violenza con altrettanta violenza e, soprattutto, si rendessero conto del ruolo classista delle autorità statali.

Noi, nel rievocare la eroica resistenza del proletariato di Novara oltre a ricordare gli episodi di lotta dobbiamo mettere chiaramente in evidenza l’infame tradimento perpetrato dalla Confederazione sindacale e dal partito socialista ai danni del proletariato.

Non è certo piacevole, ma dovremo pure spendere alcune parole su certe iniziative autonomamente prese da alcuni compagni torinesi all’insaputa della direzione del partito. Segno evidente questo di come l’Ordinovismo non sia mai riuscito ad integrarsi in maniera completa nel partito a cui aveva liberamente aderito.

Nel corso di questi rapporti abbiamo già accennato ad una valutazione degli Arditi del popolo divergente da quella ufficiale; del viaggio “clandestino” di Gramsci verso Gardone per incontrare D’Annunzio; ma questa volta si spinsero un po’ troppo innanzi.

Per evitare di raccontare cose non vere, o riportarle in maniera esagerata, faremo parlare i diretti interessati.

Alfonso Leonetti, a 50 anni da quegli avvenimenti, raccontava: «Persuasi che Gramsci, se si fosse trovato ancora con noi [Gramsci era a Mosca come rappresentante del PCd’I – n.d.r.], ci avrebbe approvati ed incoraggiati, […] lasciando da parte tutte le disquisizioni e sottigliezze su fronte unico sindacale e non fronte unico politico, come veniva sostenuto dalla direzione bordighiana del nostro partito, […] noi prendemmo a Torino l’iniziativa e la responsabilità di entrare in contatto con Serrati, direttore dell’ “Avanti!” a Milano, e con il capitano Giulietti per le organizzazioni operaie di Genova, al fine di concordare un’azione unitaria per le tre città e quindi per le tre regioni: Piemonte, Liguria e Lombardia e infine nazionalmente. Gli approcci diedero, all’inizio, un risultato positivo. Un accordo venne raggiunto tra i diversi rappresentanti, ma alla prova dei fatti, i lavoratori di Torino e del Piemonte ebbero, una volta di più, a trovarsi soli. Primi a ritirarsi furono gli “autonomi” liguri; i socialisti lombardi, dopo aspre discussioni, finirono per ritenersi sciolti da ogni impegno dopo questa defezione. I lavoratori novaresi e piemontesi rimasero -come ho detto- una volta di più soli a sostenere la difficile “battaglia di Novara”» (Alfonso Leonetti – Roma, settembre 1972)

Vediamo ora quanto ricorda al proposito Angelo Tasca, altro campione dell’ordinovismo. Riferendosi alla direzione del partito, e non certo ai compagni iscritti, afferma: «I comunisti sono beati, perché, dicono, “la rovina del partito socialista va ponendo il partito comunista alla testa della classe operaia italiana e della sua lotta rivoluzionaria”».

Quel farabutto di Tasca riporta esattamente la citazione, non altera né una parola, né una virgola, ma, estratta dal suo contesto ne falsifica, volutamente, il significato. La frase, letta come Tasca vuole che venga letta, può significare che la direzione di Sinistra del partito, cinicamente, si augurasse lo sfasciamento del movimento proletario italiano e ne sabotasse l’unità al solo scopo di primeggiare sul partito socialista. Quindi è necessario soffermarsi un poco per fare chiarezza.

La citazione in questione altro non è che la frase conclusiva dell’articolo “Le due vie del proletariato italiano” apparso su “Rassegna Comunista” del 15 luglio 1922, e si riferiva alla riunione del Consiglio nazionale della CGL tenutosi a Genova i primi giorni del mese.

Per rimettere le cose al loro giusto posto non ci resta che riportare ampie citazioni dell’articolo:

«Un immenso vantaggio che risulta dalla opera del partito comunista è il fatto che attraverso le crisi di partiti e le lotte di frazioni politiche nei sindacati non si rinnova il pericolo della scissione sindacale, grazie alla intensa propaganda dei comunisti per la unità delle organizzazioni, che è largamente penetrata nello spirito del proletariato.»

Infatti il Partito comunista d’Italia, in pieno accordo con le direttive dell’Internazionale comunista, si batteva contro la formazione di nuovi sindacati che avrebbero prodotto la scissione del movimento proletario e lasciato campo libero alle dirigenze della socialdemocrazia controrivoluzionaria. Questo benché l’azione traditrice dei bonzi di allora, dati i tempi, fosse molto peggiore e deleteria di quella degli attuali. Ma torniamo al nostro articolo: «E’ ormai un anno che i comunisti invocano la concentrazione di una grande lotta comune di tutte le forze dell’organizzazione proletaria italiana. Quest’idea ha fatto grande strada fra le masse, attraverso l’esperienza delle azioni parziali, che hanno dimostrato come, anche quando le masse rispondono in modo mirabile, non è possibile aver ragione della controffensiva borghese senza ricorrere alla lotta generale. […] E le masse esprimono sempre più decisamente la loro adesione alla proposta comunista, poiché i capi di destra e del centro pervengono a sabotare e rinviare l’azione, si delinea come conseguenza del rifiuto un altro grave pericolo: la demoralizzazione delle masse, che perdono ogni fiducia nella loro organizzazione e ne disertano le file. […]

«Bisogna dunque agire urgentemente […] lottare per la valorizzazione dell’Alleanza del lavoro, che desta l’entusiasmo delle masse mentre i riformisti la sabotano apertamente. Bisogna fare tra le masse una intensa propaganda perché restino unite nella lotta sui due fronti: contro l’offensiva borghese e contro il disfattismo degli opportunisti. […]

«Di questa situazione la responsabilità maggiore risale all’influenza del centro massimalista. Servendosi delle sue forze, per quanto demoralizzate, a sbarrare tutte le vie che s’aprono al proletariato italiano, e non dando ad esso nessuna parola positiva, il massimalismo della maggioranza del PSI è il principale artefice di un’inerzia, a cui non può seguire che l’atrofia, la paralisi generale. […]

«Ecco perché in un certo senso l’opera dei massimalisti è più controrivoluzionaria ancora di quella dei riformisti. […]

«La salvezza del proletariato è nel programma tratteggiato dal partito comunista con sempre maggiore chiarezza e integrale visione dei problemi della vita dei lavoratori e delle caratteristiche della situazione: la rovina del partito socialista va ponendo il partito comunista alla testa della classe operaia italiana e della sua lotta rivoluzionaria.»

Forse gli ordinovisti torinesi erano all’oscuro della incessante opera svolta dal loro partito per l’unità e l’azione della classe operaia? Non avevano abbastanza chiara l’opera controrivoluzionaria e traditrice, di vero supporto alla reazione fascista, dei socialdemocratici bonzi sindacali e dei socialisti massimalisti? Cosa avrebbero potuto sperare dai loro contatti clandestini con simili traditori?

Ma gli ordinovisti, una volta toccato con mano che i loro approcci con simili dirigenti operai non portavano che alla sconfitta, non si diedero per vinti ed andarono a cercare alleanze in aperto campo borghese.

Ridiamo ora la parola ad Angelo Tasca: «Dopo l’occupazione fascista di Novara, che minaccia direttamente il “triangolo” Milano-Genova-Torino, i comunisti di quest’ultima città si sentono accerchiati, presi alla gola. Per disserrare la morsa, per salvare ciò che ancora si può salvare, essi entrano in rapporto con la sinistra del partito popolare ed anche coi liberali che si raggruppano intorno alla “Stampa” diretta dal senatore Frassati, grande amico di Giolitti. Stabiliti i primi contatti, una delegazione, composta da un rappresentante della sezione comunista e da un rappresentante della Camera del lavoro, si reca a Roma per esporre la situazione, quale la si vede a Torino, e per chiedere che il partito comunista prenda l’iniziativa o almeno autorizzi l’organizzazione di un fronte unico con i socialisti e con i gruppi politici disposti a sbarrare la strada al fascismo. A Roma i delegati sono freddamente accolti dal segretario del partito, dal quale ricevono un sacco di ingiurie: è il viatico con il quale riprendono -senza avere ottenuto niente- la via del ritorno.» (A. Tasca – Nascita e avvento del fascismo)

Pure un accordo con “il ministro della malavita”, il “Giovanni Battista del fascismo” erano andati a cercare, quello stesso Giolitti che aveva armato i fascisti aprendo loro i depositi delle caserme e concesso autocarri perché si potessero rapidamente concentrare e colpire.

Questi sono gli stessi che un paio di anni dopo, presa la guida del partito, lo porteranno alla rovina.

Torniamo ora ad occuparci di Novara e della sua importanza per la penetrazione fascista all’interno della parte maggiormente industrializzata d’Italia e quindi con una formidabile concentrazione operaia.

Come abbiamo visto da ormai più di un anno continuava lo stillicidio di continue proditorie aggressioni, assalti e distruzione delle sedi di circoli ed organizzazioni proletarie.

L’organo locale del PCd’I, già ai primi di maggio 1922 aveva lanciato un appello ai proletari novaresi perché si tenessero pronti, sia ad affrontare le azioni del nemico, sia ad effettuare rappresaglie contro fascisti e borghesi «incendiando i loro averi e colpendo le loro persone. Nei sobborghi della città o nei paesi i lavoratori organizzino di notte la difesa, ponendo squadre di armati a turno per ogni rione. Oltre al fuoco delle armi sono ottime le forche, le falci, i bastoni.» (“Il Bolscevico” – 04/05/1922).

Per l’invasione di Novara i fascisti presero pretesto da quanto avvenuto la domenica del 9 luglio a Casalino dove il fascista Angelo Ridoni veniva ucciso, da un non meglio identificato gruppo di sovversivi. Immediatamente, venuti a conoscenza della notizia, squadre fasciste presero d’assalto il Circolo della Lega contadini-operai. Prontamente intervenne la polizia che, dopo avere perquisito la sede ne ordinò la chiusura facendo uscire i soci alla spicciolata dove i fascisti provvedevano alla loro bastonatura.

Nei giorni immediatamente successivi saranno devastati e dati alle fiamme i circoli proletari di Cameriano, Granozzo, Cavagliano, Caltignaga, San Pietro, Casalbeltrame, Tornaco, ….

Il “Corriere Biellese” periodico socialista, il 21 luglio riportava: «Le masse operaie e contadine di questi paesi vedendosi distrutte da un’orda di barbari le sedi delle loro istituzioni […] proclamarono lo sciopero generale di protesta. […] Lo sciopero dei contadini di questi quattro o cinque paesi vicini a Novara, avrebbe dovuto restare isolato. [Naturalmente scopo di socialisti e bonzi sindacali è quello di “isolare” le lotte di classe – n.d.r.] Ma contro ogni volontà di dirigenti, […] lo sciopero si estende automaticamente a tutti i contadini del Circondario di Novara, il che trascina poi anche tutti i lavoratori delle industrie e delle varie altre categorie […] comprendente tutte le operaie e gli operai del Circondario.»

L’Alleanza del Lavoro, a malincuore, non può far altro che proclamare uno sciopero già in atto. Ma i bonzi sindacali prendono subito le distanze dai violenti ed inizia il suo proclama al proletariato piangendo sulla vittima fascista: «Domenica notte, vittima di un inqualificabile delitto moriva […] l’agricoltore Ridoni Angelo di Casalino. […] Non potevamo pensare che la tomba tragicamente scavata ad una ancora giovane esistenza, ed il lutto di una giovane sposa e di un bimbo […] servisse a dare esca a nuovi odii […] che noi mai compiemmo dopo la uccisione di tanti nostri compagni. […] Noi intendiamo dire basta ad ogni sorta di violenze, da qualunque parte provengano.»

Bastano queste poche parole per dimostrare tutta l’ipocrisia e la viltà del bonzume sindacale che, piangendo sulla morte del fascista e sulla sorte della moglie e del figlioletto, si gloriava del fatto di non avere mai vendicato le centinaia di proletari assassinati e per le mogli e figlioletti dei quali non c’erano lacrime, ma solo incitamento a sopportare in silenzio la violenza, la distruzione e la morte.

12 luglio – si tenne a Novara un grande comizio durante il quale parlarono «l’on. Ramella e l’anarchico Peroni per l’Alleanza del lavoro. Il compagno Bellone, richiesto insistentemente dagli operai, ha portato la parola dei comunisti.» (“L’Ordine Nuovo, 13/07/1922) Intanto camion di carabinieri e guardie regie, con le mitragliatrici piazzate, pattugliavano la città. Gli industriali, in risposta allo sciopero, proclamano la serrata a tempo indeterminato, mentre gli agrari disdettano il concordato agricolo. Intanto dalla Lomellina arrivano forti contingenti fascisti che occupano le campagne in sciopero ed inizia un susseguirsi di sempre più gravi incidenti

Ramella, segretario della Camera del lavoro, scrive all’Associazione dei proprietari terrieri una lettera di scuse per lo sciopero che è costretto ad avallare: «La presente per comunicarvi che […] abbiamo ordinato lo sciopero generale dei lavoratori della terra contro le violenze e per la difesa della libertà. Vogliamo sperare che […] troveremo consenziente questa spett. Associazione. Tanto abbiamo creduto bene di comunicare perché sia bene stabilito che il nostro movimento è diretto puramente contro i violenti e gli incendiari.» (Ripreso da: C. Bergami, La battaglia di Novara)

Non staremo a riportare la giusta risposta di classe degli agrari. Intanto da Novara si chiede l’intervento delle squadre fasciste pavesi e casalesi. Ma Novara viene occupata anche da squadristi provenienti da Torino, Biella, Quarona, Vigevano, Andorno, Domodossola, Milano, etc.

14 luglio – Gli industriali che per la scoperta degli uccisori del Ridoni avevano messo una taglia di 15.000 lire, vista la compattezza dello sciopero, cercano di blandire gli operai lanciando il seguente manifesto:

«Cittadini! Operai! Fedeli al nostro programma di ricostruzione economica della Nazione e di pacificazione all’infuori e al di sopra di ogni competizione di parte. Accogliamo di buon grado l’invito alla pace e al disarmo degli animi […] Accogliamo le richieste pervenuteci da molti nostri operai [??]. Riapriremo quindi regolarmente tutti i nostri stabilimenti lunedì mattina 17 corrente. La Federazione Industriale Novarese – 14 luglio 1922.» (Riportato in: Bermani – La Battaglia di Novara)

15 luglio – “L’Ordine Nuovo” scrive: «Lo sciopero generale nella città e nei paesi del circondario prosegue compatto. […] La cronaca non segnala che qualche scontro tra gruppi avversi con scambio di pugni e di bastonate. Gli operai reagiscono sempre ed energicamente. […] Nelle vie del centro pattuglie di guardie regie e di soldati si incrociano, […] camions della polizia circolano continuamente; plotoni di guardie regie e reparti di truppa sono dislocati in vari luoghi della città. […] Mercoledì mattina ebbero luogo a Casalino i funerali del fascista Ridoni. Di ritorno dalla cerimonia, i fascisti ritentarono di invadere il circolo di Granozo ma vennero respinti dai contadini insorti come un sol uomo. Nella notte di mercoledì venne tentata l’invasione del circolo di Nibbia, ma anche qui furono respinti dalla popolazione che ha reagito energicamente. […] I fascisti novaresi asseriscono di attendere per questa notte e domattina altre squadre da Bologna e dalla Lomellina: qualcuno afferma che sono attese squadre dalla Toscana. […] Ad ogni modo gli operai sono ben decisi a difendersi.»

16 luglio – Scrive “L’Ordine Nuovo”: «La situazione va aggravandosi di ora in ora. […] Ogni treno porta nuovi rinforzi ai nemici del proletariato. […] Fino a questo momento le forze fasciste giunte dal di fuori ammontano a diverse centinaia di persone. Alcune squadre hanno sfilato inquadrate per le vie della città indisturbate dalla polizia. […] Tutti gli schiavisti arrivano armati provocando, inneggiando alla violenza, minacciando l’ira di dio. Sui loro libelli e sui loro manifesti affermano chiaramente che la distruzione di nove circoli proletari non basta, che altre distruzioni devono essere compiute, che anche Novara deve essere colonizzata, l’autorità non vede e non sente. […] Si può dire con sicurezza che finora i fascisti hanno potuto vivere a Novara grazie soltanto alla protezione dell’autorità. […] Ma la massa è ben decisa ad impedire che il piano dei fascisti venga portato a compimento, che le organizzazioni operaie vengano distrutte. […] Sarebbe deplorevole se la combattività della massa dovesse esaurirsi per il mancato intervento dei dirigenti del proletariato italiano. È evidente che proseguendo il concentramento fascista si giungerà ad una situazione insostenibile per il proletariato. Occorre che i forti e coraggiosi lavoratori del novarese siano sostenuti energicamente. È necessario che il proletariato non perda questa altra battaglia.»

L’articolo continua poi con questa nota penosa e umana: «Contro le squadre di mondarisi che si prestano, per miseria e per incoscienza, a compiere il tentativo di spezzare la magnifica compattezza del proletariato, […] e che hanno stazionato tutto il giorno […] a pochi passi dalla Camera del Lavoro […] non è partita la minima provocazione. Gli operai comprendono che anche questa gente è vittima della reazione fascista»

17 luglio – “L’Ordine Nuovo” informa che lo sciopero generale è esteso a tutta la provincia di Novara, poi facendo la cronaca degli scontri scrive: «Sabato notte parecchi fascisti si sono avvicinati con intenzioni minacciose ad un Circolo della periferia. Gli operai sono usciti costringendoli a fuggire attraverso i campi e bastonandone qualcuno. Una vera battaglia è invece avvenuta quest’oggi a Lumellogno, a circa quattro chilometri e mezzo dalla città. […] I fascisti di Novara in numero di circa cento si sono portati a Lumellogno, assalendo il borgo a colpi di rivoltella. Gli operai e i contadini che difettavano di armi si sono difesi coi tridenti e con i loro arnesi da lavoro, la battaglia è durata a lungo facendo diverse vittime. Si segnalano fin’ora tre morti di cui due lavoratori, colpiti da arma da fuoco, e un fascista ucciso con un colpo di tridente. Vi sono inoltre undici feriti da ambo le parti.» Sempre sul quotidiano comunista, il giorno successivo si legge: «I fascisti i quali anche se sono riusciti con le loro pistole ad atterrare un maggior numero di uomini, hanno però dovuto retrocedere di fronte alla disperata resistenza dei lavoratori. È stato un impeto meraviglioso ed eroico della forza e dell’ira proletaria. I fascisti hanno lasciato sul terreno anche il camion.» (18/07/1922)

18 luglio – “L’Ordine Nuovo” riporta la notizia di incidenti avvenuti sia a Novara che nei paesi della zona, ma di minore intensità: «Si tratta del solito scambio di ingiurie, di pugni o, al massimo, di bastonate». Ma la notizia del giorno è un’altra: «Oggi il prefetto ha chiamato a colloquio l’on. Ramella, segretario della Camera del Lavoro e i rappresentanti della parte agraria e industriale, nonché i rappresentanti dei fascisti e di altri partiti costituzionali. I colloqui sono durati a lungo. […] Dopo questa riunione Ramella si è recato a riferire alla Camera del Lavoro il cui Comitato ha deliberato la ripresa del lavoro per domani. […]

«La notizia della ripresa del lavoro […] è stata accolta dovunque con molta irritazione. Gli operai, i quali erano animati da un magnifico spirito di combattività, sono oltremodo delusi dalla tattica dei loro dirigenti ed è probabile che domattina moltissimi di essi continueranno l’astensione dal lavoro. «[…] L’indignazione con la quale gli operai hanno accolto questa notizia è indescrivibile, […] tutti i rappresentanti dei circoli si sono recati alla Camera del Lavoro [… e] hanno inveito contro l’on. Ramella. […] I fascisti continuano a scorrazzare indisturbati per la città.»

«[…] Gli accordi intervenuti tra il deputato socialista Ramella, per le organizzazioni operaie, il prefetto e i capi fascisti stabiliscono dunque che il lavoro nel Novarese dovrebbe essere ripreso da stamane. […] Ciò che è evidente è che mentre lo sciopero deve cessare, i fascisti che hanno invaso la città e minacciano il loro regime di terrore in tutta quella vasta zona contadina non danno alcuna garanzia di abbandonare il campo delle loro gesta militari antiproletarie. […] La sola difesa loro era ieri lo sciopero, cioè la mobilitazione in atto delle forze proletarie. […] I lavoratori rinuncerebbero alla preparazione difensiva, mentre i fascisti proseguirebbero nello svolgimento del loro piano reazionario. […] La linea difensiva Milano-Genova-Torino continua ad essere l’obiettivo dell’azione proletaria fino a quando il fascismo minacci di incunearsi nella zona settentrionale che finora ha vittoriosamente resistito a tutti gli attacchi.»

Continua ininterrotto l’arrivo di nuove squadre fasciste. Questo è quanto si legge in un loro volantino: «Da tutta la provincia e dalle provincie finitime le salde schiere fasciste accorrono per impegnare la battaglia decisiva che dovrà redimere Novara dal giogo dei rossi.]»

19 luglio – “Il Comunista” titola a tutta pagina: «Bisogna opporre all’assalto fascista il fronte unico proletario e lo sciopero nazionale. Nelle Marche lo sciopero è già dichiarato: il resto d’Italia attende». I tre quotidiani del PCd’I riportano l'”Appello ai Lavoratori d’Italia” da noi riprodotto all’inizio di questo rapporto.

Traiamo dall’ “Ordine Nuovo”: «Lo sciopero generale continua per la volontà della massa. In città l’astensione dal lavoro è stata completa, quantunque il Comitato di agitazione avesse ieri notte diramato l’ordine di ripresa del lavoro. […]

«Sentiamo il dovere di rendere ai lavoratori industriali ed agricoli del Novarese l’omaggio più alto, la espressione dell’ammirazione più viva […] per la loro coscienza di classe, per la loro combattività che ha saputo in sei giorni di lotta estenuante superare ostacoli e difficoltà di ogni genere. [… Decisi] ad impedire che un’altra fortezza proletaria cada nelle mani degli invasori, che un’altra zona eminentemente proletaria sia ridotta in schiavitù. […]

«Una vigliacca aggressione è avvenuta a sera inoltrata […] un gruppo di fascisti si è avvicinato ad un operaio […] e gli ha sparato contro alcuni colpi di rivoltella ferendolo gravemente. […] I fascisti per buona parte della notte hanno continuato a scorrazzare ebbri per la città cantando canzonacce e minacciando tutti. […] Verso le 4 di stamane circa 300 fascisti, preceduti da una squadra d’assalto si sono diretti contro il circolo più importante di Novara chiamato il Circolone.» Anche in questo caso pronto fu l’intervento degli operai «costringendoli a ritirarsi»

Dallo stesso numero di giornale si ha notizia che circa centocinquanta fascisti, improvvisamente giunti a Vespolate avevano incendiato la casa del popolo, la cooperativa ed occupato il municipio. Intanto in città, a Novara, a seguito di uno scontro a fuoco sette fascisti assaggiavano il piombo proletario: uno rimaneva morto e gli altri gravemente feriti. Però la vendetta fascista non si fece attendere, la Camera del lavoro, con la complicità delle guardie regie messe a sua protezione, venne immediatamente devastata ed incendiata. Per tre volte i fascisti avevano tentato l’assalto alla Camera del Lavoro, ma erano sempre stati respinti; questo fino a quando, a “presidiarla”, erano stati messi «duecento uomini tra guardie regie e soldati. […] L’opera dei pompieri non ha potuto esplicarsi perché i fascisti lo hanno impedito con le armi. […] Intanto gli schiavisti hanno proceduto indisturbati alla occupazione del Municipio di Novara, completando così una parte del loro piano.» (19/07/1922)

Anche il venduto Ramella è costretto ad ammettere la complicità dello Stato con i fascisti: «Gli operai dei sobborghi, appena ebbero sentore di quello che stava accadendo, accorsero in massa col proposito di opporsi e procedere al salvataggio del salvabile. Il loro intervento è stato però reso impossibile, perché un provvidenziale cordone di truppe era stato scaglionato tutt’attorno alla Camera del Lavoro per impedire a tutti l’entrata e lasciare che i fascisti portassero a compimento la loro nefanda gesta. Persino l’intervento dei vigili del fuoco è stato reso nullo col taglio dei tubi dell’acqua operato sotto gli occhi dei compiacenti ufficiali del regio esercito.» (S. Ramella – Vecchio e nuovo sindacalismo)

Scrive l'”Avanti!”: «Uno spettacolo impressionante. Tutto fu distrutto selvaggiamente. Della nostra istituzione non restano che muri anneriti.» (19/07/1922)

Secondo una testimonianza riportata nella “Battaglia di Novara” (Op. cit.), Giacinto Menotti Serrati era andato a fotografare le rovine. A questo si limitava l’antifascismo del massimalismo socialista italiano, a documentare le rovine!

Subito dopo l’incendio della Camera del Lavoro i fascisti si diressero alla volta del Municipio protetto da cordoni di fanteria che, come di consueto, lasciarono libero accesso agli squadristi neri che, occupati i locali, dichiararono decaduta l’amministrazione rossa.

«Intanto gli schiavisti hanno proceduto indisturbati alla occupazione del Municipio di Novara, completando così una parte del loro piano.» (19/07/1922) Con queste parole terminava l’ultima cronaca giornaliera trasmessa telefonicamente da Felice Platone, inviato dell'”Ordine Nuovo”. I fascisti ormai si erano resi padroni della città, avevano occupato il municipio, la stazione, il palazzo del mercato, il palazzo delle poste, etc.

Felice Platone, con una buona dose di incoscienza, dal palazzo delle poste ormai in mano ai fascisti, come era solito fare, dettò telefonicamente al giornale questa ultima sua cronaca. Appena uscito dalla cabina venne aggredito da oltre una decina di camicie nere che lo bastonarono fino a quando, ritenuto ormai morto, dopo averlo derubato, lo abbandonarono a terra.

Felice Platone, ormai inservibile, viene sostituito da Umberto Calosso. Il nuovo inviato non trasmette per telefono le sue corrispondenze, le mette per scritto e le consegna poi ad un fidato ferroviere che fa da tramite tra lui e la redazione del giornale. I fascisti sanno che è arrivato un nuovo corrispondente del quotidiano comunista e fanno di tutto per individuarlo e dargli la “meritata lezione”, ma inutilmente non riusciranno mai a scovare questo “miserabile comunista”. E dire che Calosso non solo non si nascondeva, anzi si era unito a loro nella caccia del giornalista torinese. Il fatto di essersi mischiato ai fascisti gli permetterà di conoscere e comunicare molto più dettagliatamente le azioni e le intenzioni delle camice nere.

20 luglio – “IL Comunista” titola: «Azione antifascista: Immediata – Generarle – Violenta. Questa sia la parola d’ordine degli operai e dei contadini rivoluzionari, al di sopra delle losche manovre socialdemocratiche.» Poi finalmente la notizia che «lo sciopero generale è stato proclamato in tutto il Piemonte.» E la Lombardia? Leggiamo: «Un gruppo di consiglieri generali hanno invitato la Camera del lavoro a convocare immediatamente il Consiglio generale. […] Dato il vivo fermento che si agita nella massa operaia, specialmente in seguito ai tragici fatti di Novara, si prevede che lo sciopero, già proclamato in tutto il Piemonte, sarà proclamato anche a Milano. Lo sciopero, una volta proclamato a Milano, si estenderebbe poi inevitabilmente a tutta la Lombardia. La massa è decisa a tutti i costi ad attuare lo sciopero, con o senza i capi». Poi, in altra parte del giornale leggiamo: «Sentiamo il dovere di rendere ai lavoratori industriali ed agricoli del novarese l’omaggio più alto e la espressione della ammirazione più viva per il loro attaccamento alla organizzazione, per la loro coscienza di classe, per la loro combattività, che ha saputo, in sei giorni di lotta estenuante, superare difficoltà ed ostacoli di ogni genere. Né il continuo affluire di forze fasciste, né l’atteggiamento aggressivo dei padroni, né la incessante minaccia che incombe sulla vita e sulle famiglie dei lavoratori e sopra i nostri borghi e paesi, sono finora riusciti a piegare la volontà delle masse, consce della gravità del momento, decise ad impedire che un’altra fortezza proletaria cada nelle mani degli invasori e che altre zone eminentemente proletarie siano ridotte in schiavitù.»

Un’altra cosa da tenere in considerazione è il continuo affluire di squadristi neri che soltanto uno sciopero generale avrebbe potuto impedire. Disperse sul territorio nazionale, sarebbe stato molto più semplice per il proletariato avere ragione delle orde fasciste.

Dall’ “Ordine Nuovo” del 20 luglio traiamo: «La sede municipale è tutt’ora occupata dai fascisti, i quali attendono il compimento della loro opera con la nomina di un regio Commissario. […] Verso le due e mezzo della notte scorsa i fascisti hanno posto una bomba alla porta del Circolo Ferrer, a Borgo San Martino. […] Anche il municipio di Vespolate è stato occupato dai fascisti. […] Alle 17 ha avuto luogo un comizio adunata delle forze fasciste di occupazione in piazza della Prefettura. Hanno parlato i deputati fascisti De Vecchi di Torino, Lanfranconi di Pavia e il nazionalista Ezio M. Gray di Novara, riaffermando colla solita virulenza la padronanza assoluta dei fascisti nella città. […] Terminati i discorsi e gli alalà, le squadre fasciste, seguendo evidentemente un piano di azione prestabilito si sono dirette alle sedi dei varii circoli rionali proletari, assaltandole. Corre voce che nella notte debbano giungere molte squadre dal ferrarese si dice in numero di 2.000.»

21 luglio – Il nuovo corrispondente dell'”Ordine Nuovo” tenta di fare una stima del numero dei fascisti invasori: «Dagli accantonamenti non è facile ricavare un indizio sicuro. I ranci servono meglio. Il rancio si consuma in tre luoghi diversi, dove parecchie puttanelle borghesi danno aiuto ai cuochi fascisti. Sulla pastasciutta i fasci di combattimento accedono per centurie. La distribuzione, che ha inizio alle 11 antimeridiane, dura ancora alle 3. calcolando un massimo di un quarto d’ora per centuria risulta la cifra di 3.000. aggiungete un migliaio di fascisti che vivono a proprie spese, o sono alloggiati nelle case borghesi o campano sul libero ladruncocinio campestre, e si ha il numero complessivo di 4.000 fascisti, che pena piuttosto per difetto che per eccesso.»

Di fronte ad un tale schieramento di forze, sostenute dall’esercito e da tutte le forze dello Stato, per quanto eroica potesse essere la tenacia, il proletariato novarese, lasciato solo a combattere, sarebbe stato destinato alla sconfitta. L’unico partito che incitava i proletari alla risposta violenta, alla estensione della lotta dal circondario di Novara, almeno a Piemonte, Lombardia e Liguria, per poi passare a tutto il territorio nazionale, era il Partito comunista. Ma dobbiamo ricordare anche che nella battaglia di Novara il partito comunista fu l’unico a dare anche il proprio contributo di sangue.

Le squadre comuniste non avrebbero certamente potuto affrontare i fascisti in uno scontro aperto, ma le loro azioni di guerriglia ebbero come effetto, se non altro, di colpire nei beni i sostenitori e fiancheggiatori del fascismo.

Nel rapporto al Segretariato del Komintern del 23 luglio si legge: «Nelle lotte di questi giorni abbiamo potuto rilevare con piacere che il meccanismo organizzativo del nostro partito diventa sempre più capace di affrontare le situazioni difficili. Abbiamo potuto diramare delle istruzioni e degli ordini, sia di natura politica che militare, con sufficiente sicurezza. Abbiamo avuto cura di non impegnarci in lotte senza sbocco e senza vie d’uscita, facendo attento uso delle nostre forze, abbiamo tuttavia effettuato delle azioni, soprattutto a Novara contro i fascisti, inviando delle forze da Milano e da Torino che hanno effettuato in maniera soddisfacente il loro compito. […] La nostra parola d’ordine è di sospendere ogni attacco aperto dei nostri quadri quando non vi è azione né movimento di grandi masse, continuando tuttavia le azioni di rappresaglia e i colpi a sorpresa.»

Ed ancora: «Mentre si parla di fronte unico da parte dei massimalisti, questo lo hanno tagliato alle spalle dei lavoratori comunisti del Novarese, dove il fronte unico era stato effettivo, poiché i nostri squadristi sono caduti per difendere i 150 comuni socialisti.» (Il Comunista – 25/07/1922)

Vincenzo Moscatelli, allora ragazzetto e futuro stalinista, ricorda: «Il partito aveva fatto affluire a Novara dei gruppi da Torino, da Biella e da Vercelli; quelli di Biella capeggiati da Secchia, quelli di Vercelli capeggiati da Leone, quelli di Torino capeggiati da Comollo.» (La Battaglia di Novara)

Le azioni di rappresaglia dei comunisti prediligevano l’incendio delle cascine dei fascisti o fiancheggiatori. Nell’ “Ordine Nuovo” di quei giorni si leggono frasi di questo tipo: «Diversi incendi si svolgono via via nei dintorni per via del caldo che fa a Novara, aiutati forse anche da qualche fiammifero di ignota provenienza». «Si ha da Borgo Vercelli che un cascinale è in fiamme. Si mormora sia stato incendiato. Speriamo sia vero». «Contadini difendetevi. E non c’è mezzo migliore che colpire i vostri padroni nella borsa, così metteranno giudizio». «Non vi sono a Barengo padroni cui farla scontare? Sono uomini di carne ed ossa anch’essi ed hanno delle cascine». «Contadini di Novara! I vostri padroni non hanno scrupoli nella scelta delle armi […] Qualche volta a voi può bastare un fiammifero!». «Un incendio è scoppiato nella cascina Torre, posta nei dintorni della città. A Novara fa caldo e i fienili fermentano qua e là».

“Il Comunista” del 21 luglio annuncia la proclamazione dello sciopero generale nella provincia di Milano e la compatta riuscita di quello di Torino. Ma soprattutto pubblica la lettera aperta indirizzata dal Comitato Esecutivo del PCd’I al Comitato Nazionale dell’Alleanza del lavoro dove si afferma: «Cari compagni, ci indirizziamo direttamente e pubblicamente a voi per una proposta esplicita. La situazione è tale che non abbiamo di prospettarne le motivazioni: ci limitiamo a chiedere che procediate ad esaminarla colla massima urgenza e prendiate una decisione immediata.

«Vi domandiamo di convocare insieme al Comitato Nazionale dell’Alleanza del Lavoro un convegno di delegati dei Comitati locali dell’Alleanza del Lavoro di tutte le zone d’Italia in cui ferve in questo momento la lotta del proletariato contro la reazione, per deliberare la scesa in campo di tutte le forze della classe lavoratrice.

«Siamo sicuri che l’appello che vi rivolgiamo e nel quale sono certamente solidali tutte le organizzazioni proletarie e le masse delle zone in lotta sarà efficacemente raccolto, e vi salutiamo al grido: Viva il fronte unico proletario e l’azione generale delle masse contro la reazione!»

Poi, rivoltosi ai propri iscritti, il Partito ordinava: «Tutti i compagni centuplichino le loro energie per farle trionfare: per il fronte unico dei lavoratori di ogni categoria e partito! Per lo sciopero generale nazionale contro l’offensiva borghese! Per la guerra rivoluzionaria di classe contro le gesta bestiali del fascismo! Contro le insidie del collaborazionismo parlamentare! Per un governo della classe operaia e contadina! […] I componenti comunisti dei Comitati provinciali dell’Alleanza del Lavoro provochino da parte di questi una proposta analoga a quella della nostra lettera aperta al Comitato Nazionale dell’Alleanza del Lavoro. Entro pochissime ore questa iniziativa deve essere dovunque realizzata. […] Se l’organo supremo esita o devia, venga dalla base la spinta irresistibile ad agire e a procedere sulle vie della lotta di classe rivoluzionaria evitando degenerazioni ed equivoci. I rappresentanti delle masse già impegnate in battaglia compiano in questo senso tutto il loro dovere, se non vogliono divenire i responsabili dello smorzamento del magnifico sforzo di tanta parte del proletariato italiano. Le forze del proletariato non devono essere battute separatamente! Tutte le riserve debbono essere lanciate nella lotta. A chi le tiene in disparte non può spettare che il marchio del traditore. Viva lo sciopero generale nazionale!»

L’azione generale del proletariato contro la reazione, così come veniva prospettata dal nostro partito era quello su cui facevano affidamento i proletari in lotta. Scriveva “L’Ordine Nuovo”: «Gli operai e contadini non vedono altra speranza che nello sciopero esteso entro oggi alla Liguria, che determinerebbe automaticamente la partenza dei fascisti. Data la situazione, tutti gli sguardi sono rivolti verso il Partito Comunista, il quale ha innalzato il vessillo dello sciopero generale. […] La tesi dello sciopero nazionale è sentita e commentata da tutti gli operai come una questione di vita o di morte.» (21/07/1922)

22 luglio – Scrive “L’Ordine Nuovo”: «Il proletariato di Novara vive in istato d’assedio, e invoca e impetra, come sola salvezza, lo sciopero generale. Il pensiero del Partito Comunista, che giunge agli operai, […] si incontra precisamente col sentimento elementare di difesa che è nel cuore anche dei più umili lavoratori». Più oltre l’articolo informa che per il “caldo” che non cessa, «nel Vercellese sette cascinali sono bruciati».

E nel “Comunista” leggiamo: «Lo sciopero che si è esteso in questi giorni alle principali regioni industriali del Nord deve essere allargato, e deve avere il significato di una azione diretta delle masse armate contro la reazione fascista armata. […] Il proletariato è sulla piazza in armi, contro il suo nemico in armi». (22/07/1922)

Però il tradimento è alle porte ed “Il Comunista” titola in prima pagina: «Si delinea la manovra socialdemocratica per stroncare la riscossa del proletariato.» Ed infatti nella pagina seguente troviamo l’altro: “Gli stroncatori dello sciopero generale” dove si legge:

«La stampa socialdemocratica […] di quegli uomini politici che in Parlamento nella seduta in cui crollò il ministero Facta, non trovarono una parola per accennare alla battaglia di estrema e disperata difesa in cui sono impegnati lavoratori di intiere regioni, […] incomincia ad occuparsi oggi […] degli scioperi dell’Italia settentrionale.

«La tesi che questi giornali sostengono è la seguente: lo sciopero generale proclamato nelle zone di invasione fascista era uno sciopero di protesta contro il procedere del Governo; ora che il gabinetto Facta è caduto e quindi non esiste più governo responsabile, lo sciopero deve cessare.

«Ma i giornali della socialdemocrazia […] vanno più in là, e spudoratamente svelano […] il turpe fondo dei loro pensieri che è questo: – Lo sciopero era necessario per provocare la crisi. Oggi che lo scopo è raggiunto perché continuare?

«D’Aragona a chi lo interrogava sulle intenzioni dell’Alleanza del lavoro [rispondeva]: “Siamo troppo occupati dalla crisi per occuparci del movimento di Novara, di Torino o di Milano”.

«E ieri stesso, un altro dei cosidetti capi del movimento operaio, […] l’on. Canepa, deputato degli operai genovesi, interrogato sulla opportunità che Genova proletaria faccia scendere in campo le sue forze accanto a quelle di Milano e di Torino, con ributtante cinismo rispondeva: “Noi non abbiamo mai pensato allo sciopero se non come ad un’arma per provocare la crisi. Ora la crisi c’è; quindi i ‘nostri’ non si muoveranno”. […]

«Si sa che il Gruppo [parlamentare – n.d.r.] socialista ha scaraventato nei luoghi dello sciopero alcuni suoi rappresentanti col mandato preciso di far presto tornare la calma, rendendo ai fascisti l’onore delle armi e impedendo che i proletari del Piemonte e della Lombardia continuino in quella disperata difesa che se non riesce a fermare l’invasione è almeno riuscita a imporre all’attenzione di tutto il proletariato il problema della azione antifascista.»

Ma “La Giustizia”, giornale stampato con i soldi rubati agli operai attraverso le casse delle organizzazioni e delle cooperative, non era la sola a dichiarare la necessità della fine dello sciopero, essendo caduto il governo, gli faceva buona compagnia l'”Avanti!”: «Noi abbiamo coscienza della gravità dell’ora suprema e gli orrori di una guerriglia infame potranno essere evitati, ma abbiamo bisogno di garanzie e di atti che siano la dimostrazione evidente dell’intenzione del governo di ripristinare le libertà costituzionali. […] Occorre che ciascuno assuma la propria responsabilità per determinare, senza equivoci, una nuova situazione dalla quale sorga un Governo capace di un’azione organica e coerente, [e che venga] riconosciuto il diritto d’organizzazione, di sciopero, di propaganda, di conquista spirituale [notare: le conquiste del proletariato devono essere “spirituali”!] della classe e del paese.»

Come si vede tutti quanti, socialdemocratici e massimalisti, nella accanita lotta che le masse proletarie combattevano, vedevano solo il mezzo per influire nella crisi parlamentare ed un “ammonimento” verso il governo che si stava formando.

“Il Sindacato Rosso” lanciava la seguente «Dichiarazione di guerra … Non alle trentamila camicie nere mobilitate bluffisticamente dal duce fascista per stroncare lo sciopero generale magnificamente riuscito. Con essi siamo già in guerra guerreggiata – essi sono i nostri nemici dichiarati – e come tali li trattiamo. La nostra dichiarazione di guerra, feroce, spietata, con tutti i mezzi, con tutte le armi, è per tutti i traditori del proletariato, pei lupi travestiti da agnello, pei mandarini socialdemocratici, pei dirigenti che vergognosamente hanno tradito! – Da oggi in avanti la nostra guerra si rincrudisce nei due fronti di battaglia, contro la reazione legale ed extra-legale dello Stato e del fascismo e contro i traditori del proletariato, più infami, più pericolosi perché si camuffano da dirigenti dell’azione e della lotta proletaria per tradirla!» (22/07/1922)

23 luglio – “Il Comunista” titola: «Non il terrore fascista ma la viltà dei capi ha stroncato l’azione del proletariato. Onore ai comunisti di Novara che si battono, soli, con le armi in pugno!»

Nel nostro giornale possiamo leggere l’infame ordine di ripresa del lavoro:

«Roma, 21 luglio 1922 – Il Comitato Centrale dell’Alleanza del Lavoro ordina la ripresa immediata del lavoro al proletariato in sciopero delle due regioni Lombardia e Piemonte e lascia ai comitati locali di stabilire le modalità della ripresa del lavoro.»

Il tradimento è compiuto. I fascisti possono sferrare gli ultimi definitivi attacchi contro un proletariato ormai da tutti quanti abbandonato: repubblicani, socialdemocratici, massimalisti, anarchici, nessuno di loro si schiera nella ultima difesa disperata del proletariato novarese che continua a combattere e a morire.

Solo il Partito comunista gli resta accanto e lo incita a continuare la lotta. «La Federazione provinciale comunista ha lanciato un ordine a tutti i compagni operai incitandoli alla resistenza attiva nella grave lotta ingaggiata contro l’invasione fascista e la reazione sbirra.» (Il Comunista, 23/07/1922).

Nella stessa pagina si legge questo “Comunicato della Federazione Comunista”: «Le Sezioni sospendono ogni corrispondenza con la Federazione. Tutti i compagni sono mobilitati. I fiduciari sappiano essere all’altezza del loro compito. È stata inviata una circolare ad ogni sezione. I compagni non attendono altri ordini dalla Confederazione per agire. Tutto deve essere tentato per la nostra difesa. Agli inetti il nostro biasimo, ai forti il plauso nostro e del proletario comunista della provincia rossa. In piedi per la nostra salvezza. – Il Comitato Esecutivo»

Riferendosi ai fatti di sabato 22, “Il Comunista” scriveva: «Quella di sabato è stata per gli schiavisti una nuova giornata di spedizioni e di aggressioni sanguinose contro il proletariato del Novarese. Mentre gli on. Rondani e Rossini balbettavano in prefettura di pacificazione, i fascisti sotto la sfacciata protezione delle autorità si abbandonavano alla loro cieca opera di distruzione e di morte. I lanzi, assoldati dagli agrari vogliono distruggere fino alle fondamenta tutto ciò che rappresenta lo sforzo di anni ed anni di sacrifici proletari. L’ordine è di bruciare, uccidere.» (25/07/1922)

Quel giorno i fascisti avevano accompagnato al Camposanto un loro camerata, dopo il funerale piombarono sul paese di Borgo Vercelli dove portarono il terrore sparando all’impazzata e bastonando chiunque incontrassero, comprese donne e bambini, invasero il municipio e saccheggiarono la locale cooperativa. Completata questa eroica impresa in alcune centinaia si recarono a Trecate dove, sempre protetti dalle forze dell’ordine si diedero al saccheggio ed al terrore, devastando e dando alle fiamme i circoli proletari. Tornando verso Novara la colonna di camion fascisti attraversò Sant’Agabio, anche qui sparando ed uccidendo. Ma qui la popolazione interveniva in armi ed ai fascisti si sarebbe messa molto male se non fossero accorse in loro aiuto le forze dell’ordine. Sentiamo la relazione del corrispondente dell'”Ordine Nuovo”:

«Ieri notte, nell’ “Osteria Nuova”, presso la stazione ebbi occasione di fare … un’intervista con l’agente De Bernardis. […] Ma il suo naso di cane non riesce a fiutare il contrabbando, anzi fa amicizia con me e senz’altro si sbottona confidenzialmente. […] I camions dei nostri fascisti tornavano pacificamente dall’incendio di Trecate, e passando per Sant’Agabio facevano qualche piccolo sparo nel buio, più per divertimento che per altro. Avrebbero dovuto sparare dritto, i comunisti non son gente! A un certo tratto vennero gettate delle bombe sul primo camion e i fascisti si trovarono in pieno agguato. […] Se non c’eravamo noi succedeva una frittata, noi abbiamo salvato quei poveri fascisti che erano cascati nell’imboscata comunista. Immediatamente siamo piombati giù coi camions e ci siamo messi a dar man forte alle camicie nere aggredite. I comunisti avevano fatto delle trincee, tutto era preparato con rivoltelle e bombe a mano. […] Erano armatissimi, con bombe a mano, bombe incendiarie, moschetti, rivoltelle. […] Per fortuna a Sant’Agabio siamo arrivati subito noi e ci siam messi a sparare e a dar l’assalto alle case […]». (23/07/1922) Il corrispondente del quotidiano comunista commentava: «Il proletariato novarese, nonostante il terrore bianco, rimane in piedi, pronto alla riscossa. Egli si difende da solo, e avrebbe anche potuto vincere, se non fosse venuto il tradimento dei capi. […] Il proletariato di Novara si è difeso, e non è espugnato, benché le sue case siano in fiamme. La riscossa non potrà mancare.»

24 luglio – Sull'”Ordine Nuovo” del giorno leggiamo: «La massa è per l’unità d’azione e di fronte: unità che coordini gli sforzi di tutti i lavoratori, di ogni città e regione, di ogni mestiere, di ogni organizzazione, di ogni fede politica. […] Purtroppo l’Alleanza del Lavoro non risponde all’attesa giustissima delle masse […] Gruppi di lavoratori in lotta contro le imposizioni padronali si sono rivolti ad essa, e l’Alleanza ha risposto con la curiosa formola che le vertenze sindacali particolari non possono riguardarla. Il problema della situazione generale del proletariato in tutta Italia è stato posto, e l’Alleanza ha trovato, e lo ha lasciato chiaramente intendere, che questo vasto problema, evidentemente politico, trascende le sue capacità. […]

«La mentalità riformista si è presentata alle masse con una predicazione pacifista, che non è anti-violenta in principio, bensì solo quando si tratti di una lotta indipendente del proletariato. Siccome è in fondo una mentalità borghese, essa concepisce la lotta violenta delle masse per la difesa delle istituzioni borghesi che vuol penetrare. […] Ne emerge tutta la impotenza del riformismo e dei suoi gruppi dirigenti, chiusi dinanzi alla forza reazionaria nella insanabile contraddizione insista nel loro metodo: non potranno condurre le masse né contro lo Stato, né con lo Stato e dentro lo Stato.

«Ma è forse ancor più pericolosa quella mentalità che si può definire “massimalista”. […] Ha negato il concetto borghese della penetrazione nelle istituzioni governative attuali, ma si è pasciuta dei concetti non meno borghesi che il socialismo trionferà per la forza degli ideali, malgrado che l’avversario stia smantellando le sue forze e le sue posizioni. […] questa mentalità tremendamente disfattista del “tutto o niente” minaccia il proletariato italiano non meno della mentalità riformista. «[…] Qualche analogia coi danni della mentalità massimalista la presenta […] la mentalità anarchica. Vi è la differenza che in questo campo si vuole effettivamente e sinceramente la lotta, ma con un grado non molto superiore di proporzione tra i mezzi che si sanno approntare e gli obiettivi da raggiungere. La combinazione di queste tendenze nell’Alleanza del Lavoro crea un curioso stato di incertezza: le stesse formole si incrociano coi più opposti significati.

«Compito del Partito Comunista è di tracciare, nel caos delle tendenze, ma per i proletari di tutte le tendenze, una via di azione costituita da una serie di obiettivi e di mezzi adeguati a raggiungersi in una decisa avanzata, al di fuori di ogni viltà come di ogni demagogia.

«Secondo il Partito Comunista oggi si impone a tutta la massa proletaria italiana la necessità di una azione unitaria, che si deve realizzare con la proclamazione da parte della Alleanza del Lavoro dello sciopero generale nazionale, per cui esistono le possibilità di esecuzione. […] Solo procedendo su tale via la classe lavoratrice può accrescere la sua forza politica per lottare per la realizzazione del suo obiettivo politico in regime di Governo fondato sulle sue proprie forze.»

25 luglio – “L’Ordine Nuovo” scrive: «Le bande fasciste continuano le spedizioni contro i paesi del Novarese. Ieri hanno invaso Barengo, Cerano, Pernate, Olengo, ecc. Vanno tranquillamente in camions, scortati dalla forza pubblica, bene armati e … così fanno gli eroi. Hanno occupato i Municipii, esposte le bandiere tricolori, urlati infiniti alalà, fra lo sdegno e la rabbia delle popolazioni inermi e impotenti. […] Un’altra delle imprese consuetudinarie dei fascisti è il saccheggio dei negozi i cui proprietari sono indiziati di sovversivismo e delle cooperative di consumo. Gli schiavisti sfondano le porte, distruggono i mobili e si impadroniscono delle merci. I carabinieri e i funzionari di P.S. li stanno a guardare godendosi lo spettacolo e partecipando alla divisione del bottino. […]».

26 luglio – Sotto il Titolo: “Dalla città martire e tradita”, leggiamo sull’ “Ordine Nuovo”:

«Ieri, dopo il comizio tenuto dall’on. De Vecchi […] sono cominciate a partire alcune squadre le quali non hanno mancato di saccheggiare e assassinare abbondantemente le vie del ritorno. […]

«D’altra parte specialmente dopo la rivolta di Sant’Agabio, i plotoni della guardia regia sostituiscono automaticamente le squadre che partono. Il proletariato non ha modo di rallegrarsi troppo del cambio. Egli è ormai abituato all’identità dei due Corpi. […]

«I lavoratori hanno ripreso il lavoro con spirito umiliato dall’abbandono cui vennero lasciati dai loro capi socialisti e dal mancato sciopero generale. […] In mezzo allo sbandamento più ignominioso degli uomini ai quali la città socialista aveva preso l’abitudine di tener fisso lo sguardo, un forte e animoso manipolo di operai comunisti, […] continuarono a tener desta la difesa della città conquistata, […] dimostrando a tutta la massa la fedeltà locale di quel solo Partito che aveva in tutta Italia alzata la bandiera dello sciopero generale.

«[…] Bisogna ripeterlo ancora una volta a voce alta: a Novara soltanto un gruppo di operai comunisti dimostrarono di possedere le qualità di capi. Sangue freddo e audacia, cuore in fiamme e testa a posto; ecco ciò di cui fu provvisto fino all’ultimo soltanto il disciplinato manipolo comunista. […]

«I fatti di Sant’Agabio avvennero nella notte tra il venerdì e il sabato, quando cioè l’Alleanza del Lavoro aveva deciso la cessazione dello sciopero, e il suo tradimento gettava Novara allo sbaraglio. 

Il bilancio delle giornate di Novara è certamente gravissimo per il proletariato novarese, ma nemmeno i fascisti hanno ragione di ridere. […]

«Dalla parte proletaria, la maggioranza dei morti e feriti sono vecchi, donne e bambine. […] Ignominia e viltà per qualunque esercito, sia pure straniero, com’è l’esercito delle teste di morto! Non stiamo a contare i nostri molti morti: la classe nostra non si chiama proletaria invano, […] ma anche i fascisti non hanno da cantare. Il tridente proletario ha saputo penetrare attraverso il loro piombo e il loro ferro. […]

«L’invasione di Novara, faceva, fin dal principio, della città piemontese-lombarda il centro di una situazione non locale, ma nazionale. […] La lezione non è perduta. Servirà domani.»

Sullo stesso numero di giornale si legge della incursione fascista a Barengo dove venne assaltato il circolo operaio, devastato, svaligiato, dato alle fiamme ed ucciso un proletario. Commentava il giornale comunista: «Non vi sono a Barengo padroni, cui farla scontare? Sono uomini di carne ed ossa anch’essi ed hanno delle cascine». E dalle cascine, in quei giorni, alte si levavano le fiamme! 

“Il Comunista” dello stesso giorno riportava questa breve corrispondenza da Vercelli: «Sono scoppiati nelle nostre campagne, prodotti dall’eccessivo caldo, tre altri incendi che hanno colpito fienili e cascinali.»

Chiuderemo questo rapporto sulla battaglia di Novara riportando ampie citazioni tratte da “Il Comunista” del 23 luglio:

«Il Tradimento»

«La parola è vecchia, e indubbiamente se ne è anche abusato, ma il fatto si ripete di continuo e con circostanza tanto aggravanti, da non poterne dare altra definizione.

«Il fascismo minacciava da presso la zona più proletaria d’Italia: il triangolo Milano, Genova, Torino. Dopo aver stabilito dei posti avanzati in Lombardia, Liguria e Piemonte, aveva sferrata una azione in grande stile per prendere Novara. Il fascismo attacca i centri piccoli, e tra quelli grandi le capitali di una zona agraria, come Ferrara, Bologna, Firenze. Ma lasciargli Novara voleva dire oltre che lo schiavismo per i contadini della zona compresa tra Lombardia e Piemonte, un cuneo incastrato nei paesi industriali e un punto d’appoggio per attaccare i centri grandissimi, finora restii al fascismo, come attestano appunto Milano, Torino, Genova, e confermano Trieste, Venezia, Roma, Napoli dove il movimento proletario non ha potuto essere disperso e terrorizzato.

«Contadini ed operai del Novarese hanno iniziato una coraggiosa, eroica, disperata difesa. È per questo che Torino e Milano proletarie sono scese in lotta, è per questo che doveva il resto del proletariato italiano sostenerli con una azione generale, poggiandosi anche sulla non meno nobile difesa del proletariato marchegiano contro altre invasioni schiaviste.

«Si è scesi in lotta perché a Novara correva sangue proletario e nella città e nella provincia si levavano gli incendii della guerra civile.

«Il sangue scorre ancora. Le fiamme divampano, e non sono metafore, ma verità materiale. Di più, i lavoratori, soprattutto ad opera dei comunisti, hanno cominciato in quella zona ad impegnarsi su di una via da cui è pericoloso tornare indietro, opponendo inquadramento ad inquadramento, armamento ad armamento, dieci rivoltelle a mille rivoltelle, il generoso spirito di sacrificio dei figli del lavoro alla bestiale prepotenza delle orde fasciste appoggiate sulla sbirraglia del governo.

«Per questo lottavano Torino e Milano, per questo avrebbe dovuto lottare tutto il proletariato d’Italia.

«Ma lo sciopero cessa, oggi, in Piemonte e in Lombardia. Ma allo sciopero si rinuncia, oggi, nel resto d’Italia, mentre Novara ancora brucia e sanguina e combatte – perché il Ministero Facta è caduto, come dicono sfacciatamente i socialisti – perché si prepara l’azione generale, come fa sapere l’Alleanza del Lavoro. Operai e contadini oltraggiati e massacrati del Novarese, e di tante altre zone che purtroppo hanno ceduto, aspettate dunque che la crisi ministeriale sia finita o che l’azione generale sia stata “preparata” e soffrite fino allora il ghigno e lo staffile dello schiavista: i vostri capi hanno parlato: hanno ordinato, gli spregevoli generali del tradimento! […]

«Il collaborazionismo per costoro non è che mezzo: il fine è chiaro: disarmare il proletariato.

«Ma occorre subito associare in questa responsabilità di disfattismo ai collaborazionisti dichiarati i più spregevoli commedianti della intransigenza serratiana. Costoro […] lavorano allo stessissimo scopo: stroncare la riscossa del proletariato e sabotare la sua azione. Basta leggere i commenti dell'”Avanti!”. Questo è stato a favore dello strozzamento dello sciopero, ed ha avvalorato l’argomento della caduta del Ministero. […]

«Il giornale massimalista […] parla di “protesta civile e pacifica della massa” […] e di protesta fatta “per rovesciare un Governo imbelle”. E aggiunge: “In attesa che un nuovo Ministero si costituisca e ci sia un potere responsabile il quale imponga un ritorno alle libertà costituzionali, il proletariato torna al lavoro”. E conclude: “Non si governa contro la classe operaia” […]

«Se ne sono già andati a farsi fottere […] i capisaldi del marxismo rivoluzionario per cui un Governo borghese non può che governare “contro” la classe operaia. […]

«Vi è l’altro argomento, pel quale si è strozzato lo sciopero: niente parziale dispersione di forze: l’Alleanza del Lavoro prepara la lotta generale. […] Quale preparazione si deve fare? La lotta si prepara nella lotta. La vittoria si prepara con le operazioni militari, e non con gli armistizi. Lasciata cadere ignobilmente la lotta dei metallurgici, fermata in una tappa così grandiosa come lo sciopero simultaneo di Torino e Milano la via verso la riscossa generale proletaria, che cosa si aspetta per raggiungerla? […]

«Ma cosa è questa famosa preparazione? È preparazione delle coscienze, ossia propaganda tra le masse a pro della lotta generale: sono soli comunisti e libertari a farla. […] Fermare il proletariato in isciopero per poterlo chiamare di nuovo domani, tra due o venti giorni, è tattica disfattista o idiota. La preparazione è, in secondo luogo, preparazione di strumenti tecnici. Se non la si è fatta, non la si fa né in una, né in dieci settimane. Se si aspetta è puro tempo perduto, poiché oltre i comunisti nessuno lavora a preparare nulla.

«[…] La proposta di azione del Partito Comunista, che mira a scopi sicuramente utili e a tangibili successi, tattici e strategici, della lotta proletaria, e non pretende ancora di capovolgere l’asse terrestre, si riferisce ad oggi, ai rapporti di forze oggi concretamente esistenti, alla preparazione che c’è. In queste condizioni si può e si deve fare lo sciopero generale nazionale contro l’offensiva borghese.

«Chi ha aspettato lasciando battere i metallurgici e lasciando terrorizzare i lavoratori di Novara, riceve oggi da noi sul suo volto protervo la vecchia, ma atroce apostrofe: traditore!».