Partito Comunista Internazionale

RICAPITOLANDO SULLA QUESTIONE CINESE

Categorie: China, History of China, Stalinism

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(Continua dal n. 98 – luglio 2025)

8. Verso l’alleanza con il Kuomintang

8.1 La questione cinese al Quarto Congresso dell’Internazionale

Subito dopo il Plenum dell’agosto del 1922, che aveva visto imporsi la linea di Maring di far aderire i comunisti al Kuomintang, iniziarono le trattative con Sun Yat-sen. Tra i primi ad incontrare il capo del Kuomintang ci fu Li Dazhao, che discusse con Sun Yat-sen in particolare della questione dell’ammissione dei comunisti, ma anche della rivitalizzazione del Kuomintang, sia dal punto di vista politico che organizzativo. Anche Maring ebbe un nuovo incontro, probabilmente verso la fine di agosto, con Sun Yat-sen, e in questa occasione Maring informò il capo del Kuomintang che i vertici del Komintern avevano consigliato ai comunisti cinesi di unirsi al suo partito. Inoltre, riferì a Sun dell’offerta di assistenza sovietica e gli raccomandò di far fare al Kuomintang un passo avanti nello sviluppo del movimento antimperialista della classe operaia e dei contadini. Da parte sua, Sun Yat-sen accolse con favore l’offerta della Russia sovietica a prestare aiuto e si espresse a favore dell’ingresso dei comunisti nel Kuomintang, che quindi sarebbe stato riorganizzato.

Nello stesso tempo Sun Yat-sen entrò in corrispondenza con Adolf Joffe, che a partire dall’agosto del 1922 guidava la missione diplomatica sovietica in Cina. Quest’ultimo si adoperò per aiutare Sun Yat-sen a comprendere le basi della differenza tra la politica estera della Russia sovietica e quella degli Stati capitalisti, promuovendo la cooperazione tra il PCdC e il KMT.

All’inizio di settembre 1922, i primi comunisti, tra i quali Chen Duxiu e Li Dazhao, venivano ammessi nel Kuomintang e da quel momento iniziarono a partecipare attivamente alla riorganizzazione del partito nazionalista. Intanto, tra settembre e dicembre, inviati di Sun Yat-sen conducevano con Joffe una serie di discussioni sulla possibile assistenza militare sovietica.

In questo contesto che vedeva l’inizio della messa in pratica della tattica caldeggiata da Maring di ingresso dei comunisti nel Kuomintang, nel novembre del ’22, si svolse il Quarto Congresso dell’Internazionale, con la delegazione cinese che prese parte attivamente ai lavori congressuali, in particolare quelli della commissione sulla questione orientale. Naturalmente le decisioni del Quarto Congresso del Komintern ebbero un forte impatto sul PCdC che, subito dopo il congresso, abbandonò lo slogan di un “fronte democratico”, e in tutti i documenti del Partito si iniziò a parlare di “fronte antimperialista”, così come aveva stabilito l’Internazionale nelle sue Tesi sulla questione orientale.

Per diversi aspetti risulta particolarmente interessante il rapporto presentato dal delegato cinese Lin-Yen- Chin nella commissione che si occupava della questione orientale.

Nel presentare la situazione in Cina, il delegato affrontava due questioni. Prima di tutto parlava della situazione politica del paese che, nel corso del 1922, aveva visto la caduta di due governi: quello di Sun Yat-Sen nel sud per mano di un generale del Kuomintang e quello filogiapponese nel nord in seguito alla vittoria, nella guerra civile, del generale Wu Peifu di orientamento filoamericano. La caduta di Sun Yat-Sen, avvenuta in seguito al dissidio circa la spedizione militare contro il nord, secondo il delegato cinese, aveva il significato del «completo fallimento del piano militare della rivoluzione». Il limite del Kuomintang veniva individuato nel voler utilizzare il solo strumento militare per la rivoluzione in Cina, in quanto si riteneva che «con la conquista militare delle province avrebbero realizzato la democrazia in Cina». Mancava del tutto la propaganda nel paese e l’organizzazione delle masse. La strategia del Kuomintang poteva avere un senso nella fase iniziale quando, dopo la conquista del Guangdong e la formazione di un governo rivoluzionario, permaneva nel partito l’idea di utilizzare le risorse della provincia meridionale per organizzare la spedizione contro il nord. Ma ben presto emerse all’interno del partito una tendenza conservatrice volta a tener la provincia sotto il proprio controllo, disinteressandosi della situazione al di fuori di questa. La fazione che aveva deposto Sun Yat-Sen rappresentava questa tendenza conservatrice. Il giudizio che se ne ricavava era che «la maggioranza del partito era potenzialmente reazionaria», e quindi che «la rivoluzione, se vuole avere successo, deve organizzare le masse e portare avanti la propaganda tra le masse e non solo con la conquista militare, poiché questo metodo è obsoleto in Cina». Dall’altro lato la vittoria di Wu Peifu non avrebbe potuto risolvere i problemi politici della Cina, come l’abolizione del sistema dei signori della guerra. Le masse sarebbero rimaste deluse da questa cricca militare e avrebbero compreso maggiormente che la conquista della democrazia sarebbe potuta avvenire solo dalle loro stesse mani. 

L’altra questione trattata nel rapporto del delegato cinese fu la situazione della lotta di classe in Cina, considerata particolarmente positiva in quanto, nel corso del 1922, si era dispiegato un vasto movimento di scioperi e si prevedeva che avrebbe favorito lo sviluppo del partito:

«Tutti questi scioperi si sono succeduti molto rapidamente. La diffusione della rivolta contro la classe capitalista si è quasi risvegliata nelle masse lavoratrici. Questo dimostra che il movimento di massa in Cina non è un sogno dei socialisti, ma che è già entrato in vigore, e mostra anche che il partito comunista può avere successo nell’agitare tra le masse. Dimostra che il Partito Comunista in Cina progredirà favorevolmente, a differenza degli anni precedenti quando era solo un circolo di studio, una setta. Quest’anno possiamo assistere allo sviluppo del nostro Partito Comunista all’interno delle masse».

Dopo di ciò il delegato cinese si soffermò sui compiti del Partito Comunista di Cina. Quanto fu affermato dal delegato cinese risulta di particolare importanza perché veniva precisato che il fronte unito con il Kuomintang veniva realizzato con l’ingresso individuale dei comunisti nel partito nazionalista: 

«[…] il nostro partito, tenendo presente che il fronte unito antimperialista deve essere istituito per espellere l’imperialismo dalla Cina, ha adottato questo atteggiamento, cioè che dobbiamo stabilire un fronte unito tra di noi e il partito rivoluzionario nazionalista – il partito Kuomintang. La forma di questo fronte unito è che entriamo in questo partito con i nostri nomi e capacità individuali. Nel fare questo abbiamo due cose in vista. In primo luogo, il partito rivoluzionario nazionale ha molti lavoratori organizzati. Entriamo per agitare gli operai e portarli dalla nostra parte». 

«[…] Dobbiamo lottare contro l’imperialismo solo unendo le nostre forze: la piccola borghesia e il proletariato. Intendiamo competere con questo partito nell’organizzazione e nella propaganda tra le masse. Se non entriamo saremo semplicemente distaccati, sostenendo un comunismo che sembrerebbe un principio alto e potente che le masse non seguirebbero. D’altra parte, essi seguirebbero questo partito della piccola borghesia e verrebbero utilizzati da questo partito per i bisogni di quest’ultimo. Quando ci uniremo a essa, saremo in grado di mostrare alle masse che anche noi sosteniamo la democrazia rivoluzionaria, ma che la democrazia rivoluzionaria è semplicemente un mezzo per raggiungere i nostri fini più vasti. Siamo anche stati in grado di sottolineare che, sostenendo l’obiettivo lontano, non trascuriamo le esigenze immediate e intermedie delle masse. Possiamo conquistare le masse dietro di noi e dividere il partito del Kuomintang».

Veniva, quindi, annunciato l’inizio della sciagurata tattica di infiltrarsi nel Kuomintang, giustificata con l’illusione di poter strappare ai nazionalisti l’influenza sulle masse. Erano i primi passi che avrebbero portato il PCdC e il proletariato cinese a sottomettersi alla direzione e alla disciplina del partito della borghesia cinese, il tutto sotto la guida dell’Internazionale che iniziava a mostrare i primi pericolosi sbandamenti dalla corretta via rivoluzionaria.

Radek, nel suo intervento sulla questione orientale, non condivise i toni trionfalistici adoperati dal delegato cinese sulle prospettive di sviluppo del partito in Cina e mise in evidenza l’arretratezza del movimento rivoluzionario nei paesi orientali, per cui, proprio come in Occidente, si lanciava la parola d’ordine di andare alle masse. Dall’intervento di Radek emergeva come la situazione del movimento rivoluzionario fosse molto meno favorevole di quella al tempo del Secondo Congresso nel 1920. Data l’arretratezza del movimento rivoluzionario, veniva prospettata la necessità di collegarsi a qualunque forza in grado di svolgere un ruolo antimperialista, il che comportava il sicuro rischio di marciare insieme a fazioni, anche reazionarie, che inevitabilmente sarebbero passate all’attacco contro il movimento rivoluzionario. 

«La nostra tesi era che l’Est sfruttato deve e vuole difendersi dal capitale internazionale. Ecco perché sosteniamo l’est sfruttato. Tuttavia, i popoli orientali sono ora guidati da coloro che non solo non sono comunisti, ma per la maggior parte nemmeno rivoluzionari borghesi. Sono ancora guidati da rappresentanti di cricche feudali moribonde, da cui è stato costituito il corpo degli ufficiali e la burocrazia in questi paesi.

«Il nostro sostegno ai popoli orientali solleva quindi la questione del nostro rapporto con queste forze di governo. La questione è posta in pratica dalla persecuzione dei comunisti in Turchia e dalle lotte condotte nelle ultime settimane da Wu Peifu in Cina contro gli scioperanti. Come comunisti, siamo in grado di esprimere la nostra posizione su questi argomenti in modo completo e con assoluta franchezza. Quando abbiamo promesso il nostro sostegno all’Oriente che si sta risvegliando, non abbiamo dimenticato per un momento le lotte di classe che si svolgeranno lì.»

Dopo essersi soffermato sulla situazione in Turchia Radek passa alla Cina:

«Quando Wu Peifu entrò in battaglia con Zhang Zuolin, aveva alle spalle la linea del fiume Yangtze e i suoi arsenali, ma non controllava le ferrovie settentrionali, che erano detenute da persone al soldo del Giappone. Cosa ha fatto? Si è rivolto al giovane Partito Comunista di Cina per chiedere sostegno. Gli diedero dei commissari, che tenevano saldamente sotto controllo le ferrovie per le sue truppe, che vi stavano conducendo una lotta rivoluzionaria.

«Chiunque combatta in Cina contro l’imperialismo giapponese, sta combattendo per lo sviluppo rivoluzionario della Cina. Poiché i comunisti lo capirono, crearono nella classe operaia un senso della loro indipendenza e importanza. Successivamente, i lavoratori fecero le loro richieste a Wu Peifu e in parte le realizzarono. Grazie a questo sostegno e all’adempimento dei loro obblighi storici verso le forze rivoluzionarie borghesi, i nostri compagni sono riusciti a stabilirsi tra le masse lavoratrici della Cina settentrionale».

La questione era molto delicata ed era concreto il pericolo di compromettere i giovani partiti con forze reazionarie ma che in quel momento avrebbero potuto svolgere una funzione antimperialista. Non passerà qualche mese che l’illusione di poter utilizzare personaggi alla Wu Peifu, in funzione antimperialistica, si scontrerà con la realtà della violenta repressione del movimento e dell’organizzazione dei ferrovieri per mano della soldataglia di Wu Peifu nel febbraio del 1923.

In ogni caso, le indicazioni che i vertici dell’Internazionale indirizzavano al PCdC erano il frutto di una considerazione negativa sulla forza del partito, ritenuto lontano dall’aver stabilito legami con le masse. Ciò emergeva dalla confutazione che fece Radek su quanto affermato dal delegato cinese nel suo rapporto che aveva parlato di una situazione favorevole alla lotta di classe e allo sviluppo del partito.

«Come sempre, compagni, vorrei iniziare dicendo che non dovreste avere una visione troppo rosea della situazione. Non esagerare con la tua forza. Il compagno cinese dice qui: Abbiamo affondato radici in tutta la Cina. Devo rispondere: Cari compagni, è bello sentire all’inizio abbastanza forza per iniziare il lavoro. Ma devi guardare i fatti in faccia. Il nostro partito cinese si è sviluppato in maniera del tutto separata in ciascuna delle due parti del paese.

«I compagni che lavorano a Canton e a Shanghai hanno fatto pochissimi progressi nel legarsi alle masse lavoratrici. Abbiamo lottato con loro per un anno intero perché molti credevano: come può un buon comunista essere coinvolto in faccende quotidiane come gli scioperi? Molti dei nostri compagni si sono chiusi nella loro stanza per studiare Marx e Lenin, come una volta avevano studiato Confucio.

«Questa era la situazione un paio di mesi fa. Com’è possibile che la causa della rivoluzione, che ha già subito un duro colpo con la caduta di Sun Yat-Sen, sia diventata improvvisamente una forza così potente? Al Nord, dove il partito è piuttosto debole e gode di consensi solo tra i ferrovieri, come può rappresentare una grande forza? […]

«Il primo compito dei compagni cinesi è concentrarsi su ciò di cui è capace il movimento cinese. Compagni, dovete capire che in Cina non sono all’ordine del giorno né la vittoria del socialismo né l’instaurazione di una repubblica sovietica. Purtroppo, anche la questione dell’unità nazionale non è stata ancora storicamente posta all’ordine del giorno in Cina. Quello che stiamo vivendo in Cina ricorda il Settecento in Europa, in Germania, dove lo sviluppo del capitalismo era ancora così debole da non aver ancora dato vita a un unico centro nazionale unificatore.

«Quando parli dei tuchun, i governatori militari; quando proclami: Qui abbiamo Sun Yat-Sen e lì Wu Peifu – cosa ci dice? Significa che il capitalismo sta cominciando a svilupparsi in tutta una serie di centri diversi. Con una popolazione di oltre 300 milioni di persone, senza ferrovie, come potrebbe essere diverso? Abbiamo ampie prospettive, che dovreste sostenere con tutto il fuoco delle vostre giovani convinzioni comuniste. Nonostante ciò, il nostro compito consiste nell’unificare le forze reali che si stanno formando nella classe operaia con due obiettivi: primo, organizzare la giovane classe operaia, e secondo, stabilire un giusto rapporto tra queste e le forze borghesi oggettivamente rivoluzionarie, al fine di organizzare la lotta contro l’imperialismo europeo e asiatico.

«Stiamo solo cominciando a capire questi compiti, ed è per questo, compagni, che dobbiamo essere consapevoli che per diventare più forti dobbiamo stabilire un programma d’azione concreto. L’Internazionale Comunista dice ai partiti comunisti dell’Occidente: andate alle masse! Così anche quello che vi diciamo è: uscite dalle sale di lettura degli studiosi confuciani e andate alle masse! Non solo le masse operaie, non solo i coolies, ma anche la massiccia popolazione contadina che è stata sobillata da questi avvenimenti»

Radek non commentò quanto affermato dal delegato cinese sulla tattica di far entrare individualmente i comunisti nel Kuomintang, ma era proprio questo l’aspetto centrale della questione dei rapporti tra le forze rivoluzionarie in Cina. Tale tattica non poteva essere certamente considerata in direzione di quel “giusto rapporto” tra il proletariato e la borghesia rivoluzionaria di cui aveva parlato Radek, perché, dal momento in cui i comunisti fossero andati a lavorare per il partito nazionalista borghese, ciò avrebbe condotto inevitabilmente a sbandamenti di carattere teorico e organizzativo.

Alla fine dell’intervento di Radek si comprende come la parola d’ordine di andare verso le masse derivava dalle mutate prospettive rivoluzionarie in Oriente rispetto al Congresso dell’I.C. di due anni e mezzo prima.

«Compagni, la situazione mondiale è cambiata dai tempi del Secondo Congresso. In quel congresso la nostra linea politica in Oriente era orientata verso immediati e ampi moti rivoluzionari. Questo non è stato esplicitato, ma tutti i delegati dell’Est lo hanno sentito. Per quanto riguarda l’attuale situazione mondiale, ci troviamo in giro per il mondo in un periodo in cui la rivoluzione sta raccogliendo le sue forze. Questo ha un impatto anche sulla situazione nei paesi dell’Est. Se vogliamo svolgere un ruolo rivoluzionario in questi paesi nel prossimo periodo, dobbiamo fissare l’obiettivo di compiere un vasto lavoro organizzativo, politico e intellettuale.

«Naturalmente le rivoluzioni dell’Est non aspetteranno che i nostri compagni in ogni paese abbiano imparato che rivoluzione non significa leggere e digerire le tesi dell’Internazionale Comunista, ma svolgere un lavoro rivoluzionario pratico tra le masse. Ma quando in Oriente si svilupperanno grandi eventi simili a quelli che si verificano oggi in Turchia, dove siamo deboli e disorganizzati, allora avverranno senza di noi e non saremo in grado di influenzarli in una direzione rivoluzionaria. Perciò la parola d’ordine di questo congresso sulla questione orientale deve essere quella di andare presso le masse martoriate dell’Est, lavorare per la loro educazione e creare solidi bastioni dell’Internazionale Comunista in Oriente che siano capaci di svolgere un lavoro pratico per la lotta davanti a noi e di influenzare le grandi masse. E poi, dopo aver raccolto attorno a noi gli operai, dobbiamo andare dai contadini e dagli artigiani e diventare i dirigenti di un futuro partito popolare».

Cosa intendesse Radek per un “futuro partito popolare” non veniva chiarito, ma ciò che emergeva era una valutazione negativa della forza dei giovani partiti comunisti nelle colonie e, quindi, la necessità di andare verso le masse, tattica che si prestava a interpretazioni che andavano contro quanto, con convinzione, era stato stabilito al Secondo Congresso dell’I.C.

Infatti, il Congresso del 1920 aveva stabilito che i rapporti dell’I.C. con il movimento rivoluzionario delle colonie dovevano passare per i partiti comunisti, ritenuti l’avanguardia della classe operaia, mentre per la Cina, già dalla relazione del suo delegato, era chiaro come si era iniziato a battere la strada dell’ingresso dei comunisti nel Kuomintang, cosa che, nei fatti, non avrebbe potuto far altro che compromettere la chiarezza ideologica del partito e la sua stabilità organizzativa.

L’Internazionale approvò delle Tesi sulla questione orientale. In queste Tesi venivano precisati i termini della questione agraria nei paesi arretrati, evidenziando la pavidità dei dirigenti borghesi dei movimenti nazionalisti a causa dello «stretto legame esistente fra la borghesia indigena e i proprietari terrieri feudali e feudal-borghesi», e veniva chiarito come la rivoluzione nei paesi arretrati non poteva prescindere dallo sviluppo del movimento rivoluzionario nelle campagne: «Soltanto la rivoluzione nelle campagne, il cui obiettivo è quello di espropriare le grandi tenute, può mettere in movimento le immense masse dei contadini; essa è destinata ad esercitare un influsso decisivo sulla lotta contro l’imperialismo

Si affermava: «Il movimento rivoluzionario nei paesi arretrati dell’Oriente non può avere successo se non fa affidamento sull’azione delle larghe masse contadine. Pertanto, i partiti rivoluzionari di tutti i paesi orientali devono formulare un chiaro programma agrario, rivendicando la completa abolizione del sistema feudale e dei suoi residui».

Venivano riconosciuti i progressi compiuti dal movimento sindacale e comunista nei paesi arretrati e, nonostante tutti i limiti, la formazione di partiti proletari indipendenti, praticamente in tutti i paesi d’Oriente, era considerato un avvenimento significativo. Ai giovani partiti comunisti delle colonie e delle semi-colonie veniva affidato un duplice compito: «si battono per la soluzione più radicale possibile dei compiti della rivoluzione democratico-borghese, che mira alla conquista dell’indipendenza politica; ed organizzano le masse operaie e contadine ai fini della lotta per i propri particolari interessi di classe»

Non mancava, però, una certa ambiguità nel chiarire i compiti dei partiti comunisti nei paesi arretrati:

«I compiti oggettivi della rivoluzione coloniale oltrepassano i limiti della democrazia borghese, non fosse perché una vittoria decisiva di questa rivoluzione è incompatibile con il dominio dell’imperialismo mondiale. In un primo momento, la borghesia e l’intelligentsia indigene sono i campioni del movimento rivoluzionario nelle colonie, ma man mano che le masse contadine proletarie e semiproletarie giungono a prendervi parte, gli elementi borghesi ed agrario-borghesi incominciano a voltare le spalle al movimento, nella misura in cui gli interessi sociali delle classi popolari occupano il proscenio.

«[…] Questa lotta per l’influsso sulle masse contadine deve servire al proletariato indigeno come addestramento al ruolo di direzione politica. Soltanto dopo aver padroneggiato questo compito, e conquistato influsso sugli strati sociali a sé più prossimi, questo proletariato potrà prendere posizione contro la democrazia borghese.»

Una formulazione molto infelice che si avvicinava alla tattica menscevica della rivoluzione per tappe contraddicendo quando era stato stabilito al Secondo Congresso sull’atteggiamento verso la democrazia borghese, che prevedeva come fin dall’inizio occorresse combattere l’influenza e il controllo del movimento borghese-democratico nazionalista sul movimento rivoluzionario dei contadini poveri e degli operai.

Infine, nelle Tesi la parola d’ordine per i paesi orientali del “fronte unico antimperialista” veniva lanciata facendo un forzato paragone con la situazione nei paesi a capitalismo maturo: 

«Nelle condizioni prevalenti in Occidente, dove il periodo di transizione è caratterizzato da un confluire organizzato di forze, la parola d’ordine proposta è quella del fronte unico proletario, ma nell’Oriente coloniale la parola d’ordine che deve essere messa in rilievo nel momento attuale è quella del fronte unico antimperialista. L’opportunità di questa parola d’ordine discende dalla prospettiva di uno scontro di lunga durata con l’imperialismo mondiale, che impone la mobilitazione di tutti gli elementi rivoluzionari. Questa mobilitazione è tanto più necessaria in quanto le classi dominanti indigene sono propense a concludere con il capitale straniero compromessi contrari agli interessi vitali delle masse popolari. E proprio come in Occidente la parola d’ordine del fronte unico proletario è servita e serve ancora a smascherare il tradimento socialdemocratico nei confronti degli interessi proletari, così la parola d’ordine del fronte unico antimperialista contribuirà a smascherare i tentennamenti dei vari gruppi nazionalistico-borghesi.» 

Al Quarto Congresso dell’Internazionale la nostra Corrente espresse in maniera netta la propria posizione sul fronte unico. Nell’intervento del rappresentante della Sinistra sulla relazione di Zinoviev si affermava di accettare interamente lo spirito di quella tattica ma nello stesso tempo si facevano delle riserve. Si disse: «la conquista delle masse non deve essere ridotta alle oscillazioni di un indice statistico. Essa è un processo dialettico, determinato anzitutto dalle condizioni oggettive sociali, e la nostra iniziativa tattica non può accelerarlo che in certi limiti, o, per meglio dire, a certe condizioni che noi consideriamo pregiudiziali. La nostra iniziativa tattica, vale a dire l’abilità di manovra, si basa sugli effetti che essa produce nella psicologia del proletariato, adoperando la parola psicologia nel senso più largo per riferirsi alla coscienza, allo stato d’animo, alla volontà di lotta della massa operaia. In questo campo bisogna ricordare che vi sono due fattori di primo ordine, secondo la nostra esperienza rivoluzionaria: una chiarezza ideologica completa del partito, ed una continuità severa ed intelligente nella sua struttura organizzativa».

La chiarezza della ideologia e la solidità della organizzazione erano i due fattori fondamentali da non compromettere per realizzare un miglioramento negli effettivi del partito o dei suoi simpatizzanti.

Nel Progetto di Tesi presentato dal P.C. d’Italia veniva definito in maniera chiara l’aspetto relativo alla questione dell’organizzazione.Fu affermato che «gli statuti organizzativi, non meno della ideologia e delle norme tattiche, devono dare un’impressione di unità e di continuità», e che era «necessaria l’eliminazione di norme di organizzazione affatto anormali».

«Tali sono le fusioni di sezioni isolate dell’Internazionale con altri organismi politici, il fatto che taluna di queste possa essere costituita non sul criterio delle adesioni personali, ma su quello della adesione di organizzazioni operaie, la esistenza di frazioni o gruppi di organizzati su basi tendenziali nel seno della organizzazione, la penetrazione sistematica e il noyautage in altri organismi che abbiano natura e disciplina politica (il che si applica ancor più a quelli di tipo militare)».

Quest’ultimo aspetto era proprio quanto si realizzerà in Cina con l’ingresso dei comunisti nel Kuominatng. La nostra Corrente aveva ben chiaro che l’elevazione a sistema di tali anormalità avrebbero condotto ad una ricaduta nell’opportunismo. Il tragico epilogo della lotta rivoluzionaria in Cina con la sanguinosa sconfitta proletaria del 1927 affonda le radici nelle tattiche pericolose e negli errori organizzativi che iniziarono a delinearsi dal IV Congresso e costituisce una ulteriore conferma della correttezza di tutte le tesi difese dalla Sinistra sugli errori teorici e tattici dell’Internazionale in degenerazione.

8.2 La risoluzione dell’ECCI del 12 gennaio 1923 e l’accordo Yoffe-Sun Yat-Sen

L’orientamento del Quarto Congresso dell’Internazionale Comunista sulla questione cinese, favorevole alla cooperazione del Partito Comunista con il Kuomintang, che iniziava ad assumere la forma della presenza dei comunisti nel partito nazionalista, venne formalizzato con una risoluzione dell’Esecutivo dell’Internazionale del 12 gennaio 1923, in cui era scritto:

«1 – La sola seria organizzazione nazional-rivoluzionaria in Cina è il Kuomintang, che ha la sua base in parte nella borghesia e nella piccola-borghesia democratico-liberale, in parte nell’intelligentsia e nei lavoratori.

«2 – poiché nel paese il movimento operaio indipendente è ancora debole, poiché il compito centrale per la Cina è la rivoluzione nazionale contro gli imperialisti e i loro agenti feudali all’interno del paese, poiché inoltre la classe operaia è direttamente interessata alla soluzione di questo problema rivoluzionario-nazionale, pur restando ancora differenziata in misura insufficiente in quanto forza sociale pienamente autonoma, il CEIC ritiene che il KMT e il giovane PCC debbano coordinare la loro azione.

«3 – di conseguenza, nelle condizioni presenti è opportuno che i membri del PCC rimangano nel Kuomintang.»

In tal modo, l’Internazionale recepiva la proposta caldeggiata da Maring che già nella prima metà del 1922 aveva provato a spingere i comunisti cinesi a lavorare all’interno del Kuomintang. L’indicazione che la risoluzione dava al PCdC, quindi, andava oltre la necessità di coordinare l’azione del partito con quella che era considerata l’unica vera organizzazione nazional-rivoluzionaria, e formalizzava quanto, nei fatti, era iniziato ad essere messo in pratica in Cina, con i primi comunisti che dalla seconda metà del 1922 avevano iniziato ad entrare individualmente nel Kuomintang. Tale tattica, come era suggerito anche al primo punto della risoluzione, partiva da un fraintendimento circa la natura del Kuomintang, che era considerato formato in parte dalla borghesia e dalla piccola-borghesia democratico-liberale, e in parte dagli intellettuali e dai lavoratori, ma, soffermandosi solo sulla provenienza sociale dei membri del partito nazionalista, veniva accantonata la sua politica borghese, tendente al compromesso sia con le classi possidenti cinesi che con gli imperialisti stranieri. Svanivano, quindi, quelle critiche che solo un anno prima, al Congresso dei Toilers di inizio 1922, lo stesso Zinoviev e anche Safarov avevano mosso nei confronti del Kuomintang. Questo orientamento dell’Internazionale poteva anche essere dovuto ad una poco chiara conoscenza del Kuomintang o forse all’illusione sulla sua forza rivoluzionaria e sulla sua presa sul proletariato, basata probabilmente sulla valutazione che Maring aveva dato del vittorioso sciopero dei marittimi di Hong Kong, ma, in tal modo, iniziava ad essere colpita l’indipendenza politica ed organizzativa del Partito, in quanto, penetrando in una organizzazione politica dalla natura e disciplina borghese, quale era il Kuomintang, si introduceva nell’organizzazione di Partito una pratica del tutto anormale che andava ad indebolire la sua struttura mettendone in discussione unità e continuità. La risoluzione dell’Internazionale commetteva il grave errore di mettere da parte quanto le Tesi del Secondo Congresso avevano indicato sulla necessità di conservare «sempre il carattere indipendente del movimento proletario anche nella sua forma embrionale», muovendo i primi passi verso l’abbandono della difesa il partito e della sua autonomia programmatica ed organizzativa, come chiaramente stabilivano le tesi del 1920.

È vero che nella risoluzione veniva affermato che la tattica stabilita non doveva portare al cancellamento delle specifiche caratteristiche politiche del PCdC, che il partito doveva conservare la sua organizzazione indipendente, con un apparato strettamente centralizzato, portando avanti il compito di organizzazione dei lavoratori e formazione dei sindacati, al fine di creare un potente partito comunista di massa, ma, andando a confondere la propria organizzazione di partito con quella del Kuomintang, veniva a cadere proprio quanto si diceva di voler realizzare, cioè che il PCdC doveva presentarsi «sotto i suoi propri colori, distinto da ogni altro gruppo politico». Si diceva, è vero che «pur dando appoggio al Kuomintang in tutte le campagne sul fronte rivoluzionario-nazionale, nella misura in cui esso condurrà una politica oggettivamente corretta, il PCC non dovrà fondersi con esso e, in queste campagne, non dovrà ammainare la propria bandiera», ma nella pratica avverrà proprio questo e il Partito Comunista cederà al Kuomintang la bandiera della rivoluzione in Cina, con i comunisti ridotti a fare “il lavoro dei coolies” (secondo una successiva pittoresca affermazione di Borodin) per il Kuomintang. 

Ma i legami con il Kuomintang andavano oltre l’aspetto politico della cooperazione con il PCdC, interessando anche il piano diplomatico dei rapporti con lo Stato sovietico, dal momento che il Kuomintang era nelle condizioni di poter ambire ad esercitare un potere effettivo su una parte del territorio cinese. A tal fine, la diplomazia sovietica era stata fin dal principio interessata a intraprendere un dialogo con Sun Yat-sen, il capo e teorico della borghesia cinese, che aveva la sua base di potere nel Guangdong. Dal settembre 1917 Sun Yat-sen fu capo del governo militare di Canton, sostenuto dai signori della guerra del sud. Il governo di Sun andò in pezzi quando i signori della guerra ritirarono il loro sostegno e Sun lasciò Canton nel maggio del 1918, fino a quando il signore della guerra del Guangdong, Chen Jiongming non lo restaurò nell’ottobre 1920. La Spedizione del Nord di Sun Yat-sen alla fine portò al conflitto con Chen Jiongming, che pretendeva la sospensione del conflitto militare e la costituzione del Guangdong come provincia autonoma. Lo scontro tra Sun Yant-sen e Chen Jiongming si risolse con il colpo di stato del 16 giugno 1922 di Chen Jiongming che costrinse Sun a fuggire a Shanghai. Qui, verso la fine del gennaio 1923, mentre significativi mutamenti erano in corso a Canton che avrebbero portato il mese successivo Sun Yat-sen a formare un nuovo governo nella città per la terza volta, Sun Yat-sen incontrò Yoffe, capo della diplomazia sovietica in Cina a partire dall’agosto del ’22. Sun Yat-sen, che attribuiva la sua cacciata da Canton sia agli elementi reazionari dello stesso Kuomintang che agli intrighi dell’imperialismo britannico, ostili per la posizione assunta durante lo sciopero di Hong Kong, si dimostrava così ben disposto a spostare il suo partito “a sinistra” e a ricevere l’aiuto sovietico contro i suoi rivali interni e stranieri. Da parte sovietica, dopo che negli anni passati erano state tentate, senza successo, trattative con il governo di Pechino, e si era mostrata anche una certa apertura verso il signore della guerra Wu Peifu, che si era imposto nella Cina centrale (il cui iniziale atteggiamento antigiapponese si era risolto in un avvicinamento agli imperialisti anglosassoni), si iniziò a puntare con sempre maggiore convinzione su Sun Yat-sen quale potenziale aspirante del potere in Cina. Per arrivare ad un accordo con Sun Yat-sen la diplomazia sovietica fece intravedere al capo del nazionalismo cinese il vantaggio di un’alleanza non col debole PCdC ma con la forza dello Stato sovietico. Anche al prezzo di una momentanea rinuncia degli obiettivi comunisti e rivoluzionari in Cina. Così, il 23 gennaio 1923 Yoffe e Sun Yat-sen stilarono la seguente dichiarazione:

«Il dottor Sun Yat-sen sostiene che né l’ordine comunistico, né il sistema sovietico possono attualmente essere introdotti in Cina, perché non esistono quivi le condizioni necessarie per una riuscita istituzione del comunismo o del sovietismo. Questa opinione è interamente condivisa dal signor Yoffe, il quale pensa inoltre che il supremo e più urgente problema della Cina sia di realizzare l’unificazione nazionale e di raggiungere la piena indipendenza nazionale; e, in relazione con questo grande compito, egli ha assicurato il signor Sun Yat-sen che la Cina ha la più calda simpatia del popolo russo e può contare sull’appoggio della Russia»

Gli iniziali rapporti tra lo Stato proletario russo e quelli che erano i governi cinesi in un contesto politico caratterizzato dalla divisione dello Stato cinese divennero a partire dal 1923 una e vera e propria alleanza con la borghesia cinese. Partendo dal pretesto che la Cina non era matura per il comunismo e il sistema dei soviet, cioè per la dittatura del proletariato, si arrivava a circoscrivere i compiti della rivoluzione all’interno di un quadro compatibile con un ordine borghese, di cui Sun Yat-sen era il principale protagonista in Cina, sancendo nei fatti una politica menscevica perché dal punto di vista economico la Cina di allora non era certo tanto diversa dalla Russia del 1917, dove i bolscevichi si erano battuti per una rivoluzione proletaria. Capovolgendo gli insegnamenti di Lenin sulla tattica nelle cosiddette rivoluzioni doppie e le indicazioni dell’Internazionale per il proletariato delle colonie e semicolonie, la nuova rotta che veniva tracciata riconosceva alla borghesia un ruolo rivoluzionario nella rivoluzione nazionale e si portava il proletariato a sottomettersi alla sua direzione. I rapporti tra la Russia sovietica e Sun Yat-sen si svilupparono ulteriormente non appena nel febbraio 1923 Sun riprese le redini del governo di Canton. 

8.3 La repressione dello sciopero dei ferrovieri

In quel febbraio del ’23 ci fu un altro evento destinato ad influire sulla valutazione della situazione politica cinese in direzione del rafforzamento della convinzione della debolezza del Partito Comunista e della necessità di approfondire maggiormente i legami con il Kuomintang. Fu lo sciopero dei ferrovieri della linea Pechino-Hankow, che rappresentò l’ultima importante lotta dell’ondata di scioperi iniziata nel 1919 e che aveva avuto l’apice nel 1922. 

La causa dello sciopero fu la fondazione del Sindacato generale della ferrovia Pechino-Hankow. Già a partire dal 1921 i lavoratori della ferrovia avevano cominciato ad associarsi ed organizzarsi, con la costituzione di prime sezioni sindacali, allora chiamate club operai, in tutte le stazioni della linea. Senza alcuna distinzione, le sezioni sindacali riunivano le differenti categorie di lavoratori (meccanici, macchinisti, addetti ai binari ecc.), e parte della quota di iscrizione, il 45%, era destinato alla cassa di resistenza. Ad aprile del 1922, i delegati della linea iniziarono ad incontrarsi per unificare le varie sezioni sindacali, e, ad inizio gennaio del 1923, il processo di unificazione si era concluso. Fu abbozzato lo statuto del sindacato e si decise di convocare il congresso di fondazione il primo febbraio a Zhengzhou, al centro della linea ferroviaria. 

La fondazione del sindacato dei ferrovieri mise in allerta Wu Peifu, il signore della guerra che controllava la provincia. Appena arrivato al potere, Wu Peifu aveva cercato di attirare la simpatia degli operai con un programma politico che tra l’altro parlava di “protezione del lavoro”, promettendo una apposita legislazione. Verso Wu Peifu c’era stato anche un atteggiamento di neutralità reciproca, se non cooperazione, in certi comunisti cinesi, tra cui Li Dazhao, i quali si illudevano di poter utilizzare le aperture di questo signore della guerra e le rivalità tra fazioni conservatrici per poter estendere le organizzazioni dei lavoratori, in particolare tra i ferrovieri. Lo storico Chesneaux, “maoista francese”, quando scrive sul movimento operaio cinese agli inizi degli anni Venti, riporta la realizzazione di un accordo con Wu Peifu, che cercava l’appoggio degli elementi comunisti per eliminare completamente l’influenza dei suoi avversari sulla rete ferroviaria del nord. In base a tale accordo vennero nominati dalle autorità di Pechino sei membri del Partito Comunista come “Ispettori segreti” delle ferrovie e autorizzati a circolare liberamente su tutte le reti, con tutte le spese pagate. Lo stesso Radek, al Quarto Congresso dell’Internazionale, faceva intendere dal suo intervento la possibilità di utilizzare in una situazione come quella cinese delle forze reazionarie come quella rappresentata da Wu Peifu. 

Se inizialmente i comunisti cinesi avevano potuto estendere l’organizzazione dei ferrovieri utilizzando la possibilità di lavorare come commissari sulla rete ferroviaria, ben presto i vantaggi ottenuti vennero messi in discussione. Wu Peifu basava la sua forza anche sulle entrate finanziarie che venivano principalmente dai proventi della ferrovia Pechino-Hankow, per cui non poteva tollerare la presenza del sindacato ferrovieri. E così, Wu Peifu, che aspirava alla rottura con le organizzazioni sindacali e ne pianificava la repressione nel sangue, diede ordine di vietare il congresso di fondazione del sindacato convocato per il primo di febbraio.

Nonostante il divieto, i delegati sindacali decisero di tenere il congresso così come stabilito. La mattina del primo febbraio, giorno di apertura del congresso, i ferrovieri e i loro delegati si ritrovarono in una città con soldati armati, in cui era stata promulgata la legge marziale. All’apertura del congresso, con le truppe che circondavano il teatro in cui esso si svolgeva, fu dichiarato costituito il Sindacato generale della ferrovia Pechino-Hankow. Appena dopo il congresso, consistenti reparti militari misero sotto sorveglianza le abitazioni in cui erano alloggiati i delegati sindacali e occuparono la sede del sindacato generale. In seguito a questi eventi, la stessa notte una riunione segreta del sindacato approvò una risoluzione che proclamava lo sciopero generale della linea Pechino-Hankow per il 4 febbraio. Così la mattina del 4 febbraio i ferrovieri entrarono in sciopero. 

Lo sciopero generale su tutta la rete Pechino-Hankow preoccupava non solo la cricca di Wu Peifu, ma mise in allerta le stesse potenze straniere che sentivano minacciati i propri interessi. Su iniziativa del console britannico di Hankow, il 6 febbraio, si riunirono segretamente i consoli stranieri, i rappresentanti della polizia e dell’esercito cinesi, gli industriali occidentali e la direzione della rete ferroviaria, con l’obiettivo di mettere fine allo sciopero.

Il 7 febbraio, a Jiangan, uno dei principali centri dello sciopero, le truppe circondarono la sede del sindacato e aprirono il fuoco, facendo oltre 30 morti. La repressione continuò con perquisizioni, arresti di operai ed esecuzioni sommarie, come quella di Lin Xiangqian, uno dei capi operai, che arrestato si rifiutò di ordinare la ripresa del lavoro e fu decapitato davanti ai suoi compagni. La carneficina fu ripetuta in tutte le altre stazioni in sciopero.

Di fronte alla brutale repressione, la Federazione provinciale dei gruppi operai dell’Hubei chiamò allo sciopero generale. A Wuhan, principale centro della regione, scesero in sciopero lavoratori di diverse categorie ma contemporaneamente furono fatte sbarcare anche le truppe degli imperialisti occidentali che diedero sostegno ai soldati cinesi. Il terrore piombò sulla città e lo sciopero fu spezzato col sangue. Il 9 febbraio il Sindacato generale della ferrovia Pechino-Hankow e la Federazione provinciale dei gruppi operai dell’Hubei ordinarono la ripresa del lavoro. I morti furono decine e centinaia i feriti, diverse decine gli arresti, oltre mille operai furono licenziati per rappresaglia sindacale ed espulsi dalla regione. Il movimento operaio cinese aveva subito la sua prima pesante sconfitta.

Analizzando le ragioni della sconfitta dei ferrovieri Deng Zhongxia, militante comunista ed organizzatore sindacale, scrisse: «Allora, il Partito Comunista era giovane e non aveva ancora salde radici nella classe operaia. Il Partito Comunista è lo stato maggiore del proletariato che, senza una forte organizzazione rivoluzionaria, non può emanciparsi dallo sfruttamento del capitalismo. Il PCC non aveva organizzato le cellule di partito all’interno dei sindacati e questo fu un grave errore. Certo, lo sciopero dei lavoratori della ferrovia Pechino-Hankow era stato diretto dal PCC, ma mancavano i “sergenti” e i “caporali”; avendo guadagnato un ruolo di direzione solo al vertice dell’organizzazione, l’influenza del partito alla base risultò molto limitata. Il PCC aveva tra i ferrovieri solo cinquanta aderenti. Come poteva guidare una così grande massa di scioperanti con un numero così esiguo di militanti? Inoltre le organizzazioni sindacali erano state fondate da poco tempo ed è difficile valutarne la consistenza, ma una cosa possiamo dire con certezza: anche un forte partito comunista, con ben strutturate organizzazioni sindacali, non avrebbe avuto la forza sufficiente per contrastare le truppe con le armi spianate, ma avrebbe saputo evitare una sconfitta di tali proporzioni.» Deng Zhongxia individuava tre principali ragioni alla base della sconfitta dello sciopero: prima di tutto lo sciopero di solidarietà non fu sufficientemente preparato ed iniziò in ritardo, in quanto il nemico aveva già concentrato le truppe e lo scoraggiamento iniziava a colpire gruppi di lavoratori; secondo, non fu svolta una propaganda rivoluzionaria tra i soldati, da una parte i militanti comunisti non avevano ancora esperienza di come avviare un lavoro rivoluzionario tra i soldati ed inoltre la maggior parte degli operai aveva un atteggiamento ostile verso i soldati, per cui per i comandi militari fu abbastanza agevole impiegare le truppe per sparare contro gli scioperanti; infine, non furono occupate le stazioni telegrafiche e telefoniche, per cui mentre da una parte le comunicazioni tra i lavoratori delle diverse località furono interrotte all’inizio dello sciopero, dall’altra parte il comando militare poteva servirsi delle linee telegrafiche e telefoniche per muovere le truppe e preparare al meglio il massacro degli operai. 

Queste considerazioni danno una precisa idea di cosa significava uno sciopero in Cina negli anni Venti, cioè una vera guerra di classe, la cui vittoria può essere assicurata solo se la classe operaia ha una direzione salda e decisa, capace di guidare il proprio esercito in tutte le fasi della lotta, anche quando si rende necessaria una ritirata per prepararsi al prossimo assalto.

La pesante sconfitta aveva provocato un arretramento delle lotte della classe operaia, ma aveva messo in chiaro di cosa aveva bisogno il proletariato cinese per vincere la sua guerra di classe. In seguito alla repressione del 7 febbraio 1923, il Segretariato nazionale dei sindacati, l’organismo creato dal PCdC per propagandare la necessità della coalizione operaia e per lavorare all’organizzazione dei lavoratori in sindacati, elaborò un manifesto in cui si affermava: 

«La nostra è una guerra di lunga durata, e questa sconfitta è soltanto un iniziale fallimento; continuando la nostra guerra senza esitazioni, la vittoria finale sarà nostra! Il compito all’ordine del giorno è di organizzare i nuovi sindacati, di restaurare quelli sciolti, creando gruppi potenti e solidi; ma tutto ciò non è sufficiente. Accanto ai sindacati, gli operai hanno bisogno di un’altra organizzazione: il partito politico. La classe operaia combatte la guerra di classe per la propria emancipazione; per vincere, deve organizzare solidamente il suo esercito, cioè il sindacato. L’organizzazione della massa dei fanti è necessaria, ma insufficiente per rispondere alle necessità della guerra. Gli operai d’avanguardia devono organizzare lo stato maggiore per preparare e dirigere la lotta nell’interesse di tutta la classe operaia. Questo stato maggiore è il partito politico.

«Il partito di cui abbiamo bisogno è il Partito Comunista, che ci ha diretti fin dall’inizio per organizzare i sindacati, ci ha aiutati ad ottenere con la lotta gli aumenti di salario, ci ha fatto comprendere che “l’unità è la forza degli operai”. Senza temere le difficoltà e risparmiare gli sforzi, il partito ci dirige sulla via dell’emancipazione, nella lotta per le libertà…Il nostro compito attuale è molto chiaro. Dobbiamo restaurare le nostre fortezze (i sindacati) e allo stesso tempo organizzare il nostro stato maggiore. Tutti i rivoluzionari d’avanguardia della classe operaia devono entrare nel Partito Comunista della Cina. Accanto ai sindacati occorre l’organizzazione del partito. È questo l’insegnamento da trarre dalla recente sconfitta. Se i compagni faranno del loro meglio per assolvere a questo compito; se si prodigheranno per sviluppare le forze del Partito Comunista, le nostre perdite saranno allora vendicate. Viva il Partito Comunista della Cina!» 

Come si può ben vedere, all’interno del Partito Comunista di Cina erano presenti delle sane forze rivoluzionarie che ben dirette, attraverso un chiaro programma rivoluzionario e una solida organizzazione, sarebbero state in grado di trarre i corretti insegnamenti dalle sconfitte, per prepararsi per nuovi assalti che sarebbero arrivati con una rinnovata e ingigantita vampata della lotta operaia a partire dal 1925. 

Ma gli eventi cinesi del febbraio del 1923 furono letti, invece, come una conferma della debolezza del PCdC e della necessità di legarsi al Kuomintang. La conclusione politica che se ne trasse può essere formulata in questo modo: si partiva dai risultati drammaticamente diversi dello sciopero dei lavoratori del gennaio 1922 a Hong Kong, che si riteneva fosse stato guidato dal Kuomintang, e lo sciopero del febbraio 1923 sulla ferrovia Pechino-Hankou, guidato dal PCdC; il primo, antimperialista e sostenuto dalla popolazione del Guangdong compresa la borghesia nazionale, ebbe successo; il secondo fallì; i lavoratori guidati dai comunisti, avendo sollevato rivendicazioni sociali, non ne ricevettero nessun sostegno; ciò indicava l’importanza del fronte unito antimperialista.

In realtà, la pretesa debolezza del Partito Comunista di Cina non era del tutto corrispondente alla situazione reale, in quanto, se era vero che dal punto di vista puramente numerico all’inizio del ’23 i membri del Partito erano effettivamente molto esigui, era anche vero che il Partito dirigeva tanti sindacati che proprio nel corso del ’22 ebbero un grande sviluppo in Cina, stabilendo, quindi, già una notevole influenza sulla classe operaia cinese, incontaminata dal contagio del riformismo e dell’opportunismo come in Europa. Inoltre, nel corso del 1922, il movimento proletario aveva dimostrato una grande capacità di lotta, e la repressione del febbraio 1923 sarebbe stata solo una momentanea interruzione del movimento degli scioperi, che sarebbe ben presto ripreso con una forza superiore, culminando nel grande movimento degli scioperi del 1925-1927.

Ma il Partito Comunista arriverà a questa importante fase dello scontro di classe in Cina legato mani e piedi dall’alleanza con il Kuomintang, di cui una tappa in questa direzione fu segnata proprio in quell’inizio del ’23 con la risoluzione dell’Esecutivo dell’Internazionale, la dichiarazione congiunta Yoffe-Sun Yat-sen e la sconfitta dello sciopero dei ferrovieri. Con la tesi che il Partito Comunista fosse poco sviluppato in Cina, tesi speculare a quella che fu adoperata in Europa per spingere verso la tattica del “fronte unico”, gli si negava la possibilità di qualunque azione autonoma all’interno della rivoluzione cinese, che invece solo il coordinamento con il Kuomintang avrebbe potuto portare al successo, e per di più nella forma della presenza dei comunisti nel partito nazionalista. 

Il Terzo congresso del Partito Comunista di Cina, tenutosi nel giugno del 1923 a Canton, lanciò quindi la parola d’ordine: «Tutti al lavoro per il Kuomintang. Il Kuomintang deve essere la forza centrale della rivoluzione nazionale ed assumerne la direzione». Approvò, inoltre, basandosi proprio sulla risoluzione di gennaio dell’Esecutivo del Komintern, anche la tattica dell’ingresso individuale nel Kuomintang.

Tale impostazione significava l’abbandono della corretta prospettiva rivoluzionaria e la capitolazione dinanzi alla borghesia cinese che avrebbe portato inevitabilmente alla sanguinosa sconfitta del 1927.