IL MARXISMO E LA QUESTIONE MILITARE
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(Continua dal n. 98 – luglio 2025)
LE TRE BATTAGLIE PER CARICYN
Riepiloghiamo brevemente la situazione del fronte meridionale della guerra civile per comprendere meglio le grandi battaglie attorno a Caricyn per la sua rilevante importanza strategica. Questa città sul Volga è indicata anche come Tsaritsyn, Stalingrado, ora Volgograd, secondo le varie traslitterazioni e successivi cambi di nome.
Prima battaglia per Caricyn: luglio-settembre 1918
Il generale Krasnov, un convinto antibolscevico, col sostegno del Krug, l’assemblea cosacca, che gli garantiva l’appoggio dei cosacchi, e specialmente con il solido aiuto economico e militare tedesco, riuscì a conquistare la Repubblica sovietica del Don, nell’attuale sud-est dell’Ucraina.
Krasnov dichiarò di aver stipulato coi rappresentanti militari tedeschi, dopo aver fissato il tasso di cambio tra il marco tedesco e il rublo del Don e una tariffa di equivalenza tra un fucile russo con 30 cartucce e un pud (16,5 Kg = 40 libbre) di grano o segale, un contratto per la consegna di armamento vario comprendente aeroplani, cannoni, fucili, granate ecc. In più in caso di azioni congiunte con le armate tedesche e quelle del Don, i tedeschi avrebbero consegnato gratuitamente la metà del bottino di guerra all’armata del Don. Krasnov enumerò le consegne tedesche alla sua armata in: 11.651 fucili, 46 cannoni, 99 mitragliatrici, 109.104 granate e 11.594.721 cartucce. Krasnov cedette un terzo delle granate e un quarto delle cartucce all’Armata dei Volontari, i cui capi, foraggiati dagli Alleati anglo-francesi, gli rimproverarono i suoi stretti legami coi comandi tedeschi ma non rifiutarono le munizioni loro rivendute.
Krasnov pagherà in un secondo momento l’aiuto di Berlino. Durante la seconda guerra mondiale organizzò una formazione cosacca all’interno dell’esercito tedesco. Fu quindi catturato dagli inglesi e consegnato ai russi che lo reclamavano. Dopo un breve processo per crimini di guerra contro civili in Jugoslavia fu condannato a morte per impiccagione, appeso a un gancio da macellaio alla gola nei sotterranei della Lubjanka a Mosca nel 1947.
Krasnov aggiunse altri territori cosacchi alla ex repubblica sovietica per cui il 17 aprile 1918 fondò la Repubblica del Don, che si estendeva su una vasta superficie pari a poco più della metà dell’Italia, con meno di 4 milioni di abitanti, per la metà cosacchi, che mal sopportavano contadini ed operai immigrati.
Sfruttando al meglio il nazionalismo indipendentista cosacco, Krasnov intendeva guidare una repubblica cosacca indipendente e antibolscevica che si estendeva tra il Don e il Volga. Disponeva di una discreta forza composta da circa 40mila soldati, 610 mitragliatrici, 150 pezzi di artiglieria.
Krasnov espose al suo gruppo di comando la campagna per la conquista di Caricyn, fuori dai loro territori, come una necessità di maggior sicurezza dei confini della neonata repubblica del Don, cercando di superare la nota ritrosia dei cosacchi ad allontanarsi dai rispettivi “territori nativi”, lasciandoli così sguarniti e senza difese in caso di incursioni nemiche.

Fig.1 Prima battaglia di Caricyn
Caricyn si trova sulle rive del Volga a un centinaio di chilometri dal corso del Don, che per un breve tratto lì scorre quasi parallelamente. Fu poi realizzato un canale navigabile di collegamento tra i due fiumi per migliorare i trasporti fluviali tra il mar Nero e il mar Caspio con Mosca.
Krasnov considerava necessaria la presa di Caricyn per le sorti della guerra per due principali motivi: era un importante nodo ferroviario che collegava il centro della Russia con le regioni del basso Volga e del Caucaso. Da lì transitava la maggior parte del grano, delle derrate alimentari e di combustibile dal sud verso le grandi città del nord controllate dai bolscevichi, che necessitavano di quei rifornimenti per alimentare la popolazione e specialmente per fornire tutte le materie prime occorrenti all’industria bellica sovietica e all’Armata rossa. Questa era impegnata a sostenere la difesa della “fortezza accerchiata” della rivoluzione su un fronte di 8mila chilometri lungo i quattro punti cardinali: interrompere quel flusso significava portare un colpo mortale alla rivoluzione.
Per questo la difesa di Caricyn era questione di vita o di morte.
Il secondo motivo era strategico poiché i cosacchi di Krasnov dopo la conquista della città avrebbero potuto facilmente unire le loro forze con quelle dell’atamano Dutov, che erano all’offensiva sul Volga a 450 Km più a nord. Questo congiungimento avrebbe facilitato una possibile avanzata su Mosca.
I piani del comandante cosacco bianco Denisov per la prima battaglia per Caricyn prevedevano una manovra con due direttrici offensive: la principale direttamente su Caricyn ed una secondaria di contenimento di eventuali soccorsi rossi provenienti da molto più a nord. A sua volta il ben congegnato piano d’attacco principale alla città sul Volga sviluppava una manovra avvolgente su tre direttrici: l’assalto principale a nord con 23mila effettivi aveva lo scopo di tagliare le linee di collegamento ferroviario del sud col cuore della Russia sovietica. Dopo di che in una seconda fase dovevano scendere a sud su Caricyn. L’attacco del settore centrale era sostenuto da 12mila uomini direttamente sulla città, mentre la terza direttrice da sud con 10mila combattenti avrebbe dovuto occupare i punti di collegamento col nord del Caucaso per poi risalire verso Caricyn e chiudere il cerchio sulla città. Per il completo controllo della città era necessario occupare stabilmente tutti i villaggi che la circondavano lungo il corso del Volga.
Le difese sovietiche, principalmente distribuite sui territori di confine lungo il corso del Don, complessivamente erano numericamente pari a quelle nemiche ma non avevano le stesse qualità combattive. Erano mal coordinate tra loro e dislocate principalmente a difesa di Caricyn dove erano assegnati 23mila uomini e 250 tra mitragliatrici e cannoni, indebolendo i settori a nord che disponevano di soli 7mila uomini con 70 tra mitragliatrici e cannoni e il sud della città difesa da 10mila uomini con 100 tra mitragliatrici e cannoni. La riserva era di soli 1500 uomini con 50 pezzi di artiglieria.
Di più il comando militare bolscevico doveva sottostare all’approvazione di Stalin, colà inviato dopo la sua nomina del 31 maggio come «dirigente generale degli approvvigionamenti nel sud della Russia, investito di poteri straordinari […] per cui gli stati maggiori e i comandanti di reparto […] sono tenuti ad eseguire le disposizioni del compagno Stalin». In base a questa autorità durante la seconda campagna del Kuban aveva deviato 6 reggimenti diretti a Bakù per la difesa di Caricyn.
Le direttive dello stato maggiore bolscevico erano incentrate sulla necessità di proteggere i collegamenti nord-sud verso il Caucaso, incitando i comandanti locali all’arruolamento di nuovi combattenti nell’Armata rossa.
La difesa della città coi suoi 23mila effettivi si basava come punto di forza sull’ausilio dei treni blindati piazzati sull’anello ferroviario che correva attorno la città, i quali spostandosi rapidamente avevano il compito con i loro cannoni di soccorrere i difensori rossi dalla pressione nemica, come pure potevano fare le cannoniere fluviali lungo il Volga.
L’attacco bianco a nord, contraddistinto dalla forte superiorità numerica (23mila contro 7mila) e dal mancato coordinamento rosso, permise di interrompere le comunicazioni ferroviarie con Mosca e rese vani i parziali successi rossi nel settore centrale e meridionale della città che il 30 luglio si trovava isolata. Le truppe bolsceviche dovettero retrocedere dalle loro posizioni accorciando la linea del fronte e ridistribuire le unità. Furono emanati severi decreti contro i disertori, spie e sabotatori ed emessa una mobilitazione delle classi più giovani sottoposte ad un frettoloso addestramento.
Riorganizzate le forze, il 22 agosto l’Armata rossa balzò fuori dalle sue trincee con tutti gli uomini disponibili in una ben congegnata controffensiva su due direzioni rompendo le linee nemiche con ripetuti assalti alla baionetta e facendo così retrocedere le linee bianche sull’intero arco del fronte. Altre vittorie rosse nelle seguenti settimane respinsero i cosacchi bianchi al di là del Don sulle posizioni iniziali, decretando il fallimento della prima offensiva di Krasnov.
Un trionfale telegramma di Stalin a Lenin del 6 settembre termina con: «Il nemico è stato completamente messo in rotta e si ritira dietro il Don. Caricyn è sicura! L’offensiva continua.»
Molto pesanti furono le perdite dei cosacchi bianchi: 12mila tra morti, feriti e prigionieri ma ben più pesanti furono le perdite rosse: 50mila tra morti, feriti e prigionieri nonostante un discreto bottino di guerra consistente in decine di mitragliatrici, 27mila fucili, 3mila cavalli e una impressionante quantità di munizioni.
In realtà il tanto strombazzato sfondamento non era avvenuto perché Denisov aveva ordinato di allentare la pressione e ritirarsi lentamente pur sostenendo limitati combattimenti durante tutto il mese di settembre; questi riuscirono a fermare i contrattacchi bolscevichi che risentivano delle pesanti perdite subite.
Trotsky, come Presidente del Consiglio militare rivoluzionario e capo dell’Armata rossa, telegrafò a Lenin la richiesta di richiamare immediatamente Stalin a Mosca perché «la battaglia per Caricyn, nonostante le forze superiori, è comunque andata male.»
Il grande lavoro di riorganizzazione dell’Armata rossa diretto da Trotsky portò alla realizzazione di una efficiente struttura militare e gerarchica organizzata per fronti e armate con un audace, necessario ma anche controverso, piano di reintroduzione dei militari di professione nell’esercito bolscevico, la selezione dei quali era affidata ad una commissione speciale diretta da Lev Glezarov.
All’inizio della guerra civile il corpo ufficiali dell’Armata rossa era composto per il 75% da ex zaristi, spesso utilizzati come specialisti militari, componente che, alla fine della guerra civile nel 1922, era salita all’83% quando si registrò che su 82 generali zaristi che avevano comandato nell’Armata rossa, solo 5 avevano tradito. Fedeltà che all’occorrenza veniva ottenuta tenendo in ostaggio le loro famiglie.
Tra gli ex ufficiali zaristi che servirono la rivoluzione e si distinsero per le loro notevoli capacità dobbiamo citare M. Tuchačevskij, entrato nell’Armata rossa nel 1918. Per le sue notevoli doti strategiche e di comando, già nel 1918 gli fu affidato, a soli 25 anni, il comando della Prima Armata.
Secondo questo piano veniva istituito in questo settore il nuovo Fronte Sud, considerato di estrema importanza, con 4 armate (VIII, IX, X, e XI) con a capo dell’intero fronte l’ex ufficiale zarista Sytin. Le forze del distretto di Caricyn vennero raggruppate nella X Armata comandata da Vorošilov.
Seconda battaglia per Caricyn: settembre-ottobre 1918
Nella seconda metà di settembre Denisov presenta una nuova offensiva per la conquista di Caricyn basata su due direttrici d’attacco: la prima da nord-ovest affidata al generale Ficchelaurov, con 20mila uomini, 122 mitragliatrici, 47 pezzi di artiglieria e due treni blindati, avrebbe dovuto tagliare le comunicazioni col nord avendo il completo controllo del tratto ferroviario Caricyn-Archeda-Povorino.
La seconda, affidata al generale Mamontov, per l’attacco principale da ovest verso est disponeva di 25mila soldati, 156 mitragliatrici, 93 pezzi di artiglieria e ben 6 treni blindati, mezzi ritenuti ormai indispensabili per velocizzare le operazioni in quel vasto teatro di battaglia. Le riserve bianche dietro i due gruppi d’attacco erano composte da una armata di 20mila ventenni.

Fig.2 Seconda battaglia di Caricyn
Le difese bolsceviche disponevano di circa 40mila uomini, 200 mitragliatrici, 152 pezzi di artiglieria e ben 13 treni blindati. Migliorata l’organizzazione era stata realizzata una rete di fortificazioni attorno alla città con trincee e altre opere difensive.
In questo delicato frangente si accentua il contrasto tra Stalin, che si era recato a Mosca per reclamare rinforzi e armamenti, e Trotsky, che sentito il parere di Sytin, decise di ritardare i rifornimenti e di dare la priorità al settore orientale in quel momento in difficoltà. Vorošilov ottenne che fosse inviata dal Caucaso la Divisione di Ferro di Žoloba per rafforzare le difese a sud della città.
Stalin, fortemente contrario al piano di Trotsky sulla reintroduzione degli ex ufficiali zaristi su cui nutriva assoluta sfiducia, si lamentò di Sytin, il nuovo comandante, presso il Consiglio militare rivoluzionario della Repubblica (RVSR) accusandolo di disinteressarsi della pericolosa situazione.
Di fatto sul fronte sud vi erano due consigli militari: quello ufficiale con Sytin e il suo Stato maggiore a Kozlov a 500 chilometri di distanza da Caricyn, dove invece operava quello di Stalin con Vorošilov. Ciò produsse una serie di ordini e contrordini che si annullavano a vicenda creando un pericoloso scompiglio nelle truppe soprattutto in quei delicati momenti. Più volte il Comando del fronte intimò al gruppo di Caricyn di non effettuare spostamenti di truppe senza autorizzazione.
Negli ultimi giorni di settembre l’offensiva bianca si sviluppa nel settore centrale e meridionale con l’obiettivo di tagliare i collegamenti con Astrachan e il Caucaso, mediante pesanti attacchi che riuscirono a incunearsi nelle linee difensive rosse arrivando a Sarepta, circa 40 km da Caricyn, ma soprattutto tagliando fuori dalla battaglia l’ala estrema meridionale bolscevica che fu costretta ad assumere una difesa passiva.
Dall’8 all’11 ottobre l’offensiva si inasprì intorno a Sarepta da cui passava il tratto sud dell’anello ferroviario che circondava la città su cui viaggiavano i “diavoli rossi”, i treni corazzati utilizzati anche per il rapido spostamento delle truppe. Per i controrivoluzionari prendere quella parte dell’anello ferroviario significava scardinare il sistema difensivo di Caricyn ed aprirsi un ampio varco d’accesso nel settore meridionale della città.
L’irruento attacco dei cosacchi bianchi di Mamontov fu bloccato dal fuoco dei treni corazzati e dai ripetuti contrattacchi alla baionetta della fanteria sovietica, cosicché il generale bianco fermò l’operazione per una pausa in attesa di portare le riserve in prima linea per l’assalto finale.
Stalin tempestò di telegrammi tutto lo Stato maggiore sovietico per ottenere rinforzi e cibo senza ottenere immediata adeguata risposta. Vorošilov, scavalcando la gerarchia militare si rivolse direttamente a Lenin. Il 15 ottobre, Vacietis, il comandante in capo del RVSR, gli rispose addossando la totale responsabilità della catastrofica situazione proprio a Stalin, ma in virtù dello stato di pericolo dispose di inviargli dei rinforzi.
Nel campo cosacco erano tutti certi dell’imminente vittoria per cui, per sollevare il morale della truppa, gli ufficiali dettero fondo a tutte le scorte di cibo, di vodka e delle altre riserve disponibili prima dell’attacco finale nel settore sud-ovest del fronte contro le linee difensive dell'”anello d’acciaio” ferroviario intorno a Caricyn tra le stazioni di Voroponovo e Čapurniki. Qui, Vorošilov aveva diretto personalmente la realizzazione di una doppia linea di trincee a difesa della stazione di Sadovaja punto di confluenza degli assi ferroviari.
15 ottobre: Mamontov lanciò 25 reggimenti, riserve comprese, contro quel settore in cui le ben organizzate difese rosse ressero bene il primo attacco cosacco.
Pochi chilometri più a sud, a Beretovka, due reggimenti sovietici composti di giovani contadini appena arruolati si ammutinarono, uccisero i loro comandanti ed andarono incontro ai cosacchi bianchi. Questi, ignari dell’accaduto, li scambiarono per un assalto di fanteria e li tempestarono di piombo controrivoluzionario mentre venivano colpiti anche dal fuoco sovietico sparato dalle trincee.
Quello stesso giorno da sud arrivò la valorosa Divisione di Ferro di Žoloba con 15mila uomini, purtroppo con insufficienti munizioni, i quali, con marce forzate anche notturne, utilizzando un percorso defilato, riuscirono a portarsi alle spalle dei cosacchi colpendoli presso Čapurniki. I cosacchi di quel settore, sotto il fuoco di fronte e alle spalle, resistettero nemmeno per un’ora subendo la perdita di 1.400 uomini, 6 cannoni e 49 mitragliatrici; fu fatto prigioniero il comandante del settore con l’intero suo stato maggiore.
In seguito a ciò le unità bianche dovettero ripiegare verso ovest. Krasnov attribuì questo insuccesso all’Armata dei Volontari di Denikin che non aveva controllato e intercettato i movimenti della Divisione di Ferro.
16 ottobre: Mamontov lanciò un secondo attacco che permise la conquista di Voroponovo, pur con pesanti perdite. I sovietici a corto di munizioni furono costretti ad arginare le avanzate bianche con ripetuti contrattacchi alla baionetta per permettere al grosso dei difensori di riassestarsi per la difesa della stazione di Sadovaja.
Quella sera le avanguardie controrivoluzionarie si trovavano a soli 7 chilometri da Caricyn, separate dall’ultima linea di trincea e da filo spinato presso la stazione di Sadovaja dove Vorošilov così organizzò l’ultima difesa. Ordinò al comandante dell’artiglieria di raggruppare tutte le bocche da fuoco disponibili, compresi i treni blindati e, all’ordine convenuto, di concentrarne il tiro su prestabiliti settori del nemico in avanzata. Si ebbe uno sbarramento di artiglieria composto da 27 batterie e 10 treni corazzati ordinatamente dislocati pari a 200 cannoni di varie dimensioni su 40 chilometri di fronte.
17 ottobre: all’alba inizia il bombardamento bianco a cui le batterie rosse non rispondono per carenza di munizioni e restano in vigile, anche se nervosa, attesa dell’ordine convenuto. Cessato il bombardamento preventivo la fanteria cosacca inizia ad avanzare, certa che i difensori fossero stati falcidiati dalle loro granate e sicura che le residuali forze sovietiche non avrebbero potuto resistere al loro compatto e continuo procedere, secondo il loro classico schema di combattimento, in ordinate e compatte file con le bandiere al vento. Giunti a 400 metri dalle trincee rosse il comandante l’artiglieria col telefono da campo dette l’ordine ai vari comandi di batteria di aprire il fuoco simultaneamente sugli obiettivi prefissati creando un tremendo muro di fuoco di sbarramento.
Il fuoco di cannoni, obici e mitragliatrici crearono enormi buchi nei ranghi serrati cosacchi dopo di che fu dato l’ordine alla fanteria di uscire dalle trincee ed inseguire il nemico in ritirata che, nel panico, ripiegò verso ovest. L’anello ferroviario intorno a Caricyn rimaneva sotto il controllo bolscevico!
Questa pesante sconfitta, anche se parziale, indebolì numericamente e nel morale i cosacchi perché in questo settore Mamontov aveva concentrato le sue migliori truppe, che furono decimate. La sua ultima speranza di risolvere in modo favorevole la conquista di Caricyn risiedeva nella direttrice d’attacco a nord dove il comandante Ficchelaurov godeva ancora di una consistente capacità offensiva ed una discreta superiorità numerica nel suo settore. Questa fu favorita dal fatto che la IX e X Armata rossa avevano perso i contatti tra loro a causa di uno sfilacciamento del fronte dovuto al ritiro dalle posizioni assegnate ai suoi reparti del comandante rosso Mironov per le pesanti perdite subite nel corso dei combattimenti in quella zona. Mironov fu poi accusato di indisciplina e anarchia.
Questo permise ai bianchi di organizzare l’aggiramento di Caricyn da nord su due direttrici: una su Kotluban e una seconda molto più a nord con l’intento di bloccare anche il traffico fluviale sul Volga. Vorosilov tramite rapidi spostamenti per linee interne riuscì a ripristinare le difese che furono rafforzate anche dall’arrivo di esperti reggimenti lettoni giunti dal fronte orientale che ripristinarono la supremazia numerica a favore dei rossi.
22 ottobre: l’avanzata verso Caricyn da nord si è arrestata e i bianchi respinti a circa 30 chilometri dalla città. Ciò permise alle due Armate rosse di riconnettersi per operare insieme contro l’ala sinistra cosacca permettendo a novembre di ripristinare i collegamenti ferroviari con la Russia sovietica.
Alla fine di ottobre fu chiaro che la seconda offensiva controrivoluzionaria per Caricyn era fallita e i bianchi stavano arretrando da tutte le loro posizioni precedentemente conquistate lamentando 20mila uomini persi tra morti e feriti contro i 30mila sovietici. Questa notevole sconfitta toglieva a Krasnov ogni speranza di collegarsi con i cosacchi di Dutov che agivano ad est del Volga. Di più le ingenti perdite subite abbatterono il morale dei cosacchi sempre meno disposti a combattere lontano dai loro territori d’origine. L’arrivo della stagione fredda determinò un progressivo rallentamento delle operazioni e un continuo ripiegamento dei cosacchi specialmente verso i villaggi delle retrovie da occupare per ripararsi dalla pioggia e dalla neve. Anche le manovre dei sovietici rallentarono per l’impraticabilità delle strade.
11 novembre: entrò in vigore l’armistizio stipulato dalla Germania che ne sanciva la sconfitta e l’uscita dalla guerra, privando con ciò ogni sostegno alle formazioni cosacche da questa sostenute, costringendo Krasnov ad una politica di apertura verso l’Armata dei Volontari di Denikin sostenuta principalmente dagli inglesi e dai francesi.
Dal punto di vista strategico il ritiro delle truppe tedesche dall’Ucraina avrebbe dato l’opportunità ai bolscevichi di aprire un fronte ad ovest della regione obbligando Krasnov a spostare due sue divisioni dal settore di Caricyn verso Lugansk. In questo senso va inteso l’ordine di Vacietis, il Comandante in capo del Consiglio Militare Rivoluzionario (RVSR), di passare all’offensiva generale entro il 23 novembre su tutto l’arco del fronte per assicurarsi collegamenti sicuri e stabili nord-sud. Nello stesso giorno però cadeva in mano cosacca il nodo ferroviario di Liski dove la situazione non era favorevole ai bolscevichi, ma i cosacchi in quel settore non avevano più le forze necessarie per effettuare uno sfondamento generale e la loro limitata offensiva si bloccò.
L’esito della battaglia non determinò una vittoria definitiva sui cosacchi di Krasnov, che presero a riorganizzarsi per un successivo controllo delle regioni del Don. Di fatto si era in una situazione di stallo con limitate azioni di alleggerimento della X Armata rossa a difesa di Caricyn.
Il fallimento dell’Esercito del Don a Caricyn va ricercato in una serie di concause tra cui non va sottovalutato il forte attaccamento dei cosacchi, pur superiori nei combattimenti rispetto gli avversari, coi territori d’origine che sovente li portava a disertare quando giungevano notizie di pericolo dai loro villaggi. Inoltre usarono la loro efficiente cavalleria in modo inadeguato rispetto alle nuove modalità della guerra moderna: non rapidi spostamenti di truppa ma ormai superate cariche al galoppo fermate dalle mitragliatrici piazzate nelle posizioni fortificate che falcidiarono anche le avanzate a ranghi serrati e all’arma bianca della fanteria. Denisov inoltre commise l’errore di disperdere le sue forze su più direttrici, mentre i bolscevichi saggiamente si concentrarono su una limitata porzione di terreno, per di più aiutati dalle ferrovie e dai treni blindati per spostare rapidamente truppe e bocche di fuoco. Le scelte difensive attuate da Vorosilov e da Stalin per una difesa mobile e attiva, che lasciava sfogare l’impeto cosacco in assalti sanguinosi per poi passare a contrattacchi alla baionetta, fu possibile perché lo standard qualitativo delle truppe rosse migliorava sensibilmente, battaglia dopo battaglia. In questo modo la dinamica della battaglia passava dagli attaccanti ai difensori.
In questo contesto si evidenziò la netta frattura di Stalin con Trotsky in merito all’utilizzo degli ex ufficiali zaristi, definiti dal georgiano “elementi borghesi” arrivando a costituire una sorta di “opposizione militare” assolutamente inconcepibile nel mezzo della guerra civile per la difesa della rivoluzione proletaria. Lenin, pressato da entrambi le parti, infine richiamò Stalin a Mosca.
Terza battaglia per Caricyn: gennaio-febbraio 1919
Il ritiro dei tedeschi obbligò Krasnov a trovare nuove alleanze e finanziatori in particolare nei confronti delle potenze dell’Intesa che già sostenevano Denikin. Queste per colmare il vuoto lasciato dal ritiro dei tedeschi che già nel dicembre del 1918 avevano sbarcato propri contingenti nel sud dell’Ucraina. Queste imposero a Krasnov le loro irrinunciabili condizioni per il loro sostegno militare ed economico: la formazione di un comando unificato delle operazioni sul fronte sud affidato a Denikin come comandante supremo del fronte comprendente tutte le varie unità dei cosacchi del Don, del Terek ed ovviamente dell’Armata dei Volontari. Nel mentre le truppe rosse di Antonov-Ovseenko si insinuarono in parte dei territori sgomberati dai tedeschi dovendo contrastare sia le nuove forze alleate che quelle del nazionalista ucraino Petljura e dei “kuren”, i suoi sanguinari cosacchi.

Fig.3 Terza battaglia per Caricyn
Dopo la riorganizzazione delle forze di Denikin e il loro riposizionamento, a fine dicembre 1918 in quel settore del fronte controrivoluzionario si era formato un esteso saliente con il vertice avanzato presso l’asse ferroviario a Liski, il fianco orientale tenuto dalle forze di Mamontov col centro di comando presso Caricyn ed il precario fianco occidentale a ridosso della riva sinistra del fiume Donec difeso dalle forze di soli 2500 uomini del generale zarista Mai-Maevskii.
Questi, abile organizzatore, stazionò le sue insufficienti truppe presso i molti nodi ferroviari intorno a Bachmut per poterle rapidamente spostare all’occorrenza. In linea d’aria i due centri di comando distavano 350 chilometri.
Krasnov e Denisov, nonostante l’evidente debolezza del fianco sinistro, insistettero per continuare l’offensiva su Caricyn per la quale avevano mobilitato quante forze possibili, anche giovanissimi, arrivando con i veterani a una forza di 50mila uomini con 63 cannoni che si aggiungevano a quelli del saliente presso Liski di circa 20mila uomini con 16 cannoni. In difficoltà per gli approvvigionamenti emisero ordinanze per la requisizione delle riserve alimentari in favore dell’Armata del Don che minarono la fiducia e disponibilità dei contadini nei loro confronti.
Vista la nuova situazione, Lenin aveva sostenuto il piano del Consiglio Militare Rivoluzionario (RVSR) presieduto da Vacietis di dare priorità allo scontro coi cosacchi sfruttando al massimo le debolezze del posizionamento del nemico.
Il piano elaborato prevedeva un attacco frontale portato dalla VIII e IX Armata rossa da Voronez-Liski verso sud. Il fianco occidentale del saliente doveva essere attaccato dalle estremità delle ali della VIII Amata unite a quelle del gruppo di Koženicov, per un totale di 20mila uomini, allo scopo di tagliare anche le vie di fuga dei cosacchi. La X Armata sul Volga doveva tenere impegnati i cosacchi dell’Armata del Don nel settore di Caricyn assumendo una difesa elastica. Tutta l’offensiva avrebbe impegnato 50mila uomini su un totale di 124.500 effettivi di tutto il fronte sud.
Accuratamente preparata la complessa offensiva inizia ai primi di gennaio con l’avanzata del nucleo centrale della VIII Armata che conquista senza difficoltà i nodi ferroviari di Liski e Pavlosk attestandosi poco più a sud. Il gruppo di Koženicov penetra facilmente da ovest nelle deboli difese bianche fino a Starobelsk.
Nel frattempo i cosacchi con i nuovi rinforzi riattivarono l’offensiva verso nord attaccando duramente il settore di congiungimento tra la VIII e IX Armata in direzione di Poverino. Per evitare di rimanere intrappolati tra due armate avversarie con alle spalle le truppe di Koženicov, il Comando centrale dell’Armata del Don ordinò un rapido ripiegamento di circa 200 chilometri verso sud per allacciarsi al fianco destro dell’Armata dei Volontari di Mai-Maevskii, peraltro impegnato in quel periodo contro le formazioni anarchiche di Machno che proprio in quella zona operavano per l’indipendenza dell’Ucraina.
La ritirata dei cosacchi fu contrastata ai loro fianchi dalle due armate rosse del settore, contribuendo ad abbattere il loro morale già segnato dalle fatiche della guerra, dalle privazioni, dal clima invernale e dalla disillusione circa i tanto attesi aiuti degli Alleati.
A fine gennaio il vertice del saliente aveva ceduto e la VIII Armata scese fino a Kazanskaja quando il gruppo di Koženicov conquistava Bachmut per poi occupare Lugansk ed entrare in contatto con la VIII Armata appena a nord dell’importante snodo ferroviario di Millerovo.
Nel settore orientale Krasnov, nonostante gli insuccessi del 1918, riprendeva con ostinazione l’offensiva su Caricyn quando sulla carta la situazione non gli era favorevole perché le difese rosse erano nettamente superiori come difensori e potenza di fuoco. Ciò nonostante i cosacchi riuscirono a recuperare una parte di territorio presso l’asse ferroviario presso Karpovka.
A fine dicembre le condizioni atmosferiche precipitarono con forti tempeste di neve e basse temperature con casi di congelamento tra le truppe che non avevano adeguato vestiario invernale; la diffusione di tifo e colera per le scarse condizioni igieniche indussero molti reparti a rifiutarsi di andare a combattere. Parevano tutte condizioni per un fallimento del piano di Krasnov che mirava a sfondare le difese rosse da nord. In seguito ad un ulteriore cambio di comando e strategia del settore bolscevico e diversa disposizione delle truppe con combattimenti con esiti alterni, alla fine di dicembre 1918 i bianchi avanzarono leggermente verso nord-est occupando un tratto della ferrovia da Caricyn verso nord, isolando così la città sul Volga dal centro del comando sovietico.
1° gennaio 1919: inizia la terza battaglia per Caricyn. Sfruttando questa situazione favorevole i bianchi riescono ad occupare la città di Dubovka sul Volga da cui le loro artiglierie riescono a colpire la periferia nord di Caricyn. Alcuni distaccamenti utilizzando il Volga ghiacciato scendono verso Caricyn per completare l’accerchiamento perché da sud i cosacchi avevano occupato la cittadina di Čapurniki.
L’euforia di questa situazione positiva, nonostante la stanchezza, concentrò le loro energie per l’assalto a Caricyn senza prendere in seria considerazione che le loro unità di cavalleria erano troppo sfilacciate tra loro senza un fronte continuo, cosa che avrebbe permesso agevoli controffensive nemiche. Trascurarono anche le difese notturne nei villaggi dove si erano acquartierati. Considerando l’importanza della cavalleria per i rapidi spostamenti e attacchi, di cui l’Armata rossa era sprovvista, a Budenny, primo collaboratore di Trotsky nell’organizzazione dell’Armata rossa, fu affidato il compito di organizzare un corpo di cavalleria, non sullo stampo di quella zarista composta e diretta da nobili e di coscritti provenienti da ogni dove della Russia, inservibili “contadini a cavallo”, bensì come quella cosacca composta da un nucleo di volontari specializzati nelle manovre equestri provenienti dalla zona dei territori cosacchi della Russia meridionale. Nell’arco di un mese fu possibile creare la 1a Divisione di Cavalleria
21 gennaio: in un contrattacco a sorpresa fu accerchiato un avamposto cosacco il cui comandante per non essere fatto prigioniero dai bolscevichi, preferì suicidarsi.
Dopo questo successo il primo nucleo della cavalleria sovietica, col sostegno di due autoblindo e varie mitragliatrici, organizzò una controffensiva con l’intento di rompere le linee a nord-est di Caricyn. Fu scelta una notte di bufera contando sull’effetto sorpresa e la mancanza di difese notturne dei villaggi occupati dai cosacchi. Con minime perdite Budenny fece 2mila prigionieri, 30 cannoni, centinaia di cavalli nonché in una vicina stazione un treno blindato e 6 treni a vapore.
Nonostante il successo sovietico a nord e le rigide temperature, i cosacchi riuscirono ad avanzare verso Caricyn nel settore centrale e meridionale del fronte d’attacco. Nella settimana successiva si ebbe solo un timido tentativo dei bianchi di rompere le difese rosse usando come supporto un treno blindato ma subirono forti perdite e furono costretti a ritornare nelle postazioni di partenza.
25 gennaio: col nuovo dislocamento delle unità nel bacino del Donec si ha anche il necessario rafforzamento del fianco sinistro del fronte sud con celebri unità d’assalto dell’Armata dei Volontari, tanto da poter costituire il IICorpo d’armata sempre affidato a Mai-Maevskii che perfezionò la tattica di usare gli assi ferroviari per il trasporto e combattimenti coi treni blindati.
Ciò permise alle nuove formazioni di arrestare l’avanzata di Koženicov verso l’asse ferroviario Millerovo-Kamenskaja impedendo così la sicura ritirata dei cosacchi.
Nei primi giorni di febbraio vi furono combattimenti per il controllo di Bachmut passata dai rossi ai bianchi e poi nuovamente ai rossi in pochi giorni. Intanto le formazioni armate degli anarchici di Machno premevano sul fianco sinistro delle formazioni di Mai-Maevskii raffreddando la sua controffensiva per non compromettere la tenuta del bacino del Donec.
Dall’altra parte del fronte le truppe di Krasnov continuavano a perdere posizioni sul Don sia militari che politiche perché i contatti con gli Alleati per la fornitura di armamenti e truppe si incagliarono sui precedenti stretti legami dell’Atamano coi tedeschi nonostante la sua recente sottomissione a Denikin. Decisivo fu l’ovvio rifiuto di una clausola dell’emissario francese che richiedeva da Krasnov l’accettazione scritta di ripagare tutti i danni economici subiti dai francesi nella regione a seguito della rivoluzione sovietica, nonché di sottomettersi completamente agli ordini del comando unificato francese. Fu un colpo durissimo che fece svanire la speranza dei tanto attesi aiuti Alleati e compromise il sostegno e la fiducia dell’esercito e della popolazione mentre ormai l’Armata del Don teneva le linee in condizioni impossibili perché mancava di tutto: riserve fresche, vestiti invernali, cibo, armamenti, materiale sanitario e personale medico.
La propaganda bolscevica ebbe facile presa sulla popolazione che iniziava a ribellarsi richiedendo l’arrivo dell’Armata rossa, quando negli esasperati cosacchi si moltiplicavano gli ammutinamenti e le insubordinazioni. Diverse furono le unità che si arresero in massa. Secondo rapporti sovietici, 7mila cosacchi si arresero e ben 20 reggimenti abbandonarono le loro postazioni per ritornare nei loro villaggi d’origine.
L’Armata del Don dalle 70mila unità della fine di dicembre, tra morti, feriti e ammutinati, scese a 38mila della fine di gennaio 1919 per ridursi a 15mila a febbraio. A niente valse richiamare al fronte i cosacchi in grado di usare un’arma di età compresa tra i 19 e 52 anni!
Dopo otto mesi di duri combattimenti, delle ultime sconfitte subite e la disillusione circa gli aiuti Alleati che avevano eliminato ogni speranza di vittoria, cedette anche il generale Denisov, il comandante dell’esercito del Don. In un rapporto al Krug, sempre più insofferente nei confronti di Krasnov, oltre le cause tecnico militari che portarono al fallimento dell’operazione, Denisov elencava anche la valida e efficace propaganda sovietica tra la popolazione dei villaggi del nord con il riconoscimento della validità del potere sovietico che portarono anche al tradimento delle truppe del nord. Di conseguenza Denisov e Poljakov, suo capo di stato maggiore, si dimisero dalle rispettive cariche. Di seguito, il 14 febbraio 1919, si dimise anche Krasnov addossandosi ogni responsabilità esprimendo la consapevolezza che il mancato sostegno Alleato era conseguenza della sua persona e della sua precedente alleanza con i tedeschi.
26 gennaio: Lo stato maggiore cosacco di Denisov considerò ormai che anche la terza offensiva su Caricyn era destinata a un pesante fallimento dato lo sfaldamento delle sue formazioni nel settore nord-orientale quasi senza combattere, talvolta anche senza contatto col nemico, sparpagliandosi in gruppi che si preparavano alla guerriglia in difesa dei villaggi e delle città dove si erano insediati.
In più nelle retrovie cosacche si scatenava la cavalleria rossa, sostenuta anche dagli esperti reparti della Divisione di ferro di Žoloba, al punto tale che la sua organizzazione divenne il modello per tutte le altre.
La sfiducia nel settore cosacco per il proseguimento di tutta l’offensiva era rafforzata anche dallo sfavorevole rapporto di forze che vedeva le 3 armate rosse disporre complessivamente di 130mila uomini contro i 38mila cosacchi bianchi.
Alla fine di gennaio i bolscevichi ottennero una serie di successi tali che pensarono di poter chiudere presto e bene la partita con Krasnov e la grande Armata del Don i cui cosacchi ora erano costretti a difendere i loro villaggi di origine, circostanza che complicava ulteriormente la loro situazione.
Krasnov richiese urgentemente a Denikin forti rinforzi di uomini, armamenti vari e vettovaglie per sostenere le sue truppe di fronte a Caricyn che furono comunque inviate con notevole ritardo. Questo non per risentimento personale di Denikin verso Krasnov, da lui ritenuto un tentativo di oscurarlo riducendone l’importanza, bensì perché gli si era posto il dilemma strategico militare e all’insieme politico di quale fronte privilegiare rispetto gli interessi generali della campagna.
Due le possibilità: mandare le sue truppe migliori sul fianco destro per riprendere l’attacco su Caricyn e poi prendere contatto con le truppe dell’Esercito russo di Kolčak che sapeva avrebbe diretto verso il Volga, oppure rinforzare il suo fianco sinistro per ben difendere il ricco e strategico bacino del Donec. I contatti tra Denikin e Kolčak avvenivano attraverso i loro emissari a Parigi.
Inizialmente Denikin autorizzò l’organizzazione del trasferimento ma infine, considerando che il consistente trasferimento di truppe verso Caricyn avrebbe indebolito il suo fianco sinistro rendendo più facile e possibile una conquista sovietica del ricco bacino minerario del Donec, procurato la sicura sconfitta in altri settori ed esposto il fianco e il retro delle sue unità che operavano nel basso Volga, decise invece di rafforzare le sue unità sul Donbass.
Questa decisione fu più volte fortemente criticata dal generale Vrangel, il comandante dell’Armata dei volontari del Caucaso, secondo cui, vista la ormai netta superiorità numerica rossa, non si doveva più attaccare separatamente su obbiettivi diversi ma occorreva concentrare gli attacchi dei cosacchi sulle posizioni bolsceviche ritenute più deboli fra cui al momento Caricyn era la più evidente. Solo dopo si sarebbe potuto agevolmente congiungersi con le armate di Kolčak.
16 febbraio 1919: il Krug nominò come Atamano il veterano ed eroe della campagna sul ghiaccio, Bogaevskij, in ottimi rapporti con Denikin, fatto che avrebbe portato ad una proficua collaborazione con l’Armata dei volontari e notevolmente migliorato le relazioni con gli Alleati. Al comando dell’esercito fu posto Sidorin, veterano della guerra col Giappone.
La nuova disposizione delle truppe voluta da Denikin portava il baricentro del fronte sud sul Donbass.

[La figura riporta l’intera situazione del Fronte Sud alla fine del gennaio 1919 di cui la terza battaglia per Caricyn è solo una parte]