Partito Comunista Internazionale

LA INTERNAZIONALE DEI SINDACATI ROSSI

Categorie: Third International, Union Question

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(Continua dal n. 98 – luglio 2025)

2° Congresso del Profintern, Mosca 1922

Nel corso del precedente capitolo, pubblicato su “Comunismo” n. 98 (luglio 2025), riportavamo la seguente deliberazione del Congresso dell’Internazionale gialla di Amsterdam riunita a Roma nell’aprile 1922: «Il Congresso decide che ciascun centro nazionale tenga regolarmente al corrente della sua situazione il Bureau della Federazione Sindacale Internazionale, la quale, eventualmente, [si faccia attenzione sull'”eventualmente”- N.d.r.] prenderà quelle misure energiche e necessarie per sostenere moralmente e materialmente i paesi più minacciati e più colpiti». 

E commentavamo: «Tradotto in parole povere questo significa che l’Internazionale sindacale gialla, tutt’al più, “eventualmente”, avrebbe lanciato qualche campagna di protesta morale. In fondo era stato il suo congresso che aveva autorizzato i governi degli Stati borghesi ad armarsi in base ai loro “bisogni civili”».

Ne “Il Comunista” del 5 maggio 1922 è possibile leggere la sintesi di quello che era stato il Congresso della Internazionale di Amsterdam, appena concluso. Non c’era di certo voluto tanto spazio, era bastata una mezza colonna di una pagina di giornale. Innanzi tutto il titolo: “Nella tana dei traditori”. Su queste quattro parole dobbiamo soffermarci un attimo perché i comunisti non erano (e non sono) abituati a lanciare accuse in modo irresponsabile, ogni parola è ben valutata, pesata. Tradire significa mettersi al servizio del nemico, e l’Internazionale di Amsterdam era di fatto al servizio del nemico di classe. E altrettanto traditori erano i bonzi che dirigevano i sindacati aderenti ad Amsterdam. Quei sindacati non erano “rossi”, erano “gialli”; ed infatti sta scritto: “Dopo il congresso dei gialli”.

Detto questo passiamo al resoconto del nostro giornale di oltre un secolo fa: «Al congresso della internazionale sindacale di Amsterdam si sono fatti molti discorsi, ma non si è discusso seriamente di nulla». Anche problemi seri ed importantissimi, come le otto ore, la guerra, il fronte unico non avrebbero avuto nessun valore, visto che tutto quanto si risolveva nel «votare delle risoluzioni senza impegnare sul terreno pratico il proletariato. […] Vuol dire non avere nessuna voglia di provocare i governi della borghesia e la borghesia stessa.

«Ma poi bisognava assistere alla discussione di queste risoluzioni. Quando parlavano i rappresentanti tedeschi, i francesi di Versaglia masticavano amaro: quando parlavano i francesi […] i commenti che sottovoce facevano i tedeschi. Gli inglesi facevano la politica di Lloyd George. […] Quando ha parlato Albert Thomas per portare il saluto del suo Bureau, mezza delegazione francese se ne è andata. Poi nei corridoi i tedeschi protestavano […] e non gli lesinavano epiteti poco graziosi. […] I quindici ex ministri presenti davano la garanzia … della serietà dell’adunata proletaria! […]

«Questione delle 8 ore. Cosa consiglia di fare Amsterdam? Premere presso i governi con l’azione parlamentare, ed “agitare” la questione fra le masse. […]

«Questione delle materie prime. Proposta di dividere le materie prime tra le diverse nazioni a mezzo di un ufficio internazionale alle dipendenze della Società delle Nazioni. […] Per questa chiarissima strada la distribuzione delle materie prime sarà sicura, anche se non immediata.

«Fronte unico. Cos’è il fronte unico? Tutti i sindacati devono aderire alla internazionale di Amsterdam e allora non c’è più bisogno del fronte unico. […]

«Questione antimilitarista e lotta contro la guerra. I versagliesi, i consulenti di re Giorgio, i maggioritari tedeschi sono contro la guerra. […] Sì, perché fra due guerre si è sempre contrari alla guerra. Perché fra due guerre nasce un qualunque Teodoro Moneta che si pappa un premio per la pace datogli da un trust di industriali che fabbricano cannoni!». A Teodoro Moneta era stato assegnato, nel 1907, il Nobel per la Pace. Nobel che non impedì a questo signore di inneggiare alla guerra di Libia nel 1911 e qualche anno dopo all’altra, contro gli imperi centrali. Ma riprendiamo la lettura del nostro giornale: «E in che modo prepareranno questa lotta contro la guerra? Primo punto: energica azione parlamentare […]; secondo punto: educazione a sensi migliori di umanità […]; terzo punto: lotta contro lo sciovinismo.

«A questo il congresso ha rumoreggiato. Gli inglesi hanno detto che se scoppierà un’altra guerra Noske e Scheidemann intoneranno ancora gli inni di guerra. I tedeschi hanno risposto: “Ma se li abbiamo cantati tutti noi gli inni di guerra!”. […]

«La Conferenza sindacale di Roma ha dimostrato che se domani una guerra scoppierà i capi sindacali gialli tradiranno ancora una volta. […]»

E l’autore dell’articolo giustamente si domandava: «Ma questo è stato il congresso di una internazionale di sindacati, o una sottospecie di “congresso delle nazioni”? […] Il solo argomento che teneva solidamente uniti i congressisti era la polemica contro Mosca.»

Così, mentre il bonzume internazionale si trastullava con innocui ordini del giorno, questa era la condizione del proletariato internazionale, descritta, nel Manifesto lanciato dal Profintern in occasione del Primo Maggio 1922: 

«L’anno scorso è stato caratterizzato da una vigorosa e continua offensiva padronale.

«Nel 1° Maggio 1921 la lotta dei minatori inglesi contro i loro sfruttatori era nel suo pieno sviluppo. Alla vigilia del 1° Maggio 1922 noi assistiamo a formidabili serrate. A centinaia di migliaia, metallurgici, operai dei cantieri di costruzioni marittime, operai edili, sono in Inghilterra gettati sul lastrico dal padronato. I minatori inglesi sono ridotti a dover difendere i loro diritti più elementari.

«In Germania, in Italia, in Francia, nella Danimarca, milioni di operai difendono la loro esistenza.

«In tutti i paesi senza eccezioni il padronato attacca le rivendicazioni più urgenti della classe operaia. La giornata delle otto ore è minacciata. I salari sono ridotti della metà ed anche dei due terzi. […]

«Ovunque il padronato unito e organizzato prende la offensiva contro il proletariato diviso e disorganizzato […] Il capitalismo che è al suo declino difende aspramente i suoi privilegi. Dopo anni di disordine esso può riaversi con il concorso dei capi del sindacalismo riformista e riprendere oggi il terreno che ha dovuto cedere or non è molto sotto la pressione delle masse. […]

«Ormai da lungo tempo l’offensiva padronale è divenuta internazionale. […] La borghesia non disarma di propria iniziativa. Solo i riformisti possono credere a questa volontà di pace. […]

«Di fronte a questa offensiva padronale che fanno i vecchi capi del movimento sindacale?

«Essi non tentano di organizzare la minima resistenza. Essi non fanno il minimo sforzo per realizzare l’unità operaia. Essi al contrario la temono ingegnandosi di ostacolare i grandi conflitti sociali e non cessano di ricorrere ai loro antichi metodi conducendo così la classe operaia di sconfitta in sconfitta.

«Il 1° Maggio 1922 deve essere il segnale del risveglio del proletariato mondiale. […] All’offensiva padronale deve rispondere vigorosamente il nostro contrattacco. […]

«È tempo che la classe operaia abbia coscienza dei propri interessi generali, dei vincoli che uniscono fra di essi i suoi membri e che essa affronti unita il nemico comune. […]

«Contro l’offensiva del capitale! Per l’unità del fronte proletario in tutte le lotte di classe!

«Per lo sciopero generale internazionale! Contro l’oppressione e lo sfruttamento! Per il potere proletario!» (Il Sindacato Rosso – 29/04/1922)

*  *  *

Il “Sindacato Rosso” del 1° luglio 1922 riportava il comunicato dell’Ufficio Esecutivo del Profintern che annunciava l’apertura del 2° Congresso per il 25 ottobre a Mosca (la data verrà poi posticipata di circa un mese) e fissava le regole di rappresentanza delle Centrali nazionali e delle frazioni sindacali aderenti all’ISR. Comunque il totale dei voti deliberativi sarebbe stato assegnato in rapporto al numero degli operai organizzati. «Naturalmente – chiariva il comunicato – il numero dei delegati può essere superiore o inferiore alle cifre indicate nello Statuto, ma il numero dei voti deliberativi resta sempre lo stesso.»

L’esecutivo proponeva pure un ordine del giorno di massima, invitando però le organizzazioni a «proporre modificazioni o aggiunte e di iniziare al più presto l’invio delle loro proposte concrete. L’ordine del giorno definitivo sarà stabilito dallo stesso Congresso.»

Ancora il Sindacato Rosso, in data 18 novembre 1922, scriveva: 

«Al Congresso dell’Internazionale dei Sindacati Rossi che sta per iniziare i suoi lavori il nostro saluto augurale. Mentre la più feroce reazione si scatena sul proletariato internazionale, mentre i gialli di Amsterdam lavorano a piene mani per la divisione del movimento operaio a maggior gloria del capitalismo internazionale, i rappresentanti dei lavoratori rivoluzionari di tutto il mondo si riuniscono a congresso per indicare ancora una volta al proletariato la via da battere nella lotta contro i suoi nemici, per la sua liberazione e per la sua redenzione da ogni sfruttamento. […] La parte più cosciente del proletariato di tutti i paesi si è schierata con Mosca contro Amsterdam.»

Il 2° Congresso del Profintern si tenne poi quasi in contemporanea con il IV dell’I.C. che, nelle “Direttive per l’azione comunista nei sindacati” (dicembre), affrontò la questione in maniera esauriente ed in tutti i suoi vari aspetti.

Il documento dell’Internazionale Comunista iniziava ponendo in risalto come «nel corso degli ultimi due anni, caratterizzati dalla offensiva generale del capitale, il movimento sindacale in tutti i paesi ha subito un rilevante indebolimento. Salvo poche eccezioni (Germania, Austria) i sindacati hanno perduto un gran numero di aderenti. […] Di fronte sia all’offensiva capitalista, sia al perdurare della collaborazione di classe, parte delle masse lavoratrici cercano di creare nuove organizzazioni, mentre numerosi lavoratori meno coscienti abbandonano le loro organizzazioni. [..]». Facendo il paragone tra la concezione anarco-sindacalista e quella comunista, le “Direttive” affermavano: «Gli anarco-sindacalisti confondono sindacati e sindacalismo in quanto spacciano il loro partito anarco-sindacalista per l’unica organizzazione realmente rivoluzionaria e capace di condurre a termine l’azione del proletariato. […] L’anarco-sindacalismo incarna molti errori ed aspetti negativi contro i quali dobbiamo combattere con estrema decisione.

«I comunisti non possono e non debbono, in nome di astratti principi anarco-sindacalisti, rinunciare al proprio diritto di organizzare “cellule” all’interno dei sindacati di qualsiasi tendenza. […]

«I comunisti debbono prendere l’iniziativa di creare all’interno dei sindacati un blocco insieme con gli operai rivoluzionari di altre tendenze. […] Ma una azione unitaria presuppone la organizzazione da parte dei comunisti: comunisti disorganizzati ed operanti in modo isolato non sarebbero in grado di collaborare con nessuno perché non rappresenterebbero una forza effettiva»

Quindi azione per l’unità nei sindacati e lotta contro i riformisti che tendono a provocare le scissioni. Se volessimo sintetizzare con uno slogan l’attitudine comunista nei riguardi della tattica sindacale potremmo usare: “Dentro e contro i sindacati opportunisti!”

«La tattica di Amsterdam è la scissione. La tattica di Mosca è l’unità proletaria.» (Il Sindacato Rosso – 18/11/1922)

«Espellendo sistematicamente dai sindacati gli elementi migliori, sperano che i comunisti perdano il loro sangue freddo, escano dai sindacati e abbandonino così il progetto tanto a lungo meditato di una conquista dei sindacati dall’interno, dichiarandosi favorevoli alla scissione. Ma i riformisti non dovranno raggiungere questo risultato.

«La scissione del movimento sindacale, particolarmente nella situazione attuale, rappresenta il pericolo più grave per l’intero movimento operaio. […] I Comunisti debbono dunque opporsi con tutti i mezzi e con tutta la forza delle loro organizzazioni alla scissione dei sindacati, debbono vanificare la criminale leggerezza con cui i riformisti sgretolano l’unità sindacale. […] 

«Nei paesi nei quali sussistono contemporaneamente due centrali sindacali, i comunisti devono lottare per l’unificazione delle due organizzazioni. Poiché l’obiettivo è quello della riunificazione dei sindacati che sono già scissi, è assurdo che singoli comunisti ed operai rivoluzionari vengano tolti dai sindacati riformisti per essere inseriti nei sindacati rivoluzionari. Nessun sindacato riformista deve essere privato dei fermenti rappresentati dai comunisti. Una attività efficiente e vigorosa dei comunisti in entrambe le organizzazioni è la premessa per la ricostituzione della distrutta unità. […]

«Gli espulsi non debbono disperdersi. Il compito più importante del partito comunista consiste nel non permettere che gli elementi espulsi si disperdano. Essi debbono organizzarsi in sindacati degli espulsi e assumere come nucleo centrale del loro lavoro politico la parola d’ordine della loro riammissione nei sindacati. […]»

Le “Direttive per l’azione comunista nei sindacati” chiudevano, poi, nel modo seguente: «Seguendo il cammino volto alla conquista dei sindacati ed alla lotta contro la politica scissionista dei riformisti, il IV Congresso dell’Internazionale comunista dichiara solennemente che ogni qual volta l’organizzazione di Amsterdam non ricorrerà alle espulsioni, ogni qual volta darà ai comunisti la possibilità di combattere con armi ideologiche per i loro principi all’interno dei sindacati, i comunisti combatteranno come membri disciplinati nelle file della loro organizzazione, restando in prima fila nonostante tutti gli attacchi e tutti i conflitti con la borghesia.

«Il IV Congresso dell’Internazionale comunista considera dovere di tutti i partiti comunisti fare tutto ciò che è in loro potere per impedire la scissione sindacale, per ricostituire l’unità del movimento sindacale là dove è stata distrutta e per ottenere che il movimento sindacale dei rispettivi paesi aderisca alla Internazionale sindacale rossa».

Ad evitare pericoli di espulsioni, scissioni e quindi indebolimento del movimento sindacale di classe, nel marzo precedente il Plenum dell’IC aveva addirittura valutato la possibilità, di una adesione “soltanto morale” al Profintern da parte di quelle minoranze sindacali a rischio di espulsione. Mantenendo comunque una attività pratica aderente alle direttive dell’Internazionale sindacale rossa.

«Per quanto insignificante sia la minoranza all’interno dei sindacati o delle leghe, i comunisti devono lavorare in queste organizzazioni, perché la minoranza stessa non le abbandoni, e condurvi una lotta in favore del programma e della tattica della minoranza. L’adesione all’Internazionale Sindacale Rossa delle minoranze sindacali che sono obbligate a restare nelle vecchie organizzazioni può essere soltanto morale: ma esse dovranno provarla con l’applicazione pratica delle risoluzioni […] e con l’attuazione della tattica dell’ISR stessa». (Risoluzione del I° Plenum sui compiti dei comunisti nei sindacati)

Naturalmente questo non era riuscito a salvare l’unità sindacale perché in molti paesi le organizzazioni aderenti ad Amsterdam procedevano ad una espulsione massiccia ed indiscriminata delle minoranze rivoluzionarie, non solo comuniste. 

Il richiamo che abbiamo appena fatto alle disposizioni del Komintern era necessario perché i comunisti all’interno dei sindacati (come in qualsiasi altra organizzazione abbiano a partecipare) hanno il dovere di seguire una attitudine aderente alle linee guida tracciate dal proprio organo politico. Sarebbe inammissibile che i gruppi sindacali comunisti adottassero condotta autonoma o addirittura si arrogassero il diritto di essere loro ad indicare al partito la linea sindacale da seguire. Questo rappresenterebbe la morte del partito, come ad esempio avveniva nel vecchio PSI dove convivevano una Direzione espressione dei Congressi, un gruppo parlamentare ed una Direzione sindacale di fatto autonomi. Così il partito si trovava minoritario rispetto ai suoi due organi che da esecutivi avevano assunto la dignità di indipendenti; in tal modo la Direzione non era più in grado di dirigere niente.

 Il tentativo di sgretolamento dell’unità sindacale da parte di Amsterdam ebbe i suoi maggiori effetti in Francia, Cecoslovacchia, Bulgaria, solo per citare gli esempi più eclatanti; Lozovsky descriveva in questo modo la situazione: «La tattica scissionista dei gialli di Amsterdam sembra che cominci a ripercuotersi anche in Italia. Le recenti espulsioni dei ferrovieri e dei marinai comunisti potrebbero segnarne l’inizio. […] Negli ultimi mesi non abbiamo cessato di ricevere informazioni mostranteci gli uomini di Amsterdam disposti a rompere non importa quale organizzazione, non importa quale sindacato, tosto che essi si accorgono di essere in minoranza. Più di una volta noi abbiamo avuto l’occasione di sottolineare i meriti dei signori Jouhaux, Merheim, e altri conosciuti, d’altronde, abbastanza dalla classe operaia. Per collaborare con la borghesia [in Francia – N.d.r.] dovevano sbarazzarsi dei sindacalisti rivoluzionari, e l’hanno fatto in modo da meritarsi l’elogio della stampa borghese. L’esempio francese è stato imitato in Svizzera e trova ora degli imitatori in altri paesi. Ilg [Konrtad Ilg – N.d.r.], che dirige il sindacato dei metallurgici ha fatto escludere le sezioni più forti dell’organizzazione svizzera dei metalli. I riformisti cecoslovacchi hanno escluso dai loro sindacati 20.000 operai tessili. I riformisti polacchi hanno sciolto 13 sezioni del sindacato dei Metalli il cui torto era di manifestare una certa freddezza riguardo al Partito socialista polacco. La scissione è diventata per gli uomini di Amsterdam il mezzo principale per mantenere il potere.» (Il Sindacato Rosso – 29/07/1922)

Certamente il provvedimento delle espulsioni era ben sviluppato anche in Italia; ecco quanto affermato dal comunista Gnudi al congresso della Camera del Lavoro di Bologna: «Dimostra come nel campo sindacale i secessionisti siano proprio i bonzi confederali i quali, laddove sono in minoranza incitano alla scissione, mentre dove hanno la maggioranza fanno opera coercitiva contro i comunisti, arrivando infine a negare ad essi la rappresentanza proporzionale, anche quando lo statuto contempli questo diritto.» (Il Sindacato Rosso – 22/04/1922)

In “Tesi e risoluzioni del secondo Congresso del Profintern” si legge: «Il sempre maggiore spostamento delle masse verso sinistra spinge le burocrazie sindacali a schiacciare meccanicamente l’opposizione. In base ai paesi ed alle forze presenti la burocrazia sindacale ricorre a diverse forme e metodi di lotta: dalla espulsione di individui e gruppi, fino a quella di diverse centinaia di migliaia di operai. […] Per ridurre l’opposizione al silenzio ricorrono all’espulsione dei suoi leaders e quando questo non è sufficiente i riformisti non esitano a scindere i sindacati e a spezzare il movimento operaio. Questo, per i burocrati di Amsterdam è il male minore. […] La tattica dei sostenitori dell’ISR è evidente, si tratta di lottare accanitamente contro l’espulsione delle opposizioni. E questa lotta dovrà essere condotta con tutti i mezzi. […] Bisogna che ad ogni riunione operaia, in ogni officina, in ogni fabbrica venga posta la questione della riammissione degli espulsi e bisogna che la questione venga posta al giudizio delle larghe masse». (Lotta contro l’espulsione dai sindacati)

Un’altra organizzazione, apparentemente rivoluzionaria ma che si prefiggeva lo scopo di sabotare l’unità sindacale, era quella degli anarco-sindacalisti che, in nome di una pretesa autonomia dai partiti, di fatto affiancavano i riformisti nell’opera scissionista.

All’apertura del Congresso fu Angelo Tasca a portare i saluti dei sindacati rossi italiani. Tasca relazionò, inoltre, sulle esperienze del proletariato italiano sotto i colpi della reazione, svolse un ampio rapporto sugli errori del movimento sindacale italiano, sulla situazione generale e concluse affermando che in tutti i paesi capitalisti il proletariato era minacciato dal fenomeno fascista perché esso rappresentava una determinata forma di organizzazione del capitale.

Seguendo quanto affermato da Lozovsky possiamo dire che il 2° Congresso dell’Internazionale sindacale rossa si pose principalmente il problema di concentrarsi su ciò che accomunava l’insieme del movimento internazionale, quindi volle attirare l’attenzione soprattutto su questioni pratiche: Fronte unico, Unità sindacale, Organizzazione, Rapporto con gli anarco-sindacalisti.

*  *  *

I lavori del 2° Congresso iniziarono il 21 novembre con la partecipazione di 213 delegati (100 dei quali con voto deliberativo), sensibilmente meno rispetto ai 380 del primo congresso, ma ciò non significa che l’influenza del Profintern fosse diminuita, anzi, come aveva affermato Lozovsky al V Congresso dei sindacati russi (settembre), nonostante le scissioni e le espulsioni l’influenza dei rivoluzionari era aumentata. Importanti furono i dati forniti sulla suddivisione dei delegati tra le diverse attività: il 25% erano metalmeccanici, quasi il 19% lavoratori dei trasporti, il 14% operai edili, circa il 10% minatori, seguivano poi tipografi, pellettieri, etc.

Riguardo alle masse proletarie aderenti all’Internazionale rossa, Lozovsky valutò una cifra tra i 12 ed i 15 milioni, praticamente non inferiore ad Amsterdam per il fatto che un terzo dei loro membri simpatizzava per Mosca, mentre il Profintern non aveva nessuno che simpatizzasse per Amsterdam.

Comunque l’argomento più spinoso che il congresso dovette affrontare e risolvere fu quello del rapporto organico tra l’Internazionale Comunista e l’Internazionale sindacale rossa, rapporto che la componente anarco-sindacalista rifiutava di accettare. 

Stabilita questa non accettazione di principio, all’interno del movimento anarco-sindacalista si erano verificate due opposte correnti: da una parte gli anarchici “puri” che vollero fondare una loro Internazionale completamente indipendente ed autonoma con uno spiccato indirizzo anticomunista ed antisovietico; dalla parte opposta i sindacalisti rivoluzionari tra i quali si ebbe una forte tendenza che, ponendosi interamente sulla stessa piattaforma dei comunisti ed ammettendo la dittatura del proletariato, si dichiararono disposti a restare all’interno della ISR qualora venisse sciolto il legame organico con l’Internazionale Comunista.

Questa aspirazione aveva preso corpo soprattutto nelle risoluzioni del Congresso sindacale di Saint-Etienne (tenutosi a fine giugno) nel corso del quale era stato deciso di inviare dei delegati al II Congresso dell’ISR, facendo però dipendere la sua eventuale adesione ad una modifica degli Statuti, ossia il riferimento al legame organico tra le due Internazionali di Mosca. 

Le dichiarazioni di Lozovsky al congresso della CGTU e successivamente nel corso delle discussioni al vertice dell’ISR avevano ben lasciato intendere che si era disposti a fare questa concessione ai sindacalisti rivoluzionari, soprattutto francesi.

Già a fine settembre il Comitato esecutivo della CGTU, nell’organo sindacale “La Vie Ouvrière” aveva redatto un lungo memorandum che illustrava l’andamento del dibattito sulla questione per giustificare la propria posizione. 

Il memorandum poneva al Congresso una serie di proposte di modifica degli Statuti e, in particolare, quella dei rapporti tra il Komintern e l’Internazionale Sindacale Rossa, che mirava a sostituire le relazioni permanenti e fisse (“organiche”) prescritte dagli statuti con un impegno alla attuazione di azioni congiunte, quando ne fosse stata riconosciuta la necessità, da parte dei due organismi.

L’obiettivo della CGTU era quello di enfatizzare l’indipendenza e l’uguaglianza dei diritti dei sindacati rivoluzionari nei confronti dei partiti e creare una situazione in cui il rapporto di reciprocità non operasse più automaticamente, ma dovesse essere di volta in volta ristabilito. La CGTU aveva chiesto anche un’altra concessione ideologica: il riconoscimento del concetto di dittatura del proletariato come condizione di ammissione alla ISR avrebbe dovuto subire un “ammorbidimento” sottolineando il suo carattere provvisorio.

La leadership bolscevica raggiunse un accordo di compromesso con la CGTU poco prima dell’inizio del congresso della ISR, cosicché al Congresso non rimase che prendere atto di quanto già deciso. 

Fu così che il 2° Congresso del Profintern, per evitare ulteriori scissioni al suo interno, abolì l’articolo dello Statuto che, di fatto, legava ad un rapporto organico le due Internazionali di Mosca e, ovviamente, subordinava l’Internazionale sindacale a quella politica; inoltre riformulò gli statuti in base alle richieste dei sindacalisti rivoluzionari.

Questo per i delegati francesi rappresentava un punto irrinunciabile, soprattutto mal posto se si pensa al tono ultimativo: “od otteniamo questo, oppure non aderiremo”.

Ad Andrés Nin, anche riguardo ai suoi trascorsi di sindacalista rivoluzionario, venne affidato il compito di presentare l’intervento sui rapporti tra ISR e IC. Egli iniziò parlando delle condizioni generali in cui si svolge la lotta operaia. Questo gli permise di dare una giustificazione storica del sindacalismo rivoluzionario in quanto movimento che, prima del 1914, si era opposto al riformismo della socialdemocrazia. Aggiunse però che dopo la situazione era cambiata radicalmente, a partire dalla Prima Guerra Mondiale nel corso della quale da un lato si erano verificati i tradimenti dei leader sindacalisti che finirono nella collaborazione social-patriota, e dall’altro la vittoria della Rivoluzione russa. La guerra non aveva portato soltanto alla distruzione del socialismo pacifista, aveva pure sconfitto l’anarcosindacalismo. La dittatura del proletariato instaurata in Russia non tardò a smascherare la natura democratica sia del socialismo che dell’anarcosindacalismo

Illustrò poi in modo approfondito le varie tendenze sviluppatesi in campo anarchico e sindacalista rivoluzionario dopo la fine del conflitto. Gli anarcosindacalisti si erano rivelati dei veri e propri avversari del Profintern in quanto si opponevano alla Rivoluzione russa. Affermò che l’atteggiamento nei confronti della Rivoluzione russa doveva essere di chiara adesione e sostegno. «Non possiamo tollerare qualsiasi attacco alla rivoluzione russa, perché è anche la nostra rivoluzione». 

La offensiva del capitale ha dimostrato chiaramente come la borghesia si sia fortemente organizzata in partito di classe ed abbia deposto la maschera. «La classe operaia deve operare egualmente. La rivoluzione insegna a tutti la necessità di esercitare la dittatura proletaria. Ogni sforzo contro tale azione è per lasciare la mano libera ai capitalisti.» (Il Sindacato Rosso – 30/12/1922)

Criticò aspramente i tentativi che erano stati fatti per organizzare un’internazionale anarco-sindacalista, riferendosi in particolare al discorso di Shapiro alla conferenza di Berlino del giugno 1922, dove si era presentato come rappresentante di un’opposizione sindacalista nei sindacati russi, che in realtà non esisteva.

Nin parlò a nome di quei pochi sindacalisti che erano disposti a lavorare nell’ISR senza alcuna riserva, ma i veri destinatari del suo discorso erano i membri della maggioranza sindacalista che erano disposti ad aderire, ma solo a determinate condizioni. Questo valeva innanzitutto per la CGTU ma anche per la “frazione Vecchi” della italiana USI e senza dubbio anche per i Comités Sindicalistas Revolucionarios della CNT, che non erano rappresentati a questo congresso. Nin affermò che il Profintern avrebbe dovuto trovare un accordo con queste organizzazioni. Egli stesso, nel congresso di fondazione dell’ISR aveva sostenuto le risoluzioni sulla necessità di cooperazione tra le due organizzazioni internazionali. Dichiarò che era necessario continuare a coordinare le loro attività, altrimenti si sarebbe caduti nel particolarismo nazionale. Concluse le sue osservazioni facendo un appello ai francesi di adottare lo stesso punto di vista. Tuttavia, non espresse nessun commento sul contenuto concreto delle loro proposte.

Dopo Nin fu la volta di Monmousseau delegato della CGTU che avanzò le richieste di revisione dello Statuto: «Monmousseau (relatore) illustra la difficile situazione in cui la CGTU si è affermata: la borghesia vittoriosa, il social-patriottismo alleato ad essa, una classe operaia con alla testa un partito comunista debole per le lotte intestine.

«Il lavoro difficile ha dato però finora buoni risultati: la CGTU è a Mosca con i lavoratori rivoluzionari. Noi siamo contro gli scissionisti di destra e contro quelli di sinistra. Però, noi abbiamo una vecchia tradizione che ha le sue esigenze: la tradizione sindacalista rivoluzionaria. Essa si è sostituita spesso al partito del proletariato impastoiato nel parlamentarismo, e questa tradizione non si può ignorare. La rivoluzione russa ha dato oltre il colpo di “cravache” ai riformisti anche un colpo alla tradizione sindacalista. La dittatura del proletariato si presenta ai lavoratori sindacalisti come una necessità, ma non ha ancora vinto tutti i sospetti. I rapporti tra l’I.C. e la I.S.R. come la CGTU ha proposto servono a vincere le ultime resistenze.» (Il Sindacato Rosso – 30/12/1922)

A queste dichiarazioni del delegato francese, l’italiano Pietro Tresso replicava affermando «la assoluta necessità di romperla con tutte le tradizioni. Egli dimostrò la necessità di alleanza col partito politico di classe e la necessità che i sindacati siano guidati nella lotta dal Partito Comunista. La borghesia dà l’esempio. La tradizione invocata dai sindacalisti francesi è il pericoloso avanzo di una mentalità piccolo borghese. La lotta più che mai feroce fra la borghesia e il proletariato impone una linea di condotta chiara e precisa. Le diverse battaglie non sono episodi staccati, ma la contrazione logica degli avvenimenti a cui bisogna opporre una linea logica di resistenza, non le tradizioni di un passato che può essere glorioso, ma che non risponde indubbiamente alle esigenze della guerra di classe.

«L’I.S.R. ha il dovere di stabilire questo pensiero e più ancora i comunisti che in essa lottano. È l’unica condizione per lottare vittoriosamente contro il capitalismo.» (Il Sindacato Rosso – 30/12/1922)

E ancora: «Se ora si rimuove il “legame organico”, il lavoro cooperativo di entrambe le organizzazioni verrà sostituito da una rivalità competitiva. Nonostante tutte le critiche necessarie ai singoli partiti comunisti, ciò che è importante è rafforzare il loro carattere rivoluzionario e, in questo modo, rafforzare la loro influenza sui sindacati. Quindi invitò il congresso a non modificare gli statuti.» (Reiner Tosstorff, Profintern. Die Rote Gewerkschaftsinternationale 1920-1937)

L’ultimo intervento su questo punto dell’ordine del giorno fu quello di Zinoviev, presidente del Komintern. «Egli tornò subito ai principi fondamentali, a partire dalla Prima Internazionale, che aveva unito il partito e i sindacati, e dalla Seconda Internazionale, nella quale erano divisi, e dalla quale furono espulsi sia gli anarchici che i sindacalisti. Si riferì poi alla Terza Internazionale, che cercava di instaurare un nuovo rapporto con tutte le forze rivoluzionarie. Infine, passò a considerare le idee dei francesi.

«Ringraziò Monmousseau per aver condannato gli anarchici. In considerazione della necessità di lottare a fianco dei sindacalisti dei paesi latini, disse che si era pronti “a fare concessioni a quei pregiudizi che purtroppo si trovano ancora presenti tra alcuni validi elementi rivoluzionari del movimento operaio. […] Dichiariamo apertamente che il movimento operaio francese vale per noi più di una dozzina di costruzioni teoriche”. Se avessero tenuto fede al principio della cooperazione rivoluzionaria tra il Komintern e l’I.S.R., i dettagli organizzativi precisi non erano così significativi. Dichiarò quindi che l’Internazionale comunista era pronta ad accettare i cambiamenti richiesti dalla CGTU.» (Reiner Tosstorff, Profintern. Die Rote Gewerkschaftsinternationale 1920-1937)

Vi furono, di conseguenza, una serie di piccole modifiche, ad esempio sul significato della dittatura del proletariato, ma il punto principale fu che lo scambio di rappresentanti tra le rispettive leadership delle due Internazionali sarebbe stato sostituito da un comitato d’azione per coordinare qualsiasi attività comune fosse stata necessaria.

Al primo Congresso del 1921 il punto 4 dello Statuto prevedeva: «[…] Unità d’azione con tutte le organizzazioni rivoluzionarie e col partito comunista del proprio paese, in tutte le azioni difensive ed offensive contro la borghesia». Nel secondo Congresso, 1922, lo stesso punto venne così modificato: «Accordo facoltativo e secondo le circostanze, con tutte le organizzazioni rivoluzionarie e il partito comunista del paese»

Infine Dogadov, rappresentante del Consiglio generale dei sindacati russi, lesse una risoluzione in cui veniva affermato che, in considerazione della necessità di avere un blocco rivoluzionario unito, le proposte francesi venivano accettate. Questa risoluzione fu adottata all’unanimità, anche perché, come abbiamo già accennato, tale era la decisione già presa dai dirigenti del Komintern, tramite l’intervento di Zinoviev, decisione che obbligava i delegati comunisti.

Comunque sia, da parte del Partito Comunista d’Italia tale decisione venne ritenuta un errore che avrebbe aperto le porte ad altri successivi errori. Ed infatti al successivo V Congresso dell’IC, il rappresentante della Sinistra italiana affermava: «Al IV Congresso, sul terreno dei rapporti fra organizzazioni politiche ed economiche del proletariato, ci siamo opposti per ragioni di principio ad una concessione fatta ai sindacalisti rivoluzionari, e consistente nella proposta di modificare gli statuti del Profintern e rinunciare al collegamento organico fra Komintern e Profintern. Allora io dissi: questa concessione se ne tirerà dietro altre; come oggi si fa una grave concessione alla tendenza anarco-sindacalista di sinistra, così domani saremo costretti a farne ai sindacalisti di destra, a quella corrente sindacale che, nella forma di destra come in quella di sinistra, non è che lo stesso e sempre ricorrente ostacolo antimarxista sulla nostra strada.»

Che la “vittoria” ottenuta dai sindacalisti rivoluzionari, apportando modifiche agli Statuti dell’ISR potesse rappresentare un pericolo di futura degenerazione, che questo pericolo esistesse era ben chiaro anche ai rappresentanti del Sindacalismo francese che quelle modifiche avevano richieste ed ottenute.

Lo stesso Monmousseau non nascondeva questo fatto: «La risoluzione di Saint Etienne ha avuto piena soddisfazione […] è stata approvata all’unanimità da parte dei delegati dell’Internazionale Sindacale Rossa e Zinoviev è venuto a portare a questa risoluzione l’adesione dell’Internazionale Comunista. 

«[…] La breccia che, per la fiducia che essi hanno riposto in noi, i rivoluzionari hanno fatto nei loro principi, accettando le nostre proposizioni, le concessioni che essi hanno fatte alle diverse tendenze del movimento operaio, sono una porta aperta a tutte le debolezze ed a tutti i germi di decomposizione nel seno della Rivoluzione russa.

«[…] Ricorderò sempre la risposta di Trotsky durante la nostra prima riunione: “Andiamo, voi avete vinto, noi capitoliamo!”» (Il Sindacato Rosso – 13/01/1923)

Quindi era chiaro a tutti a quali conseguenze avrebbero potuto portare le modifiche degli Statuti.

«Il secondo congresso – dichiarò Lozovsky – ha risolto la questione dei rapporti tra l’Internazionale Comunista e l’Internazionale Sindacale Rossa, o piuttosto tra i comunisti e i sindacalisti.

«I sindacalisti-libertari hanno sottoposto ad una critica acerba e violenta le deliberazioni del primo Congresso, soprattutto quelle riguardanti il legame organico con l’Internazionale Comunista. I sindacalisti francesi, fra i quali avevamo visto al primo congresso manifestarsi su questo argomento diverse tendenze, si sono messi alla testa del movimento. La tendenza dei “sindacalisti puri” ha visto nell’unione organizzata dell’Internazionale comunista con l’Internazionale Sindacale Rossa una ragione per creare una nuova Internazionale sindacalista, completamente indipendente dall’Internazionale Comunista, completamente autonoma. Qualche gruppo si è orientato in questo senso: “localisti” tedeschi, sindacalisti italiani, svedesi e olandesi. Autonomia e indipendenza, queste sono state continuamente le parole d’ordine dei sindacalisti-libertari contro l’Internazionale Sindacale Rossa. Ma vi era anche fra i sindacalisti una fortissima tendenza che, ponendosi completamente sulla piattaforma dei comunisti accettando la dittatura del proletariato, avrebbero voluto collaborare con essi, pur pensando che il lavoro tra l’Internazionale Comunista e l’Internazionale sindacale Rossa non dovessero avere un carattere organico. Tra quei sindacalisti – il cui punto di vista è che essi e non i comunisti sono all’avanguardia del movimento operaio – il bisogno del fronte unico coi comunisti si faceva sentire. Questa aspirazione si concentrò nelle risoluzioni del Congresso di Saint-Etienne e nelle proposte della delegazione francese al secondo Congresso. Per i comunisti la questione era chiara. I nostri compagni sindacalisti, non esprimevano che vecchi pregiudizi. Ma siccome erano di operai rivoluzionari animati da un reale desiderio di azione, di un grande numero di organizzazioni e non di qualche personalità, i comunisti hanno coscientemente ceduto allo scopo di realizzare il fronte unico contro il riformismo ed il capitalismo, nella speranza che l’azione e l’esperienza prossima dimostri la giustezza del punto di vista dei comunisti. Approvando questa risoluzione il Congresso ha risolto il conflitto fra l’Internazionale Sindacale Rossa e le organizzazioni sindacaliste-libertarie.

«Per maggiore chiarezza il Congresso ha indirizzato un manifesto alle organizzazioni sindacaliste-libertarie di tutti i paesi e alla Conferenza di Berlino invitandole ad aderire all’ISR e non accanirsi a dividere il movimento sindacale internazionale e a lavorarvi con gli operai rivoluzionari di tutti i paesi, alla liberazione della classe operaia». (Il Lavoratore – 29/12/1922)

Da parte loro i sindacalisti rivoluzionari di Francia ed Italia espressero il loro ringraziamento con la seguente dichiarazione: «Le delegazioni sindacaliste francese ed italiana registrano con la più grande soddisfazione il voto unanime del 2° congresso sulle reciproche relazioni tra le due Internazionali. […] Questa intesa permette un maggiore sviluppo del movimento proletario mondiale e di abbreviare l’ora della liberazione dei lavoratori. […] Viva la dittatura del proletariato! Viva l’Internazionale sindacale rossa!»

Sentito il “Rapporto Morale” dell’Ufficio Esecutivo il Congresso approvava: 1) l’attività svolta per la realizzazione del fronte unico proletario allo scopo di resistere all’offensiva del capitale; 2) Le reiterate offerte di azione comune rivolte all’Ufficio Esecutivo dell’Internazionale di Amsterdam. Offerte cadute ovviamente nel vuoto a causa dell’attitudine collaborazionista di quest’ultima; 3) Gli sforzi tentati per raggruppare all’interno dell’ISR tutte le organizzazioni anarco-sindacaliste in vista della comune lotta contro la borghesia ed il riformismo; 4) L’opposizione al tentativo di costituzione di una nuova internazionale sedicente “indipendente”, ma di fatto anarchica; 5) Il riconoscimento della costituzione di un fronte unico riformista e anarchico in lotta sia contro l’ISR che l’IC e la rivoluzione di Russia; 6) La necessità di rafforzare l’influenza ed il ruolo dei comitati internazionali di industria per la concentrazione di tutte le forze rivoluzionarie del movimento sindacale nelle organizzazioni di industria che agiscono sul piano internazionale; 7) Si ammetteva un insufficiente legame tra le organizzazioni aderenti all’ISR ed il loro Centro, prospettando però la realizzazione di un legame permanente e sistematico tra tutte le organizzazioni in vista delle future battaglie.

Sulla parola del Fronte unico non ci furono obiezioni di sorta. Così affermava Lozovsky: «Il fronte unico non ha avuto oppositori. Esso ne aveva qualche mese fa: ma la vita e le esperienze sono maestre severe, ed esse hanno dimostrato che la tattica del fronte unico non era una invenzione dei bolscevichi moscoviti, ma la sola che si imponga ai proletariati d’America e d’Europa. Se l’Internazionale Comunista e l’Internazionale Sindacale Rossa l’hanno preconizzata non è che un merito di più per esse. Il secondo Congresso non ha discusso che l’applicazione pratica del fronte unico.» (Il Lavoratore – 29/12/1922)

Per la realizzazione pratica del Fronte unico veniva disposto che i sostenitori dell’ISR dovessero innanzi tutto: 1) Organizzare e condurre una energica resistenza all’offensiva del capitale; 2) Mai perdere di vista che il compito principale sta nell’organizzazione di movimenti comuni a tutti i gruppi operai; 3) Unità, disciplina, solidarietà nella azione di tutte le forze rivoluzionarie costituiscono condizione principale per la formazione del fronte unico; 4) Perché poggi su solide basi il Fronte unico deve essere il risultato di un intenso lavoro tra le masse proletarie e nei luoghi di lavoro «e non da accordi tra i vertici sindacali.»

La difesa dagli attacchi del capitale doveva basarsi su obiettivi elementari e condivisibili da ogni operaio:

a) Lotta contro la diminuzione dei salari, quale che ne sia la causa. A uguale lavoro uguale salario tra uomini e donne; b) Lotta per il mantenimento delle otto ore e contro l’allungamento dell’orario per quelle speciali categorie che hanno una giornata lavorativa più corta; c) Lotta a favore delle rivendicazioni economiche della gioventù e resistenza al suo utilizzo come concorrente al proletariato adulto; d) Mantenimento delle protezioni di lavoro conquistate e loro estensione alle lavoratrici e alla maternità; e) Resistenza a qualsiasi attacco del capitale ai diritti ed alle conquiste della classe operaia; f) Lotta per l’indennità ai disoccupati per tutto il periodo della disoccupazione: pari indennità ad uomini e donne. g) Lotta sistematica ed organizzata contro i gruppi paramilitari della borghesia e dello Stato; h) Lotta contro ogni tipo di aggressione ed armamento del proletariato; i) Lotta per l’abrogazione dei trattati di pace imperialisti e contro gli attacchi alla Russia sovietica; l) lotta contro lo sfruttamento e l’asservimento delle masse proletarie delle colonie, senza distinzione di razza» (Gli scopi del Fronte unico).

Un aspetto degno di nota fu l’attenzione particolare che il congresso riservò ai movimenti sindacali dei paesi coloniali e semi-coloniali. Affermava Lozovsky: «A Giava, in Cina, nelle Indie, il movimento operaio si sviluppa impetuosamente. […] In questi paesi il movimento operaio è ancora attratto dal nazionalismo, soprattutto laddove si impone la lotta contro l’occupante straniero. Tuttavia lo spirito classista si fa sempre più nettamente sentire in questo formidabile torrente rivoluzionario. E il dovere dell’ISR, come quello dell’IC, è di dare a questo movimento di classe una forma sempre più precisa e profondamente rivoluzionaria, di penetrarlo di uno spirito comunista perché possa ottenere il massimo dei risultati nella lotta contro il capitale straniero e nazionale.

«I lavoratori di Europa, di Asia, di Africa e di Australia si avvicinano alla bandiera rossa del Profintern perché essi vi leggono: “Guerra a morte al capitalismo, in nome del potere della classe operaia!”»

Il 2° Congresso fu soprattutto un congresso pratico occupandosi principalmente di questioni di organizzazione e di attività pratica. I principi generali erano già stati stabiliti e quindi si limitò ad approvare il programma di azione elaborato al primo congresso che riassumeva l’esperienza del movimento sindacale rivoluzionario di tutti i paesi.

Il congresso non evitò di prendere in seria considerazione le difficoltà che il movimento sindacale rivoluzionario si sarebbe imposto di superare: decine di milioni di proletari seguivano ancora i riformisti; a milioni erano inquadrati in sindacati cattolici, democratici, protestanti, mentre altre decine e decine di milioni erano del tutto fuori da qualsiasi organizzazione.

In presenza di una classe operaia di cui una parte molto consistente era inserita in organizzazioni complici del capitalismo l’ISR avrebbe avuto la necessità di adottare un programma ed una tattica adeguati. Ma l’altro aspetto, ancora più grave, era costituito da quelle enormi masse proletarie non organizzate. «Così il compito più importante del prossimo periodo – stabilì il Congresso – consiste nella lotta per il raggruppamento degli operai dispersi, per l’aumento della forza dei sindacati, per l’attrazione delle larghe masse nelle organizzazioni sindacali. La nostra parola d’ordine è: “Nessun operaio deve restare fuori dai sindacati”. È della massima importanza combattere la teoria che tende a giustificare l’abbandono dei sindacati in nome di considerazioni rivoluzionarie. […] La loro propaganda deve essere energicamente combattuta […] perché la rivoluzione sociale è impossibile senza gli operai organizzati sindacalmente. […] Ma le larghe masse possono essere attratte nei sindacati solo attraverso un lavoro instancabile e sistematico per le rivendicazioni ed i bisogni quotidiani e pratici degli operai» (Questioni di organizzazione – Lotta per il consolidamento dei sindacati)

Altro problema importante preso in esame fu quello finanziario.

Un’altra questione affrontata dal congresso fu la proposta della formazione di un comitato d’azione che coordinasse l’attività delle tre organizzazioni sindacali americane aderenti all’Internazionale sindacale di Mosca: l’United Labor Council of the Independent Trade Unions, la minoranza IWW e l’opposizione dell’AFL raggruppata nel TUEL. Però, anche se il Comitato venne, sulla carta, realizzato, di fatto non funzionò mai a causa dei continui disaccordi e contrasti tra le tre organizzazioni.

Senza dubbio il Congresso portò ad un consolidamento dell’Internazionale sindacale rossa che, a differenza di Amsterdam che era radicata soltanto in Europa e limitatamente nell’America del Nord, il Profintern fin dalla sua nascita aveva stabilito un gran numero di contatti con i paesi coloniali e semicoloniali ed a questo secondo congresso fu in grado di dimostrare la sua presenza ed attività in ogni parte del mondo.

«Il secondo congresso del Profintern – dichiarava Lozovsky – ha dimostrato come sia già grande l’influenza delle idee rivoluzionarie nel movimento sindacale internazionale. I lavoratori d’Europa, d’Asia, d’Africa e d’Australia marciano verso la bandiera rossa dell’internazionale sindacale rossa perché essi vi leggono: “guerra a morte al capitalismo, in nome del potere della classe operaia!”.

«Quando vinceranno? Il secondo congresso non poteva dirlo. È che il proletariato mondiale subirà ancora delle sconfitte parziali, ma, attraverso le sue lotte e le sue disfatte, esso forgia le grandi associazioni mondiali – l’Internazionale Comunista e l’Internazionale dei Sindacati Rossi – che guideranno alla vittoria definitiva.» (“Il Lavoratore” – 29/12/1922)

Il Sindacato Rosso del 5 maggio 1923 annunciava l’adesione al Profintern da parte del Segretariato Operaio Nazionale di Olanda: «Questa adesione è l’epilogo di una lunga lotta, nella quale gli avversari dell’ISR, dopo essersi serviti di tutti i mezzi, sono stati finalmente battuti […] I sindacalisti olandesi avevano da scegliere fra l’Internazionale Sindacale Rossa e quella in via di formazione di Berlino. Essi si sono decisi per l’ISR, la quale davanti allo sfacelo dell’Internazionale di Amsterdam appare sempre più come l’unica organizzazione capace di raggruppare e unire i lavoratori di tutti i paesi per condurli alla battaglia.»

Passando poi a trattare degli operai italiani emigrati in Francia affermava: «I lavoratori italiani, già maturi alla rivoluzione comunista e sconfitti per il tradimento e gli errori dei capi socialdemocratici, sanno che il loro dovere in Francia è quello di lottare al fianco dei lavoratori francesi: ospiti graditi dei loro compagni di classe, essi dichiarano di perseverare nella tattica del comunismo e sono disposti ancora e sempre ad ogni sacrificio per il trionfo della rivoluzione. […] Nel campo sindacale i dirigenti del movimento proletario italiano in Francia si propongono di ottenere la iscrizione dei lavoratori Italiani alla CGT Unificata che aderisce all’Internazionale dei Sindacati Rossi; di lottare contro la Confederazione riformista di Amsterdam che sabota il fronte unico al pari dei D’Aragona, Colombino, Baldesi, Buozzi, e di appoggiare entusiasticamente la CGT Unificata sulla sua azione per il fronte unico rivoluzionario e contro tutti i nemici, aperti o celati della Russia dei Soviet. […] Ed al capitalismo francese che, con occhio avido, guarda agli emigranti italiani come all’esercito di riserva per la lotta contro la locale classe lavoratrice, essi dicono ancora alto e forte che sono i fratelli degli operai rivoluzionari francesi, pronti ad aiutarli, a seguirli, a precederli nelle contese quotidiane contro i comuni sfruttatori». (Il Sindacato Rosso – 05/05/1923)