Partito Comunista Internazionale

DALL’ARCHIVIO DELLA SINISTRA

Categorie: Party History, PCd'I, Third International

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– Lettera di Vorovskij a Lenin sulla “situazione italiana” (25/09/1921)

– 4 documenti dalle riunioni della Commissione illegale del Komintern (26/02/1923, 05/05/1923, 16/05/1923, 22/05/1923)

I documenti di archivio che riproponiamo su questo numero della nostra rivista, senza approfondire lo specifico dei vari problemi e sui quali torneremo, riguardano l’atteggiamento tenuto dall’Internazionale Comunista nei confronti del Partito Comunista d’Italia nei momenti in cui la maggior parte delle sue energie doveva essere riservata a fronteggiare la più feroce repressione.

Accusare, in una situazione simile, di inefficienza un partito che lottava con tutte le sue forze per non scomparire rappresentava un atteggiamento, come minimo, poco “generoso”.

Praticamente il problema principale, da cui si generò ogni tipo di dissenso fu la negazione da parte nostra del “fronte unico politico”. Da qui sia il rifiuto di ogni tipo di noyautage all’interno di altri partiti e organizzazioni politiche in generale, adoperandosi alla conquista di partiti o pezzi di partito. Nostra tesi è sempre stata che i partiti non si conquistano.

Quindi, di fronte al fallimento di tutti i tentativi di addivenire ad unioni impossibili da parte dell’Internazionale, la cosa più semplice fu quella di darne, sempre e comunque, colpa al “sabotaggio” del PCd’I.

Ma andiamo per ordine. Il primo dei documenti di seguito ripubblicati è una lettera (fine settembre 1921) di Vorovskij a Lenin sulla situazione politica in Italia.

In questa lettera viene affrontato quello che, fin dal gennaio 1921, sembra essere stato il problema principale dell’Internazionale in Italia: la riconquista del PSI o almeno di una sua cospicua parte.

La cosa interessante è come Vorovskij da un lato descriva il partito socialista e soprattutto Serrati, praticamente come inconquistabili ed opportunisti fino alle midolla, ma, allo stesso tempo accusi il giovane partito comunista di essere povero di dirigenti competenti ed incapaci di organizzare il partito.

A dimostrazione della disorganizzazione del PC d’Italia doveva però limitarsi a criticare il fatto che a Roma non era ancora stato trasferito il quotidiano “Il Comunista” che già veniva regolarmente pubblicato a Milano e che sarebbe stato trasportato a Roma dopo solo 5 giorni dalla lettera a Lenin. Naturalmente tutte le difficoltà che il partito era costretto ad affrontare, non ultima quella economica, e la totale mancanza di collaborazione da parte della “Missione commerciale” sovietica, non venivano prese in considerazione.

A tempo debito sarà opportuno riprendere lo studio approfondito dell’argomento sui tentativi di “riconquista” del partito socialista mentre, come abbiamo accennato precedentemente, ad ogni fallimento ne veniva data la colpa al PCd’I: «Siamo abituati ad essere trattati come i figli della serva», scrisse Terracini a Gramsci l’8 marzo 1923. Per ora sarà più che sufficiente riportare la parte che si riferisce alla questione della lettera inviata nel maggio 1923 dalla Commissione Illegale dell’IC all’Ufficio I del PC d’Italia:

«ADERIRE AL PSI. Ora vi si presenta un compito particolare, se accetterete le proposte fatte dal CEIC [Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista – N.d.r.] riguardo all’inserimento dei comunisti nelle fila del PSI per rafforzare la frazione dei fusionisti e per consentire loro di ottenere rapidamente la maggioranza nel partito. Questa misura richiede da parte vostra estrema cautela e abilità. L’ingresso nel PSI deve essere organizzato in modo discreto rispetto ai socialisti, e bisogna agire seguendo un piano preciso. Allo stesso tempo, questo ingresso non deve compromettere l’organizzazione del PCd’I. Anche dopo l’ingresso dei comunisti nel PSI è necessario mantenere il collegamento organizzativo con il PCd’I. Nelle fila del partito socialista i nostri compagni devono fungere da collante per i fusionisti e da fermento per gli instabili, devono mobilitare le masse amorfe di socialisti e utilizzare la copertura più legale del PSI per il lavoro a livello di partito nel suo insieme. Se questa operazione viene condotta abilmente, i risultati possono essere molto buoni, e potrete conquistare sia le masse socialiste sia organizzazioni proletarie estremamente importanti. In caso contrario, la grande conquista passerà nelle mani dei riformisti e la costruzione di un grande partito comunista di massa in Italia sarà ancora più difficile e ritardata.»

Ci verrebbe da chiedersi che razza di comunisti fossero i compagni che dirigevano la Commissione illegale dell’Internazionale Comunista. Ma c’era ancora qualcosa d’altro. Rakosi, l’inviato del Komintern in Italia, aveva imbastito con esponenti del PSI una trattativa tutta sua personale e perfino indipendente dalle stesse istruzioni di Mosca. A questo proposito, in una lettera di Scoccimarro a Gramsci leggiamo: «Insomma la passività, di cui si vuole accusare il nostro Part. e nella quale si vuol vedere un atto di sabotaggio della fusione, è derivata da ben altre ragioni e non può essere giudicata come l’ha fatto il “pinguino” [Rakosi – N.d.r.] in Italia ed altri compagni a Mosca.» (Scoccimarro a Gramsci – 24/02/1923). Una decina di giorni dopo sarà ancora Scoccimarro a tornare sulla questione: «Rakosi ha sempre pensato che […] è conveniente rinviare la quistione della fusione. […] Nel frattempo i due partiti dovrebbero formare una specie di blocco, di Federazione. E così il P.S. avrebbe potuto ancora […] continuare a sfruttare il nome e l’autorità dell’I.C. di fronte al proletariato italiano. […] Nel frattempo il P.C. ridotto alla più assoluta illegalità non potrebbe far sentire la sua voce come gli altri, ciò che consentirebbe ai nostri nemici di proclamare ai quattro venti la nostra scomparsa come partito, l’impossibilità di fondersi con ciò che non esiste, e quindi la necessità che la I.C. riconosca infine che il P.S.I. è la sola sua Sezione in Italia. […] Queste sono le direttive della tattica seguita da Rakosi.» (Tratto da: “Antonio Gramsci – Epistolario”)

Questo è quanto si era arrivati a prospettare: la scomparsa del partito comunista a tutto vantaggio del PSI.

Naturalmente è facile ribattere che si era trattato di una iniziativa personale di Rakosi. Questo è vero, ma Rakosi era l’inviato dell’Internazionale Comunista.

Invece i quattro documenti che seguono la lettera a Lenin sono ripresi da riunioni segrete della Commissione illegale dell’I.C. 

Il primo di questi quattro documenti, riferito alla riunione del 26 febbraio 1923 è veramente sconcertante per le dichiarazioni di Gramsci, che si trovava a Mosca per rappresentare il PCd’I, esserne il portavoce e sostenere le sue posizioni. Ecco, nel corso di questa riunione, Gramsci non si comporta come rappresentante, ma addirittura come pubblico ministero e le accuse rivolte al partito, oltre che gratuite e infondate, sono di una enorme gravità.

Dai nostri denigratori si potrà anche affermare che le dichiarazioni fatte da Fortichiari nelle successive sedute siano in parte dovute alla necessità di difendere l’Ufficio I da lui diretto. Però altri comunisti italiani, e non della Sinistra, esprimevano valutazioni tutt’altro che negative sulla salute del partito italiano: «Per quanto riguarda il nostro Partito, pur prevedendo per l’avvenire periodi di reazione ancora più intensa, in generale io non sono pessimista. Con un lavoro sistematico e continuo, fatto con molta prudenza, si potrà mantenere in vita l’organizzazione, che dovrà naturalmente avere un carattere interamente illegale, pur non rinunciando a quella vernice di legalità che la situazione consente ed impone. Per svolgere però tale lavoro è assolutamente indispensabile rimanere in Italia. […] Occorre combattere energicamente fin d’ora la tendenza “emigratoria” dalla quale sembrano solleticati alcuni compagni, sempre che l’emigrazione non si presenti per alcuni come una necessità di fatto, dovuta a ragioni che non siano i pericoli che l’attività di partito porta con sé oggi in Italia. Son certo che anche tu sei di quest’avviso» (Scoccimarro a Gramsci – 24/02/1923 – Tratto da: “Antonio Gramsci – Epistolario”) 

No, come vedremo nel documento in cui prende la parola, Gramsci non era di quell’avviso. Ma, a sua parziale discolpa, in una lettera inviata al C.E. del PCd’I, scriveva: «Qui si viveva d’impressioni e si giudicava la posizione del Partito dalle notizie catastrofiche dei giornali. Noi mancavamo assolutamente di notizie concrete; unico giornale italiano che desse informazioni ampie: l'”Avanti!”». (Gramsci al C.E. del PCd’I – 29/03/01923)

*  *  *

Lettera del rappresentante permanente della RSFSR in Italia V.V. Vorovskij a V. I. Lenin sulla situazione politica in Italia e nel movimento socialista italiano

Roma, 25 settembre 1921

Caro Vladimir Il’ič,

Non vi avevo scritto nulla riguardo agli affari locali, innanzitutto perché descrivevo tutto ciò che catturava la mia attenzione nei rapporti a Čičerïn e Litvinov, pensando che anche a voi sarebbero stati comunicati gli aspetti maggiormente interessanti, e in secondo luogo perché qui c’erano sempre persone speciali che informavano Mosca, alcune delle quali nel frattempo erano state a Mosca insieme agli italiani, e mi sembrava che non valesse la pena sottrarvi tempo raccontando di nuovo, dal mio punto di vista, cosa e come si stava facendo qui. Ma dato che lo desiderate, sarò felice di scrivervi come vedo le relazioni locali. 

I principali aspetti che determinano sia le posizioni di entrambi i partiti [PCd’I e PSI – N.d.r.] sia le loro relazioni dipendono da tre fattori: 1. Il calo dell’ondata rivoluzionaria, che accompagna la crisi industriale generale, che ha colpito tutte le industrie italiane, crescendo ogni giorno e minacciando gravi difficoltà alla classe operaia; 2. una reazione politica, naturalmente accompagnata da questa crisi e che si manifesta nella concentrazione delle forze borghesi contro il movimento proletario; e 3. l’impressione ancora troppo fresca della recente scissione, a causa della quale non si può ancora parlare di un possibile riavvicinamento tra i partiti divisi.

La crisi generale che ha colpito l’industria italiana ha avuto riflessi sulle relazioni tra le due parti, perché nel licenziamento degli operai in prima fila si contavano i comunisti, mentre il Partito Socialista utilizzava come mezzo di propaganda l’indicazione che le sue istituzioni offrivano ai lavoratori la possibilità di superare la crisi, mentre il Partito Comunista era incapace di proteggere i propri membri. Si arrivava al punto che i socialisti diffondevano voci secondo cui riuscivano a ricevere da noi ordini per quelle fabbriche dove i comitati di fabbrica erano nelle loro mani, mentre i comunisti non erano in grado di farlo. La crisi ha colpito molto duramente il Partito Comunista. Il partito era ancora giovane, non consolidato, non aveva avuto il tempo di creare una buona organizzazione ed era estremamente povero di dirigenti competenti. La composizione dei cosiddetti leader nel partito comunista era estremamente variegata, eterogenea; gli operatori energici erano molto pochi e l’incapacità si percepiva ad ogni passo. Così, fino ad oggi non riescono ancora ad organizzare un organo centrale quotidiano a Roma, nonostante dispongano di mezzi per farlo. L’assenza di tale organo nel centro politico trasforma il partito in un qualche tipo di apparato provinciale, privo di voce. “Ordine Nuovo” è un grande giornale ben organizzato, pubblicato a Torino e già per Milano, per non parlare di Roma, è considerato un organo provinciale. Da circa tre mesi il Comitato Centrale del partito promette di iniziare a pubblicare un giornale a Roma, ma non c’è certezza che il primo numero uscirà perfino il 1° ottobre. Questi difetti organizzativi, insieme alla difficile situazione finanziaria e politica del partito, servono certamente a vantaggio del partito socialista, che ha inoltre nelle proprie mani la maggioranza delle Camere del Lavoro e può, nel momento della crisi acuta, attrarre i lavoratori con le proprie possibilità materiali.

Nella stessa direzione ha agito un altro momento che ha accompagnato la crisi, l’aggravarsi della reazione politica. La forma caratteristica di questa reazione furono, come sapete, le organizzazioni militari della borghesia, le cosiddette alleanze o “fascio di combattimento”, composte dai figli dei proprietari industriali e terrieri, dagli studenti nazionalisti e da ogni genere di avventurieri del dopoguerra fino ai criminali. Il governo permise solo tacitamente a queste organizzazioni di armarsi e diede alle autorità di polizia locali la libertà di fare ciò che volevano, sotto forma di pieno sostegno ai pogrom fascisti. Lo scopo di questa politica, di Giolitti e Bonomi, era quello di terrorizzare comunisti e socialisti disarmando i primi e costringendo i secondi a raggiungere un accordo con il governo. Giolitti, grande conoscitore degli italiani, sapeva il fatto suo: il suo obiettivo, poiché dipendeva dai suoi sforzi, era stato raggiunto. Sebbene vi sia stata una certa convergenza locale sul posto di lavoro di elementi socialisti e comunisti in organizzazioni comuni di difesa – i cosiddetti “Arditi del Popolo” – a livelli più alti si era raggiunto un acutizzarsi ancora maggiore dell’ostilità. Mentre i comunisti accettavano la lotta, i socialisti, senza smettere di gridare nei loro organi sulla violenza brutale contro la loro innocenza, finirono gradualmente per concludere una vergognosa pace con i fascisti, e l’ala destra di essi – Turati, Treves e Co. – sollevò apertamente la questione della collaborazione nel Governo. Così, tutto lo sviluppo in questi nove mesi tendeva a una divisione spontanea tra i due partiti, divisi a Livorno. È possibile un avvicinamento tra loro dopo il Congresso del Comintern? È possibile una scissione nel partito socialista e, in seguito, un’unione della sinistra con i comunisti? Queste sono le domande che, a quanto pare, vi ponevate al Congresso e che ora vengono poste al congresso del partito socialista a Milano.

Quando partii per l’Italia, ero portato a pensare che nel conflitto tra il Comintern e i serratiani, il Comintern avesse assunto una posizione sbagliata, che stesse forzando troppo la divisione e volesse a tutti i costi imporre un certo punto di vista pregiudiziale sugli affari italiani. Mi preparavo intenzionalmente a una possibile obiettività e persino a un atteggiamento conciliatorio. Tuttavia, nonostante tutta questa preparazione, passo dopo passo dovevo ricredermi e convincermi che la situazione fosse molto più vicina al “pregiudizio” del Comintern che alla mia “obiettività”. È significativo che un’evoluzione del tutto simile l’abbia compiuta il compagno V-kyj [Non sappiamo a chi si riferisce – N.d.r.], recentemente giunto qui, con cui ho parlato ieri. Non conoscendo affatto le mie impressioni e opinioni, ha esposto il risultato dei suoi dieci giorni di negoziati con i socialisti e ne è venuto fuori esattamente lo stesso risultato.

La scissione di Livorno ha sottratto al partito socialista l’elemento più rivoluzionario e deciso, e a causa di ciò il livello generale di rivoluzionarismo del partito si è notevolmente abbassato. Tra i membri influenti del partito — i leader – c’è un piccolo gruppo di persone ostili al riformismo, al collaborazionismo e ad altre simili nefandezze, ma, prima di tutto, sono troppo pochi per staccarsi come gruppo a sé, e in secondo luogo, non si uniranno ai comunisti: la tradizione della scissione è ancora troppo recente e l’astio reciproco troppo forte. Attualmente, nella propaganda pre-congressuale, ci sono in realtà due gruppi: i riformisti — i cosiddetti concentrazionisti — e i serratiani, che per qualche motivo si definiscono massimalisti. Il gruppo di Alessandri non rappresenta nulla, e l’opposizione di Maffi, Riboldi e pochi altri, di cui si sa in anticipo che non lascerà il partito, ha un significato puramente astratto. Per quanto riguarda i due gruppi principali, essi si incarnano in due leader: Turati e Serrati. Questi leader rappresentano i rispettivi gruppi, perché nella situazione politica in cui entrambi si trovano, i leader sono autorità indiscusse e si può dire da ora che tutti i riformisti seguiranno Turati, come tutti gli unitari seguono Serrati.

La politica di entrambi i gruppi può essere descritta con sufficiente precisione non solo in termini di ideologia, ma persino in relazione alla personalità dei due leader. Turati è un opportunista, un uomo di adattamento. Immerso fino al collo nell’atmosfera piccolo-borghese, sostenuto nel partito e nel paese dall’intellighenzia, agisce in funzione delle circostanze. Sentendo che il collaborazionismo è molto impopolare tra le masse, da una parte cerca, nella propaganda pre-congressuale, di rendere popolare la sua idea, dall’altra, al congresso, sembra che eviterà di presentare la relativa risoluzione e aspetterà il momento opportuno, quando qualche congresso straordinario convocato in fretta gli conferirà il potere di entrare nel Ministero. Il suo “avversario” Serrati, che voi conoscete abbastanza bene, è un ipocrita tipico. È ipocrita anche quando non c’è alcun tornaconto, solo per amore dell’arte. Il suo punto di vista ideologico è la negazione del comunismo e del sovietismo, la politica di un forte partito socialista che influenza attraverso il Parlamento il Governo, entrando in un determinato momento nel Governo, insomma, tipica politica socialdemocratica. Naturalmente, in Italia ora non si possono esprimere apertamente simili idee: il ricordo della ondata rivoluzionaria, della occupazione delle fabbriche, è ancora troppo fresco, e la fedeltà dei lavoratori italiani alla Russia Sovietica è ancora troppo viva. Perciò Serrati conduce un gioco sottile e ambivalente: soddisfacendo l’espansività rumorosa degli italiani, conduce lui stesso una politica sovietica molto chiassosa nei retroscena dell'”Avanti” e allo stesso tempo conduce una sottile diplomazia antisovietica in tutte le sue dichiarazioni concrete. Se esaminate attentamente i numeri dell’ “Avanti” degli ultimi sei mesi, noterete una caratteristica particolare: si parla vividamente e a gran voce della Russia Sovietica: intere pagine sono dedicate alla fame, vengono diligentemente riportati i comunicati di Rosta sull’uscita dalla riparazione di una locomotiva o sull’avvio di qualche fabbrica, in una parola, si pubblicizzano tutte le cose che possono caratterizzare l’attività spontanea della classe operaia russa o il lavoro culturale ed economico del Potere Sovietico. Ma cercare sull'”Avanti” un resoconto del lavoro politico svolto dal Partito Comunista attraverso la Sovpra [In russo “Совпра” – N.d.r], e tanto meno quello compiuto dall’Internazionale Comunista, sarà inutile. In particolare, abbiamo sperimentato molto presto questa politica duplice di Serrati in modo puramente sperimentale. Durante la dura campagna dei membri dei “Cento Neri” contro la nostra Delegazione, ci colpiva il silenzio quasi totale dell'”Avanti” su questo tema. Di tanto in tanto compariva un breve articolo e nient’altro.

Un giorno Serrati venne a trovarmi – fu la sua unica visita – e quando gli espressi il mio stupore che la loro edizione romana dell'”Avanti” ci trattasse del tutto come estranei e che il redattore di quella edizione, Guarino, non si prendesse nemmeno la briga di venirci a trovare e informarsi sui nostri affari, Serrati manifestò profonda incredulità e dichiarò che il giorno dopo Guarino sarebbe venuto da me. Alla prova dei fatti, risultò che Serrati se ne era andato da Roma senza dire una parola a Guarino. Così stanno le cose.

Questa è la sua politica. È, naturalmente, una persona che non romperà mai con i riformisti, perché egli stesso è abbastanza riformista e la sua evoluzione va in quella direzione. L’unica cosa che potrebbe farlo deviare da questa strada sarebbe qualche nuova esplosione delle masse operaie. Uomo estremamente ambizioso, aggrappandosi con mani e piedi alla posizione di leader del partito, certamente adatterà sempre le sue convinzioni alle necessità politiche e, se necessario, diventerà un terribile rivoluzionario pur di non perdere la sua influenza e la sua posizione nel partito. Ma nel prossimo futuro non ci si può aspettare un tale slancio, e quindi non c’è bisogno di tener conto di simili svolte di Serrati. La prospettiva più immediata – al congresso – è un accordo dietro le quinte tra lui e i turatiani, secondo il quale sarà adottata una serie di risoluzioni dichiarative pompose dall’apparenza arcirivoluzionaria per calmare la parte sinistra del partito e gli operai, che naturalmente sono molto più rivoluzionari dei loro leader. Le questioni che potrebbero provocare una scissione o almeno avvicinarsi a essa saranno probabilmente rimosse o affrontate in maniera superficiale, e per il momento trionferà di nuovo l’unità, finché la situazione politica concreta non richiederà l’adozione di determinati principi chiaramente riformisti. Indubbiamente, nel partito socialista ci sono molti elementi rivoluzionari e più vicini a noi che ai turatiani, e sarebbe un errore pensare che siano irrimediabilmente impantanati nel pantano del partito e perduti. Ma per spingere questo pubblico a partecipare attivamente, a impegnarsi in una lotta interna aperta, e, se necessario, a uscire dal partito, è necessaria una formulazione più netta delle questioni per loro inaccettabili. Quando si porrà concretamente all’ordine del congresso la questione della partecipazione al governo, probabilmente si formerà un gruppo d’opposizione più significativo. In questo congresso, difficilmente questa questione sarà posta in modo concreto, e quindi la tensione dell’opposizione non sarà sufficientemente alta. Non va dimenticato, d’altra parte, che, anche se un gruppo più a sinistra si fosse staccato dal partito socialista, non solo, come ho scritto sopra, non sarebbe entrato nel Partito Comunista, ma lo stesso Partito Comunista si sarebbe opposto in ogni modo alla sua adesione. In questo senso, i nostri cari compagni possiedono una notevole dose di puritanesimo critico da neoconvertiti. Sintesi: contare su una scissione è inutile; contare, nel caso di una scissione, su una prossima unione dei dissidenti con i comunisti è altrettanto improbabile. Bisogna condurre una politica volta alla scissione tra i socialisti e contenere lo chovinismo di partito tra i comunisti. Lo facciamo qui automaticamente; sarebbe auspicabile che l’Internazionale Comunista lo attuasse come politica ferma. Vi stringo forte la mano.

Firma: Vorovsky Roma, 25 settembre 1921. 

(Originale dattiloscritto in lingua russa.)

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[La Commissione Illegale del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista venne creata con decisione del Bureau organizzativo del CEIC il 19 dicembre 1922. Il 7 gennaio 1923, il Presidium del Comitato Esecutivo del Komintern ne approvò la composizione e da quel momento divenne Commissione Illegale Permanente del Comitato Esecutivo del Komintern. Il suo compito principale era quello di assistere l’organizzazione del lavoro illegale dei partiti comunisti.]

Protocollo № 6: riunione della Commissione illegale del CEIC del 26/02/1923

Segretissimo (stampato in 2 copie)

Presenti i membri della commissione: compagni Yaroslavsky, Pyatnitsky, Mitskevich.

Invitati: compagni Gramsci e Chiarini [Geller Anton Michajlovič. Negli anni 1921-1924 rappresentante del Komintern nel PCd’I – N.d.r.] 

 Ordine del giorno: 1. Istruzioni sul lavoro nell’esercito.

2. Affari italiani.

[…]

2. Affari italiani

ASCOLTATO: Il compagno Chiarini riferisce sugli ultimi eventi in Italia (arresti ecc.) e legge estratti della lettera del compagno T. [Terracini]. 

Sulla situazione generale parla il compagno Gramsci. Egli ritiene che la situazione all’interno del PCd’I peggiorerà. L’organizzazione italiana si è rivelata pessima. Mancanza di controllo sul territorio e inadeguatezza dell’apparato clandestino. Recentemente è stato scoperto un deposito di armi nella casa in cui viveva l’organizzatore più responsabile di questa vicenda. L’arsenale è stato scoperto, evidentemente, grazie a una soffiata. Il compagno Gramsci ritiene che, nelle condizioni attuali, sarà difficile cambiare qualcosa. Il CC del PCd’I non sarà in grado di portare a termine il suo compito. Fino a poco tempo fa aveva dato una valutazione completamente sbagliata del momento: negava decisamente la possibilità che i fascisti prendessero il potere e che il partito venisse sconfitto. Il compagno Gramsci propone di privare il CC, che si trova in Italia, dei suoi poteri, di ridurre i poteri all’interno del paese e di creare un organismo direttivo al di fuori dell’Italia. La questione della sede di questo centro non ha grande importanza. Tutti i membri della commissione si oppongono alla proposta del compagno Gramsci. 

DECISO: 2. La proposta del compagno Gramsci viene respinta; il dibattito continuerà alla prossima riunione. I membri delle Commissioni sono incaricati di presentarsi con proposte pronte. Segretario della Commissione Illegale dell’ECCI: Mickiewicz-Kapsukas 

(Originale dattiloscritto in lingua russa.)

Lettera di Fortichiari all’Ufficio Organizzazione del CEIC per la Commissione Illegale

Mosca, 5 maggio 1923

Caro compagno,

vi invio i seguenti documenti per la commissione illegale:

1) Rapporto sulla situazione attuale delle forze dello Stato in Italia (esercito, polizia, fascismo). È un estratto del rapporto generale sulla situazione in Italia, che la nostra delegazione ha presentato di recente al Komintern (scritto in francese)

2) Descrizione della nostra organizzazione dei “gruppi” (anch’esso un estratto del suddetto rapporto generale). Su questo argomento ho già parlato con voi e alla riunione della commissione illegale. Ritengo opportuno inviarvi comunque il rapporto scritto, che è più dettagliato e preciso, poiché è possibile che nella traduzione orale le mie informazioni non vi siano state comunicate con esattezza (questo rapporto è in lingua italiana).

3) Rapporto sull’organizzazione del lavoro nelle truppe e nella marina. Argomento sul quale non ho potuto discutere con voi a voce (in lingua italiana).

Mi sono permesso di non consegnare questi documenti al compagno Chiarini e vi chiedo di farli tradurre al vostro fiduciario. Troppi compagni frequentano l’ufficio di Chiarini, e io considererei imprudente permettere l’accesso ai documenti dell’Agenzia illegale a persone che non sono coinvolte in questo lavoro illegale. D’altra parte, so che il compagno Chiarini non sempre traduce i materiali italiani con la rapidità necessaria. Per me, invece, è molto importante che l’agenzia illegale abbia informazioni esatte e complete sul mio lavoro, anche se questo lavoro è inferiore a quanto necessario all’Italia. Tra due o tre giorni spero di ricevere dal Komintern l’autorizzazione, al mio ritorno in Italia. Sarebbe utile che, prima della partenza, io venissi a conoscenza delle decisioni (critiche, osservazioni, proposte, ordini) della commissione illegale sul lavoro già svolto e su quello futuro del mio ufficio.

Con cordiali saluti, B. Fortichiari 

Registrazione delle informazioni di R. Martini [B. Fortichiari – N.d.r.] sulla situazione del Partito Comunista d’Italia dopo l’ascesa dei fascisti al potere

Mosca, 16 maggio 1923

Tutte le attività del partito, eccetto il giornale e la frazione parlamentare, sono passate alla clandestinità. Nonostante la scoperta dell’Ufficio a Roma, tutte le comunicazioni sono rimaste intatte; solo alcune organizzazioni locali hanno subito gravi perdite. La polizia ha sequestrato molto materiale cifrato, ma non ha ottenuto la chiave e non è riuscita a decifrarlo. Nelle mani dei fascisti è finita la corrispondenza cifrata locale del PCd’I, che per qualche motivo si conservava. Ora la corrispondenza è ridotta al minimo e conservata solo in casi eccezionali. La parte principale dell’archivio del partito non è caduta nelle mani dei fascisti. Attualmente non vi sono nuovi sviluppi nell’organizzazione clandestina del partito. Un grande processo è in preparazione solo per il compagno Bordiga. Le autorità periferiche non trattano i comunisti così duramente e spesso rilasciano anche gli arrestati.

L’ Ufficio di Roma, scoperto dalla polizia, non faceva parte della rete del compagno Martini. Questo Ufficio era direttamente sotto la supervisione del Politburo. Nessun Ufficio sotto la gestione del compagno I. [No sappiamo chi sia stato – N.d.r.] è stato scoperto. Il compagno M. [Martini] aveva nelle sue mani le comunicazioni, il lavoro militare, il controspionaggio, ecc. Il compagno M. [Martini] aveva organizzato un “ufficio commerciale” per l’assicurazione e l’assistenza agli impiegati, ecc., per coprire l’Ufficio illegale. Questo ufficio commerciale è stato costretto a chiudere a causa della mancanza di fondi. La Missione commerciale [di Russia – N.d.r.] non collaborava con l’Ufficio I., anche se quest’ultimo offriva vari servizi. Per verificare i membri del partito furono inviati segretari e, in generale, persone di fiducia. Dalla verifica effettuata risulta che fino ad ora sono stati distribuiti fino al 60% delle tessere del partito, contando non meno di 6-7 mila membri. Dove prima c’erano organizzazioni forti, ora esse sono rimaste. In alcune province, dove prima le organizzazioni comuniste erano molto deboli, ora si nota un loro rafforzamento; vengono create cellule comuniste, circoli di lavoro di simpatizzanti, ecc. Le organizzazioni vengono create in base al luogo di residenza. Nelle piccole città e nei distretti si formano gruppi di 5 persone e sono guidati da un capo. Nei centri più grandi si formano gruppi di 10 persone diretti da un “caposquadra”; dove i gruppi sono pochi, tutti i capisquadra formano il “gruppo dei caposquadra”. Nelle grandi città questi capisquadra si uniscono per settori (quartieri), ad esempio, a Milano ci sono 4 settori. In ogni settore i decani costituiscono il “gruppo dei caposquadra”, che dirige il lavoro nel settore. Questo gruppo nomina un compagno per coordinare tutti i settori. Questi rappresentanti dei diversi settori costituiscono il comitato dell’organizzazione della città o del distretto. Il comitato dirige il lavoro locale e interagisce con il comitato della provincia (governatorato). In precedenza i comitati provinciali interagivano direttamente con il Centro illegale; ora si creano segreterie interprovinciali (regionali). Ce ne sono in totale 14. Il Centro nomina i segretari interprovinciali. Questi segretari nominano i segretari provinciali e così via. Per lo più vengono confermati i membri eletti da singole organizzazioni, ecc. Durante la riorganizzazione sono stati ammessi al partito solo i compagni più affidabili. Degli incerti sono stati creati gruppi speciali, dai quali i migliori compagni, dopo una certa prova, vengono trasferiti nel gruppo del partito. I meno affidabili vengono lasciati fuori dal partito senza farsi notare. Il controllo dei membri del partito durante la riorganizzazione è stato effettuato dai compagni designati per questo compito. Tra i comunisti ci sono molti disoccupati – 50-60%. Tutti quelli sospettati di comunismo vengono buttati fuori, in strada dai fabbricanti. Così i lavoratori più attivi sono stati licenziati, la loro situazione è terribile. Finché è possibile, riescono a cavarsela a malapena. La tendenza all’emigrazione è enorme, ma non c’è possibilità di emigrare, poiché l’ingresso in America è chiuso agli emigranti, in Germania è praticamente anche chiuso. Resta qualche possibilità di emigrare in Francia. La maggioranza parte illegalmente. In alcuni settori dell’industria italiana si nota una certa ripresa, ad esempio nell’industria leggera dei metalli, ma nell’industria bellica pesante c’è una grave crisi. Attualmente i francesi offrono i loro capitali per rilanciarla; in parte lo fanno anche gli americani. Tuttavia il governo italiano non si decide ancora a compiere questo passo, per non trovarsi completamente dipendente dal capitale straniero. In generale, durante il periodo di dominio dei fascisti, la disoccupazione è aumentata. Hanno sofferto particolarmente i lavoratori impiegati nei cantieri statali – lavori pubblici, cantieri navali ecc. Secondo la vecchia consuetudine consolidata, i membri del partito in Italia pagano solo per la tessera di partito – 5 lire al Comitato Centrale e 50 centesimi a favore del Comintern. Le quote associative vanno a disposizione dei comitati locali e provinciali. Il Comitato centrale non riceve nulla da lì. I disoccupati sono esentati dal pagamento delle quote associative. Le tessere associative sono consegnate personalmente a ogni membro – numerate, senza nome. È il destinatario a scrivere il proprio nome. L’elenco dei membri dell’organizzazione (cognomi, nomi e numeri delle tessere di partito) sono conservati solo dall’organizzatore responsabile dell’organizzazione locale e dall’organizzatore provinciale. Nelle fabbriche si cerca di creare gruppi di simpatizzanti, rimanendo nelle organizzazioni per criterio territoriale, considerato il più adatto al momento attuale. Nei sindacati ci sono frazioni, ma molto deboli. Nella confederazione del lavoro, ultimamente, i membri non superano le 150 mila unità, mentre nei sindacati fascisti vi sono fino a 700-800 mila membri. I fascisti affermano che i loro sindacati contano un milione di membri. Ai sindacati fascisti appartengono principalmente: contadini – piccoli proprietari terrieri e braccianti, segue poi l’organizzazione dei marinai, una parte dei tessili. In generale, gli operai industriali nei sindacati fascisti sono relativamente pochi. Tra loro ci sono quelli che sono stati costretti con la forza ad unirsi. Intorno a questi ultimi si formano gruppi di simpatizzanti dei comunisti. Il Partito ha inviato singoli compagni per lavorare nei sindacati fascisti. È molto difficile infiltrarsi tra loro. Ora i fascisti stanno facendo una pulizia dei loro sindacati. Tutto il lavoro sindacale è guidato da un comitato speciale presso il Comitato Centrale del partito, esistente già prima della presa del potere da parte dei fascisti. Una certa componente simpatizzante con i comunisti è presente anche nella polizia. Ci sono anche alcuni ufficiali. 

Pubblicato illegalmente: dopo la presa del potere da parte dei fascisti, il manifesto in 160 mila copie (stampato in una tipografia legale, ma illegalmente); Manifesto per il 1° maggio – 100 mila copie (stampate in una tipografia legale), opuscolo per i soldati – 20 mila copie, tessere del partito – 12 mila (tutto stampato illegalmente in una tipografia legale). A Milano il partito ha acquistato una tipografia illegale, pure a Torino. A Roma c’è un funzionario che aiuta il partito a stampare con la tipografia. L’acquisto in Germania di 10 macchine tipografiche è stato annullato a causa della mancanza di fondi. Si prevedeva di acquistarle tramite una società italiana. Ora è risultato possibile allestire una propria tipografia sul posto. Il partito paga mensilmente 4.000 lire per due linotype, ma non può riceverle finché non è stato effettuato l’intero pagamento. Finora è stata pagata solo metà della somma. 

Le organizzazioni combattenti sono state sciolte. Le armi sono in possesso di alcuni compagni e in piccoli depositi. Prima il compito dell’Ufficio del compagno M. [Martini] era la consegna delle armi, ora questo è cessato. In generale in Italia le armi sono abbastanza diffuse tra operai e contadini. Le carte di identità possono essere facilmente ottenute e stampate dai compagni italiani. La situazione è peggiore con i passaporti. Non possono essere stampati. Si comprano libretti non compilati e poi vengono riempiti. Ci sono timbri ufficiali e simili. La falsificazione riesce abbastanza bene. La situazione degli appartamenti illegali è problematica. Le difficoltà maggiori sono finanziarie. Ogni lavoratore illegale si arrangia da sé. Si sposta da un luogo all’altro. 

Attualmente l’Ufficio clandestino si trova in una città, il presidio del Comitato Centrale in un’altra. Questo è stato fatto per evitare il concentrarsi di troppi lavoratori in uno stesso posto. La direzione politica del Comitato Centrale viene esercitata tramite segreterie interprovinciali (regionali). L’Ufficio illegale opera attraverso i propri fiduciari nelle federazioni. L’Ufficio illegale può verificare l’attuazione delle direttive del Comitato Centrale tramite il proprio rappresentante nella federazione. Il compagno M. [Martini] è membro del presidium del Comitato Centrale ed è stato delegato da esso per dirigere il lavoro illegale. L’Ufficio illegale rende conto del proprio operato al presidium del Comitato Centrale. Secondo il compagno M. [Martini], sarebbe stato meglio se il responsabile del lavoro illegale non fosse stato membro del presidium. Il compagno M. [Martini] ritiene che sarebbe più opportuno per la Commissione illegale del CEIC rapportarsi direttamente con l’Ufficio Illegale del Comitato Centrale del PCd’I, utilizzando un codice particolare. Il compagno M. [Martini] esprime il desiderio di approfondire a Mosca i vari metodi di cifratura, con riguardo alla questione dell’armamento dei lavoratori, alla consegna delle armi, ecc., all’organizzazione di tipografie clandestine, ecc. Propone di discutere l’uso dei compagni italiani in Russia. 

(Originale dattiloscritto in lingua russa.)

Protocollo № 12 della riunione della Commissione Illegale del CEIC del 22/05/1923

Segretissimo (stampato in 2 copie)

Presenti i membri della commissione: compagni Mickiewicz, Pjatnickij, Trilisser e Jaroslavskij.

Invitati: compagni Martini [Fortichiari], Urbani [Terracini], Chiarini e Vompe

Ordine del giorno: 1. Questioni italiane, 2. Organizzazione di una tipografia clandestina sperimentale e tecnica illegale, 3. Affari correnti: a) richiesta del Partito Comunista Estone; b) lettera del Partito Comunista Tedesco; c) questione dell’invio di un compagno in Ungheria.

UDITO: 1. Questioni italiane. Il compagno Martini riferisce sul lavoro del Bureau illegale del CC del PCd’I. In precedenza il suo lavoro consisteva nella fornitura di armi alle organizzazioni dei gruppi combattenti, nell’armamento dei battaglioni combattenti ecc. Attualmente il lavoro del Bureau consiste principalmente nel mantenere i collegamenti con le organizzazioni locali. Attraverso il collegamento del Bureau illegale viene diffusa tutta la stampa clandestina, viene svolto lavoro nell’esercito, vengono inviati compagni all’estero, vengono stampate pubblicazioni illegali ecc. A capo dell’ufficio c’è il compagno Martini. Ha degli assistenti, uno dei quali si occupa del lavoro nell’esercito, un altro della tecnica, ecc. Anche nelle province viene effettuata una certa divisione del lavoro. L’ufficio illegale esercita il controllo sui membri dell’organizzazione. Il controllo avviene tramite persone fidate, una sorta di intelligence interna. Sulla base dei dati ottenuti viene compilata una sorta di scheda. L’ufficio illegale conduce attività di intelligence anche in altre organizzazioni e partiti. Le informazioni vengono ottenute tramite simpatizzanti o compagni inviati appositamente. A questo scopo vengono inviati compagni nelle organizzazioni fasciste, massoniche e altre. L’ufficio illegale ha una sua persona anche nel ministero. Il compagno Martini indica che sono stati fatti tentativi di inviare i propri uomini nella polizia segreta. Due compagni sono stati inviati lì, ma sono stati rimossi a causa della riduzione del personale. D’altra parte è abbastanza facile ottenere vari materiali segreti a pagamento. Il compagno M. [Martini] pone la questione se sia opportuno inviare i propri uomini nella polizia segreta.

DELIBERATO: Non inviare le proprie persone alla polizia segreta, ma cercare di ottenere i materiali e le informazioni necessarie tramite corruzione. 

UDITO: Il compagno M. [Martini] indica che, parallelamente al collegamento dell’ufficio illegale con le organizzazioni locali, mantiene un proprio collegamento con il Comitato Centrale del partito. I compagni Pyatnitsky e altri membri della Commissione ritengono non opportuno mantenere un collegamento con le organizzazioni locali tramite organi doppi. Ciò crea spese eccessive ed espone a un rischio doppio e superfluo, infine favorisce attriti tra questi organi. È necessario mirare a mantenere un solo collegamento con i luoghi tramite l’ufficio illegale, che deve fungere da dipartimento. I compagni Martini e Urbani dimostrano che il collegamento doppio è necessario per la rapidità delle comunicazioni con i luoghi e per una maggiore sicurezza. In caso di fallimento di un collegamento, l’altro può sempre restare. 

DELIBERATO: Le argomentazioni dei compagni Martini e Urbani a favore del mantenimento del collegamento doppio sono considerate non convincenti. Per chiarire la questione, si incarica il compagno Trilisser che deve parlare nuovamente con i compagni M. [Martini] e U. [Urbani], cercare di trovare un accordo con loro e presentare una proposta corrispondente, in caso che i compagni italiani non siano d’accordo con questa proposta, trasferire la questione al Presidium del CEIC per la decisione finale. 

2. Organizzazione di una tipografia clandestina e attrezzature illegali. Istruire compagni stranieri sul lavoro clandestino in generale e sui vari tipi di armi e il loro utilizzo. 

DELIBERATO: Organizzare una tipografia sperimentale clandestina e un ufficio strumentazione illegale. Per la formazione rivolgersi ai lavoratori clandestini più esperti del Partito Comunista Russo. Selezionare i compagni più adatti a questo lavoro. Sarà compito dei compagni Vompe e Mickevic dare seguito a questa disposizione. Un istruttore sui vari tipi di armi e sul loro utilizzo sarà individuato dal compagno Muralov. 

[…]

(Originale dattiloscritto in lingua russa.)