NELL’OTTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA “CONQUISTA” FEMMINILE AL DIRITTO DI VOTO
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1946: alle donne italiane venne finalmente concesso il diritto di voto. In occasione dell’ottantesimo anniversario si è voluto festeggiare lo storico evento e non sono mancate rievocazioni di tutti i tipi di questa quasi rivoluzione che finalmente concedeva alla donna gli stessi diritti (più o meno …) del cittadino maschio.
Su una pubblicazione della Camera dei Deputati leggiamo queste parole:
«Il 1° febbraio 1945, a guerra ancora in corso, viene adottata la prima norma che estende il diritto di voto alle donne: si tratta di un primo passo che riconosce alle italiane il “diritto di eleggere”. […] L’ulteriore passo verso la conquista del “diritto ad essere elette” verrà riconosciuto dal decreto del gennaio del 1946 in vista delle elezioni amministrative che si tengono nella primavera e poi nell’autunno dello stesso anno. Per quanto riguarda invece le elezioni per l’Assemblea costituente, un decreto del marzo 1946 completa e integra la normativa precedente riconoscendo l’elettorato passivo a 25 anni. È un primo segnale importante, ma ciononostante, i partiti nell’imminente consultazione elettorale politica per la Costituente presentano ancora un numero abbastanza limitato di candidature femminili. Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica e a eleggere i loro rappresentanti all’Assemblea costituente. Le candidature femminili complessive sono 226: 68 nelle liste del Partito comunista; 29 in quelle della Democrazia cristiana; 16 in quelle del Partito socialista; 14 in quelle del Partito d’Azione; 8 in quelle dell’Unione democratica nazionale; 7 in quelle del Fronte per l’Uomo Qualunque e 84 in altre liste. Su 556 deputati eletti le donne sono 21: 9 comuniste, 9 democristiane, 2 socialiste e 1 del Fronte dell’Uomo Qualunque. Molto diverse tra loro per età, cultura ed esperienze politiche, le prime donne elette seppero dare voce comune nell’ambito dell’elaborazione della Carta costituzionale alle legittime aspirazioni di emancipazione delle donne italiane […] Le 21 deputate elette all’Assemblea costituente partecipano attivamente all’elaborazione del testo della Costituzione. Una significativa testimonianza di questo impegno si ritrova nelle proposte di emendamenti da esse sottoscritte al Progetto di Costituzione. Particolare attenzione è rivolta ai diversi profili delle pari opportunità: a questo tema sono riferiti gli emendamenti all’articolo 48 del Progetto (articolo 51 del testo definitivo) sulla parità di accesso di ambo i sessi agli uffici pubblici e alle cariche elettive che risultano sottoscritti da deputate appartenenti a diversi schieramenti politici. Pur appartenendo a forze politiche molto distanti, le costituenti seppero trovare modi e punti di incontro per fare fronte comune e garantire alle Italiane e agli Italiani eguaglianza di diritti e pari opportunità nella nuova Carta costituzionale dell’Italia democratica entrata in vigore il 1° gennaio 1948».
A parte il fatto del gruppo puramente simbolico di “madri della costituzione”: 21 su un totale di 556, ossia meno del 4%, ci vuole un bel coraggio a dire che queste seppero «garantire alle italiane e agli italiani uguaglianza di diritti e pari opportunità».
Il voto alle donne avrebbe potuto essere un atto quasi rivoluzionario se fosse passato il disegno di legge presentato dal deputato Salvatore Morelli nel lontano 1875; e che portava il seguente titolo: “Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici”. Ma il democratico parlamento liberale non si prese mai la briga nemmeno di portare in discussione tale progetto di legge.
Nel 1945/46 il voto concesso alle donne partì da un concetto niente affatto progressista, anzi, diciamo pure conservatore. La monarchia puntava sul voto femminile per una sua vittoria al referendum istituzionale e la reazionaria borghesia italiana puntava sul voto femminile per la salvezza dal pericolo social-comunista. Infatti lo slogan «nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no!» e i cartelli affissi alle porte di tutte le chiese che minacciavano di scomunica chi avesse votato comunista, erano rivolti essenzialmente all’elettorato femminile.
Ma a parte queste considerazioni che l’elettorato attivo e passivo concesso alle donne non rappresentasse neanche lontanamente una parità di diritti tra i due generi lo si può dimostrare dal permanere ancora per decenni di leggi di vergognosa discriminazione e umiliazione nei confronti del genere femminile.
Scrivemmo nel n. 81 della nostra rivista “Comunismo”:
«La Costituzione si portava dietro le peggiori infamie del Codice Rocco: l’art. 559 riguardante la reclusione fino a due anni della “moglie adultera” (per dichiarare illegittimo questo articolo ci vollero due sentenza della Corte Costituzionale; la n. 126 del 19 dicembre 1968 e la n. 147 del 3 dicembre 1969); l’art. 587 concernente il delitto d’onore che riduceva la pena per l’uccisione della moglie, della figlia o della sorella “nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale”; l’art. 544 secondo cui il matrimonio riparatore estingueva la pena dovuta a violenza carnale, un modo semplice per acquistare una schiava a vita con il mezzo dello stupro. Questi due ultimi furono abrogati nel 1982 con legge 442 del 1981, 33 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione».
Ma, come si dice, non si può pretendere di avere tutto e subito. Il voto borghese concesso alle donne e la nomina di 21 “madri costituenti”, queste sì che erano conquiste da considerare “storiche”!
La posizione comunista sul voto alle donne, anzi specificamente sul voto in generale, la ricaviamo da un articolo tratto dal quotidiano del Partito Comunista d’Italia in cui si liquida il concetto borghese di suffragio universale, per riaffermare il concetto opposto di “voto” di classe, di cui riportiamo qui un ampio estratto.
«LE DONNE E IL DIRITTO DI VOTO»
«Quelle signore che hanno fatto affiggere sui muri di Milano una carta mondiale con la indicazione in iscuro dei paesi ove il voto delle donne è una legge di Stato, hanno avuto l’intuito assai facile di segnare entro i limiti geografici della Russia Soviettista un bel punto interrogativo. Vogliono una risposta, evidentemente, le baronesse del comitato delle suffragiste italiane. Ebbene: le loro amiche russe non hanno diritto di voto nella Repubblica comunista. La partecipazione alla vita politica non può essere concessa se non a coloro che lavorano, materialmente o intellettualmente, e che compiono un lavoro produttivo. Agli antichi parassiti, granduchi o baroni o grossi capitalisti spodestati od alle loro non sempre gentili donne, i diritti politici sono contestati. Si rammarichino e continuino la loro azione nei paesi latini per conquistare il diritto di voto, ma, vedete caso, la lotta per la conquista di tutti i diritti già goduti dagli uomini e che debbono portare la donna allo stesso grado di dignità occupato dagli uomini, fu sempre combattuta dai partiti sovversivi, ed [una riga mancante] i partiti costituzionali hanno sempre negato il voto alle donne sebbene in ogni convocazione di comizi elettorali abbiano spifferato a mezzo dei loro oratori una falsa simpatia per i problemi politici femminili. Può darsi che la nuova Camera discuta ed approvi il progetto di legge ereditato da tutte le legislature: noi non lo crediamo. Ad ogni modo noi non potremmo accettare il principio del voto esteso a tutte le donne. Per le stesse ragioni che ci fanno essere avversi alla estensione del diritto di voto agli uomini che vivono dell’altrui lavoro. Tutte le baronesse dei comitati suffragisti dovrebbero essere escluse da qualunque diritto politico. È falso che coloro che vivono entro uno stesso Stato per tale fatto abbiano gli stessi diritti. La vita e la ricchezza di un popolo sono frutto del lavoro. Se uno Stato è forte deve la sua forza alla operosità delle classi lavoratrici, senza le quali la vita non è possibile. Ove possa raggiungersi la generalizzazione del lavoro ivi il suffragio universale (veramente tale) può applicarsi.
«Nella Russia comunista si va man mano raggiungendo; ma il suffragio universale non esiste ancora, perché rimangono tutt’ora reliquati di dominio borghese, dato che la rivoluzione non si conclude in 24 ore, e coloro che rilevano con sciocca ironia che il comunismo nella Russia non fu ancora attuato non sono in grado di comprendere le leggi del gradualismo marxista e con essi è tempo perduto polemizzare. La donna che ha il diritto di partecipare alle elezioni politiche ed amministrative è la operaia, la contadina, la impiegata, la donna di casa, e quella che Turati, con una frase cruda e molto veritiera, chiamò la salariata dell’amore.
«Non si offendano le signore dei Comitati femminili pro suffragio universale. Senza l’ombra di ironia, senza il più lontano intendimento di mancare rispetto alla loro onestà bisogna che noi dimostriamo per quali ragioni esse non abbiano gli stessi diritti sociali delle lavoratrici e delle prostitute. […]» (Il Comunista, 19/05/1921)