Partito Comunista Internazionale

Ucraina. L’unico modo di uscire dalla guerra imperialista è la presa del potere da parte del proletariato

Categorie: Capitalist Wars, Russia, Ukraine

Questo articolo è stato pubblicato in:

L’accordo USA-Iran, che almeno per il momento attenua la crisi mediorientale, fa ritornare la guerra in Ucraina al centro delle questioni discusse tra i capi dei Paesi del G7 al vertice di Evian di metà giugno. Presente anche Zelensky, è stato confermato il sostegno all’Ucraina ed è stata valutata la possibilità di ritornare alle sanzioni contro il petrolio russo. L’ottimistica previsione di una tenuta degli accordi con gli iraniani, che permetterebbe al petrolio mediorientale di scorrere attraverso lo Stretto di Hormuz, renderebbe in tal modo possibile riprendere a colpire la Russia.

La guerra mantiene lo stesso copione che si è imposto con la presidenza Trump: mentre di facciata continuano a circolare intenti di trattative con Mosca per fermare la guerra, “la Russia deve fare un accordo” ha detto Trump al G7, la guerra continua, con i suoi costi scaricati sugli europei e con gli ucraini a fornire la carne da cannone, mentre gli americani incassano oggi dagli acquisti di armi per l’Ucraina e si tengono pronti per la spartizione del bottino ucraino con gli stessi russi una volta giunti alla necessità di dover fermare il conflitto.

Non ci sono patrie da liberare da aggressioni imperialiste, secondo la vulgata dei sostenitori di Kiev, né tantomeno lotte antifasciste, secondo quella dei campisti filorussi, quella ucraina è una guerra imperialista, di spartizione, per il controllo di territori e risorse, per la definizione di sfere di influenza.

D’altronde, il coinvolgimento nella guerra ucraina, in corso da ormai oltre quattro anni, ha costi elevati, e solo una spartizione del bottino di guerra può garantire un vantaggioso ritorno economico per i briganti coinvolti.

I numeri del sostegno all’Ucraina

Secondo i dati forniti dal Kiel Institute, che dal febbraio 2022 monitora e aggiorna le statistiche relative al supporto all’Ucraina, gli Stati Uniti hanno sostenuto l’Ucraina con 115 miliardi di euro. Tali aiuti sono stati principalmente di natura militare, pari quasi a 65 miliardi. Gli USA si posizionano al primo posto tra i sostenitori dell’Ucraina per l’invio di sistemi di lancio missilistico (HIMARS), obici per un valore di quasi un miliardo, veicoli da combattimento per la fanteria (Bradley), mentre è al secondo posto dopo la Germania per l’invio di sistemi di difesa aerea e al quinto posto per la fornitura di carri armati, dove prevale di gran lunga l’impegno polacco ed è superata anche da Paesi Bassi, Danimarca e Germania.

Il sostegno americano però si interrompe con l’arrivo di Trump. Tra gennaio e febbraio del 2025 si registrano meno di mezzo miliardo di aiuti, per poi azzerarsi nei mesi successivi.

I dati relativi all’anno 2025 vedono quindi un crollo del 99% degli aiuti da parte degli USA, in gran parte compensati da maggiori stanziamenti da parte dei Paesi europei che, nonostante l’assenza del sostegno americano, hanno permesso al totale degli aiuti militari di calare solo del 13% rispetto alla media annua tra il 2022 e il 2024, e solo del 5% gli aiuti finanziari e umanitari. Ma è stato necessario un significativo incremento da parte europea, ben il 67% in più relativamente alla media per gli aiuti militari del periodo tra il 2022 e il 2024 e il 59% in più per gli aiuti finanziari e umanitari.

L’Unione Europea è la principale fornitrice degli aiuti finanziari e umanitari, la cui quota è cresciuta dal 50% del 2022 a quasi il 90% del 2025, il che determina una redistribuzione tra i Paesi membri in base alla loro quota di PIL. In questo contesto, si inserisce anche il prestito di 90 miliardi concordato in ambito UE.

Invece, gli aiuti militari dipendono dall’impegno dei singoli Paesi europei, segnando un divario netto tra gli Stati dell’Europa settentrionale e occidentale, che hanno garantito ben il 95% degli aiuti militari, e quelli dall’Europa meridionale e orientale, che sono addirittura diminuiti.

Dai dati relativi al 2025 appare chiaro che il costo della guerra è stato del tutto scaricato dagli americani sulle spalle degli europei. Non solo, gli Stati Uniti incassano anche con le commesse militari che gli europei pagano per le armi da inviare in Ucraina, attraverso il cosiddetto PURL, un meccanismo adottato dalla NATO secondo il quale i sostenitori dell’Ucraina hanno acquistato armi dagli USA per un totale di 3,7 miliardi di euro nel 2025.

I dati relativi ai primi mesi del 2026 confermano il disimpegno americano e fanno registrare un elevato livello di sostegno militare all’Ucraina da parte dei Paesi europei. Mediamente, tra gennaio e aprile 2026, gli Stati europei hanno stanziato aiuti militari pari a circa 2 miliardi di euro al mese, inferiori alla media del 2025 di 2,4 miliardi, ma nettamente superiore ai livelli tra il 2022 e il 2024. Solo tra marzo e aprile 2026, la Germania ha stanziato 4,2 miliardi di euro in aiuti militari, principalmente per la difesa aerea e i droni.

I primi mesi del 2026 si caratterizzano proprio per un incremento degli aiuti militari legati ai droni, passati da 400 milioni di euro nel 2022 a 1 miliardo di euro nel 2024 e 1,2 miliardi di euro nel 2025, per arrivare a circa 1,6 miliardi di euro nei soli primi quattro mesi del 2026.

Complessivamente, finora gli europei hanno investito nella guerra in Ucraina quasi 215 miliardi!

La Germania, in particolare, è tra gli imperialismi che hanno imboccato apertamente la svolta bellicista. La guerra in Ucraina ha portato ad un mutamento dell’atteggiamento dell’imperialismo tedesco. Fin dall’inizio, abbiamo individuato una delle caratteristiche della guerra imperialista in Ucraina nell’essere una guerra contro l’Europa e in particolare contro la Germania, che ha subito la distruzione del legame energetico con la Russia, dal quale ha tratto forza la sua industria. Con il vertiginoso aumento dei prezzi energetici è andata in crisi l’industria tedesca. Da qui, la via d’uscita della borghesia tedesca è la riconversione bellica della sua industria, in sostanza carri armati al posto di automobili.

Il riarmo della Germania è accompagnato anche da una revisione della sua strategia bellica, che individua nella Russia la principale minaccia. L’obiettivo è di sviluppare il maggiore esercito europeo, puntando ad incrementare le attuali 185 mila unità a un minimo di 460 mila entro il 2035, di cui 260 mila soldati attivi e 200 mila riservisti, rendendo inevitabile una nuova svolta dell’attuale servizio militare a base volontaria, che vada nella direzione dell’introduzione dell’obbligo militare.

L’imperialismo tedesco ha però bisogno di tempo per mettere a punto la sua macchina bellica, così mantiene viva la guerra in Ucraina attraverso cospicui finanziamenti a Kiev, tanto che ormai la Germania è il primo Paese al mondo per quanto riguarda gli aiuti all’Ucraina.

Questi dati presi dalle statistiche borghesi, dal punto di vista comunista e rivoluzionario ben rappresentano il carattere imperialista della guerra, con i briganti europei e americani che a suon di centinaia di miliardi non si fanno alcuno scrupolo a combattere la Russia fino all’ultimo ucraino, con la differenza che mentre l’imperialismo americano sta già incassando dalle commesse militari e dalla dipendenza energetica dell’Europa, costretta ad acquistare il costoso gas americano, e può accettare di concludere un accordo con la Russia spartendosi quello che resta dell’Ucraina, gli europei sono costretti ad andare fino in fondo nella lotta contro la Russia per recuperare “l’investimento” del sostegno all’Ucraina.

La guerra della Russia

I miliardi delle borghesie occidentali che hanno inondato l’Ucraina per sostenerla nello sforzo bellico non sono stati l’unico strumento contro la Russia, ma accanto alla guerra sul campo si è combattuta una guerra economica, fatta di sanzioni, che avrebbero dovuto piegare l’economia russa. Sebbene indebolita, l’economia russa non è crollata, avendo trovato ad Oriente, Cina soprattutto, acquirenti delle sue risorse energetiche. In tal modo, si è rafforzato il legame tra Russia e Cina, e dato che la capacità della Russia di continuare la guerra in Ucraina è strettamente legata alle esportazioni dei suoi idrocarburi, è proprio in virtù del legame energetico con la Cina che può continuare la guerra. La Cina di fatto ha sostenuto l’impresa bellica russa.

In Occidente politici e pennivendoli nella loro crociata antirussa si prodigano in analisi volte ad enfatizzare come la guerra in Ucraina abbia reso Mosca dipendente da Pechino. Nei fatti, entrambi traggono vantaggi reciproci dal loro legame, da una parte, per la Russia ormai la Cina rappresenta il principale sbocco commerciale, pari a circa il 35% del suo commercio estero, dove può riversare quegli idrocarburi che precedentemente scorrevano verso Ovest; dall’altra, la Cina ottiene energia a prezzi scontati, diminuendo la sua dipendenza da approvvigionamenti più rischiosi, come recentemente hanno dimostrato gli eventi mediorientali.

Questi due briganti imperialisti sono spinti a marciare insieme contro le potenze imperialistiche dell’Occidente, non per le farlocche teorie dei sognatori di “mondi multipolari”, ma perché hanno bisogno l’uno dell’altro, prima di tutto dal punto di vista economico e in seguito dall’andamento della contesa imperialistica mondiale, trovandosi la Russia impegnata in una guerra sul suo fronte occidentale e la Cina circondata da potenze ostili allineate all’imperialismo americano ad Est. Ma si tratta appunto di briganti imperialisti, disposti ad accordarsi tra loro per far fronte contro i comuni nemici, ma pur sempre ognuno pensando alla propria parte di bottino. Il recente incontro di Putin e Xi in Cina ne è la dimostrazione. Sono oltre venti gli accordi economici siglati a maggio ma manca all’appello quello sul gasdotto Power of Siberia 2, con la Cina che prende tempo e tratta sui prezzi delle forniture di gas.

La Russia, oltre alle difficoltà sul versante dell’economia, deve far fronte anche a quelle che riguardano l’andamento delle operazioni militari. La massiccia diffusione al fronte dell’utilizzo dei droni impedisce assembramenti di uomini e mezzi, rendendo estremamente lenta, difficoltosa e sanguinosa l’avanzata russa. Ma, anche se lentamente, l’esercito russo continua ad avanzare nel Donbass, dove la battaglia urbana di Kostyantynivka volge a suo favore.

A continuare è quindi quella guerra di logoramento che necessita di grandi quantità di carne da cannone da una parte e dall’altra del fronte.

I droni, però, vengono impiegati dall’Ucraina anche per attaccare in profondità il territorio russo, ormai anche oltre mille chilometri, riuscendo a colpire obiettivi economicamente rilevanti, come impianti industriali ed energetici. Gli attacchi ucraini in territorio russo causano quindi sia danni al complesso militare-industriale, colpendo lo stesso sforzo bellico della Russia, che alla sua economia, provocando danni al settore energetico. I successi di questi attacchi sono determinati dal coinvolgimento dei Paesi NATO, con gli europei che ormai partecipano direttamente alla produzione di droni, in quegli impianti industriali europei, al riparo per il momento dagli attacchi russi, dove vengono prodotti quei droni per l’Ucraina che vengono utilizzati per colpire la Russia in profondità. 

Indispensabile per questi attacchi profondi è il sostegno logistico ed informatico che l’intelligence degli Stati europei fornisce ormai senza riserve all’esercito ucraino, sostegno senza il quale questi precisi e micidiali attacchi non potrebbero assolutamente aver luogo. Appare chiaro che la Russia è in guerra, prima che con l’Ucraina, con le potenze europee.

Il massiccio utilizzo di droni e missili è la soluzione delle borghesie europee per far deragliare eventuali accordi e far continuare la guerra, evitando al contempo un coinvolgimento diretto nel conflitto. Ma ormai questa situazione è sempre meno tollerata a Mosca e sta determinando il manifestarsi di disaccordi in merito all’atteggiamento considerato troppo morbido dall’attuale vertice politico russo. Si parla apertamente di “linee rosse” superate, si invocano attacchi direttamente contro i Paesi europei e addirittura dell’utilizzo dell’atomica.

Ogni mostro imperialista ha i suoi “falchi”. Al momento prevale ancora il tentativo dei principali imperialismi di prepararsi al meglio per affrontare una grande guerra, accrescendo la propria preparazione militare, impossessandosi dei nodi strategici, mettendo le mani su flussi energetici. Ma la strada è segnata, il vecchio ordine non è più corrispondente ai rapporti di forza tra gli imperialismi maturi e quelli giovani, determinando una contesa mondiale che marcia verso l’inevitabile scoppio di una guerra generale, unico modo che ha il capitalismo giunto nella sua fase imperialistica di determinare una nuova spartizione del mercato mondiale.

Il nostro internazionalismo

Dinanzi alle guerre in corso e alla prospettiva dell’allargamento fino a quella generale, il proletariato mondiale, per non finire a fare da carne da cannone nelle guerre imperialiste, deve rigettare ogni direzione e inquadramento borghesi, smascherando al contempo anche, e soprattutto, quelle “parole d’ordine” che provengono da organizzazioni falsamente proletarie e comuniste che, indipendentemente dal grado di coscienza di chi le lancia, finiscono per schierare il proletariato al fianco della propria borghesia, costituendo un formidabile strumento per sopprimere qualunque tentativo di indipendenza politica del proletariato nei confronti della classe nemica.

Tutte le “parole d’ordine” relative alla guerra in Ucraina, che non siano quelle delle fraternizzazioni al fronte e della trasformazione della guerra tra Stati in guerra tra classi, si collocano perfettamente dentro una prospettiva di difesa nazionale, il cui unico scopo è quello di assoggettare i proletari al carro della propria borghesia, trascinandoli in una guerra per la difesa di interessi prettamente capitalistici.

Parole d’ordine come la difesa dell’Ucraina dall’aggressione dell’imperialismo russo o la lotta al fascismo di Kiev, sbandierate da false organizzazioni comuniste, per quanto apparentemente antitetiche, dal punto di vista del marxismo rivoluzionario sono fatte della stessa sostanza opportunista, è politica borghese che viene introdotta nel campo proletario, nemica della rivoluzione comunista e pertanto pilastro del dominio capitalista.

I veri internazionalisti di oggi non hanno nulla da aggiungere o rivedere rispetto alle lotte di oltre un secolo fa, quando nel corso del primo macello mondiale, mentre i capi socialdemocratici avevano tradito la classe operaia schierandosi a fianco della propria borghesia, gli internazionalisti di allora gridarono “il nemico è in casa nostra!”. Un esempio chiaro di quale deve essere la posizione degli internazionalisti rispetto alla guerra e, in particolare, a parole d’ordine quali la “difesa della patria”, arnese sempre presente nella cassetta degli attrezzi dell’opportunista che si schiera a fianco della propria borghesia, lo troviamo ne “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”, Lenin:

«La guerra non cessa di essere imperialistica quando i ciarlatani o i parolai o i filistei piccoli-borghesi lanciano una melliflua “parola d’ordine”, ma solo quando la classe, che conduce questa guerra imperialistica ed è legata ad essa da milioni di fili (se non di cavi) economici, viene di fatto rovesciata e sostituita al potere dalla classe realmente rivoluzionaria, dal proletariato. Non c’è altro modo di uscire da una guerra imperialistica o, anche, da una pace imperialistica di rapina».