Partito Comunista Internazionale

Riunione Generale internazionale di maggio 2026: dallo studio del passato della lotta di classe i giovani traggano gli auspici per un futuro rivoluzionario

Categorie: CGT, France, General Meeting, Italy, Revolutionary-syndicalism, Russia, Union Question, USA

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Nei giorni di sabato 30 e domenica 31 maggio si è tenuta la nostra quadrimestrale Riunione Generale, la n. 155 dalla scissione del novembre 1973. Si è trattato di una riunione di particolare importanza, perché vi hanno partecipato per la prima volta come compagni effettivi numerosi giovani di diversi paesi e continenti, oltre a un discreto numero di simpatizzanti molto dedicati.

I lavori si sono svolti secondo l’usuale metodo di partito, con la differenza che, a causa della partecipazione online di compagni di diversi continenti, gli orari sono stati aggiustati per consentire al maggior numero di compagni di partecipare senza troppo disagio.

Nel corso della prima riunione del sabato i compagni responsabili di attività collettive hanno riferito sull’andamento di queste; quindi i compagni, dopo la relazione generale del Centro, sono stati informati sulle caratteristiche del rinnovato sito web, sull’andamento dei contatti con i social media, sull’attività del gruppo di lettura, sugli studi in corso e su studi proposti, e sulla situazione finanziaria dell’organizzazione.

Nella seconda parte della giornata sono stati presentati il lavoro sulla questione militare e parte dello studio sul Sindacato Ferrovieri Italiani (SFI) negli anni ’20 del secolo passato.

Nel corso della prima parte della riunione di domenica sono stati presentati tre interessantissimi lavori sulla storia del movimento operaio, ognuno centrato su un particolare periodo, e in un diverso paese: Stati Uniti, Francia, Russia. Nella seconda parte della giornata è stato esposto il consueto lavoro sull’andamento dell’economia del capitalismo mondiale, e infine è stato concluso il lavoro sullo SFI. Tutti questi rapporti riferiscono sull’andamento di studi che da molti anni proseguono, e che il partito continua a svolgere come suo compito primario; periodicamente vengono poi pubblicati sulla nostra stampa. Il livello dei rapporti è stato come al solito notevole.

Su questo numero de Il Partito Comunista inizia la pubblicazione dei riassunti.

Storia del movimento sindacale francese. Quarta parte

Nelle precedenti relazioni abbiamo descritto le diverse forme di organizzazione economica del movimento sindacale europeo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Abbiamo poi affrontato le caratteristiche del movimento operaio francese l’alleanza rivoluzionaria tra borghesia e proletariato fino al febbraio 1848, l’importanza della piccola borghesia come terreno dell’anarchismo, il capitalismo finanziario parassitario, l’imperialismo francese e la conquista delle colonie come fonte di corruzione per una parte del proletariato). Abbiamo illustrato la nascita dei sindacati operai prima del 1871, l’ascesa economica francese accompagnata da quella del movimento sindacale operaio e del movimento socialista dopo la Comune di Parigi.

Nel 1884, dopo il riconoscimento legale, il movimento sindacale si sviluppò rapidamente. Le diverse correnti che emersero furono innanzitutto quella di Proudhon, padre dell’anarchismo, combattuto da Marx, a cui si ispirerà il sindacalismo rivoluzionario di Pelloutier. Il sindacalismo rivoluzionario, di cui Sorel fu il principale teorico, segnerà fino al 1905 il sindacalismo francese.

Nel 1886 venne fondata una Federazione nazionale delle camere sindacali (FNS) che riuniva i sindacati di mestiere; essa fu dapprima dominata dai riformisti, poi dal Partito Operaio Francese (POF), nato su basi marxiste nel 1880.

Già a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento, il movimento sindacale francese divenne terreno fertile per l’anarchismo sotto forma di sindacalismo rivoluzionario. Il Paese conobbe uno sviluppo capitalista più lento rispetto alla Gran Bretagna e alla Germania; così, nel 1900, i nove decimi delle imprese francesi contavano meno di dieci operai, con una massa di artigiani, creando quindi un terreno fertile per la piccola borghesia e l’anarchismo. Il sindacalismo rivoluzionario esaltava l’azione diretta e lo sciopero generale, lo scontro con la borghesia, ma rifiutava l’azione parlamentare e politica. Il padre del sindacalismo rivoluzionario fu Pelloutier, che ispirò la formazione delle Borse del Lavoro (Bourse du travail) già nel 1887, al tempo stesso un’ufficio per trovare lavoro, ma soprattutto un posto per tutte le associazioni sindacali e di mutuo soccorso per i lavoratori, raggruppanti i lavoratori su base territoriale e non più per mestiere. Le borse si unirono nel 1892 in una Federazione delle borse del lavoro (FNB) dominata dai sindacalisti rivoluzionari.

Il movimento socialista si sviluppò secondo diverse correnti. Quella marxista con Jules Guesde e Paul Lafargue, genero di Marx, che nel 1880 fondarono il Partito Operaio Francese (POF), influente nelle grandi industrie, come quella tessile del nord e quella siderurgica del centro. Le altre correnti erano quella riformista detta dei «possibilisti», a cui in seguito apparterrà Jaurès, e quella dei cosiddetti «rivoluzionari» che propugnavano l’insurrezione con il partito blanquista di Edouard Vaillant e il partito di Allemane. Il Partito Operaio, rivendicando l’autorità del partito sul sindacato, doveva rompere con il movimento sindacale dominato dal sindacalismo rivoluzionario. La crisi dell’affare Dreyfus (1894-1906), che divise la Francia, fece virare il partito operaio verso l’opportunismo e il parlamentarismo già dal 1898, unendosi ai riformisti per «salvare la patria» da un improbabile colpo di Stato monarchico!

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La nascita della CGT sindacalista rivoluzionaria nel 1895 e la debolezza del Partito Operaio

La supremazia del sindacalismo rivoluzionario sul POF (1888-1895)

Sotto l’influenza degli anarco-sindacalisti, il terzo congresso della FNS, Federazione nazionale dei sindacati e dei gruppi corporativi operai di Francia, tenutosi a Bordeaux nell’ottobre 1888, riprese la questione dello sciopero generale e concluse: «Solo lo sciopero generale, cioè la cessazione completa di ogni lavoro, o la Rivoluzione possono condurre i lavoratori verso la loro emancipazione». Questo congresso concluse inoltre, contro il parere dei guesdisti, sulla necessità di separarsi nettamente dal movimento politico e di organizzare solidamente le camere sindacali, l’«unica grande armata delle rivendicazioni sociali»! L’emancipazione dei lavoratori doveva essere opera dei lavoratori stessi! I guesdisti segnavano un passo indietro.

Guesde rappresentò il POF il 14 luglio 1889 al congresso internazionale di Parigi, da cui nacque la II Internazionale o Internazionale Operaia, di cui fu una delle figure di spicco; nel 1890 fu membro del comitato organizzativo del 1° maggio 1890 e membro della delegazione incaricata di presentare le rivendicazioni dei lavoratori alla presidenza della Camera. Il 14 novembre 1890 partecipò al congresso della socialdemocrazia tedesca a Halle e si attirò aspri attacchi da parte della stampa nazionalista francese per aver gridato: «Viva la Germania operaia»!

Nel febbraio 1892, al congresso di Saint-Étienne delle Borse del Lavoro (allora 14 in Francia), su iniziativa della Borse di Parigi e di Pelloutier, si costituì una Federazione nazionale delle borse del lavoro di Francia e delle colonie (FNB) con l’obiettivo di distinguersi dalla tendenza del partito operaio guesdista che, proprio come le sezioni tedesca e belga dell’Internazionale socialista, intendeva controllare i sindacati ed era favorevole all’azione in parlamento. Pelloutier dovette rinunciare a parte delle sue teorie anarchiche per favorire la centralizzazione delle forze operaie, sognando una rivoluzione senza dittatura, senza Stato e senza centralizzazione! Accanto agli anarchici c’erano socialisti e riformisti, ma gli anarchici guidati da Pelloutier avrebbero assunto un ruolo sempre più importante e si sarebbero opposti alla loro concorrente, la FNS controllata dal POF, la cui influenza era ormai molto debole. Questo movimento delle Borse del Lavoro avrebbe prevalso su quello delle camere sindacali della FNS. Una delle risoluzioni a favore dello sciopero generale proposta da Pelloutier fu adottata come «mezzo pacifico e legale … (per) accelerare la trasformazione economica e assicurare, senza possibilità di reazione, il successo del quarto stato [le associazioni operaie]» (citato da Programme Communiste n. 25 del 1963) basandosi, come aveva fatto la Seconda Internazionale, sull’evidente insuccesso di un movimento insurrezionale.

Da parte sua, nel settembre 1892 la Federazione delle Camere sindacali FNS (sindacati di categoria) tenne il suo quinto congresso a Marsiglia, alla presenza di delegati delle Borse del Lavoro, tra cui quella di Parigi. Anche Guesde e Lafargue vi parteciparono in qualità di delegati. In tale occasione fu adottata, come al congresso delle Borse del Lavoro, una risoluzione promossa dal socialista indipendente Aristide Briand a favore del principio dello sciopero generale («sospensione simultanea universale»), lasciando però al terzo congresso internazionale dei lavoratori socialisti (II Internazionale) di Zurigo il compito di stabilirne le modalità d’azione; l’argomento addotto era che i sindacati, dopo aver utilizzato senza successo lo sciopero parziale, lo avevano adottato con successo e quindi accettavano di «fare politica». Durante il congresso del POF nel settembre 1892 a Marsiglia, la proposta a favore dello sciopero generale fu nuovamente respinta. Mentre nel 1879 e nel 1886 i guesdisti potevano pensare di aver messo le mani sul movimento operaio, dovettero fare un passo indietro durante l’ultimo decennio del secolo e oltre.

In occasione del terzo congresso della Seconda Internazionale, tenutosi a Zurigo nell’agosto del 1893, al quale era presente Engels, gli anarchici guidati da Gustav Landauer furono espulsi (la scissione fu sancita nel 1906). I sindacati furono ufficialmente ammessi (i guesdisti e Vaillant vi erano ostili, sostenitori di un’organizzazione sindacale internazionale separata da quella dei partiti socialisti) e il tema dello sciopero generale fu accennato rapidamente e senza giungere a una conclusione!

L’anarchismo in Francia, al termine di un periodo di attentati spettacolari (1892-94), il più famoso e l’ultimo dei quali fu l’assassinio del presidente della Repubblica, Sadi Carnot, nel 1894 a Lione, «espressione sublimata dell’esasperazione e dell’impotenza delle classi sfruttate» (Programme n. 25), si allontana dal terrorismo e si dedica all’azione sindacale, ma al di fuori di qualsiasi partito, azione sindacale a partire dalla quale ritiene di poter operare alla riorganizzazione della società. E furono in particolare le borse del lavoro, che raggruppavano i sindacati, a vedere il decollo del sindacalismo rivoluzionario derivato dall’anarchismo, conferendo i tratti dominanti al periodo che va dal 1892 al 1906, periodo in cui dominò la rivalità ideologica tra socialismo e sindacalismo, mentre il periodo dal 1906 al 1914 vedrà il declino dei sindacalisti rivoluzionari e il rafforzamento di questa rivalità tra sindacato e partito, giustificata allora dall’atteggiamento riformista e opportunista del partito con la partecipazione dei socialisti al governo.

Infatti, la separazione tra sindacato e partito non fece che accentuarsi. Numerose battaglie politiche distolsero i partiti socialisti dal loro compito di lotta all’interno delle organizzazioni economiche, con lo scontro tra monarchici e repubblicani, l’ascesa del radicalismo borghese, gli scandali politici e finanziari (lo scandalo di Panama, l’affare Dreyfus).

Nel 1893 la FNB dichiarò l’assoluta indipendenza del sindacato rispetto allo Stato e ai partiti politici! Il suo federalismo si opponeva anche alla centralizzazione del POF. Affermava che l’emancipazione dei lavoratori attraverso lo sciopero generale espropriativo, la presa di possesso degli strumenti di produzione, doveva avvenire per quartiere, per impresa, e senza centralizzazione.

In occasione del congresso di Nantes (settembre 1894) della FNS, fino ad allora patrocinato dal Partito Operaio, la maggioranza approvò una mozione a favore dello sciopero generale. Ciò che era in gioco nella polemica tra socialisti e sindacalisti (Programme n. 24) «era proprio una questione di programma, la sostituzione della parola d’ordine socialista della presa del potere da parte del proletariato e della dittatura della classe rivoluzionaria vittoriosa sulle classi espropriate, con la parola anarchico-sindacalista dello “sciopero generale espropriatore”». In altre parole, si trattava della continuazione della vecchia polemica tra marxismo e anarchismo. (…) In una prima fase il partito di Guesde, senza commettere gravi infrazioni nei confronti dei principi del movimento proletario rivoluzionario, non seppe tuttavia comprendere quali fossero le esigenze imperative del movimento sindacale e, in gran parte per questo motivo, ne perse il controllo. (…) L’organizzazione sindacale aveva in quel momento raggiunto un notevole grado di coesione ed efficacia e assumeva risolutamente la guida delle lotte operaie». I guesdisti subirono così una sconfitta all’interno della Federazione delle Camere sindacali: non erano riusciti a ottenere che questa respingesse ancora una volta una mozione a favore dello sciopero generale, e si dimisero perché ritenevano che essa non fosse che una caricatura della concezione marxista della rivoluzione proletaria.

L’anno 1895 segnò quindi una cesura tra due periodi: il primo, in cui il partito incarnava ancora i principi rivoluzionari del marxismo e i sindacati non avevano alcun peso, e il secondo, in cui i sindacati si espandevano mentre il partito era già sulla china dell’opportunismo.

La fondazione della CGT a Limoges nel settembre 1895

La questione dell’unità sindacale tra le due federazioni, FNS e FNB, si pose rapidamente, dopo la sconfitta dei guesdisti al congresso della FNS a Nantes del settembre 1894. La FNS decise di invitare al suo futuro congresso a Limoges nel settembre 1895 tutte le organizzazioni sindacali, i rappresentanti delle camere sindacali, dei gruppi corporativi, delle federazioni di mestiere, delle unioni e delle borse del lavoro, e la FNB, che accettò l’offerta.

Un comitato nazionale, in cui sedevano rappresentanti delle due federazioni insieme ad altri militanti, era incaricato della preparazione del congresso, che si tenne a Limoges dal 23 al 28 settembre 1895 e che diede vita alla Conferazione generale del lavoro -Confédération Générale du Travail (CGT)-, con 75 delegati provenienti da 26 federazioni industriali o di categoria, da 18 borse del lavoro, 126 camere sindacali isolate. Inviati dai più diversi gruppi sindacali, i delegati – tra cui si contarono tre donne – discussero un ordine del giorno molto fitto. Tuttavia, fu la creazione di un’organizzazione nazionale a occupare la maggior parte dei dibattiti e a portare alla fondazione della CGT. Alcuni avrebbero voluto chiamare la nuova centrale «Confederazione nazionale» o «francese» del lavoro, ma questa proposta fu infine respinta sulla base della seguente argomentazione: l’organizzazione del lavoro non deve essere solo nazionale, ma anche internazionale! Si organizzava per federazioni di mestieri e Borse del lavoro.

Ma soprattutto: un emendamento precisava che «i membri della CGT dovranno tenersi al di fuori di ogni corrente politica». Fin dalla sua nascita, undici anni prima del congresso in cui sarebbe stata adottata la «Carta di Amiens» nel 1906, la CGT manifestava estrema diffidenza nei confronti di qualsiasi organizzazione politica. Manterrà questo atteggiamento fino alla prima guerra mondiale e, anche se in seguito lo rivendicherà, il suo rapporto con il partito cambierà!

Partito operaio francese e questione sindacale: dal marxismo all’opportunismo

In Programme Communiste n. 24, 1963, p. 62 scrivevamo:

«Se al termine della lunga depressione determinata dallo schiacciamento della Comune di Parigi, la costituzione del Partito operaio, cioè la prima organizzazione proletaria marxista in Francia, è stata un risultato politico di prim’ordine, se ne cercherebbe invano l’equivalente in campo sindacale. Se infatti nel 1880 i principi del socialismo scientifico vengono affermati per la prima volta in Francia in modo netto e chiaro, quindici anni dopo, nel 1895, la maggior parte delle organizzazioni sindacali sfugge ancora all’influenza di questo socialismo, e la rottura tra il partito di Guesde e i sindacalisti è già consumata.» E più avanti a pag. 65:

«Che la divergenza tra socialisti e sindacalisti si basasse, almeno all’inizio del conflitto, solo su una lotta per la guida del movimento sindacale – e non sulla superiorità e l’utilità di una determinata forma d’azione – basta constatare che il famoso «sciopero generale» propugnato dal sindacalismo francese non vide mai la luce in Francia.

Quando, all’inizio del secolo successivo, scoppiarono scioperi generali in Russia, essi non confermavano affatto gli schemi degli anarchici-sindacalisti francesi (e stranieri) da un lato, ma dall’altro, i socialisti, corrotti da una lunga pratica parlamentare, erano diventati incapaci di coglierne la portata e, a maggior ragione, di assumerne la guida, se per caso questa forma di lotta si fosse generalizzata dalla Russia zarista alla Francia ultra-borghese.

Ciò non cambia nulla al senso della divergenza iniziale. Fino a quella svolta dell’inizio del XX (ventesimo) secolo, la sostituzione della parola d’ordine «sciopero generale espropriatore» a quella di «presa del potere politico» non era e non poteva essere che un ripudio del partito e dell’azione politica, anche se nel pensiero dei suoi sostenitori era un mezzo per scongiurare la deviazione parlamentarista. Al conflitto scoppiato intorno al 1890 tra i guesdisti e i sindacalisti, l’evoluzione dei rapporti di forza di classe in Francia non poteva fornire una soluzione rapida; ma tale conflitto rifletteva comunque l’irriducibile opposizione tra due concezioni della rivoluzione operaia: il marxismo, per il quale non c’è socialismo senza la distruzione dello Stato borghese e l’uso di uno strumento di repressione quale lo Stato proletario; il sindacalismo che, pur avendo rotto formalmente con l’anarchismo, rimaneva nemico di «ogni» Stato, opposto a «ogni» costrizione. L’importanza di principio del problema sollevato giustifica ampiamente l’intransigenza di Guesde.» E più avanti a p. 66:

«Guesde voleva, a ragione, la rottura con coloro che facevano dello sciopero generale un fine a sé stesso e facevano credere che fosse possibile porre fine al Capitale senza affrontare lo Stato capitalista, rovesciare il potere borghese, instaurare la dittatura rivoluzionaria, ed è anche giustamente che cercò di impedire che il nascente movimento sindacale cadesse nelle mani di una frazione intrisa di utopismo anarchico nel momento in cui l’unica centrale esistente [FNS] era nelle mani del Partito socialista [POF].L’indignazione dei democratici operai di fronte ai tentativi «autoritari» di Guesde di mantenere l’influenza del Partito nel sindacato era tanto più meschina, e tanto più vane le loro invocazioni della presunta volontà generale che sarebbe stata così «calpestata», quanto più la lotta si sviluppava in circoli molto ristretti e quanto più la maggior parte del proletariato ne era allora totalmente estranea. Il sindacato stesso era ancora solo un embrione, e l’unica questione che si poneva era se sarebbe caduto sotto l’influenza dei socialisti marxisti o sotto quella degli anarchici.

Il grande errore di Guesde fu quello di trasferire meccanicamente, nelle condizioni di immaturità del movimento operaio francese, una formula di stretto controllo del sindacato da parte del partito che era possibile solo in paesi con uno sviluppo e una concentrazione industriale ben più avanzati, come la Germania e il Belgio, due terre d’elezione della socialdemocrazia. In questi paesi, e fino alla degenerazione opportunistica della Seconda Internazionale, la centralizzazione dei due organismi aveva permesso di coniugare le rivendicazioni sindacali con la lotta socialista in Parlamento. In Francia, invece, il tentativo fallito di imitare goffamente la socialdemocrazia tedesca in materia sindacale ebbe l’effetto di polarizzare ancora di più l’attività del partito verso la propaganda elettorale, di mettere contro di esso i militanti già ostili per formazione, di esasperare la volontà di autonomia dei dirigenti sindacali e di conferire un carattere di principio eterno e sacro di salvaguardia dell’organizzazione sindacale a una formula nebulosa che all’inizio esprimeva solo l’ideologia propria di una minoranza.»

Infatti Guesde, che si impegnò senza riserve a favore degli operai in sciopero, si mostrò intransigente nei confronti dell’azione diretta raccomandata dai sindacalisti rivoluzionari, sostenendo l’efficacia della lotta parlamentare.

Continuiamo con Programme Communiste n. 24, pag. 67:

«Un’altra conseguenza, ancora più grave, dell’atteggiamento intransigente di Guesde fu quella di rendere, a lungo andare, il partito ostile per principio allo sciopero generale, anche se considerato come semplice mezzo d’azione nella lotta operaia. Ciò che in Guesde era solo una deformazione scolastica doveva diventare, con l’aiuto delle circostanze, un argomento veramente opportunista. Una lodevole preoccupazione di allontanarsi da concezioni avventuristiche doveva trasformarsi in un rifiuto della lotta e in una complicità oggettiva con la borghesia. Così, poiché gli anarchici volevano conferire all’attività sindacale una prospettiva rivoluzionaria romantica, Guesde finì ben presto per adottare quell’atteggiamento che, vent’anni dopo, in Germania, tradì la totale sclerosi della socialdemocrazia e che consisteva nel lasciare ai sindacati le rivendicazioni economiche e affidare al partito le riforme da realizzare in Parlamento.

Un atteggiamento veramente ispirato al marxismo sarebbe stato diverso. L’importanza, l’ampiezza e la forma delle lotte da condurre non sono una questione di principi, ma solo di valutazione del rapporto di forze e, nella prospettiva rivoluzionaria della presa del potere, già il concetto di sciopero generale è perfettamente ortodosso. È sugli obiettivi politici, sulla natura e sulla forma del potere e sull’accettazione della dittatura proletaria che si pongono le questioni di principio. Nonostante la loro fraseologia battagliera, gli anarchici, e i sindacalisti che si ispirano ai loro principi, hanno una concezione democratica della rivoluzione; incapaci di concepire la dittatura di ferro necessaria per la distruzione dei rapporti di produzione capitalisti, il loro liberalismo si accontenta di una coalizione tra le classi e i partiti più disparati. È proprio attraverso questi ultimi che vengono sconfitti dalla controrivoluzione, come hanno avuto modo di dimostrare, mezzo secolo dopo gli eventi che qui ci interessano: nel corso dei loro «scioperi generali» in Spagna i repubblicani e gli antifascisti tradirono e consegnarono a Franco le insurrezioni proletarie del 1936. È quindi necessario che il marxismo combatta l’accezione anarchica dello sciopero generale e Guesde, da questo punto di vista, era perfettamente autorizzato a farlo agli albori del movimento sindacale francese. Ma questa delimitazione e questa salvaguardia dei principi acquisiti nel movimento proletario non richiedevano affatto che il partito rifiutasse, anche in un periodo di espansione del capitalismo, un potente mezzo d’azione valido per le rivendicazioni proprie di tutta la classe. È su questo terreno, e non nelle malsane anticamere dell’attività parlamentare, che il partito degli operai può agire a favore delle rivendicazioni immediate del proletariato nei periodi in cui gli è preclusa la prospettiva di un assalto rivoluzionario al potere. In altre parole, sarebbe stato opportuno che il partito di Guesde, di fronte allo slogan che gli anarchici hanno elevato a ‘nec plus ultra’ (al massimo) della rivoluzione sociale, si fosse impegnato a separarne l’aspetto ideologico, che andava combattuto in quanto viziato da utopismo e apoliticismo, dal suo contenuto di combattività sociale, che andava invece incoraggiato e sviluppato.

Adottando una posizione contraria, la frazione sindacale di Guesde dimostrava che il partito conteneva già i germi dell’evoluzione opportunista che, concentrandosi sulle elezioni e sulla conquista dei comuni, suscitò nel movimento sindacale una feroce tradizione «anti-partito» e lasciò ai sindacalisti il monopolio delle agitazioni per obiettivi che erano tuttavia strettamente conformi ai compiti del partito, in particolare la denuncia della guerra imperialista in vista, l’antimilitarismo e l’anticolonialismo che, nei decenni successivi, avrebbero costituito i titoli di gloria del sindacalismo rivoluzionario.

Se ora ricollochiamo la formazione della tendenza anarchico-sindacalista nelle condizioni dell’epoca, comprendiamo perché l’ideologia dello sciopero generale abbia permesso ai suoi sostenitori di rispondere meglio, rispetto al partito socialista, alle aspirazioni degli operai. E questo ci dà il diritto di separare l’innegabile efficacia pratica dei sindacalisti, per un determinato periodo, da una visione sociale che è tanto conformista e deviazionista rispetto al programma iniziale del proletariato quanto quella dei riformisti dichiarati. (…) Pertanto, senza nulla togliere ai meriti individuali dei sindacalisti — militanti spesso integri, devoti e pieni di abnegazione —, non si può condividere l’apologia che ne fanno i loro storici quando questi ultimi affermano con tono dottrinario che quel sindacalismo rappresentasse la forma definitiva e futura del movimento rivoluzionario del proletariato. Se i promotori dell’indipendenza sindacale e dello sciopero generale si sono trovati alla guida del primo raggruppamento di massa dei lavoratori, non è affatto in quanto rappresentanti del proletariato industriale del futuro, ma al contrario, in quanto residuo storico, perché il basso livello di sviluppo e di concentrazione delle forze produttive aveva lasciato la direzione del movimento sindacale ai vincitori di una sorta di competizione a porte chiuse in cui, tra le due minoranze organizzate presenti, la maggioranza era dalla parte della perpetuazione anacronistica del passato.

Che la lotta per la direzione dei sindacati si sia svolta all’interno di una minoranza della classe operaia, ce lo conferma un dato relativo agli iscritti alla C.G.T. nel 1902: «A quella data», scrive lo storico del movimento operaio francese, Edouard Dolléans, «sul totale della forza lavoro dell’industria appena il 17% era sindacalizzato: si tratta sia di una minoranza operaia che di una minoranza sindacale che si sono confederate». Perché allora la maggior parte dei militanti di questa avanguardia operaia optò per il sindacalismo, lo sciopero generale e l’azione diretta? Perché il partito, già impantanato nel parlamentarismo, non sapeva proporre loro altro che le elezioni, perché erano stanchi di un’attività parlamentare deludente da parte dei delegati operai, perché la loro tradizione di classe trasmetteva loro la profonda e giustificata diffidenza di una plebe che era sempre stata ingannata dai rappresentanti della piccola borghesia, perché, per le due o tre generazioni precedenti, la politica aveva sempre significato chiacchiere impotenti in parlamento, tradimento nelle strade. Perché numerosi erano accaniti sostenitori dell’indipendenza sindacale? Perché prima ancora che i «socialisti di governo» di Millerand cercassero di annettere il movimento sindacale, «i militanti operai avevano sofferto talmente tanto per le divisioni politiche tra le loro organizzazioni che ai loro occhi l’autonomia sindacale era la condizione dell’unità operaia» (Dolléans). Perché gli anarco-sindacalisti, che diedero militanti di grande rilievo, erano gli unici, in tutto il movimento, a sfuggire alla soffocante attività essenzialmente elettorale del partito, a potersi dedicare ai problemi immediati delle rivendicazioni operaie e, di conseguenza, gli unici a sapere come risolverli e ad affrontarli con tenacia negli organismi più adatti.» (Programme Communiste n. 24).

IL SINDACATO FERROVIERI, LA MISERA FINE DI UN GLORIOSO SINDACATO ROSSO

Il rapporto, data la sua lunghezza, soprattutto per effetto dell’abbondante uso di citazioni dagli organi di stampa del PCd’I, è stato presentato in due parti distinte: al sabato ed alla domenica.

Quando avremo nel nostro partito un consistente numero di compagni ferrovieri e questi daranno tutta la loro attività al rinato sindacato di classe, allora ci sarà bisogno di riscrivere, dall’inizio, la storia del Sindacato Ferrovieri Italiani, il glorioso sindacato rosso, nato nel 1907 e miseramente morto nel 1925.

Nella serie di rapporti già presentati abbiamo preso in esame solo la ingloriosa fine di quelle che, in passato, erano state delle formidabili organizzazioni di classe ed abbiamo cercato di mettere in evidenza le cause della loro degenerazione che, da marxisti, non accolliamo unicamente alla responsabilità dei capi traditori, ma a condizioni materiali, sociali e storiche ben superiori alla volontà degli individui. Anche se questi hanno pur sempre le loro responsabilità.

A noi non scandalizza prendere atto che la volontà della borghesia è di imprigionare i proletari in sindacati trasformati in organi statali, altrettanto bene sappiamo che il piano di svuotamento del movimento operaio, proprio del revisionismo riformista coincide sostanzialmente con il sindacalismo fascista, il corporativismo alla Mussolini. Quello che, attraverso questi rapporti, ci preme ribadire e sottolineare è che la nostra corrente comunista di sinistra non ha mai parlato di traumatiche rotture, per noi le degenerazioni degli organi sindacali non subiscono soluzioni di continuità: già con l’adesione alla prima guerra mondiale le centrali sindacali si erano messe al totale servizio dello Stato sottomettendo gli interessi immediati della classe operaia a quelli immanenti di conservazione sociale della classe borghese e del suo regime. Quindi, se non interverrà una forte ripresa della lotta di classe, diretta da un partito comunista, radicato all’interno del proletariato e dei suoi organismi di classe, i sindacati saranno condotti, a livello internazionale, a divenire delle semplici appendici della macchina statale borghese.

Dopo aver favorito l’avvento del fascismo al potere, la CGdL non fu certo l’unico sindacato a cercare di saltare sul carro del vincitore. Anche il Sindacato Ferrovieri Italiani (SFI) fece lo stesso ignobile percorso, benché nella sua storia e azione di classe si fosse, a ragione, guadagnato il titolo di sindacato rosso.

Ma procediamo con ordine.

Nei cinque mesi successivi alla sua fondazione il Partito comunista d’Italia si era dato una ben solida e diffusa struttura all’interno dei sindacati cosiddetti “di classe” e, attraverso propri gruppi di azione e proselitismo, il Partito conquistava sempre maggiori consensi tra la massa proletaria.

Al X Congresso del Sindacato Ferrovieri, che si tenne a Bologna nel luglio 1921, la rappresentanza comunista ribadì la tattica del partito di condanna verso ogni tipo di scissione sindacale, auspicando invece la riunione di tutti i sindacati di classe in una unica organizzazione; ossia far convergere tutte le sigle esistenti, all’interno della Confederazione Generale del Lavoro, in modo da strapparne la dirigenza ai bonzi opportunisti. E, a tale scopo, presentò apposita mozione.

La risposta di tutte le altre componenti politiche rappresentate nel SFI non mancò e fu unanime. Immediatamente, da parte di anarchici, sindacalisti, socialisti, repubblicani e “senza partito”, si formò un “fronte unico” anticomiunista: solo 22 delegati votarono la mozione, mentre l’ordine del giorno dei sindacalisti-anarchici otteneva 58 voti.

È da notare che nei congressi precedenti i delegati socialisti avevano sempre avanzato la proposta di adesione del SFI alla CGdL anche in continuità con il “Patto d’Azione” di Firenze del 1907. Così che anche al X Congresso SFI ai delegati socialisti era stato dato mandato, dalla loro base, di sostenere l’adesione alla CGdL, ma, per ordine di partito, dovettero votare contro la mozione comunista.

Da parte loro anarchici e sindacalisti avevano dichiarato che, nel caso fosse passato l’ordine del giorno comunista, loro sarebbero usciti dall’organizzazione. Ecco che i dirigenti “rivoluzionari” del glorioso sindacato di classe dei ferrovieri sarebbero stati disposti a spezzarne l’unità pur di mantenere i loro privilegi ed i posti di comando. Proprio come i socialdemocratici, con i quali, infatti, formarono uno strettissimo fronte unico contro i comunisti.

L’attacco anticomunista proseguì poi al momento della nomina dei cinque Consiglieri Generali; mentre ad ogni corrente politica, perfino ai repubblicani, fu data la possibilità di scegliersi un rappresentante, questo si volle impedire ai comunisti.

Proprio come i bonzi socialdemocratici della CGdL, i “rivoluzionari” si riproponevano di mettere i comunisti nella condizione di abbandonare il sindacato. Questa però era solo una pia illusione perché il Partito mai avrebbe ritirato i propri iscritti da un sindacato. In fondo queste erano le direttive dell’Internazionale Comunista che, nel dicembre 1922, aveva sancito: «È assurdo che singoli comunisti ed operai rivoluzionari vengano tolti dai sindacati riformisti per essere inseriti nei sindacati rivoluzionari. Nessun sindacato riformista deve essere privato dei fermenti rappresentati dai comunisti. Una attività efficiente e vigorosa dei comunisti in entrambe le organizzazioni è la premessa per la ricostituzione della distrutta unità.»

Cosa rimaneva quindi da fare ai bonzi di entrambi gli schieramenti? Procedere alla espulsione dei comunisti!

Quindi i compagni nostri Azzario e Berruti, strenui organizzatori, rispettivamente, dei compartimenti ferroviari di Milano e Torino, vennero espulsi per “indisciplina”. È questa una accusa che i veri comunisti si sono sempre (anche recentemente) sentiti addebitare.

Nel frattempo la reazione fascista andava intensificando ed estendendo in tutta Italia la sua più brutale violenza, a cui i lavoratori piemontesi e lombardi, il 19 luglio 1922, rispondevano con un compatto sciopero generale.

Per tassativi ordini dei dirigenti centrali del SFI, che, tra l’altro, costituivano la Segreteria dell’Alleanza del Lavoro, ai ferrovieri di Lombardia e Piemonte, fu proibito di aderire all’azione, dando così libertà di movimento e di rapida concentrazione alle armate fasciste.

Allo stesso tempo, però, una tendenza che aveva i suoi esponenti diretti e più rappresentativi all’interno degli organi dirigenti cercava palesemente di condurre il sindacato sul terreno della collaborazione e del sindacalismo nazionale, sotto gli auspici di D’Annunzio.

Quando il 1° agosto 1922 l’Alleanza del Lavoro proclamò lo sciopero generale per protestare contro il fascismo, che nella sua ultima impresa aveva messo a sacco Ravenna, i gruppi ferrovieri comunisti furono ovunque ai primi posti, e in molti centri ferroviari la buona riuscita dello sciopero fu dovuta esclusivamente alla attività ed allo spirito di sacrificio e di iniziativa da essi dimostrato.

Come abbiamo più volte denunciato, malgrado le eroiche difese opposte dal proletariato in tante località, lo sciopero ebbe una fine disorganica, politicamente e sindacalmente fallimentare. Ancora una volta i proletari erano stati condotti allo sbaraglio sia dalla tattica rinunciataria dei riformisti, sia dalla inettitudine di sindacalisti ed anarchici.

Terminato lo sciopero i fascisti ebbero nuovamente la possibilità di concentrarsi in luoghi precedentemente stabiliti e lì sferrare i loro attacchi terroristici nei confronti della classe operaia.

Particolarmente colpiti dallo scatenarsi della reazione illegale e legale furono i ferrovieri, a cominciare da quei militanti che sempre si erano distinti in tutti gli episodi della lotta di classe. Ma la cosa più grave fu che a questa reazione si unì una violenta crisi all’interno del sindacato determinata dagli elementi nazionalisti e dannunziani, ai quali risaliva la responsabilità prima della espulsione dei compagni Azzario e Berruti perché comunisti.

Il 18 agosto 1922 il Comitato Esecutivo del SFI, con atto arbitrario deliberava l’immediato ritiro del Sindacato Ferrovieri Italiani dall’Alleanza del Lavoro. Gravissimo atto che spezzava l’unità proletaria proprio nel momento in cui maggiore si scatenava la violenza avversaria.

Nel corso del rapporto ci siamo soffermati sulle misure di vero terrorismo di classe adottate dallo Stato nei confronti dei ferrovieri che avevano preso parte attiva allo sciopero, cosa che qui, ora, non possiamo ripercorrere.

A migliaia furono i ferrovieri licenziati; i puniti oltre 75mila, compresi molti avventizi a cui venne rifiutato ogni diritto di sistemazione e licenziati immediatamente.

E dire che il Presidente del Consiglio, il democratico Facta, agli onorevoli Turati e Modigliani, mediatori di pace tra l’Alleanza del Lavoro e il governo, aveva assicurato che da parte dello Stato non ci sarebbe stata nessuna rappresaglia.

Mentre i comunisti premevano per l’attuazione di un vero fronte unico proletario con la rinascita dal basso dell’Alleanza del Lavoro, all’interno delle dirigenze SFI sempre più insistente si diffondeva la proposta dello scioglimento del sindacato e dare vita a vari, “indipendenti”, sindacatini di categoria.

Mentre i comunisti incitavano la massa a fronteggiare con azioni di classe i colpi della reazione legale ed illegale, i bonzi si appellavano al Mninistro dei Lavori Pubblici chiedendo che cessassero le minacce e le violenze di cui venivano fatti segno i ferrovieri organizzati nel SFI.

Ma, visto che le assicurazioni di un ministro non portavano a nessun risultato, i bonzi traditori pensarono di spingersi più in alto a chiedere pietà. Sì, anche loro, proprio come i bonzi della CGdL si inginocchiavano di fronte a Mussolini.

Ebbene, il 17 gennaio 1923 Mussolini concedeva udienza ai vili rappresentanti del Comitato Centrale del SFI, i quali presentavano al duce del fascismo un loro supplichevole memoriale. Dopo nemmeno tre mesi dalla cosiddetta “Marcia su Roma”, il SFI in un documento ufficiale dichiarava a Mussolini la propria sottomissione al nuovo regime.

Malgrado il servilismo dimostrato verso il potere, la risposta di Mussolini fu quella del padrone che non ammette se non la esplicita resa incondizionata:

Ma i dirigenti del sindacato ferrovieri non si diedero per vinti ed esattamente due mesi dopo (il 17 marzo) rivolgevano a Mussolini un secondo memoriale, ancora più vile del primo, nel quale possiamo leggere espressioni di questo tenore: «Il Sindacato ferrovieri italiani, si lusinga che V. E., quale espressione di sana giustizia, …» Come si vede il Sindacato ferrovieri dichiarava il suo completo assoggettamento al regime fascista, ma anche questa volta la risposta di Mussolini è quella del vincitore che sfodera tutta la sua sete di vendetta nei confronti del vinto, anche se pronto a mettersi al suo servizio. La risposta di Mussolini non può essere più chiara: «faccia il Sindacato ferrovieri atto formale e solenne di sottomissione allo Stato, sciogliendosi ed entrando a far parte delle corporazioni fasciste.»

Su “Il Sindacato Rosso” commentavamo: «L’uomo di Predappio, che conosce a fondo l’anima dei ferrovieri, non a torto, pretende di più che non il servile inchino e le semplici dichiarazioni verbali che possono fare quelli che oggi credono di rappresentare e dirigere il sindacato Ferrovieri Italiani. Lui il dittatore di … paglia, vuole fatti; le parole non contano, e naturalmente, non può prendere sul serio quei tre meschini che a lui si prostrano. Dietro a quei tre non vede certo il grosso dell’esercito del rosso proletariato ferroviario.»

Nei giorni 21 e 22 ottobre 1923 si tenne a Roma un Convegno del SFI, pomposamente definito Congresso La particolarità di questo Convegno fu dovuta ad una “storica decisione”: l’adesione del SFI alla CGdL.

Abbiamo già visto quale e quanto accanita si fosse dimostrata l’opposizione da parte di tutte le componenti politiche interne al sindacato nei confronti della proposta comunista di adesione alla CGdL. Naturalmente questo repentino cambio di atteggiamento non poteva che confermare certezze, più che sospetti, sulle vere, autentiche motivazioni. Quando della gente senza coscienza politica muta improvvisamente di opinione vi è normalmente sotto qualcosa di poco confessabile.

«Chi non rammenta – scriveva “Il Sindacato Rosso” – gli indecorosi ed abbietti approcci collaborazionisti da costoro tentati quando ancora il fragore della Marcia su Roma riempiva di alalà le piazze d’Italia ed erano tuttora insepolti i caduti torinesi, tra cui dei ferrovieri, nelle brillanti ed eroiche giornate fasciste del dicembre? Compagni attenti! Ancora una volta si tenta condurre, mani e piedi legati, sotto il tallone del dittatore fascista, il vostro rosso battagliero sindacato. La deliberata adesione alla CGdL temiamo seriamente non abbia altro scopo, altro significato. Preparatevi quindi alla difesa contro i traditori della lotta di classe, contro gli indegni che con equivoci e astuzie tentano ai danni vostri e di tutti i lavoratori, il supremo inganno, la inqualificabile vergogna, il passaggio al nemico.»

E, in altra occasione: «Il Sindacato ferrovieri deve più che mai riconfermare nettamente le sue direttive rivoluzionarie; soltanto salvando oggi il proprio onore di organizzazione classista, sarà possibile domani riabbracciare le grandi masse colpite dalla reazione e condurle alla battaglia e alla vittoria. Viva il Sindacato rosso dei ferrovieri! Viva l’unità proletaria.»

Superata la “crisi Matteotti” il fascismo consolidò il suo potere. Alla riapertura della Camera il 3 gennaio 1925, Mussolini, con un discorso in cui si assumeva la piena responsabilità politica dei delitti consumati, diede inizio alla fase decisamente dittatoriale del suo governo. Furono impartite disposizioni ai Prefetti per la chiusura di tutti i circoli e partiti politici che potessero mettere a repentaglio l’ordine pubblico.

In base a ciò, il 9 aprile 1925, il prefetto di Bologna, emanò il decreto di scioglimento del SFI in quanto la sua attività si era «tramutata dal campo sindacale sul terreno politico con propaganda ed indirizzo contrari alle istituzioni e al governo con conseguente pericolo per l’ordine pubblico».

Questo è il modo con cui, sempre, il potere statale ringrazia i suoi servi sciocchi, i traditori della propria classe.

Da parte sua il Partito comunista non rinunciò a riorganizzare nella clandestinità le sparse forze dei ferrovieri comunisti e simpatizzanti. Un esempio ci viene da una circolare del PCdI del 14 luglio, diretta ai segretari interregionali, alle federazioni provinciali, e al Comitato nazionale sindacale comunista, con la quale si davano direttive per la costituzione del Comitato nazionale sindacale comunista ferroviario che quanto prima avrebbe dovuto provvedere «alla convocazione di un convegno nazionale di ferrovieri per il necessario coordinamento delle forze sindacali ferroviarie comuniste».

Quali siano stati i risultati di questa riorganizzazione, che doveva compiersi nella più assoluta clandestinità, non ci è dato, per ora, sapere. Comunque rapporti di polizia segnalavano che parte del personale ferroviario ancora in servizio continuava «a tener desta la propaganda sovversiva in forma subdola ma efficace».


Le prime tappe del movimento operaio in Russia

Il tema dello sviluppo storico del movimento operaio russo nel suo cammino verso la vittoria dell’ottobre 1917 è stato trattato da molti. Allora perché tornarci sopra? Non è per un desiderio accademico, ma per prepararci a una situazione storica che trasmette un senso di déjà vu: uno Stato autoritario isolato, privo di concrete organizzazioni dei lavoratori, opportuniste o meno.

Sebbene la questione contadina sia stata da tempo dimenticata, non limitando più la produzione capitalistica, la sua natura nel contesto russo continua a far sentire i suoi echi ancora oggi. Infatti, mostreremo come la repressione sia una tradizione consolidata della borghesia russa: nell’evoluzione dai contadini agli operai industriali, prima non liberi e simili a servi della gleba, poi veri e propri proletari, lo Stato, in quanto cane da guardia dei capitalisti, era lì per reprimere sanguinariamente i lavoratori. E con queste battaglie si sviluppò dialetticamente anche l’evoluzione del pensiero socialista, ideologia della classe operaia: prima il movimento narodnik, poi i disparati gruppi socialisti e infine i marxisti, con la successiva fondazione del POSDR.

La prima parte: “Il movimento operaio pre-marxista”, tratta proprio di queste fondamenta, della base materiale e politica della Russia all’inizio del XIX secolo, il secolo dello sviluppo capitalistico mondiale e di come esso entrò nell’impero zarista. Il principale effetto collaterale della peculiarità sottosviluppata del sistema russo fu l’introduzione del capitalismo in un modo di produzione profondamente feudale, che portò alla figura del servo industriale: un lavoratore impiegato in un’impresa capitalista, ma al servizio di un signore feudale, senza che in certi casi venisse corrisposto alcun salario. Ma la marea del capitale è forte, e così il feudalesimo russo iniziò a decomporsi, cosa che intendiamo dimostrare, sia con statistiche economiche, sia con resoconti delle reazioni della classe operaia e delle terribili condizioni generali di un paese in fase di industrializzazione. Poi passeremo al successivo sviluppo della dottrina rivoluzionaria storica, dapprima negli scritti di Herzen e Chernyshevsky, i socialisti utopisti russi, i primi socialdemocratici, e infine richiamandoci agli scritti di Lenin e di Plekhanov, uno dei primi veri marxisti russi.

Il movimento operaio negli Stati Uniti d’America. Capitolo 20

Introduzione

Dopo una lunga pausa, riprendiamo questo lavoro di partito per la necessità di portare avanti lo studio del movimento operaio americano fino ai giorni nostri. Non si tratta di un’esigenza accademica. Non siamo storici. Il partito non scrive per il gusto della conoscenza astratta. La nostra conoscenza è un’arma nella lotta di classe, che dobbiamo affinare attraverso lo studio per colpire meglio nella pratica.

Il capitolo 20 si concentra principalmente sulla situazione economica, il 21 sarà su quella politica, sebbene queste siano dialetticamente connesse e non debbano essere viste come storie indipendenti. Questo formato è finalizzato a facilitare la comprensione ed è in parte cronologico, poiché la maggior parte degli eventi politici si è sviluppata pienamente solo nel 1920, anche se si era formata nel 1919. Pertanto, la Paura Rossa e i suoi eventi saranno trattati solo parzialmente nel capitolo 20.

Il movimento operaio del dopoguerra

Il proletariato uscì dalla guerra aspettandosi che le promesse fatte dalla borghesia durante il conflitto fossero mantenute. Non fu così. Non appena non ci fu più bisogno di placare i lavoratori con delle elargizioni, tutti i benefici furono ritirati e tornarono i violenti scontri contro i sindacati.

Ai lavoratori furono negate le loro aspettative del dopoguerra e i datori di lavoro cercarono di smantellare ciò che i lavoratori avevano ottenuto durante la guerra. Il governo abbandonò immediatamente i lavoratori non appena non ci fu più un bisogno urgente di tenerli docili. Questo senso di tradimento rimase impresso nei lavoratori. I forti appelli dei lavoratori affinché fosse mantenuto il War Labor Board non ebbero alcun esito. I lavoratori si resero conto che, se volevano mantenere gli standard di guerra, dovevano fare affidamento sulla loro forza.

I lavoratori neri furono particolarmente colpiti da questo tradimento. Mentre i lavoratori neri soffrivano maggiormente della disoccupazione del dopoguerra, tutte le agenzie coinvolte nel fornire loro lavoro furono abolite per impedirne la sindacalizzazione nel Sud. Anche i sindacati bianchi spesso ostacolavano i lavoratori neri e imponevano la segregazione.

Le donne si distinsero come le più militanti e scioperarono al fianco degli uomini. Molte svolsero ruoli importanti nell’ondata di scioperi del 1919.

Lo sciopero generale di Seattle

Seattle fu il punto focale dei disordini del 1919, che culminarono in uno sciopero generale in cui i lavoratori presero in mano la produzione.

La città aveva una lunga storia di movimento operaio radicale e militante. Molti lavoratori possedevano sia la tessera dell’IWW che quella dell’AFL. La prima era una questione di principio, la seconda di praticità, poiché Seattle era una città a “closed shop”, quindi un lavoratore senza tessera AFL non poteva trovare lavoro.

La combattività dei lavoratori di Seattle era ispirata dalla Rivoluzione bolscevica. Nessun organismo sindacale americano fu più coerente nel difendere la Rivoluzione bolscevica del Seattle Central Labor Council (Consiglio Centrale del Lavoro di Seattle).

Lo sciopero iniziò nei cantieri navali, che durante la guerra erano diventati il principale datore di lavoro. Dopo un misero aumento salariale, ben al di sotto delle aspettative e in alcuni casi addirittura una riduzione, i lavoratori dei cantieri entrarono in sciopero. Il Seattle Central Labor Council dichiarò presto uno sciopero generale in segno di solidarietà.

Lo sciopero non si limitò a negare la forza lavoro. I lavoratori presero in mano la produzione per garantire il mantenimento dei servizi essenziali. Tuttavia, nonostante le simpatie rivoluzionarie della sua leadership, lo sciopero non andò mai oltre la lotta economica, il che ne segnò il fallimento.

Il comitato di sciopero pianificò meticolosamente lo sciopero in modo che la sanità, la sicurezza e altri servizi necessari potessero funzionare con la loro autorizzazione. Formarono anche una guardia operaia disarmata composta da veterani per mantenere l’ordine.

Anche in uno sciopero “perfetto” come questo, che fece ogni sforzo per mantenersi nei limiti della legalità, lo Stato usò tutta la violenza a sua disposizione per riportare i lavoratori alle condizioni di partenza. Lo Stato intervenne militarmente e lo sciopero terminò dopo soli 5 giorni.

Lo sciopero generale di Seattle fallì rapidamente e ignominiosamente nonostante la forte militanza e esperienza sindacali che lo sostenevano. Secondo le ideologie sindacaliste ed economiche, queste erano le condizioni perfette per una rivoluzione. L’impulso c’era, il momento era quello giusto, le organizzazioni economiche erano pronte a lottare, ma senza la coscienza del partito di classe per trasformare questo impulso in azione, era destinato al fallimento. Lo sciopero generale di Seattle è una chiara conferma della nostra dottrina secondo cui l’azione di classe è impossibile senza il partito di classe.

L’Estate Rossa

Il rapporto ha anche trattato delle rivolte razziali e dei linciaggi del 1919, noti come Estate Rossa. Si è concentrato in particolare sul massacro di Elaine, dove i mezzadri neri tentarono di sindacalizzarsi sequestrando il cotone fino a quando le loro richieste non fossero state soddisfatte. Vivevano ancora in condizioni di schiavitù nonostante questa fosse stata abolita, solo che ora venivano pagati per lo sfruttamento cui erano sottoposti. Una folla di bianchi aprì il fuoco su una riunione sindacale in una chiesa a Hoopspur. I lavoratori, che si erano preparati a questa violenta rappresaglia, risposero al fuoco, uccidendo un uomo bianco e ferendone un altro. Il sindacato riferì immediatamente che i bianchi avevano sparato per primi e che loro avevano solo risposto al fuoco, ma si formò rapidamente una folla di bianchi. La folla proveniente da Helena arrivò a Elaine e iniziò a perquisire e saccheggiare le case dei neri, arrestando uomini e donne indiscriminatamente. I neri armati risposero al fuoco e ci furono morti da entrambe le parti. I combattimenti si diffusero da Elaine alla parte meridionale della contea quando uomini bianchi provenienti dall’Arkansas, dal Tennessee e dal Mississippi arrivarono per partecipare al massacro.

Ancora una volta furono inviate truppe contro i lavoratori. Un comitato segreto di leader locali bianchi nominati dal governatore, tra cui due proprietari di piantagioni, “indagò” sulla rivolta e pubblicò un rapporto falso in cui si affermava che il sindacato avesse pianificato un’insurrezione con l’obiettivo di uccidere un certo numero di uomini bianchi.

Ogni persona di colore nei pressi di Elaine fu arrestata e rilasciata solo su richiesta di un cittadino bianco. Durante questo periodo, gli uomini furono torturati dai loro carcerieri mentre una folla esterna tentava di linciarli. Il tribunale locale si schierò con la folla bianca, condannando a morte 12 dei lavoratori neri e decine di altri al carcere. Grazie alla NAACP, il verdetto fu infine impugnato davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che archiviò il procedimento, ma il danno era ormai fatto. Il numero esatto è indeterminato, ma almeno 100 contadini neri furono uccisi e molti furono costretti a trascorrere anni in prigione a causa di questo massacro.

Il massacro di Elaine fu una campagna di violenza e terrore contro i lavoratori neri che avevano osato opporsi ai loro miseri accordi. La loro ammirevole autodifesa contro questa campagna suscitò una reazione ipocrita da parte dello Stato borghese, che fornì tutti i mezzi militari e legali per aiutare gli assassini razzisti.

L’ondata di scioperi del 1919

Il rapporto trattava anche una serie di altri scioperi di rilievo avvenuti nel 1919, tra cui lo sciopero delle telefoniste (15-21 aprile 1919), lo sciopero della polizia di Boston (9 settembre 1919), lo sciopero dei lavoratori siderurgici (22 settembre 1919-8 gennaio 1920) e lo sciopero dei minatori (1 novembre-10 dicembre 1919). Ogni sciopero seguiva uno schema simile: combattiività originata da condizioni precarie e ispirata dall’esempio dei bolscevichi, sostegno popolare e solidarietà tra i lavoratori, seguiti dal tradimento da parte dell’AFL e dall’interferenza dello Stato, spesso militare. Di questi scioperi solo gli operatori telefonici ebbero successo. Non tutte queste sconfitte possono essere attribuite alla sconfitta militare. La leadership dell’AFL colse ogni occasione per tradire le centinaia di migliaia di lavoratori in sciopero, soprattutto nei settori chiave del carbone e dell’acciaio.

Conferenza industriale

Il rapporto si concludeva con un resoconto della Conferenza Industriale del presidente Wilson, che tentò di porre fine ai disordini sindacali attraverso una collaborazione di classe indistinguibile dal futuro fascismo. La conferenza era composta dai membri più collaborazionisti dell’AFL e delle organizzazioni sindacali delle ferrovie che “rappresentavano” i lavoratori, da una serie di imprenditori che rappresentavano il mondo degli affari e da un nebuloso gruppo “pubblico” composto da figure “neutre” come Rockefeller. Lo Stato non cercò nemmeno di nascondere che l’interesse “pubblico” significava interesse borghese.

Nonostante gli sforzi dello Stato e dell’aristocrazia operaia, la Conferenza Industriale fallì. Il gruppo dei datori di lavoro rifiutò qualsiasi accordo con i sindacati e annunciò la propria intenzione di istituire gli «open shop» in tutti i settori industriali nel loro «Piano Americano». Mentre l’AFL cercava disperatamente di sostenere che senza di loro si sarebbero trovati di fronte ai «bolscevichi», i padroni risposero che i sindacati erano un pericolo maggiore di una manciata di rossi.