Il Corso del Capitalismo Mondiale
Categorie: Economic Works, General Meeting
Questo articolo è stato pubblicato in:
Con queste note continuiamo a fare il punto sulla situazione economica attuale. Quanto agli indici della produzione industriale, per l’Europa possiamo fare affidamento su Eurostat, che pubblica gli indici della produzione industriale della maggior parte degli Stati europei, tranne quelli del Regno Unito. Abbiamo confrontato questi indici con quelli dell’OCSE e ne emerge una buona compatibilità, tranne che per il Portogallo. e quindi si possono ragionevolmente utilizzare. Per gli Stati Uniti, sono stati impiegati gli indici forniti dalla Federal Reserve di Saint Louis.
Da questi dati emergono elementi interessanti. Cominciamo dall’inflazione. Il primo grafico riporta le curve dell’inflazione degli Stati Uniti, dell’Europa e della Cina. Mentre in Cina l’indice dei prezzi sfiorava la deflazione e a seguito della saturazione del mercato interno, l’inflazione rimaneva superiore al 2% in Europa e si avvicinava al 3% negli Stati Uniti. Ma a partire dalla guerra contro l’Iran, condotta dall’imperialismo americano, si osserva un netto aumento dell’inflazione a causa dell’aumento del prezzo degli idrocarburi. Così negli Stati Uniti si passa dal 2,4% di febbraio al 3,8% di aprile. In Cina, l’inflazione è salita improvvisamente dallo 0,2% di gennaio all’1,3% di febbraio, per poi mantenersi all’1% a marzo e all’1,2% ad aprile. A causa della crisi di sovrapproduzione che colpisce la Cina, l’inflazione rimane bassa.


Vediamo più in dettaglio l’Europa con i grafici sottostanti. Ciò che spicca è la forte inflazione del Regno Unito, che da ottobre 2024 rimane nettamente superiore al 3%; questo è un punto che dovrà essere analizzato più a fondo.
Altro fatto degno di nota, la Germania si distingue per un’inflazione superiore a quella dell’Italia e soprattutto della Francia. Il motivo è da attribuire al fatto che la borghesia tedesca aveva puntato tutto sull’energia a basso costo della Russia, mettendosi così nelle mani dell’imperialismo russo. Tutte le borghesie europee, almeno quelle dell’Europa occidentale, hanno davvero creduto in una pace continua per l’Europa dopo il crollo dell’URSS.
Un altro dato significativo è la bassa inflazione in Francia nell’anno precedente, riconducibile anche all’impiego di elettricità prodotta dal nucleare, ma a partire da febbraio l’inflazione risale nettamente a causa dell’impennata dei prezzi degli idrocarburi. Così l’inflazione passa dallo 0,3% di gennaio al 2,2% di aprile, sebbene normalmente tra l’estrazione del petrolio dal pozzo e l’arrivo dello stesso alla pompa siano necessari almeno 42 giorni. Da questo i superprofitti astronomici di Total che ha lucrato sul differenziale dei tempi. Ma è un sistema di anticipo dei rincari che è comune a tutti produttori di qualunque merce. E più è lungo il periodo di ingresso dei prodotti sul mercato, maggiore è naturalmente il profitto differenziale.
Negli Stati Uniti il prezzo della benzina è aumentato del 65% da gennaio. In un paese dove non ci sono trasporti pubblici al di fuori delle grandi città e dove i lavoratori sono costretti a prendere l’auto per andare al lavoro, la situazione è drammatica. Abbiamo a che fare con un sistema di truffatori che si è amplificato con il passaggio al neoliberismo e l’abbandono di ogni controllo da parte dello Stato. La truffa ha sempre fatto parte della società borghese, così come essa si basa sullo sfruttamento del proletariato e sull’oppressione in generale, ma in questa fase storica il suo uso spregiudicato si è allargato oltre misura.


Passiamo all’analisi degli indici della produzione industriale e, in primo luogo, a quelli degli Stati Uniti, il primo imperialismo mondiale, seguito però molto da vicino dall’imperialismo cinese.
Dopo una crescita industriale asfittica nel 2023 e nel 2024, rispettivamente dello 0,2% e dello 0,3%, in modo improvviso si passa a una crescita dell’1,1% nel 2025. Ovviamente durante i «trenta gloriosi» un simile «balzo» sarebbe sembrato misero! Se si osservano gli indici mensili, questi ultimi da gennaio 2025 oscillano intorno all’1% con picchi all’1,9% e cali all’0,7%. Come è noto, la produzione industriale è trainata dalla produzione di idrocarburi, di cui gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore, e anche dai massicci investimenti nell’IA.
Ma se si considera la crescita totale della produzione industriale nel 2025 rispetto al massimo raggiunto nel 2007, si ottiene un misero 2,2%, che corrisponde a una crescita media annua su 18 anni dello 0,12%. L’estrazione di idrocarburi e l’esplosione dell’IA non hanno quindi prodotto alcun miracolo. E se si guarda alla produzione manifatturiera, si ha per il 2023 rispetto al 2007 un -7,6%. In altre parole, la produzione manifatturiera nel 2023 è inferiore del 7,6% rispetto a quella del 2007. La situazione degli Stati Uniti è paragonabile a quella di altri vecchi Stati imperialisti, come il Giappone, il Regno Unito, la Germania, la Francia, l’Italia, ecc., senza dimenticare la Russia, che si traduce in un relativo calo del peso industriale mondiale, da cui il ricorso alla forza militare per ristabilire la propria egemonia. Durante i “trenta gloriosi”, l’egemonia americana si basava soprattutto sulla sua potenza economica e quindi industriale, ma oggi, a seguito del suo declino, è costretta a ricorrere alla forza militare per ristabilire la propria egemonia sul continente americano e in Medio Oriente, rendendo così apertamente evidente la propria debolezza. Ciò non sfugge al suo complice e concorrente, che attende tranquillamente il momento opportuno per affermarsi come il nuovo padrone; stiamo parlando dell’imperialismo cinese, nuovo vampiro che si appresta a sostituire il vecchio.
Consideriamo poi la produzione industriale dei paesi europei. Nella tabella riportata, si può vedere che tutti, tranne il Belgio, grazie al dinamico sviluppo delle Fiandre, sono in rosso rispetto al massimo raggiunto nel 2007. Così la produzione industriale in Portogallo è crollata del 22% nel 2025 rispetto a quella del 2007, del 21,8% in Spagna e in Italia si registra un incredibile -24,1%. Il Regno Unito è sulla stessa linea con un -22,2% – si tratta dei dati del 2024, nel prosieguo del lavoro verranno forniti quelli relativi al 2025. Il Giappone non fa eccezione con un -17,8%. Germania e Francia vanno meglio con rispettivamente un -10,5% e un -11,6%. Ma per la Francia nutriamo forti dubbi, vista la sua deindustrializzazione e le massicce delocalizzazioni praticate dalla borghesia francese dall’inizio degli anni 2000. Dovremmo assistere a un calo molto più vicino a quello dell’Italia. A tal fine ci baseremo sulla produzione fisica dei settori chiave.
Qui non sono stati riportati i dati relativi all’indebitamento, sia pubblico che privato, che è colossale.


Per concludere.
Da mezzo secolo il capitalismo mondiale è riuscito a mantenersi grazie allo sviluppo del capitalismo nel Sud-Est asiatico e in particolare in Cina e alle massicce delocalizzazioni verso i paesi a basso costo della mano d’opera, in particolare in Cina, Vietnam, India, ma anche in Messico, e per l’Europa verso i paesi dell’Europa dell’Est e anche in Turchia e, in misura minore, verso il Marocco e la Tunisia. La contropartita è stata una corsa sfrenata verso un indebitamento considerevole e una crescente precarietà e impoverimento del proletariato.
Ma il capitalismo sta arrivando alla fine di questo ciclo e si avvicina al momento in cui tutto questo castello di carte crollerà. Il crescente indebitamento si traduce per gli Stati in un servizio del debito sempre più gravoso nel bilancio e nella necessità di un rinnovo sempre più massiccio del debito sul mercato internazionale. Ad esempio, gli Stati Uniti dovranno prendere in prestito sul mercato 900 miliardi di dollari nei prossimi 5 mesi. Arriverà un momento in cui questi prestiti diventeranno sempre più impossibili da ottenere, a costi esorbitanti, costringendo alcuni Stati al default. A quel punto, sarà “salvarsi chi può”.
Allo stesso tempo, il declino relativo dei vecchi Stati imperialisti e l’ascesa di nuovi imperialisti, in primo luogo la Cina, porta a una crescente instabilità che viene aggravata dalla crisi del capitale. La crisi mondiale del capitalismo porta a un moltiplicarsi dei conflitti e spinge gli Stati imperialisti, lentamente ma inesorabilmente, verso una conflagrazione mondiale.
La prospettiva sarà prima una crisi mondiale con deflazione e crollo degli asset finanziari, come negli anni Trenta, con un’esplosione della disoccupazione e un ritorno della lotta di classe con una rinascita del movimento comunista, o una terza guerra mondiale? Per il momento, la possibilità di una crisi mondiale simile a quella del 1848 o del 1929, prima che scoppi un terzo conflitto, ha ancora tutte le sue possibilità. E questa è la prospettiva migliore per noi, perché guai a noi se la terza guerra mondiale dovesse scoppiare prima di qualsiasi rinascita di un movimento comunista su scala internazionale.