Il nodo della questione: ridurre la durata e l’intensità del tempo di lavoro
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Al centro della loro lotta in seno all’organizzazione sindacale unitaria, i comunisti internazionalisti pongono come rivendicazione-base la drastica riduzione della durata e dell’intensità della giornata lavorativa.
È qui il nodo della questione, oggi più che mai: lo è perché, contrariamente a tutte le altre rivendicazioni immediate – che hanno un contenuto transeunte (è sacrosanto che gli operai lottino per lo aumento del salario, ma la società comunista non conoscerà salario) -, essa ha un carattere permanente, in quanto si ricollega in modo diretto alla finalità massima del socialismo; lo è perché proprio su questo terreno lo sfruttamento capitalistico si esercita nel modo più spietato; lo è perché la battaglia condotta su questo punto si trascina dietro tutte le altre, con un rigore ed una necessità inesorabili.
Il pilastro della società socialista – come ricorda lo stupendo brano di Marx qui sotto riportato – sarà la riduzione al minimo del tempo di lavoro sociale indispensabile per soddisfare le esigenze materiali della vita e della sua riproduzione, e il conseguimento per tutta la specie del massimo tempo libero per l’esercizio di tutte le attività «non necessarie», per la realizzazione piena della sua «umanità». Per contrapposto, la società capitalistica mostra il suo carattere disumano ed antisociale appunto nel fatto che il suo sviluppo va in senso contrario a questa finalità gigantesca, a quest’aspirazione grandiosa. In anni di fiammeggiante guerra di classe, essa ha dovuto a poco a poco concedere il taglio della giornata lavorativa fino ad otto ore: in Italia, questa che parve ed era effettivamente una grandiosa conquista è vecchia ormai di cinquant’anni, ma in questo mezzo secolo – malgrado i vantati passi avanti della tecnica produttiva – è tanto se gli operai hanno ottenuto di rosicchiare un’altra mezz’ora, al massimo un’ora e mezza, di settimana normale, e d’altra parte è un segreto di Pulcinella che il tempo effettivo di lavoro nella media delle fabbriche supera di gran lunga con gli straordinari e tutto il resto, il famoso «minimo legale».
Non solo l’operaio è costretto normalmente, per arrotondare un magro bilancio, a fare lo straordinario; ma a carico delle ore che egli dovrebbe dedicare al riposo nel senso più lato (che non significa solo dormire, ma anche e soprattutto «pensare a se stesso», ai problemi suoi e della sua classe, e a lottare per risolverli) va oggi sempre più il tempo consumato nel trasporto dall’abitazione al luogo di lavoro, e quello che le esigenze dell’«istruzione» professionale e della «qualificazione» gli rubano. Ben spalleggiato da organizzazioni sindacali super-opportunistiche, il capitalismo è riuscito in questo mezzo secolo ad allungare, nella realtà se non sulla carta, la giornata lavorativa.
Ma questa situazione non si misura soltanto in termini di durata della giornata di lavoro; è una vecchia storia, già scientificamente analizzata da Marx, che l’insaziabile sete di pluslavoro propria del capitale ha reagito alla diminuzione legale del tempo di lavoro mediante quello «sviluppo della forza produttiva» e quell’«economizzazione delle condizioni della produzione» che gli permettono – nel quadro di una giornata di lavoro teoricamente o effettivamente raccorciata – di «imporre all’operaio una tensione più alta della forza-lavoro, un più fitto riempimento dei pori del tempo di lavoro, quindi un’estrema condensazione del lavoro» (Capitale, I, 4º, cap. 13). Il tanto celebrato progresso tecnico, che nel socialismo dovrebbe se mai essere posto al servizio di un alleviamento della fatica umana, in mano al capitale è un’arma per aggravarla: «la macchina diventa il mezzo obiettivo e sistematicamente applicato per estorcere una quantità maggiore di lavoro nel medesimo tempo».
Ciò significa che, grazie all’intensificazione del lavoro, il capitalismo allunga in realtà la giornata di lavoro che è stato costretto a ridurre, – quando l’ha ridotta; se poi sommiamo il tempo di lavoro che si dice straordinario ma che, come tutti i proletari sanno, è divenuto ormai la norma, e il tempo di lavoro «condensato» mediante l’aumento della sua forza produttiva, dobbiamo concludere (anche prescindendo dagli altri fattori limitativi del «riposo») che l’effettiva giornata di fatica è, negli ultimi 50 anni, aumentata di almeno una metà.
Ed è aumentata proporzionalmente ancora di più negli ultimi dieci anni. Il cottimo e i giri di vite sul cottimo, il taglio dei tempi e l’abbinamento delle macchine, tutta la pirateria di cui proprio in questi mesi gli operai dell’Italietta subiscono l’atroce esperienza, tutte le forme di supersfruttamento, – con il loro codazzo di logorio delle energie non solo muscolari ma soprattutto nervose – della forza-lavoro, sono realtà alle quali i sindacati non solo non oppongono alcuna seria resistenza, ma danno al contrario ulteriore impulso invocando premi di produttività, legando il salario al rendimento, battendosi per un intero armamentario di incentivi, interessando l’operaio all’azienda che è la sua prigione e chiudendo in essa l’organizzazione sindacale, insegnando al lavoratore a identificare i suoi interessi di classe con quelli della produzione aziendale e nazionale, della «civiltà» e della «patria».
Ecco perché tutte le questioni si legano al nodo della riduzione della durata e dell’intensità del tempo di lavoro. La settimana lavorativa va ridotta non di mezz’ora o di un’ora e mezza, ma di tutto il tempo che lo stesso sviluppo tecnico oggi consente, cioè almeno a 36 ore: ma non si può ridurla finché la remunerazione è tale che l’operaio si vede costretto a erogare ore straordinarie, ad accettare premi di produzione, a correre dietro all’allettamento degli incentivi, a subire il lavoro a cottimo; la parola d’ordine della drastica diminuzione della giornata lavorativa implica dunque il drastico aumento della remunerazione del lavoro per la soppressione completa del lavoro straordinario, dei cottimi, dei premi di produzione, degli innumerevoli incentivi aziendali;
essa è inseparabile dalla lotta contro una dirigenza sindacale che subordina gli interessi proletari a quelli della produzione nazionale, della democrazia, della legalità;
implica la conquista della direzione dei sindacati da parte del partito rivoluzionario marxista, che lega tutte le sue rivendicazioni anche immediate all’obiettivo dell’abbattimento della società borghese e del suo Stato.
Gli opportunisti rispondono: i borghesi non concederanno mai una giornata di lavoro drasticamente ridotta, un salario drasticamente aumentato, l’abolizione dello straordinario, del cottimo, dei premi ecc. O, se saranno costretti a subire tutto ciò, si rivarranno intensificando in mille modi il lavoro «entro i limiti della giornata accorciata». È vero: ma appunto perciò è necessario il socialismo; appunto perciò la rivoluzione comunista è necessaria; appunto perciò la lotta per la riduzione EFFETTIVA del tempo di lavoro è inseparabile dalla lotta per l’abbattimento del potere capitalista e l’instaurazione della dittatura proletaria.
Nessuna conquista è duratura entro la società borghese: quella che è, per i proletari, una conquista VERA è la loro organizzazione in classe attraverso la lotta senza quartiere, e senza limitazioni di categorie, per il raggiungimento di quello che solo gli sfruttatori e i loro servi proclamano «impossibile».
Lottando per l’«impossibile», la classe operaia conquistò le 8 ore e si avviò sul cammino della rivoluzione di Ottobre: lottando per le «impossibili» 6 ore senza straordinari e senza incentivi, sulla traccia del programma marxista e del suo partito, la classe operaia si avvierà ad un nuovo e più splendente Ottobre comunista.