La rinascita del sindacato rosso è un problema politico
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Il generoso slancio degli edili romani, i sempre più frequenti episodi di arresti spontanei del lavoro, che vanno dalle manifestazioni di sciopero ad oltranza in piccoli stabilimenti di cui il nostro giornale ha di recente parlato fino agli scioperi di reparto e di fabbrica in grandi complessi industriali come la Fiat, la Olivetti, l’Italsider, l’Alfa Romeo, l’iniziativa che, come in questo ultimo caso, gli scioperanti colpiti da sospensione prendono di appellarsi alla solidarietà dei compagni di lavoro di altri settori spezzando il cerchio chiuso in cui la direzione e i sindacati pretendono di isolarli, l’insofferenza e il malcontento che gli stessi bonzi sindacali sono costretti a riconoscere a solenne smentita delle pretese «conquiste» ottenute col metodo dell’articolazione delle lotte proletarie, degli accordi separati e dei contratti nazionali precipitosamente sottoscritti dopo di aver sospeso o addirittura revocato l’agitazione, il tentativo delle centrali sindacali di incanalare queste manifestazioni nell’alveo della «protesta» democratica e di sommergerle nelle rivendicazioni interclassiste di sciopero contro il carovita: tutto ciò dimostra che la combattività operaia non solo non è morta, ma tende a scrollarsi di dosso le molteplici briglie che l’«unità» fra tre o quattro sindacati in reciproca concorrenza, ma solidali nel difendere gli interessi della produzione e della legalità, cerca affannosamente e, finora, con successo di imporle.
Sopravvalutare questi fenomeni attribuendo loro un significato «rivoluzionario» sarebbe tanto sciocco, quanto l’ignorare una spinta confusa che nasce nello stesso tempo dai primi scricchiolii del «miracolo economico», dal ritmo frenetico al quale lo sforzo di lavoro viene sottoposto dal Capitale per risalire la china di un principio di regressione, e dalle amare esperienze proletarie di un metodo di lotta che frantuma le energie della classe e rompe ogni legame di solidarietà tra gli sfruttati. Siamo ai primi, timidi inizi di una ripresa operaia: importa lavorare perché la strada maestra della risalita venga ritrovata.
Ai metodi «nuovi» dell’opportunismo, noi non contrapponiamo a nostra volta metodi «nuovi» di lotta di classe. Il problema non è di forme più o meno «originali» scoperte da chi ha ancora tutto da imparare, ma di forze sociali organizzate e dirette da un programma politico che è e rimane quello del Manifesto dei Comunisti e ha per cardine la conquista violenta e centrale del potere. Non è che al sindacato di mestiere o di industria si debba sostituire un «organo» diverso, sedicentemente dotato di magiche virtù rivoluzionarie: è che la tradizionale organizzazione immediata della classe operaia, tanto più valida quanto meno è legata a confini di azienda, di località, di categoria, dev’essere svuotata di un contenuto politico democratico, legalitario, pacifista, per essere riempita e rinsanguata di un contenuto politico rivoluzionario e classista; cioè per essere riconquistato al partito della rivoluzione comunista.
Il ritorno ai metodi di lotta generalizzati, abbraccianti l’intera classe operaia e insofferenti di ogni limite di categoria, di località, di reparto, alle rivendicazioni centrali della riduzione della durata e della intensità della giornata lavorativa e dell’aumento della sua remunerazione di base, al rifiuto dei premi e degli incentivi, al disprezzo dei vincoli legalitari e del sancta sanctorum della democrazia e della patria, alla rottura di ogni «fronte unito» con organizzazioni bianche e gialle, al coordinamento delle lotte parziali e delle rivendicazioni minime alla lotta generale e alla rivendicazione ultima della distruzione del regime capitalista e dell’abolizione del salario attraverso la conquista e all’esercizio dittatoriale del potere, questo ritorno è possibile solo attraverso la conquista e la direzione della prima organizzazione di lotta e di solidarietà operaia, il sindacato, ad opera del partito rivoluzionario marxista, e attraverso il dilagare della lotta operaia fuori dal campo e dagli organismi economici sul terreno della lotta contro lo Stato centrale della borghesia.
L’apoliticità del sindacato è una finzione: organizzazione di difesa e di attacco che riunisce tutti i salariati, esso o fa una politica di guerra di classe o fa una politica di conciliazione fra le classi; è un vile strumento di subordinazione degli interessi proletari ai presunti interessi collettivi della «comunità nazionale», finché è nelle mani dell’opportunismo, o è l’arma tagliente della mobilitazione rivoluzionaria del proletariato contro il potere dittatoriale della classe avversa e delle sottoclassi che le fanno corona, se passa sotto la guida del partito della rivoluzione comunista.
«Non dite che il movimento sociale esclude il movimento politico. Non esiste movimento politico che non sia nello stesso tempo sociale. Solo in un ordine di cose in cui non esisteranno più classi e antagonismi di classe, le evoluzioni sociali cesseranno di essere delle rivoluzioni politiche. Fino a quel giorno, alla vigilia di qualunque sovvertimento generale della società, l’ultima parola della scienza sociale sarà: il combattimento o la morte; la lotta sanguinosa o il nulla» (Marx).