Partito Comunista Internazionale

Triviale tendersi-afflosciarsi dell’ideologia fascista‑opportunista Pt. 1

Categorie: Marxist Theory of Knowledge, Philosophy, Science

In quest’epoca storica di decadenza putrescente dell’imperialismo capitalistico, caratterizzato dal consumo divoratore di teorie di vario genere nei campi più disparati, divenute merci  da vendere e da far rilucere agli occhi dei gonzi, ci fa piacere leggere, e riconoscere come assolutamente coerenti col nostro modo d’intendere i problemi di teoria, che Alberto Einstein aveva suggerito di battezzare quella conosciuta come Teoria della Relatività Speciale del 1905 col nome di Invarianten Theorie e che Minkowshi nel 1908 aveva dichiarato che l’espressione Principio della Relatività era il frutto di una scelta infelice, e che assai meglio sarebbe stato parlare di Postulato del Mondo Assoluto.

Non si creda che abbiamo bisogno di qualche pezza d’appoggio metodologica presso qualche nome eminente (abbiamo da tempo messo in atto la salutare pratica della rinuncia ai diritti d’autore e alla firma di gazzetta ai prodotti del pensiero umano); semplicemente ci gratifica sapere che i veri campioni della conoscenza, che non sono mancati nelle varie epoche storiche anche nelle società di classe, hanno avuto il pregio di smentire ogni comodo e scimmiesco criterio di adattare la verità scientifica ad ogni stormir di fronda alle istanze del momento contingente.

In questa visione, poiché il marxismo rivendica la tesi per la quale la conoscenza del processo sociale non solo non é estranea al metodo delle scienze fisiche, ma è la scienza fisica più completa e più complessa, scienza materiale per eccellenza, siamo convinti che la visione dell’invarianza storica del marxismo rimane il fondamento sicuro e la guida per l’affermazione della società comunista, come società di specie contro la preistoria delle società di classe. Per questi motivi abbiamo sempre diffidato della propensione borghese ed opportunista di credere che i concetti germogliano «nelle anime come le foglie sulle piante», e che si debba cercare una spiegazione soggettiva e psicologica della formazione dei concetti. Respingiamo la democrazia e il principio illuministico secondo il quale «l’opinione governa il mondo» non per una questione moralistica, ma per le numerose prove che dimostrano l’inconsistenza delle illusioni che pretendono di aggiornare, arricchire, integrare la dottrina. Particolarmente questo nostro atteggiamento risalta per il suo valore quando si tratta di combattere non tanto le affermazioni degli avversari politici, quanto allorché si impone la necessità di far fronte alla attitudine disgregatoria e critica dell’opportunismo, che ormai non fa più mistero di voler liberarsi dalle affermazioni di carattere generale, di poter fare a meno di Tesi e fondamenti in nome della realtà incessante, del divenir tout court.

«La storia della sinistra marxista, del marxismo radicale, e più esattamente del marxismo, consiste nelle successive resistenze a tutte le «ondate» del revisionismo che hanno attaccato vari lati della dottrina e del metodo, a partire dalla organica monolitica formazione che si può far collimare col Manifesto del 1848. In altre trattazioni si trova richiamata la storia di tali lotte nelle tre internazionali storiche: contro utopisti, operaisti, libertari, socialdemocratici riformisti e gradualisti, sindacalisti di sinistra e destra, socialpatrioti, e oggi nazionalcomunisti o popularcomunisti. Tale lotta ha coperto il campo di quattro generazioni e nelle sue varie fasi appartiene non a una serie di nomi ma ad una ben definita e compatta scuola e nel senso storico ad un ben definito partito. Questa dura e lunga lotta perderebbe collegamento con la futura ripresa se, invece di trarne l’insegnamento della «invarianza», si accettasse la banale idea che il marxismo è una teoria in «continua elaborazione storica» e che si modifica col corso e la lezione degli eventi. Invariabilmente è questa la giustificazione di tutti i tradimenti le cui esperienze si sono accumulate, e di tutte le disfatte rivoluzionarie» (Riunione di Milano del 7 settembre 1952: La «invarianza» storica del marxismo).

Questa non breve premessa è utile poiché vogliamo affrontare, secondo la nostra tradizione, la questione della natura della negazione, della violenza e della dialettica, senza la quale le bande opportunistiche oscillano continuamente ingannando il proletariato, distogliendolo dai suoi compiti storici, allontanandolo con le false promesse della pace perenne, della possibilità di aggirare la guerra e la distruzione con espedienti e tattiche dell’ultimo giorno.

Noi riaffermiamo che non sarà l’affidamento a nessun capo carismatico o alle buone intenzioni di nessun uomo di buona volontà che potrà sbrogliare l’intricata matassa delle contraddizioni imperialistiche, altrimenti ci comporteremmo come «colui che, per conoscere l’America, cercasse di trasportarsi nello stato d’animo di Colombo, allorché intravide i primi lontani contorni della presunta India. Il percorso e la rotta nella nostra invariante visione storica, non è segnato da oggi in qualche mappa d’accatto, ma in un processo di cui «conosciamo» le grandi svolte ed i cui paletti nessun ladro di notte è in grado di  svellere dalla nozione che se ne è fatta il Partito di classe. Questo percorso passa per le posizioni obbligate della presa del potere, del suo esercizio dittatoriale fino all’estinzione dello Stato borghese e alla realizzazione del Socialismo. Non ci sono emergenze che possono giustificare cambiamenti di rotta, pena il fallimento della intera impresa; non ha importanza se nello stato d’animo di qualche Colombo dei nostri tempi si chiami America o India la terra promessa».

Tanto più arduo è il compito del Partito Comunista se pensiamo che la stessa borghesia, resa accorta e astuta da decenni di dominio e di affidamento del suo sistema di potere, sta sguinzagliando i suoi giullari alla ricerca di formule salvifiche nel ripostiglio che confusamente ha messo da parte, chiamandolo comodamente «patrimonio filosofico» di tutta l’umanità.

Diffidiamo di tutte le imitazioni, e nello stesso tempo non manchiamo di rimarcare che la smania del remake ha un significato ed un valore nel mercato delle illusioni. C’è chi in questa affannosa corsa verso il vizio d’origine di tutti i mali, che nella loro somma minacciano di perdere il mondo intero, si è spinto fino al sorgere del pensiero occidentale, alla nascita della tragedia del mondo greco, ben sapendo che anche in questo non fa altro che scimmiottare il grande pazzo Nietzsche.

Secondo questa versione del pensiero forte (più tardi parleremo di quello debole, in questo assurdo e ridicoli tendersi ed afflosciarsi di muscoli dell’ideologia borghese-opportunista) l’errore filosofico della civiltà occidentale è da farsi risalire nel culmine della poesia di Eschilo. Il grande errore consisterebbe nell’«invenzione» della morte, la morte come ritorno all’individuo nel niente da cui è nato: l’errore sarebbe l’invenzione del niente. E poiché la vita vissuta come mortale è intollerabile, l’errore chiamerebbe e produrrebbe il suo falso rimedio: «il Sapere che salva». Ma anche, «il Sapere che salva», dalla filosofia platonica alla teologia cristiana venendo su su nei secoli alla Ragione Illuminatoria e alla Tecnica Moderna, sarebbe solo affinamento di questo falso rimedio, sprofondamento ulteriore nell’errore originario. «Si inventano nuovi ripari», scrisse nel suo ultimo intervento, alla fine delle Eumenidi, il filosofo, contro la minaccia del niente. Ma si cerca il riparo perché si è in presa alla follia!… La non follia? La «non follia» direbbe: «non abbiamo bisogno di riparo, non abbiamo bisogno di salvezza! Non siamo povere cose: tutte le cose, tutti noi siamo eterni!».

La chiusa dell’estetismo filosofico, il massimo della contemplazione cui ha dichiarato guerra e messo fine il materialismo dialettico, non potrebbe essere più eloquente e suggestiva, un vero canto delle sirene che solletica le orecchie di Ulisse, l’unico eroe che legato all’albero della nave non teme di ascoltare, per amore della conoscenza.

Il materialismo storico e dialettico ha individuato nella classe dei nullatenenti la sola forza capace di salvezza proprio perché non ha nulla da perdere se non le proprie catene, in una visione che nulla ha che fare con l’estetismo e l’eroismo aristocratico: noi povere cose, impoverite dal dominio e dalla spoliazione violenta del capitale, noi siamo la speranza della specie!

Dunque nessuna superfetazione estetizzante, ma la consapevolezza storica che «ogni evento che deriva da necessità, porta in sé la sua consolazione. Inutile rimpiangere». Comunque non è la prima volta che le varie forme ideologiche di cui si è rivestita la borghesia e l’opportunismo cercano di manomettere le carte in tavola, attribuendo il male, la violenza, il dolore e la morte non alle condizioni sociali e storiche che si determinano nelle società di classe, ma a qualche principio metafisico, inconoscibile e misterioso, allo scontro di forze incontrollabili, ad una qualche colpa che sarebbe vano indagare.

Le svolte del «pensiero forte» dei neoeleati vorrebbe essere il ritorno (impossibile) a quel naturale e sereno modo di vedere le cose proprio del mondo greco prima di Platone, prima del «parricidio» del grande Parmenide, prima dell’uccisione dell’uomo da parte dell’uomo che rompe l’età dell’oro; il tutto per la via della contemplazione e della estetica, rifiutandosi di indagare le leggi del processo reale della storia dell’umanità e della natura, in una sorta di adorazione e dell’Uno che viene rivendicato pure dal marxismo, ma nel suo complesso e dialettico svolgimento! «La scienza naturale moderna – l’unica alla quale convenga il nome di scienza, all’opposto delle geniali intuizioni dei greci e delle ricerche sporadiche e prive di connessione tra di loro degli arabi, comincia con quell’epoca possente, che ruppe ad opera della borghesia il sistema feudale – mostrò sullo sfondo della battaglia tra la borghesia cittadina e la nobiltà feudale, i contadini ribelli e dietro i contadini gli inizi rivoluzionari del moderno proletariato, la bandiera rossa già in mano e il comunismo sulle labbra. Creò in Europa le grandi monarchie, ruppe la dittatura spirituale del Papa, chiamò di nuovo in vita l’antichità greca e con essa l’alto sviluppo artistico dell’età moderna, infranse i limiti dell’antico orbis e scopri la terra in modo effettivo per la prima volta» (Engels, prima stesura dell’Introduzione alla Dialettica della Natura).

Sospette dunque e da respingere le tarde evocazioni degli ideologi borghesi che di fronte alla minaccia di sterminio del genere umano, incapaci di azione rivoluzionaria ma solo di conservazione e di esorcismi, non sono in grado di richiamare in vita l’antico e solare Essere, ma solo di sventolare davanti agli occhi degli oppressi la bandiera nera della intimidazione e della morte.

La natura della Negazione viene rievocata solo come una metafisica e metaforica forma di parricidio, di uccisione del Padre, d’una mitica e ancestrale forma, piuttosto che d’un modo di vita storico, materiale e reale, che segna già nella società greca, emblematica anche in questo, lo sviluppo della società di classe nella quale l’elemento aristocratico feudale viene soppiantato dalla febbrile democrazia di Pericle. Fa comodo alla borghesia, sempre più incerta e corriva all’esistenzialismo e al misticismo, di procedere per sofismi intorno al problema dell’Essere e della realtà materiale; non parliamo dell’opportunismo che riduce i punti fermi del materialismo dialettico a punti di vista, a relativismo. Il determinismo come concezione propria del marxismo viene identificato col materialismo meccanicistico.

Eppure i nostri classici parlano chiaro: «la materia come tale è una pura creazione del pensiero, è un’astrazione. Non teniamo conto delle differenze qualitative delle cose nel raccoglierle insieme come corporalmente esistenti sotto il concetto di materia. La materia come tale, a differenza delle materie determinate, esistenti, non ha perciò alcuna esistenza sensibile. Quando la scienza naturale si mette a ricercare la materia unitaria come tale, si sforza di ridurre le differenze qualitative a sole differenze quantitative, di composizione di particelle elementari identiche, essa agisce proprio come se desiderasse di vedere invece di ciliege, mele, pere, la frutta come tale, invece di gatti, cani, pecore, ecc., il mammifero come tale, il gas come tale, il metallo come tale, il minerale come tale, la combinazione chimica quanto tale, il movimento in quanto tale. La teoria darwiniana richiede un mammifero primigenio siffatto, il Premammale di Hoechel, ma deve nel tempo stesso ammettere che, se esso conteneva in germe tutti i futuri e attuali mammiferi, era in realtà inferiore a tutti gli attuali mammiferi e primitivamente rozzo, perciò più caduco di essi tutti. Come già Hegel ha dimostrato questa concezione, questo «punto di vista matematico-unilaterale» dal quale la materia viene vista come solo quantitativamente determinabile, ma originariamente uguale qualitativamente, «non è altro che il punto di vista» del materialismo francese del XVIII secolo. È addirittura un ritorno indietro a Pitagora, il quale già concepiva il numero, la determinazione quantitativa, come l’essenza delle cose».

Altra e ben più seria è la concezione della realtà naturale e sociale del marxismo: nessuna Santa Materia da adorare al posto del Dio teologico e della Natura Naturale, ma la comprensione del processo storico e naturale che non si ossifica in categorie, senza con questo divenire incomprensibile e misterioso. E la comprensione, non è semplicemente intelletto o senso comune, cioè quel modo di guardare il mondo che pretende di considerare ogni cosa per sé e isolatamente, fuori e prescindendo da tutte le altre. Non è possibile cogliere la natura della contraddizione prendendo ogni aspetto isolatamente e ad esclusione dell’altro. Né basta salire al piano delle «ragione dialettica» e della filosofia perché la contraddizione scompaia. La ragione dialettica, cioè il non prendere le cose isolatamente ma insieme, solo al livello del pensiero comprende e abbraccia la contraddizione, pretendendo di superarla e trascenderla. Non per niente, per la via del misticismo filosofico e perfino della religione, oggi si pretende di occultare la contraddizione; senonché spodestate dalla ragione illuministica e dialettica, le chiese, in particolare quella cattolica che letteralmente significa una, universale, mentre ammette la «libertà della scienza», rivendica la impossibilità di scienza in materia di Fede e di costumi, in parole più semplici nel campo dei principi e dell’azione. Come dire: pensatela pure come vi pare, o almeno illudetevi di tanto, ma a decidere il che fare nelle questioni che contano, siamo noi.

Non si creda che il linguaggio cifrato della teoria sia una semplice esercitazione astratta. L’affermazione dei principi, la polemica di Lenin contro i rinnegati che fanno mercato di principi, è una precisa e materiale forma di lotta politica: partire da un presupposto o da un altro, dall’affermazione dell’Essere o dalla sua negazione come tesi equipollente, non è affatto indifferente a quello che si chiama per comodità la pratica o senso comune delle cose.

Così il signor Duhring di ieri e di oggi «parte dal principio che le condizioni politiche siano la causa decisiva dell’ordine economico e che il rapporto inverso rappresenti solo una reazione di second’ordine… Sino a quando il raggruppamento politico non sia preso per sé stesso come punto di partenza, ma lo consideri esclusivamente come un mezzo che ha per fine il procacciarsi da mangiare, per socialisti radicali e rivoluzionari che si sappia, si sarà sempre in larga misura dei reazionari travestiti».

Robinson asservì Venerdì, fu quello un atto di violenza, quindi un atto politico. E poiché questo asservimento costituisce il punto di partenza e il fatto fondamentale di tutta le storia svoltasi finora, e le inocula la colpa ereditaria dell’ingiustizia, di guisa che questo asservimento nei periodi seguenti è stato solo attenuato e «trasformato in forme più indirette di dipendenza economica», e poiché su questo asservimento primitivo poggia del pari tutta la «proprietà privata fondata sulla violenta» è rimasta vigente finora, tutti i fenomeni economici si spiegherebbero partendo da cause politiche, e cioè dalla violenza. Colui al quale ciò basta è un reazionario travestito. Se poi, come propongono i fautori del pensiero «forte» a perpetrare la violenza iniziale è stato l’uccisione del padre Parmenide o del fratello pio e mansueto, le cose non cambiano d’un palmo, si conferma una tradizione di false promesse e altrettanto sconclusionate conclusioni. Se poi, per i più fini palati, è già sufficiente l’idea di far male o di usare violenza per giustificare la colpa e lo stato di asservimento non diciamo del colpevole, ma dell’uomo in generale, allora, conseguentemente, non è neanche il caso di occuparsi delle forme determinate che, sia «pure indirette», ha assunto l’asservimento nell’epoca attuale. «L’idea che i drammoni politici (per non dire filosofici e metafisici) siano l’elemento decisivo della storia è antica quanto la stessa storiografia ed è la causa principale del fatto che tanto poco ci è stato conservato di ciò che riguarda lo sviluppo realmente progressivo dei popoli, che si compie silenziosamente nello sfondo di questa scena rumorosa. Questa idea ha dominato tutta la passata concezione della storia e ha ricevuto un primo colpo degli storici borghesi della Francia del tempo della Restaurazione».

Ieri come oggi ciò che anzitutto ci si chiede è invece come Robinson sia arrivato ad asservire Venerdì. Per il semplice piacere di asservirlo? Assolutamente no! Vediamo invece che Venerdì «come schiavo o semplice strumento viene costretto a servigi economici e precisamente come strumento viene anche mantenuto». Robinson ha asservito Venerdì solo perché Venerdì lavori a profitto di Robinson. E come può Robinson trarre profitto per sé dal lavoro di Venerdì? Solo per il fatto che Venerdì produce col suo lavoro più mezzi di sussistenza di quanti gliene debba dare Robinson perché resti atto al suo lavoro.

L’esempio puerile che il Sig. Duhring ha inventato espressamente per dimostrare che la violenza è il «fatto fondamentale della storia», dimostra dunque che la violenza è solo il mezzo e che il fine è invece il vantaggio economico. Quanto più fondamentale il fine è del mezzo che s’impiega per raggiungerlo, tanto più fondamentale è nella storia il lato economico del rapporto di fronte al lato politico. Il soggiogamento è stato sempre, per usare l’elegante modo di esprimersi del sig. Duhring un «mezzo che ha per fine il procacciarsi da mangiare» (preso questo procacciarsi da mangiare nel senso più lato), ma mai e in nessun luogo un raggruppamento politico fu instaurato «per amore del raggruppamento politico stesso. Bisogna essere il sig. Duhring per poter pensare che nello Stato le imposte siano solo effetti di second’ordine» o che il raggruppamento politico odierno di borghesia dominante e proletariato dominato esista «per amore del raggruppamento politico stesso» e non in vista del «fine di procacciarsi da mangiare» della borghesia dominante, cioè in vista del profitto e dell’accumulazione del capitale.

Se poi, sempre in vista del procacciarsi da mangiare, tenuto conto che quanto più fondamentale il fine è del mezzo che si impiega per raggiungerlo, tanto più fondamentale è nella storia il lato economico del rapporto di fronte al lato politico, la borghesia dominante ha imparato l’arte di associare, come nel famoso apologo di Menenio Agrippa, il proletariato alla gestione del capitale, a maggior ragione sarà opportuno chiedersi se lo abbia fatto rinunciando alla spada per tenere a bada eventuali velleità di rovesciamento del rapporto oppure affinando l’uso di essa in relazione al suo scopo, che rimane quello di procacciarsi sempre più profitto e accumulazione del capitale. Così la violenza, la capacità distruttiva, la negazione, la contraddizione, o come altro si vuole chiamare questa realtà nella struttura del rapporto sociale capitale-salariato, non può essere né semplicemente contemplata come l’altro polo dell’Essere, o Non-Essere, né denominata come male assoluto, ma compresa e impugnata senza estetismi, secondo la necessità della storia della lotta di classe.

Ciò che è mantenuto e conservato nel «superamento dialettico» è la contraddizione la quale permane e sussiste, ma non al livello quantitativo e qualitativo precedente, ciò che è tolto, eliminato è ciò che prima impediva che i «contraddittori» si unissero: vale a dire, il principio aristotelico che li voleva reciprocamente esclusivi e inconciliabili tra loro.

Per quanti salti mortali si possano fare nel campo del puro pensiero non si può negare che la «contraddizione esista nella realtà»; il problema cruciale consiste nel passaggio da un contraddittore all’altro. E poiché nella nostra concezione le contraddizioni non sono un semplice modo di pensare, non sarà facile trasformare ad esempio il capitalismo in un modo di pensare e vanificare dunque le sue contraddizioni in un sogno fino a renderle «irreali».

Quando il pensiero tende troppo i muscoli le conclusioni sono queste, con tutta l’artificiosità della costruzione, forzata e spesso tale da far rizzare i capelli: «l’universo, volente o nolente, si deve regolare su di un sistema di pensiero che a sua volta non è altro che il prodotto di un determinato grado di sviluppo del pensiero umano». Se noi capovolgiamo la cosa, tutto diventa più semplice: «le leggi della dialettica, che nella filosofia idealistica appaiono estremamente misteriose, divengono subito semplici e chiare come il sole. Chi del resto conosce, anche solo un poco, il suo Hegel, sa pure che Hegel in centinaia di passi, trae le prove più convincenti per le leggi dialettiche dalla natura e dalla storia» (Dialettica della natura).

Che la dialettica, d’altronde, sia un passaggio da un’affermazione ad un’altra, caratterizzata da un ritmo incessante che segna l’ascensione verso la realtà assoluta era già chiaro fin dal mondo classico greco. Ma è anche vero, a proposito della natura della teoria, che la teoria politica rivoluzionaria come noi la intendiamo, come guida per l’azione, non è fine a se stessa, non si compiace di scoprire le leggi del pensiero o anche della realtà, ma è essa stessa azione che spinge secondo le sue leggi, come del resto è noto che il genuino metodo dialettico non si applica a ciò che è evidente e certo, ma a ciò che è oggetto di contesa, quando la propria Posizione, thesis, è Paradosso, ossia opposta all’opinione comune. Nella tradizione marxista radicale non ci si è mai preoccupati di dimostrare come vera la fede comunista, che non ne ha bisogno, ma si è sempre risposto alle presunte verità scientifiche avversarie con gli argomenti della dialettica materialistica, senza mai illudersi di conquistare il potere o di compiere la Transizione al potere con la forza delle idee, per vie di conquista della maggioranza attraverso le convincenti prove delle ragioni del proletariato.

La pretesa di vincere sul terreno ideale attraverso la dimostrazione della superiorità del proprio pensiero equivale a credere al valore della tesi della violenza politica immediata, la spada in pugno attraverso la quale Robinson asserviva Venerdì.

Alle questioni fondamentali in generale non si risponde, perché si è già deciso: Essere equivale a Natura (fatalità degli eventi fisici!), verità equivale ad accordo del giudizio con le cose della natura; dunque la contraddizione non può essere colta con le armi del puro pensiero che trasforma la realtà in sogno, i modi di produzione in metafore, il potere in immaginazione, il comunismo in nuova utopia!

Se è vero che il trionfo della merce ha comportato il formalismo impostosi nella cultura borghese, noi sosteniamo che la restituzione alla vita della realtà non può corrispondere che alla liberazione della sola classe vitale, al lavoro vivo contro lavoro morto; per questo non sono sufficienti rivoluzioni culturali o mode, del pensiero forte o di quello debole: mentre i comunisti non si illudono di esorcizzare la morte individuale gridando ipocritamente «siamo povere cose, siamo ugualmente eterni», nello stesso tempo non scadono nell’abbandono d’ogni centro di gravità, d’ogni principio in nome della generica accettazione libertaria, tutto è centro, tutto è periferia, abbasso ogni idea di ragione.

Neghiamo che siano i nuovi maestri con i loro capricci a controllare il mondo: non ci sono teorie astratte e congelamento nel senso che possano definitivamente imbracare la potenzialità rivoluzionaria del lavoro vivo, quand’anche esso langua sotto i colpi, certamente non puramente grammaticali e sintattici, della controrivoluzione.

Non è la combinatoria di elementi astratti coagulata in merci che può pretendere di imbrigliare una volta per tutte la classe rivoluzionaria: questa non è una pura fede, ma una legge scritta nel determinismo sociale, che parte dal comunismo rozzo e primitivo e nella sua linea d’Universo postula e contiene il comunismo pieno e dispiegato, secondo una successione d’avvenimenti rappresentati da una curva. Non essendo il tempo storico più lo stesso per tutti gli osservatori, ciò che è l’avvenire per uno è già il presente per l’altro, o anche il passato per un terzo. La via dell’umanità si trova tracciata nell’universo, come il romanzo ove il dramma che mette in scena diversi personaggi si trova scritto dalla prima pagina all’ultima. Ciò che cambia da un osservatore all’altro è la pagina del romanzo dove si trova. Questo è il senso del legame che unisce l’uomo con la clava in mano all’uomo specie del comunismo pieno.