Contro lo smantellamento della C.G.I.L.
Categorie: CGIL, Italy, Union Activity, Union Question
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Ancor prima che la «canaglia» di Genova e Trieste avessero messo a nudo la «socialità» del governo democratico di centro sinistra e la politica cosiddetta unitaria delle Centrali sindacali, – «socialità» poggiante sulla disoccupazione e sulla miseria crescente delle grandi masse dei salariati; politica «unitaria» sulla base della politica corporativa voluta e dettata dalle Centrali bianche e gialle della CISL e UIL, che ha abbandonato nelle maie della polizia e della gestione borghesi gli elementi più combattivi della classe operaia -, il C.C. del massimo sindacato italiano, la FIOM-CGIL, in conformità alla tendenza prevalente nel campo sindacale ufficiale, ha approvato un documento «Sull’unità sindacale», nel quale sono tracciate le direttrici più opportune verso lo svuotamento completo e lo smantellamento completo di quello che resta del sindacato di classe, della CGIL. Sullo stesso piano ha riconfermato di essere anche il PCI, il cui segretario Longo, al C.C. del partito, plaude ai «passi concreti» fatti dalla FIOM verso l’«autonomia e l’unità dei sindacati». In siffatto modo, al di là delle basse concorrenze di bottega, si assiste all’esemplare e edificante confluenza di forze politiche che vorrebbero dare ad intendere di distinguersi per linee politiche diverse: la Democrazia Cristiana, tramite la sua Centrale sindacale CISL, il PSI e il PSI tramite la CGIL, e il PSDI per mezzo della UIL. Che minestrone! È la defunta Camera delle Corporazioni fasciste, questa; altro che «unità sindacale»!
L’unità concepita dalla Sinistra Comunista è ben altra e poggia soprattutto su tutte le forze proletarie disposte a lottare contro il capitalismo da un lato e contro l’opportunismo traditore dall’altro; contro lo Stato capitalista e contro la dirigenza corporativista della CGIL e dei partiti che la ispirano. Soltanto a questa condizione l’unità può avere un significato genuinamente proletario e rivoluzionario, e condurre ad un vero, largo e potente fronte proletario che, opportunamente sensibilizzato dal Partito comunista rivoluzionario, costituirà uno strumento invincibile per la vittoria della rivoluzione operaia.
La storia di questi sessant’anni è densa di esempi di «unità» al servizio della conservazione capitalistica e della controrivoluzione.
Nel 1921 il PSI e la C.G.d.L. firmarono, in nome della unità proletaria, il famigerato «patto di pacificazione» con i fascisti e iniziarono la campagna di intimidazioni ed espulsione dei comunisti, organizzati ed organizzatori, dalla Confederazione del Lavoro, perché diceva che i comunisti portavano confusione tra le fila operaie e facevano opera di divisione, proprio mentre i comunisti lanciavano al proletariato italiano l’appello all’unità sulla base della lotta al riformismo ed invitavano le organizzazioni economiche a combattere senza sosta i capi della Confederazione alleati con la borghesia. L’unità proclamata dai socialisti escludeva i comunisti e i rivoluzionari: aveva indirizzo controrivoluzionario. Quella avanzata dai comunisti escludeva gli antirivoluzionari e i traditori: aveva indirizzo rivoluzionario.
Nel 1945 si ricostituì la «nuova CGIL», che prese nome di Confederazione Generale Italiana del Lavoro come unica Centrale sindacale scaturita dall’ennesimo pateracchio tra Democrazia Cristiana, PCI, PSI e semipartiti vari. Unità, assoluta, ma sempre meno apprezzabile, quanto a un numero di organizzati, di quella, sotto tale profilo esemplare, fascista del regime passato (!). Per vedere a che cosa abbia portato tale «unità» basta ricorrere alla memoria delle vicende del ventennio trascorso. Il proletariato controllato «unitariamente» dal capitalismo fascista per mezzo del Sindacato unico corporativo ha servito alle fortune della borghesia in pace e al suo esercito sfortunato in guerra. Perché la borghesia, ritornata democratica nell’effige, potesse rinverdire le sue fortune, aveva bisogno di controllare nuovamente il proletariato, o meglio aveva bisogno che non le sfuggisse il controllo della classe operaia. L’unità, formula spesso d’inganno e di mistificazione, si realizza nella «nuova CGIL»: il proletariato italiano è stretto nella duplice morsa dell’occupazione armata degli «Alleati» e del disarmo politico continuato dai partiti della resistenza. Questa «unità», cessato il pericolo di un eventuale risveglio rivoluzionario degli operai, si scioglie sempre su iniziativa dei partiti politici borghesi e opportunisti, e la «dinamica» sindacale assume di nuovo la forma consueta di concorrenza tra varie centrali di ispirazione diversa.
Come si vede, la mancata unità del ’19 in clima democratico, la ritrovata unità del ’45 in clima sempre democratico, dopo l’altra unità in regime fascista e di nuovo la riperduta unità del ’48, rispondono sempre alle esigenze di conservazione capitalistica, avendo impedito che sorgesse dall’interno della classe almeno un tentativo di ribellione al regime del capitale.
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Oggi si riparla di unità per gli stessi motivi di ieri, senonché le condizioni che si profilano sono diverse da quelle, per esempio, del 1945. Oggi tutti i partiti e tutti gli Stati si attendono l’immancabile crisi generale del sistema economico che determina una spinta decisiva agli urti di classe, e si pongono il problema di come controllare meglio il proletariato per impedire che nel suo seno risorgano, sotto la pressione della crisi produttiva, posizioni rivoluzionarie tali da illuminare la classe operaia ed incendiare la società. Ora l’indirizzo unitario esiste fra le tre Centrali sindacali più importanti: esse conducono una politica sindacale basata sul rispetto democratico degli interessi delle parti contraenti, cioè degli operai e dei padroni. Esse dicono in sostanza che operai e padroni sono una «realtà» insopprimibile e quindi non resta altro che contrattare di volta in volta le condizioni di lavoro e di esistenza tra operai e padroni. Ma non basta. I dirigenti sindacali delle tre Centrali, avvertendo il pericolo, affermano che con l’inasprirsi delle controversie tra capitalisti e operai rimane sempre più difficile limitare l’azione del sindacato nel ristretto campo economico, perché anche il più piccolo problema sindacale degli operai cozza contro il sistema sociale e politico attuale, e traduce ogni lotta operaia in lotta politica, sebbene ogni energia dell’opportunismo venga spesa per cancellare questo aspetto politico o per travisarne la natura. Si è allora scoperta la vecchia e stantìa questione delle riforme di struttura verso cui tentare di incanalare le rivendicazioni operaie, nello stesso modo che il sindacalismo di tutti i tempi ha sempre fatto per frenare il proletariato.
Seguendo questa linea «riformistica» ad oltranza non poteva che rispuntare la questione delle «autonomie», dietro cui fa capolino un vecchio sogno del PSI e dei vecchi barboni della vecchia CGL, cioè il Partito del Lavoro o Partito Laborista Italiano poggiante su una rete di sindacati tipo Trades Unions inglesi, i sindacati «più democratici» del mondo – come si dice negli ambienti sindacali – appunto perché i più «autonomi» del mondo; cui fa da pendant la rivendicazione forcaiola di Longo di un «partito unico dei lavoratori», sempre imparato alla scuola secolare della borghesia capitalistica inglese.
Il documento della FIOM, quindi, chiarisce assai bene il disegno di «riforma» del sindacato per adattarlo alle prossime condizioni storiche di difesa del regime democratico del capitalismo. Infatti, si parla di una «maggiore autonomia sindacale dell’apporto che il sindacato, nella sua propria sfera e nel suo ruolo specifico deve arrecare al progresso economico e civile ed allo sviluppo della democrazia nel nostro paese», e si precisa: «in modo da garantire un ulteriore e reale decentramento della direzione del sindacato, occorre un graduale ripensamento della stessa funzione che debbono svolgere nell’ambito della organizzazione le correnti sindacali. A questo proposito il C.C. della FIOM, nel riaffermare la funzione positiva che le correnti sindacali possono svolgere ancora nella fase presente, sottolinea la importanza degli sforzi che sono stati compiuti e che vanno compiendosi per assicurare una loro reale autonomia dei partiti politici». Invitiamo il lettore ad immaginarsi che cosa siano le «correnti» nel sindacato, se devono essere autonome dai rispettivi partiti che le ispirano. È evidente che in siffatto modo si vuol dire ben altro, e cioè che, dal momento che gli attuali partiti sono tutti allineati sullo stesso fronte di difesa del regime democratico del capitalismo, le correnti sono superflue e «gradualmente» si deve «ripensare» ad abolirle, impedendo così il costituirsi della unica e vera corrente comunista rivoluzionaria che potrebbe risorgere nei sindacati. Questa è profilassi antirivoluzionaria, che i nostri «social-comun-demo-papalini» insegnano allo Stato capitalista per difendersi dalla immancabile ripresa lotte rivoluzionarie di classe.
Le recenti agitazioni, prima di tutte quella dei metalmeccanici, danno già un saggio palese di questa «riforma» sindacale verso l’«unità organica»: lo scopo delle Centrali sindacali è il riconoscimento della trattativa separata, fabbrica per fabbrica, ed anche reparto per reparto, cioè non solo la massima «decentralizzazione», ma anche la massima polverizzazione delle contraddizioni economiche. È evidente che la Confindustria, cioè la organizzazione sindacale del capitalismo italiano, si stropiccia le mani e, se fa resistenza, è solo per ottenere vantaggi al minimo prezzo possibile, come si addice a un provetto direttore commerciale.
Così ogni fabbrica, ogni azienda gigante o microscopica, avrà il suo sindacato, autonomo, indipendente, per poter agire nella «sfera» particolare in completa libertà dalle «correnti» politiche contrattando salari, cottimi, premi, ecc. con la sua «controparte», che, però, non è autonoma né indipendente né libera, ma, quando occorra, chiama il ministro socialista, il sindacalista «comunista», e se non basta telefona alla polizia di Stato per farsi proteggere l’officina e l’azienda, e dopo una gratuita distribuzione di manganellate o di legnate sulle groppe dei lavoratori chiede l’imprigionamento dei più «settari», o degli «estremisti e faziosi», e il loro deferimento alla Giustizia democratica.
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In tal modo si farà forse il «sindacato unitario», brutta copia di quello corporativo fascista; ma nel contempo si uccide la CGIL. I comunisti non piangeranno per questo lacrime cocenti, ma, se il disegno infame dell’opportunismo dovesse avverarsi, un altro e solido baluardo verrebbe eretto a difesa del capitalismo e più difficile sarebbe la ripresa della lotta degli operai. I quali, nella parte più sensibile e devota alla causa del comunismo, non possono restarvi indifferenti, ma devono affiancare i proletari comunisti rivoluzionari per rinsaldare le file della classe operaia, sulla base dell’indirizzo del partito di classe, per organizzare un fronte di difesa operaia contro l’imperversare del tradimento opportunista nelle loro file.