Partito Comunista Internazionale

Umanità del Comunismo, Disumanità della Civiltà Pt.1

Categorie: Marxist Theory of Knowledge, Philosophy, Religion


Rapporto esposto alla riunione di partito dello scorso maggio a Firenze.

L’uomo è un insieme di organi interdipendenti il cui normale armonico funzionamento assicura la salute fisica e mentale, sempre che l’ambiente gli consenta di sviluppare le sue qualità potenziali e disponga, al tempo stesso, di risorse adeguate al soddisfacimento dei bisogni materiali e spirituali, risorse delle quali possa liberamente usufruire. Sin oggi però l’uomo realmente sano di corpo e di mente, cioè padrone di sé e della sua umanità di specie, non è mai esistito, e ciò in quanto le condizioni ambientali, adatte a un’esistenza specificamente umana, l’uomo dovrà ancora crearsele.

Due principi governano le creature viventi, conservarsi e riprodursi secondo le leggi di natura che per milioni di anni hanno garantito un mirabile equilibrio biologico; ma con l’avvento dell’economia mercantile quest’equilibrio cominciò ad essere turbato, è stato poi sconvolto da cima a fondo dal capitalismo, e i guasti che il pianeta terra quotidianamente subisce son sotto gli occhi di tutti. Qual’è dunque l’origine, quali cause di tanta degradazione che costituisce una minaccia di morte per l’uomo e l’intera biosfera?

Engels, prendendo ad esempio gli Irochesi, descrive come vivevano i nostri antichi primogenitori nella società senza classi, nella quale era sconosciuta la proprietà privata e, conseguentemente, la merce e il denaro.

«Là il modo di produrre il necessario per la vita, modo che di anno in anno rimaneva inalterato, non poteva mai dare origine a conflitti, quali quelli imposti dal di fuori, ad alcun antagonismo tra ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati. Gli Irochesi erano ancora molto lontani dal dominare la natura, ma entro i limiti naturali che vigevano per essi, dominavano la propria produzione. A prescindere dai cattivi raccolti dei loro orticelli, dall’esaurimento della riserva di pesce nei loro laghi e nel loro fiumi, e della selvaggina nelle foreste, essi sapevano esattamente che cosa potevano ottenere dal loro modo di procacciarsi il sostentamento. Quel che doveva risultare era il necessario per la vita, più scarso o abbondante che fosse; ma quel che non poteva risultare erano rivolgimenti sociali non voluti, lacerazione di legami gentilizi, divisione dei membri della gens e della tribù in classi contrapposte e in lotta tra loro. La produzione si muoveva nei limiti più ristretti, ma i produttori dominavano il loro prodotto. Questo era l’enorme vantaggio della produzione barbarica, che andò perduto con l’avvento della civiltà…

Altrimenti accadde pressi i greci. Il possesso privato di armenti e di oggetti di lusso che andava affermandosi portò allo scambio tra gli individui e alla trasformazione dei prodotti in merci. Ed è qui il germe di tutto il rivolgimento che ne seguì. Non appena i produttori non consumarono più direttamente il loro prodotto, ma lo passarono in altre mani per lo scambio, perdettero il dominio su di esso. Non sapevano più che cosa ne sarebbe avvenuto; era data la possibilità che il prodotto, un giorno, venisse adoperato contro il produttore per sfruttarlo e opprimerlo. Perciò nessuna società può mantenere durevolmente il dominio sulla propria produzione e il controllo sugli effetti sociali del suo processo di produzione a meno che non abolisca lo scambio tra individui…

Più tardi venne il denaro, la merce universale, con la quale tutte le altre erano scambiabili. Ma, inventando il denaro, gli uomini non pensavano di creare, con ciò, una nuova potenza sociale, la sola potenza universale davanti alla quale tutta la società doveva inchinarsi» (L’Origine della Famiglia, della Proprietà privata e dello Stato).

Il produrre per lo scambio anziché per i bisogni ben presto fece della merce e del denaro lo scopo di tutte le attività umane e della stessa esistenza dell’uomo, portò ad escogitare sempre nuovi bisogni in quanto essi richiedevano sempre nuove merci, asservì a un tal modo di produzione l’intera società, inventori e scienziati compresi: tutto ciò ha avuto e continua ad avere come risultato lo sfruttamento e l’oppressione, della quale l’alienazione è la forma spirituale, assieme all’inquinamento, all’avvelenamento del pianeta che diventa ogni giorno meno adatto alla vita. Di conseguenza il prodotto, oltre a dominare i produttori e a venir adoperato per sfruttarli e opprimerli, si è trasformato nel loro mortale nemico.

Il pensiero dialettico rappresenta il salto di qualità che differenzia l’uomo dall’intero mondo dei viventi e dagli stessi mammiferi superiori. Grazie al pensiero dialettico l’uomo è capace di prevedere i risultati del suo operato nelle lunghe distanze e pure di constatarli momento dopo momento, e riuscirebbe a programmare la propria vita di specie e individuale, ad appropriarsi della sua intera umanità se non venisse legato mani e piedi alla sua originaria animalità dal modo di produzione capitalistica di cui è diventato un ingranaggio. Nel regno animale, proprio l’incapacità di prevedere porta a uno spreco assai elevato di nutrimento. Inoltre, ove l’assenza dei carnivori non limita il numero degli erbivori in modo che vi sia equilibrio tra la quantità di risorse che la natura riesce a produrre e il loro consumo, questi distruggono completamente la vegetazione condannando così all’estinzione le loro stesse specie.

Costringendo l’uomo a un identico comportamento imprevidente, il capitalismo ne fa un suicida e come specie e come individuo. Ma la consapevolezza impotente di rendere inutilizzabili le terre, le acque e l’atmosfera e di appestare la casa ove abita, le risorse di cui si nutre e l’aria stessa che respira denunzia la drammatica condizione dell’homo sapiens sempre più posto davanti al dilemma, alla scelta improcrastinabile: o abbattere l’attuale società per edificare il COMUNISMO, oppure assistere passivamente alla propria fine assieme a quella della biosfera.

«Anche gli animali, proprio come l’uomo, seppur non nella stessa misura, modificano con la loro attività la natura che li circonda. E le modificazioni da essi apportate reagiscono a loro volta… su quegli animali stessi che ne sono stata la causa. Poiché nella natura non esistono avvenimenti isolati. Ogni fatto agisce sull’altro e viceversa. Il più delle volte è proprio la dimenticanza di questo movimento in tutte le direzioni, di questa azione mutua, che impedisce ai nostri scienziati di veder chiaro nei più semplici fenomeni» (Engels, Dialettica della Natura).

Proprio la quantità di modificazioni-distruzioni, questo dominare la natura «come un conquistatore domina un popolo soggiogato» (Engels) sminuiscono l’uomo rispetto agli animali di tanto quanto il pensiero dialettico l’innalza al di sopra di essi.

Il modo di produzione capitalistico, dominato dalla ricerca affannosa del profitto, non prende mai in considerazione gli effetti deleteri della sua attività sull’uomo e sulla natura; esso genera di conseguenza stati patologici sempre più angoscianti e intollerabili, aggrediti come siamo dalle malattie degenerative che la folle industrializzazione diffonde a piene mani, oppressi come siamo da ritmi di vita e di lavoro per i proletari sempre più logoranti ai quali l’organismo riesce sempre meno ad adattarsi, ossessionati come siamo da un senso d’insicurezza ansiosa che è all’origine della crescente paura sfiducia impotenza abulia.

In numero sempre maggiore che nel passato gli uomini oggi s’interrogano sulle cause della loro infelicità, doloroso interrogarsi cui la «cultura borghese» non fornisce risposte valide, anzi mistifica la stessa conoscenza oggettiva per impedire che gli oppressi diventino consapevoli del baratro nel quale l’attuale sistema socio-economico

precipita inesorabilmente  assieme all’uomo l’intero mondo dei viventi. E gli «scienziati» borghesi, anch’essi sostenitori del dogma che il capitalismo è la migliore delle società e, comunque, l’unica possibile e alla quale non esistono alternative, al pari del mitografo ebreo autore della Genesi si sbracciano a dimostrare che è l’uomo il solo colpevole dei mali che lo affliggono e delle malattie non solo fisiche ma anche mentali:  alienazione frustrazioni depressioni stress traumi psichici ecc. A questi suoi frutti tossici il Capitalismo né sa né può offrire altro rimedio che la rassegnazione, il fiat voluntas dei da una parte e, dall’altra, l’alcool e ogni sorta di droghe, dalla religione alla cocaina, fino al suicidio. Non bastandogli più le prediche dal pulpito ricorre di continuo all’imbonimento dalle cattedre, fa così dell’«uomo di scienza» il suo più autorevole paladino; inoltre, mentre proclama che la verità oggettiva non esiste e che la scienza è in crisi, esalta poi come grandi scienziati i suoi più zelanti ideologi. Il dottor Freud ad esempio, il padre della Psicoanalisi e gran maestro dell’Inconscio, dopo aver criminalizzato gli esseri umani, per lui infetti sin dalla nascita del complesso di Edipo positivo (attaccamento erotico dei bambini e delle bambine per il genitore dell’altro sesso) e negativo o invertito (attaccamento erotico dei bambini e delle bambine per il genitore dello stesso sesso), s’è inventata l’aggressività, l’irrazionalità e l’istinto di morte per attribuire all’uomo l’origine d’ogni violenza, dell’orrido massacro imperialistico che fu la Prima Guerra Mondiale.

E un suo epigono, il prof. Andreoli (quaderno n. 31 di Le Scienze del settembre 1986, intitolato Il Cervello), dopo aver ripetuto i vecchi luoghi comuni sull’aggressività umana, dopo aver attribuito all’uomo i massacri e le stragi tanto congeniali alla natura del capitalismo, scrive: «Queste apocalissi sono legate all’encefalo plastico e quindi alla cultura e al futuro… C’è bisogno d’un cervello senza violenza e senza sopraffazione, in cui si blocchi ogni elaborazione che possa condurre alla eliminazione della specie, in cui venga cancellata la logica della distruzione… Tra le circonvoluzioni cerebrali si decidono le sorti dell’umanità».

Jahvè scacciò Adamo dall’Eden perché aveva mangiato il frutto dell’albero della scienza del Bene e del Male; l’emerito psichiatra Vittorino Andreoli vuol salvare la società borghese devastando il paleocervello e decorticando il neocervello: un bel passo avanti, psichiatricamente parlando, dopo lo shock insulinico e l’elettroshock, la leucotomia e la lobotomia, la proposta di asportare l’amigdale avanzata dagli psicochirurghi statunitensi V. Marc e F. Ervin per liberare le città americane dalla violenza, asportazione cui dovrebbero esser sottoposti dal 5 al 10% dei cittadini U.S.A., per lo più ribelli dei ghetti, donne e proletari negri.

Il regno della Ragione preconizzato nel secolo XVIII era un’illusione di filosofi borghesi fermamente persuasi che finalmente «la superstizione, l’ingiustizia, il privilegio e la sopraffazione sarebbero stati soppiantati dalla verità eterna, dall’uguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili dell’uomo. Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il regno della borghesia idealizzato; che la giustizia eterna trovò la sua realizzazione nella giustizia borghese; che l’uguaglianza andò a finire nella borghese uguaglianza di fronte alla legge; che la proprietà fu proclamata come uno dei più essenziali diritti dell’uomo; che lo Stato secondo ragione, il Contratto Sociale di Rousseau si realizzò, e solo così poteva realizzarsi, come repubblica democratica borghese» (Engels, L’Evoluzione del Socialismo dall’Utopia alla Scienza).

Cosa sia realmente la società borghese, regno della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà, lo constatiamo quotidianamente. In questo nostro secolo XX la contraddizione tra la produzione sociale e l’appropriazione capitalistica è diventata esplosiva: si produce troppa ricchezza e assai più indigenza, c’è chi si ammala per l’eccessivo benessere materiale e al tempo stesso si muore di fame. Avviene anche per questo che tantissimi d’ogni condizione e ceto sociale, poveri o privilegiati, ignoranti o dotti, angosciati da un presente caratterizzato, tra l’altro, dall’equilibrio del terrore atomico e dalla mancanza d’un futuro, bisognosi di sicurezza si danno all’alcool e alla droga. Non bastando l’oppio della religione tradizionale si rifugiano persino in credenze che costituivano la somma del sapere per i nostri lontani antenati che vivevano nella Preistoria, credenze che allora non garantivano la sopravvivenza e che oggi non attenuano le paure, l’ansietà, le depressioni.

Durante il corso della civiltà millenaria la cultura è sempre stata il riflesso della classe che in ogni società (schiavista feudale e borghese) detiene il potere economico, ne ha generalizzato e idealizzato gli interessi: progressiva soltanto nei brevi periodi rivoluzionari; per il resto sempre conservatrice e regressiva. Nessuna meraviglia quindi che l’ormai putrescente società capitalistica, assieme a tanta zavorra spacciata per sapere, per conoscenza scientifica, e venduta anche a fascicoli settimanali nelle edicole, produca come non mai eserciti di maghi chiromanti astrologi chiaroveggenti fattucchieri esorcisti parapsicologi indovini, imbroglioni di tutte le risme che ingrassano turlupinando il prossimo. Secondo la giornalista Camilla Cederna (Cosa Nostra, Milano 1985), nella sola città di Torino «il fatturato dell’occulto è superiore a quello della Fiat»!

* * *

Scrive il giovane Marx della religione (Per la Critica della Filosofia del Diritto di Hegel, Introduzione, 1844), la quale assieme al feticismo, alla superstizione, alla stregoneria, ecc., è una delle tante manifestazioni dell’uomo alienato:

     «La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio dei popoli. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola».

Molte affezioni meritano oggi l’appellativo di malattie del secolo; solo la civiltà però è la malattia per antonomasia, matrice di tutti i mali, alienazione compresa, che da millenni opprimono l’homo sapiens. Con l’avvento della civiltà l’alienazione diventa instrumentum regni; essa è l’essenza e insieme lo scopo della religione e dell’educazione, permea di sé tutta la cultura e le arti. Ma vediamo in breve la storia del sostantivo alienazione che giuridicamente è sinonimo di vendita, espropriazione d’un bene e, in generale, indica la misera condizione dell’uomo espropriato dai suoi simili della sua umanità, estraniato dal prodotto del suo lavoro che non gli appartiene. Nel Dizionario di Filosofia di N. Abbagnano leggiamo «Il termine, che nel linguaggio comune significa perdita di un possesso, di un affetto o dei poteri mentali, è stato adoperato dai filosofi in alcuni significati specifici. 1. Nel Medioevo fu talora usato per indicare un grado dell’ascesi mistica verso Dio. Così Riccardo di San Vittore considera l’alienazione come il terzo grado dell’evoluzione della mente a Dio (dopo la dilatazione e la sollevazione) e ritiene che essa consiste nell’abbandono della memoria di tutte le cose finite e nella trasfigurazione della mente in uno stato che non ha nulla di umano (De Gratia Contemplationis, V, 2). IN questo senso l’alienazione non è che l’estasi. 2. Il termine fu adoperato da Rousseau per indicare la cessione dei diritti naturali alla comunità effettuata con il contratto sociale. “Le clausole di questo contratto si riducono a una sola: l’alienazione totale di ciascun associato con tutti i suoi diritti alla comunità” (Contract Social, I, 6). 3. Hegel adoperò il termine per indicare l’estraniarsi della coscienza a se stessa, per il quale essa si considera come una cosa».

Hegel assume Dio come soggetto della storia, vede quindi Dio nell’uomo, cioè in uno stato di autoalienazione e pertanto nel processo storico il ritorno di Dio a sé stesso. Feuerbach capovolge questa posizione di Hegel; per lui Dio rappresenta le forze e la sostanza stessa dell’uomo trasferite a un essere al di fuori di lui; e la conseguenza sarà che l’uomo diventa tanto più misero e impotente quanto più felice e potente concepisce Dio.

Appartiene al giovane Marx il merito grandissimo d’aver scoperto e denunciato che l’alienazione è la condizione patologica normale dell’uomo espropriato della sua umanità, è essenzialmente la patologia dell’uomo della civiltà in generale e della società borghese in particolare, dell’uomo che non è padrone di sé. In merito al potere alienante del denaro egli scrive:

     «La legge dell’economia politica è il caso, dal cui movimento noi scienziati fissiamo arbitrariamente alcuni momenti nella forma di leggi. E l’essenza della cosa è espressa molto bene in un concetto, quando Mill indica il denaro come intermediario dello scambio. La essenza del denaro non è il fatto che viene alienato il movimento l’attività mediatrice, l’atto umano, sociale, in cui i prodotti dell’uomo si integrano scambievolmente, il fatto che la proprietà di una cosamateriale esterna all’uomo, diventa proprietà del denaro. Poiché l’uomo aliena questa attività mediatrice stessa, egli è qui solo come attività umana smarrita, disumanata; la relazione stessa delle cose, l’operazione umana con le cose, diventa l’operazione di un’essenza esterna all’uomo e superiore all’uomo. Dovrebbe essere l’uomo stesso intermediario per l’uomo; e invece attraverso questo intermediario esterno, l’uomo guarda alla sua volontà, alla sua attività, al suo rapporto con gli altri, come a una potenza indipendente da lui e dagli altri. La sua schiavitù raggiunge il massimo. Questo intermediario diventa un vero, poiché l’intermediario è la vera potenza su ciò, con cui egli mi media. Il suo culto diventa fine a sé stesso. Gli oggetti, una volta separati da questo intermediario, hanno perduto il loro valore. E dunque, soltanto in quanto lo rappresentano, essi hanno un valore, sebbene in origine sembrava il contrario. L’intermediario e cioè l’essenza smarrita, estraniata della proprietà privata, la proprietà privata espropriata, fatta esterna a se stessa; ed è la mediazione estraniata della produzione umana con la produzione umana, l’attività alienata del genere uomo.
     «Tutte le qualità che spettano all’uomo nella produzione di questa attività, vengono trasferite a questo intermediario. L’uomo dunque, separato da questo intermediario, diventa più ricco» (Scritti Inediti di Economia Politica).

Questa condizione patologica, specie ai giorni nostri nei Paesi più industrializzati, con sempre maggior frequenza si trasforma in alienazione mentale che la Psicologia e la Psichiatria chiamano anche disadattamento sociale, affezione di qualsiasi natura che rende gli individui incapaci d’assumere il ruolo normale nella società. Ruolo normale è un eufemistico sinonimo di lavoro imposto, di schiavitù salariale. La società borghese divide questi soggetti in due grandi categorie, i disadattati sociali involontari e i disadattati sociali volontari: i primi vengono considerati malati o infermi; i secondi delinquenti. Nella misura in cui il mancato rispetto del ruolo – ossia il comportamento del ribelle che rifiuta l’oppressione vita natural durante – li porta a violare la legge, i primi finiscono in un ospedale psichiatrico, i secondi in galera.

Noi, Partito Comunista Rivoluzionario abbiamo denunziato il ruolo e le finalità di queste pseudo scienze disumane e disumananti che si propongono, in concorrenza con la religione e con l’educazione, di adattare l’uomo alla società la quale decreta la morte civile, e non di rado la stessa morte fisica dei disadattati sociali. Per i sacerdoti di queste pseudo scienze, psicologi psichiatri e psicoterapeuti, la società classista, ovviamente idealizzata, spogliata cioè di tutte le forme brutali e ipocrite di violenza e sopraffazione ad essa connaturali, rappresenta il sommo bene che spetterebbe all’uomo difendere e conservare uniformando il proprio comportamento alle sue regole qualunque siano le circostanze, si tratti pure di guerre di rapina e di sterminio che il cittadino è costretto a combattere. Da siffatto dogma discende la anormalità e la pericolosità di chi non sottostà o, meglio, non riesce a sottostare alla santità della legge. Ma, dal momento che l’uomo è un animale sociale, anzi l’animale sociale per antonomasia, donde ha origine il disadattamento che non riscontriamo in nessuna delle tante società animali, da quelle degli insetti a quelle dei mammiferi? Ovviamente nessuno degli psicologi e psichiatri risponderà mai a una simile domanda, ci dirà mai cos’è realmente la società della merce e del denaro produttrice anche del disadattamento nel suo duplice aspetto di malattia mentale e di delinquenza; meno ancora ci dirà che essa, per meritare l’attributo di umana, dovrebbe realmente essere il mondo nel quale gli uomini, senza discriminazione alcuna, potessero pienamente realizzarsi, sviluppare cioè tutte le loro qualità potenziali. Sorge pertanto spontanea la conclusione che psicologi e psichiatri, se non fossero degli ideologi, degli alienati e, al tempo stesso, venditori di alienazione, considererebbero il sommo bene l’uomo, e quindi la società civile apparirebbe loro nella sua reale disumanità, un inferno di dannati.

Per quel particolare uomo alienato ch’era Agostino vescovo d’Ippona, giustizia uguaglianza felicità e bene possono esistere soltanto in un regno celeste, la Civitas Dei; per quel particolare uomo alienato ch’era l’eretico Ario il Logos, il Cristo non è un Dio che si abbassa umanizzandosi; ma un uomo che si innalza divinizzandosi; in entrambe queste concezioni alienanti abbiamo un bisogno manifesto di evasione da una realtà sociale che nega all’uomo di vivere umanamente.

Per il giovane Marx «Cristo rappresenta in origine: 1) l’uomo di fronte a Dio, 2) Dio di fronte all’uomo, 3) l’uomo di fronte all’uomo. Così il denaro rappresenta all’origine del suo concetto: 1) la proprietà privata dinanzi alla società, 2) la società dinanzi alla proprietà privata, 3) la proprietà privata dinanzi alla proprietà privata. Ma Cristo è il dio alienato e l’uomo alienato, Dio ha più valore solo in quanto Cristo, l’uomo ha più valore in quanto rappresenta Cristo, così è per denaro».

Questa considerazione ci aiuta a capire, tra l’altro, perché nella religione cristiana, qualunque ne sia la setta, è sempre Cristo, l’uomo-Dio, la figura centrale del nuovo Olimpo celeste. L’uomo alienato, per quanto fuori di sé e altro da sé, non perde mai completamente la sua umanità, a meno che lo sconvolgimento mentale non ne ottenebri del tutto la coscienza; e pertanto, mentre gli riesce impossibile identificarsi con un Dio che gli rimane sempre estraneo inconoscibile e incomprensibile come lo sono tutte le cose immaginate di natura immateriale e, quindi, esistenti fuori del tempo e dello spazio, può invece facilmente identificarsi come un Cristo che attraverso la sofferenza si è innalzato sino alla divinità: Cristo, astrazione dell’uomo annichilito da condizioni di vita disumananti, appare ai miseri infelici l’incarnazione del riscatto agognato. E così gli alienati sublimano la loro sofferenza, ne fanno il mezzo per conseguire la celeste beatitudine, il che rappresenta il colmo dell’autoalienazione in quanto il regno dell’uomo è il pianeta terra e, quindi, solo sulla terra potrà e dovrà realizzarsi appieno. Il tanto celebrato Discorso della Montagna, proprio perché promette agli umili e agli umiliati, i quali sguazzano stoicamente nell’oppressione materiale e spirituale, la felicità in un assurdo regno dei cieli, costituisce l’essenza del cristianesimo che prescrive quale umana saggezza anche il porgere l’altra guancia, il distillato dell’inumano; esso spiega a sufficienza perché la religione è, in ogni epoca storica, un’arma efficace di conservazione sociale e del predominio di una classe sulle altre e spiega perché il cristianesimo, la cui dottrina è una riedizione aggiornata dal vecchio Fato, è l’arma di «acculturazione» dei popoli colonizzati e neocolonizzati, i primi con la spada e la croce, i secondi con il capitale finanziario e la croce.

La cultura della società schiavistica già sul finire del secolo V a. C. suonava la campana a morte del politeismo – nelle tragedie di Euripide, ad esempio, gli dei han perduto la loro aureola, incarnano i peggiori vizi degli uomini – il quale sempre più scadeva a culto formale, esteriore. Il cristianesimo delle origini fu una ventata di entusiasmo, promessa e certezza d’un mondo migliore, e riuniva le folle dei credenti che immaginavano prossimo il riscatto terreno; rappresentò la bandiera della speranza per milioni di schiavi, per le innumeri plebi dei senza lavoro e senza futuro, inevitabile conseguenza del modo di produzione schiavistico, a causa del crollo economico e politico del Mondo Antico. Ma il riscatto terreno era allora un’utopia e, l’aveva dimostrato a sufficienza l’esito infelice delle Guerre Servili, la fine degli Spartacus. Poi, il cristianesimo perdette a poco a poco la sua carica rivoluzionaria e plebea, si adattò e gerarchizzò per diventare nel IV secolo il puntello del cadente impero di Roma. Prova inconfutabile di tale adattamento è l’Epistola ai Romani nella quale l’apostolo delle genti scrive tra l’altro:

     «Ognuno sia soggetto alle autorità superiori; poiché non c’è autorità che non venga da Dio; e quelle che esistono sono disposte da Dio. E perciò chi si oppone all’autorità resiste all’ordine stabilito da Dio; e coloro che resistono attirano la condanna sopra se stessi. Quei che comandano non devono esserci di timore per le buone azioni, ma per quelle cattive. Vuoi tu non aver paura dell’autorità? Diportati bene e riceverai la sua approvazione. Essa è infatti ministra di Dio per il tuo bene. Se invece agisci male, temi; non per nulla porta la spada, ma, essendo ministra di Dio, deve punire chi opera il male. È necessario quindi che siate soggetti, non solo per paura della punizione, ma anche per motivo di coscienza. Per lo stesso motivo ancora, voi dovete pagare anche le imposte; perché sono pubblici funzionari di Dio, quelli addetti interamente a tale ufficio. Rendete a tutti quanto è dovuto: a chi è dovuta l’imposta, l’imposta; a chi gabella, la gabella; a chi la riverenza, la riverenza; a chi l’onore, l’onore».

 Anche le parole messe in bocca al Cristo (i Vangeli sono del II secolo dell’era volgare): «Il mio regno non è di questo mondo» e «Date a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio», ieri servivano a inchiodare alla loro miserevole condizione tutti i diseredati senza avvenire mentre lo sfascio della società schiavistica era ormai inarrestabile; oggi servono a inchiodare alla loro miserevole condizione tantissimi milioni d’altri credenti alienati ai quali il capitalismo putrescente nega un qualunque futuro. Infatti la disoccupazione galoppante e in continuo aumento ingrossa in maniera abnorme l’esercito dei senza lavoro che vengono ridotti a plebaglia, a proletariato di straccioni, a vagabondi prostituite e prostituti, a delinquenti, e questo conferma l’analisi geniale che della società borghese hanno fatto Marx e Engels ne Il Manifesto del Partito comunista:

     «Per opprimere una classe, si deve poter contare su condizioni che permettano almeno una stentata esistenza di schiavo. Il servo della gleba è stato in grado, mantenendosi come tale, di divenire membro del comune, e così anche il piccolo borghigiano che, pur soggiogato dall’assolutismo feudale, ha potuto trasformarsi in borghese. L’operaio moderno al contrario, invece di migliorare insieme al progresso dell’industria, cade sempre più in basso, al di sotto delle condizioni della sua propria classe. L’operaio diventa un povero, e il pauperismo si sviluppa ancor più celermente della popolazione e della ricchezza. Da tutto ciò si vede chiaramente come la borghesia sia incapace di restare ancora più a lungo la classe dominante della società e di imporre a quest’ultima, come legge regolatrice, le condizioni di vita della propria classe. Essa è incapace di dominare in quanto non è in grado di garantire l’esistenza al proprio schiavo nell’ambito della sua schiavitù, in quanto è costretta a lasciarlo cadere in condizioni tali in cui, invece di riceverne sostentamento, deve piuttosto fornirglielo. La società non può vivere sotto di essa, ovvero la sua esistenza non è compatibile con la società».

Oggi però, a differenza del Mondo Antico, esiste la classe operaia cui spetta il compito storico di salvare l’umanità del tragico destino che le riserva il Capitale, e la salvezza si chiama Rivoluzione Proletaria, la salvezza si chiama Comunismo.

L’alienazione è la malattia dell’homo sapiens sin dalla preistoria – Stato Selvaggio e Barbarie in cui il maximum di organizzazione sociale era la tribù – durante la quale assunse essenzialmente la forma religiosa. Scrive Marx ne Il Capitale, Vol. I:

     «Quegli antichi organismi sociali di produzione sono straordinariamente più semplici e più trasparenti dell’organismo borghese, ma poggiano o sull’immaturità dell’uomo individuale, che ancora non s’è distaccato dal cordone ombelicale del legame naturale di specie con altri uomini, oppure sui rapporti immediati di signoria e servitù. Sono il portato di un basso grado di svolgimento delle forze produttive del lavoro e, in corrispondenza di esso, di rapporti fra gli uomini entro i confini impacciati e ristretti del processo materiale di generazione della vita, quindi del processo fra loro stessi e fra loro e la natura. Tale impaccio ideale si rispecchia idealmente nelle antiche religioni naturali e popolari. Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere, soltanto quando i rapporti di vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno per giorno relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura. La figura del processo vitale sociale, cioè del processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano. Tuttavia, affinché ciò avvenga, si richiede un fondamento materiale della società, ossia una serie di condizioni materiali di esistenza che, a loro volta, sono il prodotto naturale originario della storia di uno svolgimento lungo e tormentoso».

Questa forma primitiva di alienazione peculiare a «quegli antichi organismi sociali di produzione», determinata dalla elementarità dei mezzi di produzione, era naturale in quanto proprio la natura allora si ergeva di fronte all’uomo come una potenza ostile e minacciosa che lo soggiogava, alla quale egli poteva solo opporre la GENS, comunità di liberi e di uguali tenuta insieme dai vincoli di sangue e dalla sorte che ne affratellava tutti i membri, una sorte comune perché comune era la proprietà del suolo da cui traevano magro sostentamento. Ma con l’avvento della civiltà, natura e società si scambiano i ruoli; è la società divisa in classi antagoniste di liberi e schiavi, di proprietari e nullatenenti, di privilegiati e miserabili ad ergersi di fronte all’uomo, grazie allo sviluppo crescente e inarrestabile delle forze produttive e al suo crescente dominio sulla natura, come una potenza ostile e minacciosa. La divisione del lavoro in manuale e intellettuale porterà poi al formarsi, in seno alla classe egemone, della potentissima casta dei sacerdoti i quali soggiogano spiritualmente il popolo, specie la gran massa dei lavoratori, condizionandone il comportamento – il dominio spirituale rende più accettabile l’oppressione materiale – posseggono enormi ricchezze frutto in massima parte delle offerte dei credenti agli dei, sono particolarmente istruiti nell’astrologia medicina ingegneria ecc., e godono di grandissimo prestigio. Con l’avvento della civiltà diffondere l’alienazione del popolo sarà lo scopo principe del ministero sacerdotale, qualunque sia la religione, visto quel che rende in privilegi e potere.

Tutti i fanatici spacciatori di alienazione hanno, in ogni tempo, condannato chi si ribella all’oppressione spirituale in quanto di tratta di ribelli all’oppressione materiale.