Lotta di classe, non lotta di categorie
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Pretendere – come fanno gli ideologi borghesi (v. «La lotta di classe è una svolta» sul n. 15 del 1966) – che la lotta di classe sia stata sostituita dalla lotta delle categorie, perché il capitalismo di oggi non avrebbe più nulla a che fare con il capitalismo di ieri, è cosa tanto assurda che non vale la pena di discuterne.
Ma, se in teoria è falso affermare che la lotta di classe non sia il principio della dinamica sociale o storica, occorre riconoscere che, grazie all’opportunismo delle centrali sindacali e politiche di tutti i colori, la borghesia tende a snaturare la lotta di classe, innanzitutto, sbriciolando la lotta sindacale in un insieme di lotte di categoria con finalità che non varcano gli angusti interessi delle stesse. Ciò facendo, però, la borghesia non elimina la lotta di classe, ma cerca di adattarla e piegarla alla sua volontà, di renderla accettabile a se stessa, a fare in modo che non costituisca più quel pericolo che la tiene insonne. In altre parole, la borghesia, per mezzo dei suoi agenti travestiti da socialisti e comunisti, mira a togliere alla lotta di classe il suo contenuto rivoluzionario e a impedirne il fatale sbocco nella dittatura rivoluzionaria della classe operaia. La lotta di categoria, dunque, altro non è che una mistificazione e un pervertimento della lotta di classe. Essa si manifesta chiudendo le categorie professionali e industriali e le sottocategorie in compartimenti stagni, con rivendicazioni che non devono compromettere il profitto dei padroni, la produttività del lavoro ovvero la «efficienza» del capitale, il suo rendimento. La caratteristica dominante di queste lotte è il loro più squallido isolamento, è la loro riduzione a scontri ed urti che non avranno mai la capacità di mutare i rapporti di forza tra le classi – condizione essenziale, questa, per poter parlare seriamente di avanzata della classe sfruttata ed oppressa.
Alle innegabili spinte oggettive che portano le categorie a pensare solo a se stesse e a rinchiudersi nel loro meschino orizzonte, si accompagnano le influenze determinate di tutti i teorici dello spontaneismo, nel quale includiamo non soltanto le classiche forze politiche socialdemocratiche, ma anche quei bastardi comunisti che agiscono in complicità con esse e con quelle di ispirazione cattolica.
La maggiore responsabilità della degenerazione della lotta di classe va senz’altro attribuita ai sindacati confederati manovrati da queste forze politiche.
È stata la pratica quotidiana di questi sindacati che, spudoratamente si proclamano ancora «sindacati unitari», a generare lo scissionismo aperto e cioè a favorire la nascita di tutti i sindacati «autonomi» che pullulano in ogni dove: non solo campo dei ferrovieri se ne contano una decina! Questi sindacati-pidocchi sono scissionisti nella forma altre che nella sostanza e non importa se la loro ridicola «coerenza» li porta a smentire il grande «principio» dell’autonomia (il più idiota, il più piccolo-borghese principio di tutti i democratici-socialisti e comunisti di oggi) quando, toccata con mano l’impotenza dell’isolamento che ne discende, tendono a collegarsi fra loro e a cercare nuovamente un «centro», una federazione, e cose simili. I sindacatini di categoria (o di qualifica addirittura) non sono soltanto il punto d’approdo di una pratica sindacale corporativa alla quale essi vorrebbero dare la espressione più esplicita ed estremista, ma sono anche il risultato della mancanza di volontà di lotta dimostrata dalle centrali CGIL, CISL e UIL e dai sindacati che vi fanno capo. Non è raro infatti di vedere questi sindacatini «indipendenti dalle confederazioni politiche» – come dicono loro – proclamate ed attuare scioperi. Ed abbiamo casi in cui a dichiarare lo sciopero di uno di essi intervenga la loro federazione. Il 19 febbraio, per esempio, il personale di macchina e viaggiante delle Ferrovie dello Stato è stato chiamato a scioperare dalla F.I.S.A.F.S (Federazione italiana sindacati autonomi delle F. S.). Ecco a che cosa hanno condotto la pratica della sospensione degli scioperi da parte del SFI (CGIL), SUFI (CISL), e SIUF (UIL), il loro rimorchio scandaloso a tutte le vicende dell’azienda F. S. e della economia nazionale, la loro prontezza a lasciarsi trascinare dal padrone in tutte le sue manovre dilatorie e ad essere d’accordo con lui nel legare gli aumenti di salario agli aumenti della produttività! Può sembrare strano – ma non lo è affatto – che proprio l’azione di freno dei grossi sindacati provochi gli scoppi improvvisi delle insofferenze, e che a manifestarle siano i sindacatini-pidocchi che così trovano l’unica occasione per dar segno di vita, per scavalcare a sinistra anche i «rossi», per diventare di colpo degli eroi. Ecco a che cosa ci hanno condotto i sindacalisti da tavolino, gli incalliti burocrati che hanno fatto delle loro cariche un «posto sicuro», un impiego remunerativo! Questi opportunisti non fanno che bestemmiare dalla mattina alla sera la parola unità. Ma qual è l’unità che verrebbero realizzare, questi servi della borghesia? Chi crede ancora che essi aspirino all’unione delle forze operaie per dar battaglia al padronato, al suo Stato, al suo governo? L’unità che i traditori del movimento operaio vogliono è l’unità dei bonzi e l’unità coi padroni e con lo Stato proprio come ai bei tempi del fascismo, e peggio che allora.
Essi sono già uniti di fatto con i padroni attraverso la loro politica corporativa e cioè con la politica che al massimo prevede e tollera la lotta separata delle categorie. Il senso unitario di queste lotte sta solo nello sforzo delle centrali di convogliarle tutte indirizzandole verso la collaborazione di classe e per le riforme del «sistema», in cui gli opportunisti s’illudono di vedere integrata la classe operaia grazie ad una saggezza politica che conferirebbe loro i titoli per passare dall’attuale ruolo di buoni servitori a quello di amministratori e gestori del regime!
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Contro questa unità di sporchi vertici opportunisti e padronali, c’è solo la politica rivoluzionaria che i marxisti hanno sempre agitata fra gli operai, in specie dopo la gloriosa rivoluzione d’ottobre che aveva dimostrato in modo clamoroso e smagliante come l’opportunismo sia il nemico numero uno da battere per vincere la borghesia.
Per la concezione marxista, le singole categorie si mettono in movimento solo quando sono maturate nella società intera delle spinte d’ordine generale: ad esempio quella per l’abbassamento generale dei salari. Le innegabili differenze di condizioni, che peraltro il movimento della realtà sociale va sempre più attenuando, tanto sì che queste spinte non siano sentite con la stessa intensità e nello stesso momento dalle varie categorie lavoratrici, le quali quindi non entreranno contemporaneamente in agitazione in lotta. Questo non autorizza affatto i sindacati a predicare e praticare il «codismo» per il rispetto di un assurdo spontaneismo. Il loro compito è quello di dirigere, di essere alla testa e non alla coda del movimento operaio, e di battere in breccia il motto corporativo spontaneo delle categorie: «ognuno per sé e Dio per tutti». Non si tratta d’altra parte di sopprimere i sindacati di categoria che sono le organizzazioni immediate dei lavoratori che raccolgono e compiono il primo passo nella unificazione degli sforzi nel campo delle categorie singole. Si tratta di dare ad essi il carattere di reparti organizzati di un solo sindacato di classe che è la loro confederazione, la quale, pertanto, non dev’essere considerata come semplice somma di organizzazioni minori ma come il loro vero centro dirigente, in cui le «diverse» aspirazioni si fondono in una rivendicazione unica, in cui si armonizzano e si coordinano le loro lotte. Chi dunque chiede o pratica qualunque sorta di autonomia è da mettere subito alla gogna, da additare come scissionista e da disfarsene.
Uno dei compiti di prim’ordine che noi, rappresentanti della unica tendenza rivoluzionaria del movimento operaio, vogliamo dare alla CGIL è quello di reprimere senza indugi e senza pietà ogni velleità delle aristocrazie operaie di difendere e consolidare i meschini privilegi che essi mascherano con le parole traditrici della autonomia, dell’indipendenza e altre bestemmie del genere. Al contrario, cercheremo di mettere al servizio della causa comune le categorie sindacalmente meglio organizzate e più combattive allo scopo di diminuire lo stato di inferiorità relativa di altre e favorirne le condizioni di sviluppo sindacale.
Per l’unificazione questi ed altri compiti del sindacato di classe, già a suo tempo la Terza internazionale e la sinistra comunista dettero alcune indicazioni d’ordine generale sulla struttura organizzativa da dare alla confederazione dei sindacati. Si volle che questi stessi sindacati organizzassero gli operai non secondo la loro professione ma secondo l’industria d’appartenenza. L’attuale struttura organizzativa, orizzontale e verticale al tempo stesso, non è che un’eredità di quegli sforzi. Ma il nocciolo del problema non sta certo qui, perché chi è marxista sa che la organizzazione è senz’altro un fatto importante, ma se non coesiste con una chiara coscienza di classe e con una forte volontà politica rivoluzionaria, non può servire da sola a dar carattere di classe al sindacato (la sorte dei sindacati «verticali» americani, finiti nello stesso letamaio di quelli «orizzontali», lo conferma). E questa coscienza e volontà politica idonea non sono e non possono essere prodotte in modo spontaneo dall’azione sindacale, ma vengono assimilate dall’esterno e precisamente dal partito della rivoluzione, che è la coscienza critica della intera società, che incarna l’esperienza storica di tutte le lotte sostenute dal proletariato non solo nel campo sindacale ma in quello politico, e che ha tratto gli insegnamenti pratici di quei sacrifici e vuole raccogliere i frutti del sudore e del sangue versato dai nostri padri. Un tale partito ovviamente non può tollerare, data la sua natura internazionale e internazionalista, di farsi rappresentare da agenti nel campo di ciascun paese perseguano fini e adoperino mezzi che non siano consoni a quelli prescritti da un’Internazionale Rossa che di esse rappresenti il supremo centro dirigente e coordinatore. Oggi, come si sa, la F.S.M. (Federazione Sindacale Mondiale) – e ci limitiamo a parlare solo di questa eredità staliniana – non è che una sigla morta, non avendo mai dato segno di vita nel promuovere lotte a base internazionale né nell’area del MEC né in altre.
Come i Soviet senza il partito rivoluzionario marxista che ne ispira e ne dirige la condotta, si riducono a semplici consigli comunali o a parlamenti nazionali proprio come li concepivano e li volevano i menscevichi, così il sindacato di classe che non ha dietro di sé il suo partito marxista si riduce a una volgare macchina elettorale, a un vivaio di insetti opportunisti, a una serra calda di agenti della borghesia.
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Il marcio che manda in rovina la lotta sindacale nella situazione odierna sta dunque nel fatto che i partiti operai, alle spalle dei sindacati sono partiti opportunisti, partiti che hanno girato le terga alla vera lotta rivoluzionaria proletaria.
Di qui la triste conseguenza che lo sciopero, arma classica e genuina della classe operaia, è diventato strumento per soddisfare gli appetiti arrivistici di gruppi o categorie più o meno privilegiate che il processo storico tende di continuo a rigettare indietro e in basso, verso le masse diseredate della popolazione. Anziché essere adoperato per eliminare la concorrenza operaia, lo sciopero viene oggi maneggiato per favorirla. Succede inoltre che lo adoperino di più e con maggior vivacità gruppi piccolo-borghesi che masse operaie. Quello che sta succedendo in questo periodo in Italia lo dice chiaro: giornalisti, medici, ingegneri, funzionari statali, professori, studenti, ed altri figli di papà, sono costoro che parlano e attuano scioperi ad oltranza; parola grossa che dalle bocche dei proletari non si ode più, perché i bonzi la ritengono poco meno di un’assurdità, di un «pericoloso» estremismo. Gente che ha sempre considerato lo sciopero degli operai un atto sovversivo di un ordine sociale nel quale essa aveva ed ha qualcosa da difendere e da conservare, ha scoperto invece che lo sciopero, «diritto costituzionale», è una bella «libertà» e ne ha fatto un mezzo di pressione per difendere i propri interessi in quanto interessi piccolo-borghesi. Gente che ha sempre temuto e odiato lo sciopero operaio, si dà ad imitare e scimmiottare anche quelle forme di propaganda e di agitazione che in cuor suo ha sempre disprezzato e deriso.
Siamo arrivati al punto, insomma, che a far tremare i padroni o i loro governi non sono più le grandi battaglie proletarie, non sono più coloro che lavorano nella sfera della produzione materiale, fonte del plusvalore alla quale si abbeverano tutte le classi non proletarie ed antiproletarie. Il ciarpame statale e parastatale, ecco chi sarebbe diventato il protagonista delle lotte odierne che, pur con tutto il loro aspetto farsesco, riescono a spaccare le maggioranze parlamentari. Sposando la causa di questi strati parassitari, sindacati e partiti della maggioranza vengono meno alla disciplina del patto di coalizione che li unisce pur di non perdere clienti elettorali. Il recente caso dei «previdenziali» ne ha dato una prova: l’interesse corporativo di questa categoria di «lavoratori del deretano», unito all’interesse di conservazione delle burocrazie sindacali e politiche socialdemocratiche, ha prevalso sull’indirizzo generale del programma di governo nel quale figurava – tra l’altro – anche l’impegno di convertire in legge un decreto ministeriale che tendeva a peggiorare il trattamento economico di una categoria considerata privilegiata rispetto agli statali.
A far la voce grossa non sono più coloro che possono fermare la vera macchina produttiva, ma coloro che al massimo fermano… le macchine da scrivere e le scrivanie. Ecco dunque come «la lotta nel parlamento e nel paese» di cui parlano gli opportunisti dimostra di essere una volgare e sporca commedia, in cui sono in gioco luridi fini elettorali e interessi corporativi di strati che di proletario non hanno nulla, e che anzi, per il loro orientamento ideologico sono del non-proletario, e del comunismo i peggiori nemici!
Il potenziale di collera degli strati medi produttivi deriva, come si sa, dall’azzeramento economico e sociale loro imposto dal modo di produzione capitalistico che incessantemente li stritola e li sospinge verso il proletariato: la stessa realtà economica costringe la classe borghese a dare una stretta al torchio anche nei confronti degli strati medi parassitari. A parte la difficoltà di riuscire a utilizzare in modo rivoluzionario la protesta di questi strati, il proletariato, specie nei paesi «progrediti» non ha nessun bisogno della loro alleanza e quindi non ha alcun dovere di curarne gli interessi che del resto non saranno salvati nemmeno da coloro che ne favoriscono le gazzarre a puri scopi clientelistici. Presto o tardi, anche questo falso rivoluzionarismo è destinato a morire asfissiato nelle lungaggini delle trattative, durante le quali si sta sempre al punto di partenza discutendo e «studiando» se bisogna far prima le riforme o il cosiddetto riassetto degli stipendi…
Quello contro cui lottare, noi proletari, è lo stesso indirizzo riformistico dato alle lotte degli operai, secondo il quale le riforme e i salari dovrebbero camminare di pari passo. Solo attraverso i nostri interventi nel vivo delle lotte e attraverso la nostra critica spietata ai bonzi di tutti i colori noi possiamo assolvere i nostri compiti di partito marxista e di ala rivoluzionaria della CGIL. Solo con la nostra opera quotidiana instancabile e caparbia, potremo al tempo stesso rimanere immuni dalla peste opportunista, conservare intatto il patrimonio della nostra dottrina rivoluzionaria e gettare i semi della futura conquista rivoluzionaria della CGIL nel momento in cui la crisi profonda e generale della società renderà inconciliabile la lotta di classe con la direzione opportunista di tutti i rinnegati di oggi.