NEL SOLCO DELLA TRADIZIONE
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Il periodo rivoluzionario, i giorni dell’insurrezione, la presa del potere e l’esercizio dittatoriale di esso sulla classe borghese vinta, l’organizzazione della nuova società uscita dal trionfo del proletariato: tutti i compiti immani e grandiosi che stanno di fronte alla classe operaia ed al suo Partito rivoluzionario, esigono, non da oggi ma da sempre, una organizzazione centralizzata, decisa, chiara, delle masse dei milioni di lavoratori in tutto il mondo: una organizzazione capace per inquadrarli e guidarli sulla strada della rivoluzione, una organizzazione potente per assicurare la difesa della Dittatura proletaria dopo la conquista del potere.
I marxisti hanno sempre riconosciuto la necessità, per il Partito rivoluzionario della classe operaia, di assicurare alla sua azione il più largo raggio possibile, attraverso la diretta influenza della sua politica e della sua organizzazione sulle grandi masse dei lavoratori, attraverso una conquista delle organizzazioni economiche dei lavoratori, ed in primo luogo dei sindacati, attraverso una direzione politica delle lotte quotidiane o contingenti, per l’adozione di metodi di lotta che favoriscano la sempre crescente unione fra le masse proletarie, per delle rivendicazioni realmente e genuinamente operaie, costruite su di una linea ininterrotta al cui fine sia l’abbattimento del regime capitalista ed il trionfo del comunismo. Su questa linea, in questa visione dei compiti e delle necessità storiche, si colloca perfettamente la nostra azione per la conquista dei sindacati alla politica rivoluzionaria. E sembra, questa «pretesa», quasi un sacrilegio, un attentato alla «sacra libertà» delle organizzazioni operaie (questa epoca di trionfante opportunismo si è eretta un monumento fatto di libertà private) dimenticando che nella storia più che centenaria del proletariato e delle sue lotte, esso non ha mai potuto raggiungere niente se non rifiutando e sconfessando la “libertà”, non ha potuto fare un passo avanti se non sacrificando la “libertà” di stampo borghese, per prendersene una, micidiale per il capitalismo: la libertà di costituirsi in organizzazione centralizzata, disciplinata, spietata; per dare battaglia alla borghesia e sconfiggerla.
Ma, come spesso abbiamo detto, l’attuale merda opportunista, di stampo «classico» o «contestataria», è sotto tutti gli aspetti, la peggiore a cui si è assistito, e nel suo zelo bigotto si scaglia contro tutti i postulati della lotta di classe e del marxismo, in un carnevale di «aggiornamenti», «arricchimenti» o semplici «dimenticanze»; in una orgia di sfreghi alle conquiste fondamentali ed irreversibili della teoria e della pratica rivoluzionaria, in una tale confusione che sollecita, per un lavoro di seria preparazione rivoluzionaria delle masse operaie, una chiarificazione estrema e decisa delle posizioni di sempre del marxismo, in tutti i campi e, in special modo, nel campo organizzativo, nelle lotte fisiche dei lavoratori, in ogni luogo ed in ogni occasione.
«Scuola di organizzazione e di lotta», «scuola di guerra», «cinghia di trasmissione»: in queste definizioni sta il succo della teoria marxista e dell’azione pratica dei comunisti per quanto riguarda le organizzazioni economiche dei lavoratori, i sindacati, e in genere per tutte le forme di lotta che gli operai si sono date nel corso della loro storia. Ed ancora strilleranno i bonzi sindacali e politici opportunisti, allo «scandalo», all’«offesa»: «i partiti sono una cosa, i sindacati un’altra»; il che è perfettamente vero, ma non lo è affatto la conclusione che essi ne traggono, e cioè «ognuno si faccia i fatti suoi».
I sindacati, le associazioni economiche degli operai, hanno una vita antica; nascono con le prime lotte di una certa ampiezza che i lavoratori intraprendono contro il singolo capitalista, nell’ambito della singola fabbrica, per investire, ben presto, tutti i padroni in generale, ed il loro potere centrale non più nelle officine e nelle fabbriche, ma nello Stato, contro lo Stato della borghesia e del capitale. Quando le rivendicazioni proletarie si urtano, o per la loro natura immediata o per l’ambito e il momento in cui si svolgono, contro la impossibilità, per la borghesia, di concedere finanche le briciole del banchetto; quando ogni miglioramento economico diventa incompatibile con il regime dello sfruttamento, la lotta sindacale, economica e contingente assurge a decisione suprema: lo scontro si fa violento e le armi, finalmente senza veli, fanno la loro comparsa come argomento decisivo. Questi momenti, rappresentanti il culmine della lotta sociale e che conducono, senza possibilità di ritorno, alla battaglia, si sono già presentati più di una volta di fronte al proletariato: essi si chiamano 1848, Comune di Parigi, 1905, rivoluzione d’Ottobre, ecc., per non citare che i più fulgidi episodi, le più gloriose battaglie, le più esaltanti vittorie.
E qui, per potere continuare il discorso, bisogna porre le necessarie domande: si crede, o non si crede ancora nella rivoluzione? Hanno ragione i Nenni e i Longo di oggi, come i Kautski e i Giolitti di ieri, o hanno ragione Marx, Engels, Lenin, ed insieme a loro i milioni e milioni di proletari che hanno versato il loro sangue nella lotta quotidiana e nelle battaglie storiche in cento e più anni? Perché se la rivoluzione non è più; se hanno ragione gli opportunisti di tutte le tinte, allora agli operai non resta altro che lavorare, buoni e zitti, in attesa che le deità del mondo borghese (Religione, Pace, Progresso, Democrazia, ecc.) li conducano senza dolori e senza sforzo verso una «società più giusta». Ma se, come tutto prova, questa società borghese non ha cessato, né può cessare, di opprimere i proletari; se fra la classe operaia e il capitalismo non vi sono, né mai vi potranno essere, interessi comuni; se il dilemma è ancora: o dittatura dello Stato borghese o dittatura del proletariato, allora gli operai hanno di fronte, oggi come domani, come sempre, un solo compito: distruggere questa marcia società che li opprime e sulle sue rovine costruire il proprio potere, il proprio mondo. E per far questo non servono preghiere, appelli alla «buona volontà», pii desideri; occorre invece una subordinazione totale a questo fine ultimo, di ogni atto, di ogni lotta, di ogni strumento. L’artificiosa divisione fra teoria e pratica, fra fine ultimo (presentato in maniera più o meno nebulosa) e azioni «concrete» (lasciapassare per qualsiasi porcheria opportunista) non ha diritto di cittadinanza nel marxismo. Il Partito di classe, il nostro Partito, rivendica il diritto di uniformare le azioni del proletariato, le rivendicazioni dei lavoratori, le organizzazioni degli operai, su modi di lottare, su rivendicazioni da avanzare, su tipi di organizzazione che non solo non contrastino con il fine storico della classe, ma ne favoriscano l’avvento.
Esistono forse delle incompatibilità fra la lotta economica e la lotta politica degli operai, della incompatibilità così macroscopiche da far abbandonare l’una per l’altra? Lo neghiamo recisamente, confortati dalle prove sostenute dai proletari che ci hanno preceduto. Non solo, ma affermiamo che le due cose non sono distinte ma formano un tutto unico: senza una conduzione rivoluzionaria delle lotte quotidiane dei lavoratori non vi può essere garanzia di vittoria nella futura battaglia, come senza aver presente questo fine ultimo non vi può essere garanzia di vittoria nell’azione giornaliera. Ciò non è certo difficile da provare: si parte dalla lotta economica «fine a se stessa» e si giunge alla accettazione dei voleri del capitalismo e del suo Stato, alla collaborazione di classe, alla «responsabilità» dei sindacati, all’accettazione di aumenti del 2 e del 5 per cento, al procrastinare fino al 1976 quell’80% di pensione che si chiedeva «subito», all’esautoramento dei contratti nazionali, alla impassibilità di fronte alle migliaia di licenziamenti, all’aumento dei ritmi di lavoro, ecc. ecc. È storia di tutti i giorni ed ogni operaio lo sa.
Le radici di queste sconfitte stanno proprio nell’abbandono di una visione generale e classista della lotta proletaria. Si è pontificato che le dieci lire erano quelle che contavano ed ogni mezzo per raggiungerle era buono. Ed in questo modo si è giustificata la lotta articolata, lotta con la quale ciascuno poteva prendere le lirette alla FIAT, lasciando poi tutti gli altri operai a fare i conti, con lotte gravose e sterili, con i propri piccoli e feroci padroni. Oggi, dopo che si credeva acquisito il concetto di lotta unita di tutti gli operai, ci si sorprende se raramente, qualche volta, i lavoratori di fabbrica si scioperano uniti (e i sindacati hanno trovato il modo di articolare persino i cosiddetti scioperi generali). Si è dichiarato che la sola lotta importante era quella per le riforme e siamo giunti ad essere al rimorchio dei contabili dei ministeri del bilancio e del lavoro. Ne avete fatta fare di strada ai lavoratori, bonzi di tutte le tinte! Avete chiamato il metodo delle lotte generali con lo spregiativo «polverone» o lo avete accentuato. Avete fatto un buon lavoro, traditori! Oggi gli operai non sollevano più la «polvere»; oggi la mangiano! Perché voi, con le vostre manovre li avete ingabbiati; ma non per sempre.
Nuove schiere di necrofori, intanto, si lanciano – la Democrazia le vuole – tra i piedi dei proletari. La melma di «Potere operaio», sbavata contro il sindacato, speculando vigliaccamente sullo scontento degli operai, per distruggerlo e sostituirvi lo spontaneismo e l’anarchismo di pseudo rivoluzionari dal sesso incerto. È male, sempre male, esagerare delle decisioni, «che siano sbagliate o giuste poco conta»! «Comitato operaio di base», «Assemblea operaia», ecc., e giù di questo passo. Cari signorini (di mentalità e di fatto) del PO, questi non sono errori, questo è tradimento! Gli operai si sono dati, fin dai primordi, organizzazioni capaci di guidarli in maniera unita, tempestiva, centralizzata e disciplinata e voi volete farli tornare indietro! Ma i vostri fallimenti vi condannano e vi inchiodano alle vostre farneticazioni; i principi dell’organizzazione, della disciplina dell’esercito operaio non si toccano! Essi sono fuori discussione: all’interno del sindacato si lotta con ogni mezzo per far trionfare la politica rivoluzionaria, e se gli opportunisti sono oggi al comando, questa non può essere la ragione dello sfasciamento dell’organizzazione stessa. Se il corpo è malato si adoperano le medicine o il bisturi, non crediamo che sia intelligente, per sconfiggere il raffreddore, farsi saltare le cervella.
All’opposto estremo (oppure tanto vicini) stanno coloro che, in modo più o meno giallo, si costruiscono sindacati da operetta, come da operetta è il loro partito, i quali, ossessionati dalla «purezza» ascetica, dal volontarismo più cretino, dalla «coscienza» più individualistica possibile, si danno a teorizzare «sindacati di partito», dove sfogare il loro desiderio di giocare «ai capi». Cari signori (anche qui di mentalità e di fatto) di «cinesi», anche questi non sono errori, ma tradimenti! Gli operai, in quanto tali, si sono sempre organizzati in modo unito. La parte più avanzata di essi si costituisce in Partito e, nelle organizzazioni economiche, svolge un’azione di avanguardia di fronte a tutta la classe. Ma se voi togliete questo nucleo dalla massa operaia e la rinchiudete in una «torre d’avorio», quale funzione di avanguardia può svolgere?
Di fronte a queste aberrazioni controrivoluzionarie, come di fronte all’opportunismo ufficiale, noi dobbiamo riproporre in continuazione le parole d’ordine rivoluzionarie; illustrare la posizione coerente dei comunisti nei riguardi delle lotte operaie e degli strumenti di queste lotte. Noi diciamo perciò che lotte economiche e lotte politiche sono due aspetti inscindibili di uno stesso momento. Per questo sosteniamo ad esempio lo sciopero generale contro la lotta articolata. Nessuno infatti ci potrà dimostrare che ciò che gli operai conquistano, lo ottengono con il «diritto» piuttosto che con la forza. E se la forza è alla base dell’avanzata proletaria, nessuno ci potrà dimostrare che hanno più forza gli operai divisi per categorie, per fabbriche e per reparti, che non tutti gli operai insieme. Perciò mentre si otterrebbero migliori risultati immediati, si verrebbe a cementare l’unione vera effettiva ed efficace fra tutti gli operai; unione indispensabile anche per l’assalto rivoluzionario.
Ma per far lottare gli operai tutti insieme, bisogna porli in condizioni uguali; da qui l’abbandono delle rivendicazioni particolari e la loro unificazione in rivendicazioni generali della classe operaia: cottimi, premi straordinari schiacciano e dividono i proletari; aboliamo quindi queste particolarità aleatorie, alziamo nel contempo, sostanzialmente, il salario-base degli operai. I disoccupati aumentano; diminuiamo in maniera drastica l’orario di lavoro a parità di salario, in modo che essi vengano chiamati al lavoro. E perciò aumenti del salario-base; diminuzione dell’orario di lavoro a 6 ore giornaliere; abolizione dei cottimi, dei premi, degli incentivi e degli straordinari, ecc. Per questa politica noi ci battiamo all’interno del sindacato. Con questa politica di classe noi tendiamo a conquistare le organizzazioni economiche dei lavoratori.
Oggi la lotta è imperniata su questo punto di essenziale importanza: costruire all’interno del sindacato un’ala rivoluzionaria, una avanguardia politica che impegni l’organizzazione su obiettivi irrinunciabili per gli operai tutti. Gruppi Comunisti Sindacali, poli di attrazione per la classe operaia, in prima fila nelle sue battaglie contro il padronato e il suo Stato, informatori del carattere e della direzione classista, politica e rivoluzionaria del sindacato. Per questo noi non cesseremo di agitare e di discutere tutta quanta la impostazione generale del sindacato. In ogni momento, in ogni occasione noi non cesseremo di mobilitare i nostri compagni e tutti i lavoratori su questi problemi così importanti per la classe operaia. La strada è ancora lunga e le scadenze, gli appuntamenti storici per il proletariato si avvicinano. Lavoratori! Compagni! Stringetevi attorno ai Gruppi Comunisti Sindacali, difendete insieme il sindacato, di fronte ai biechi attacchi dell’opportunismo. E nelle assemblee, nei comizi sbattete in faccia ai bonzi della SS. Trinità, il grido di guerra rivoluzionario: VIVA IL COMUNISMO!