Umanità del Comunismo, Disumanità della Civiltà Pt. 2
Categorie: Marxist Theory of Knowledge, Philosophy, Religion
Gli effetti dall’alienazione possiamo coglierli inoltre nelle opere dei filosofi ma pure nella letteratura e nelle altre arti. La divisione del lavoro in manuale e intellettuale è all’origine dell’Idealismo, concezione filosofica la quale sostiene il primato dell’idea sulla natura, dello spirito sulla materia, dell’anima e della mente sul corpo; esso oppone un dio creatore a un mondo creato o anche un demiurgo a un mondo ordinato, ecc.
La struttura a piramide gerarchizzata della società civile comporta tutto un complesso sistema di ruoli adeguati alle innumerevoli attività dell’uomo: politiche giudiziarie burocratiche militari educative religiose artistiche letterarie economiche, produzione e distribuzione e vendita d’ogni genere di merci, ecc.; comporta al tempo stesso un gran numero di professioni e mestieri che incasellano l’uomo nel lavoro che svolge, lavoro impostogli da circostanze indipendenti dalla sua volontà e perciò gli pesa peggio d’una condanna senza appello. L’uomo così viene snaturato disumanato ridotto a semplice funzione, a ingranaggio; il suo comportamento deve corrispondere, lo voglia o no, al ruolo, allo status che gli è piovuto addosso come una maledizione e nel quale si consumerà sino alla vecchiaia. Perciò il lavoratore, e specialmente il lavoratore manuale si sente, e socialmente lo è, tanto più vile quanto più umile e umiliante è il suo compito e misere le proprie condizioni materiali di esistenza. Ma in che cosa consiste l’alienazione del lavoro che espropria l’uomo della sua umanità?
«Consiste prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma ma si nega, si sente non soddisfatto ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito…
«Il suo lavoro quindi non è volontario ma costretto, è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento d’un bisogno, ma soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela chiaramente nel fatto che non appena viene meno la coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fuggito come la peste. Il lavoro esterno, il lavoro nel quale l’uomo si aliena, è un lavoro di sacrificio di se stessi, di mortificazione. Infine l’esteriorità del lavoro per l’operaio appare in ciò che il suo lavoro non è suo proprio ma di un altro. Non gli appartiene, ed egli, nel lavoro, non appartiene a sé stesso, ma ad un altro». (Marx, Manoscritti economico-Filosofici del 1844).
Non diversa è la condizione di alienati di tutti gli altri lavoratori manuali e intellettuali, dall’operaio all’ingegnere, dall’applicato al burocrate, all’ideologo (filosofo letterato artista ecc.) e allo scienziato; questi ultimi, i privilegiati, si sentono tanto più fieri quanto più importante viene stimata la loro funzione sociale, premiata anche con titoli onorificenze medaglie che sono le catene spirituali dell’asservimento. E perciò nemmeno s’accorgono di scadere ai quattro dati anagrafici d’un biglietto di visita che ostentano con narcisistico compiacimento. La storica Cornelia che mostra i figli quali suoi gioielli è il simbolo dell’umano; questi uomini funzione che s’inorgogliscono dei loro pennacchi sono il simbolo dell’inumano, della disumanazione operata dal capitalismo.
La divisione del lavoro, della società in classi antagonistiche ci spiega, tra l’altro, anche la teoria dei due popoli: l’un popolo, formato dai lavoratori manuali, gli sprovvisti (bánausoi in greco), è massa senziente; l’altro popolo, formato dai detentori del potere economico e politico, dalle cosiddette persone colte, è minoranza raziocinante. Per Aristotele la condizione dello schiavo è «naturale come naturale è la proprietà di cui egli è oggetto e mezzo al pari d’ogni altro strumento di lavoro» come leggiamo nella Politica e aggiunge: «Quelli che differiscono tra loro quanto l’anima dal corpo e l’uomo dalla bestia (e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all’impiego delle forze fisiche, ed è questo il meglio che se ne può trarre), costoro son per natura schiavi, e il meglio per il loro è star soggetti». E star soggetta all’uomo è, per il sommo filosofo, la condizione naturale della donna. L’un popolo dunque, al pari delle bestie, possiede l’anima sensitiva mentre l’altro popolo, cui tocca illuminare guidare e governare, possiede l’anima intellettiva (razionale in Platone).
Il disprezzo verso il lavoro e i lavoratori manuali considerati esseri inferiori, caratterizza tutta la civiltà millenaria; anch’esso è il prodotto della società divisa in classi antagonistiche e della divisione del lavoro in manuale e intellettuale, di cui altra conseguenza è la teoria del gregge e del pastore. Il sommo Omero chiama Menelao pastore di popoli così come i ministri del culto chiamano se stessi pastori e gregge i credenti, e pastorale vien detto il bastone ricurvo all’estremità superiore, arma dei pecorai che conducono il bestiame al pascolo e simbolo dell’autorità del vescovo che l’impugna nelle cerimonie solenni. Però, un gregge di credenti rende al sacerdote molto di più di quel che rende un gregge di pecore al pecoraio, ma gli costa assai meno in fatica e preoccupazione.
Simbolo insuperato e insuperabile di alienazione, del disumano è l’eroe del poema virgiliano, nel quale tutto avviene per decreto del Fato e per ordine degli dei, artefici l’uno e gli altri di Roma caput mundi. Enea è l’incarnazione del civis romanus cui non è dato contrapporsi allo Stato, che tutto sacrifica alla sua onnipotenza. Come Augusto ha confiscato la musa di Virgilio perché esaltasse la Gens Giulia e l’alma Roma, così gli dei confiscano la volontà del figlio di Venere spingendolo a fuggire da Troia in fiamme, ad andare in cerca della terra promessa dal fato ai suoi discendenti. E l’eroe, efficientissimo automa, obbedisce sempre, costi quel che costi; un costo di vite umane altissimo, a cominciare dalla gentile Didone che si uccide quand’egli l’abbandona. Ai rimproveri dell’amante tradita, della generosa regina che tutto gli ha dato, il padre Enea, origine della stirpe romana, così si giustifica: «Se avessi potuto vivere a modo mio, sarei rimasto a Troia a ricostruire la città e la reggia di Priamo per i vinti troiani. Anche adesso gli dei m’impongono di partire; costretto, io cerco il Lazio».
Il frigio Enea è il profugo infelice scacciato dalla propria terra da una guerra disumana, dannato a vivere e a morire in esilio – un profugo era lo stesso Virgilio – egli non esiste per sé stesso ma per realizzare qualcosa che è fuori di lui, gli è estraneo e al tempo stesso lo sovrasta, e quindi lo nega in quanto uomo. Perciò un siffatto eroe non piace, è la cosa morta del poema, l’incarnazione del disumano quanto disumani erano gli ideali della statolatria romana. Piace invece, e moltissimo, l’Ulisse dell’Odissea che affronta peripezie a non finire senza arrendersi mai, senza cedere alle lusinghe di Circe e Calipso che lo allettano col miraggio dell’immortalità quale prezzo del suo amore. Ma l’amore non è separabile dall’essere sessuale; il separare l’amore dall’uomo e dalla donna equivale a prostituirlo, a ridurre l’uomo e la donna a funzione disumana, a oggetto: la natura sconosce questo obbrobrio così connaturale alla civiltà. La prostituzione, in quanto istituzione religiosa collegata ai templi che dal mercimonio di prostitute e prostituti traevano gran parte delle loro entrate, risale al III millennio a. C. Il bordello di più antica memoria apparteneva al santuario di Anu suprema divinità dei Sumeri, e si trovava nella città di Uruk. Ulisse altro non desidera che tornare ad Itaca, nella sua terra natale per ricongiungersi con la sposa diletta e col figlio che non conosce. La decennale odissea di Ulisse è l’obiettiva rappresentazione – miracolo del realismo omerico – dell’odissea plurimillenaria dell’homo sapiens che nel Comunismo finalmente si approprierà della sua umanità. Per questo Ulisse è più concreto dei più celebri personaggi storici, degli Aristotele e Alessandro; diversamente da costoro però egli incarna il trionfo dell’uomo che vive e lotta per sé stesso, e la moglie e il figlio sono sé stesso. Al contrario dei Proci, amanti alienati e soperchiatori la cui sorte non ci commuove. Ulisse è umano nel suo volere amare-soffrire; di conseguenza è vivo, attuale e i lettori, in quanto essenza umana non completamente alienata, immedesimandosi nel personaggio si sentono per un momento riscattati.
Una funzione alienante hanno anche l’architettura e la stessa foggia dell’abito. A proposito dell’architettura il nostro pensiero corre al Louvre, all’Escurial, al Cremlino, a Castel sant’Angelo e al Colosseo, alla Roma che papa Barberini voleva sontuosa a rappresentare la potenza terrena della chiesa cattolica come la fabbrica di San Pietro ne rappresenta la potenza spirituale, e subito sorge la domanda: come si è esercitato il potere nelle diverse epoche della storia? Quale parte vi hanno avuto l’architettura, la pittura, le arti in genere e perfino la moda? Gli oppressi hanno sempre innalzato edifici immensi – specie quando le moltitudini abitavano miserabili tuguri, addirittura capanne di fango – alla divinità e alla regalità, e a quella prima che a questa: i templi, dimora degli dei, a sfidare i cieli con la loro altezza; le regge, dimora dei sovrani, a sfidare la terra con la grandiosità.
Prodotti tipici della alienazione religiosa sono, in ordine di tempo, il feticismo e l’idolatria.
Il credente è idolodipendente, come Tommaso vuol vedere e toccare con mano. Questo spiega il teriomorfismo, l’antropomorfismo, il monarca uomo-dio e lo stesso Cristo uomo-Dio; spiega pure il perché, malgrado il divieto di Jahvè, il Dio ebraico-cristiano, la religione cattolica è superidolatrata, ha creato e continua a creare tanti santi innanzi ai cui simulacri il credente si prostra invocando grazie e, quel ch’è più importante per i preti, offre doni preziosi quale testimonianza della propria fede. Tra le conseguenze dell’alienazione religiosa è d’obbligo ricordare le vittime umane sacrificate agli idoli e, quel ch’è ancora peggio, le innumeri vittime del fanatismo religioso di cui l’Iran degli anni Ottanta è una dimostrazione emblematica.
Quando lo scopo dell’uomo non è l’intrinseco realizzarsi, almeno per quanto gli è possibile; quando il credere e il possedere diventano più importanti dell’essere; quando infine un qualunque ideale (ricchezza religiosa Patria Stato dovere celebrità ecc…) costituisce l’essenza del vivere per cui i molti son disposti a morire e a uccidere, allora si tocca il fondo dell’alienazione. Per questo ai loro eroi le patrie dedicano monumenti post mortem, per propagandare l’eroismo. Inoltre, l’alienazione ha un tal potere allucinatorio che ai morituri in difesa della patria questa appare perfino come una divinità degna di ricevere sacrifici umani.
La civiltà è dispensatrice di alienazione anche sotto forma di feticci e di bisogni. In un mondo nel quale dominano le disuguaglianze di classe, e quindi di ruoli funzioni mestieri e professioni, distinguersi dagli altri è un sentimento che ci viene inculcato sin dalla nascita, perciò i rapporti interpersonali si fondano sulla emulazione, la rivalità, l’ostilità. La società classista predica la solidarietà e l’amore del prossimo mentre nei fatti alimenta la superbia, l’autoritarismo, il predominio negli uni e la subordinazione, l’umiltà, il servilismo negli altri, nella maggioranza degli esseri umani. Questa sottile maniera di sfruttamento ha toccato il culmine dell’allucinazione nello stachanovismo di staliniana memoria. Inoltre, nel regno del capitalismo ormai putrescente si seducono le persone, i benestanti assieme ai poveracci, con lo spettacolo fantasmagorico di merci di ogni sorta, dal vestito al gioiello, alla macchina; si eccita la bramosia del possesso poiché il possederli è, per gli alienati un segno di destinazione e di promozione sociale, crescita e arricchimento della personalità: acquistate, acquistate imbonisce la pubblicità additando come necessari anche gli oggetti più inutili; si è buoni cittadini solo se grandi consumatori, diversamente dal secolo scorso quando si era buoni cittadini soltanto se risparmiatori. E per questo si creano sempre nuovi bisogni e sempre più innaturali e disumananti.
Il problema della «distinzione dei bisogni umani e disumani, reali e immaginari, utili e dannosi – scrive E. Fromm – è in realtà il problema psicologico fondamentale, che la psicologia e la psicoanalisi freudiana non avrebbero neppure cominciato a indagare, poiché esse non stabiliscono tali distinzioni; e come avrebbero potuto farlo, dal momento che l’attuale concetto di libertà riflette in larga misura solo la libertà del cliente di scegliere tra varie e virtualmente uguali marche degli stessi prodotti alla portata delle sue tasche… Solo una psicologia dialettica e rivoluzionaria, che vede l’uomo e le sue potenzialità al di là del suo aspetto mutilato, può arrivare a questa importante distinzione fra due generi di bisogni, il cui studio può essere iniziato da quegli psicologi che non confondono l’apparenza con la sostanza». Ovviamente il Fromm non ci dice che la famosa libertà di scegliere del cliente è essa pure condizionata, quanto il bisogno di acquistare, da una pubblicità martellante, da un imbonimento continuo. E ancora, non può esistere una psicologia dialettica e rivoluzionaria in una società ove tutto e tutti devono servire il capitale, il quale determina il lecito e il legale, il giusto e il santo; inoltre, non ha motivo di esistere la psicologia in una società senza classi, cioè senza servi da condizionare e schiavi da opprimere.
Qui è opportuno sottolineare l’enorme differenza che passa tra la scienza, che in quanto conoscenza oggettiva al servizio dell’uomo è sempre rivoluzionaria, e le mistificazioni spacciate per scienza che servono la classe dominante, la quale però usa la scienza nella produzione di merci e armi di sterminio, soltanto per conservarsi. È la stessa differenza che passa tra il materialismo dialettico e il materialismo meccanicistico o volgare, l’idealismo e ogni sorta di dogmi. Un’identica differenza passa tra il Comunismo che sarà il «momento reale, e necessario per il prossimo svolgimento storico, dell’emancipazione e della riconquista dell’uomo» (Marx), e la società della merce e del denaro nella quale l’uomo disumanato sguazza, e magari soddisfatto, nel pantano dell’alienazione e dell’abiezione.
In merito ai bisogni disumananti, Marx nei Manoscritti Economico-Filosofici del 1844, scrive fra l’altro: «L’eunuco non adula il suo despota più bassamente e non cerca con mezzi più infami di eccitare la sua ottusa capacità di godere per carpirgli qualche favore, di quanto l’eunuco dell’industria, il produttore, al fine di carpire qualche po’ di denaro e di cavare gli zecchini dalle tasche del prossimo cristianamente amato, non si adatti ai più abietti capricci dei suoi simili, non faccia la parte di mezzano tra i propri simili e i loro bisogni, non ecciti i loro appetiti morbosi, non spii ogni loro debolezza per esigere poi il prezzo dei suoi buoni uffici. Ogni prodotto è un’esca con cui si vuole attrarre a se ciò che costituisce l’essenza dell’altro, il suo denaro; ogni bisogno reale o soltanto possibile è una debolezza che farà cascare la mosca nella pania – sfruttamento universale dell’essere sociale dell’uomo; allo stesso modo che ogni imperfezione dell’uomo è un vincolo che lo unisce al cielo, è il lato in cui il suo cuore è accessibile ai preti. Ogni necessità è un’occasione per presentarsi al proprio prossimo sotto le più allettanti spoglie e dirgli: caro amico, io ti do quel che ti è necessario ma tu conosci la conditio sine qua non, tu sai con quale inchiostro devi scrivere l’impegno che assumi; nel momento stesso in cui ti procuro un godimento, ti scortico».
Da oltre un secolo ci è nota nelle sue grandi linee l’origine dell’uomo. Sappiamo infatti che nel corso dell’evoluzione dall’ordine dei primati si è formata, attraverso una lunga serie di mutazioni, la famiglia degli ominidi e da questa successivamente, attraverso un numero imprecisato d’altre mutazioni, il genere homo le cui specificità consistono: 1) nella posizione eretta; gli arti inferiori si sono modificati in anche gambe e piedi; 2) nella mano che si è perfezionata grazie al lavoro; 3) nelle corde vocali che si sono affinate sino a consentirgli l’acquisizione del linguaggio articolato. Contemporaneamente al perfezionarsi della mano e all’affinarsi delle corde vocali si sono sviluppati il lobo frontale dell’encefalo e la neocorteccia: così il genere homo si è mutato nella specie sapiens, la sola specie che ha coscienza di sé, dei propri bisogni e del mondo in cui vive. L’homo sapiens è l’unica creatura dotata di un cervello straordinariamente plastico, capace di pensiero dialettico e perfino di sognare ad occhi aperti, di ipotizzare una società umana nella quale potrà finalmente realizzarsi appieno. L’utopia esprime questo consapevole irrinunciabile bisogno di liberazione, la necessità esistenziale di frantumare le catene del proprio millenario servaggio.
Contrariamente a quanto insegna la scienza dell’evoluzione, quale origine dell’uomo propaganda l’ideologia?
1) La mitica creazione ad opera di un dio, d’un potere esterno al mondo, comune a molte religioni primitive caratteristiche dello Stato Selvaggio e della Barbarie; fra queste la più diffusa è quella ebraico-cristiana, secondo la quale Jahvè creò l’intero cosmo, le piante e gli animali, e infine plasmò l’uomo a sua immagine e somiglianza.
Una concezione ovviamente antiscientifica questa mitologica teoria ebraica in quanto sostiene, assieme all’immutabilità dell’universo, l’immutabilità di tutte le specie viventi, l’uomo compreso (fissismo). Ma come mai una tal fantasticaggine vecchia e rancida è ancora oggi tanto creduta? Per il motivo semplicissimo che in ogni epoca storica le idee dominanti sono le idee della classe dominante: «la classe che è la potenza materiale dominante della società è, in pari tempo, la sua potenza spirituale dominante», ci insegnano Marx ed Engels ne L’Ideologia Tedesca. E pertanto ogni fatalistico predicare: è stato sempre così e sempre così sarà, ogni ingenuo credere che l’uomo è l’unico responsabile dei mali che lo affliggono servono ottimamente gli interessi della classe dominante. Non a caso Napoleone I restaurò il cattolicesimo che la Rivoluzione Francese aveva messo al bando.
2) Tante «persone colte» e tantissimi «uomini di scienza» sono invece seguaci della concezione dell’uomo macchina, dell’homme machine la quale risale ai secoli XVII-XVIII. Essa fa il paio con quella ebraico-cristiana, è ugualmente fatalistica oltre che fissistica; entrambe insegnano: a) dal momento che siano i discendenti di Adamo del quale abbiamo ereditato il peccato per omnia saecula, b) dal momento che siamo delle macchine costruite in serie, qualsiasi speranza di riscatto terreno è un’illusione. Ecco a quale conclusione si perviene. Inoltre, se l’uomo è una macchina, necessariamente lo sono il suo cervello e la stessa psiche; perciò il giornalista che cura la più celebre rubrica scientifica della RAI-TV statale ha intitolato un suo libro La Macchina per Pensare, sottotitolo: «Alla scoperta del Cervello»; perciò un ponderoso volume di Psicologia di circa 900 paginone ancora fresco di stampa, fatica di emeriti docenti e ricercatori, intitolata il più importante e lungo dei suoi capitoli «Quella Macchina Chiamata Psiche». Non meraviglia quindi che tra siffatti ideologi vi sia chi giuri che i computers della sesta o settima generazione saranno in grado di svolgere le identiche funzioni del cervello umano. Costoro ignorano che il cervello non è un qualunque organo generico quale, ad esempio, il cuore, i reni, i polmoni le cui funzioni possono essere svolte da macchine ad hoc costruite, ma un organo specifico e plastico insieme: in quanto organo specifico solo potenzialmente è un cervello umano e, in quanto organo plastico, le conoscenze e le esperienze acquisite dall’ambiente sociale lo modificano di continuo modificando con ciò il comportamento del singolo individuo; perciò è capace di venire educato e di autoeducarsi. Inoltre, grazie alla plasticità del cervello, le conoscenze e le esperienze diventano, negli esseri umani, coscienza sentimenti e complessa attività anche creativa, multiforme intelligenza immaginazione desideri.
La reale natura dell’homo sapiens è mirabilmente spiegata da Marx ed Engels in tantissimi passi delle loro opere. Nei Manoscritti Economico-Filosofici del 1844, Marx scrive:
«In una determinata attività vitale sta interamente il carattere di una “species”, sta il suo carattere specifico; e l’attività libera e cosciente è il carattere dell’uomo…
«L’animale produce soltanto sé stesso, mentre l’uomo produce l’intera natura; il prodotto dell’animale appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l’uomo si pone liberamente di fronte al suo prodotto. L’animale costruisce secondo la natura e il bisogno della specie, a cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi l’uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza…
«Questa produzione è la sua vita attiva come essere appartenente a una specie. Mediante essa la natura appare come la sua opera e la sua realtà…Perciò il lavoro estraniato strappando all’uomo l’oggetto della sua produzione, gli strappa la sua vita di essere appartenente ad una specie, la sua oggettività reale specifica e mutua il suo primato dinanzi agli animali nello svantaggio consistente nel fatto che il suo corpo organico, la natura, gli viene sottratta».
Ovviamente Marx qui si riferisce all’animale selvatico, la cui vita di specie è regolata dalle leggi di natura a lui intrinseche. L’animale domestico al contrario è ridotto a strumento di lavoro, un oggetto al servizio della produzione dell’uomo, dei suoi bisogni e passatempi; non dissimile è la condizione dell’uomo-cittadino, asservito a un mestiere, a un lavoro che lo degrada a funzione, a ingranaggio della produzione e della stessa società civile. Giustamente Marx afferma:
«Il lavoro alienato fa dunque… dell’essere umano, come essere appartenente ad una specie, tanto della natura quanto della sua capacità spirituale, un essere a lui estraneo, un mezzo della sua esistenza individuale. Esso rende all’uomo estraneo il suo proprio corpo, tanto la sua natura esterna, quanto il suo essere spirituale, il suo essere umano. Una conseguenza immediata del fatto che l’uomo è reso estraneo al prodotto del suo lavoro, della sua attività vitale, al suo essere generico, è l’estraniazione dell’uomo dall’uomo».
E più avanti Marx aggiunge che il modo di produzione capitalistico «produce l’uomo non soltanto come una merce, la merce umana; ma lo produce, corrispondentemente a questa funzione, come un essere tanto spiritualmente che fisicamente disumanizzato. Immoralità, mostruosità, ilotismo degli operai e dei capitalisti. Il loro prodotto è la merce cosciente di per sé, attiva… la merce umana…».
Nelle sue opere giovanili Marx chiamò «essenza dell’uomo» e ne Il Capitale «Natura umana in generale» la natura specifica dell’homo sapiens. Questa natura di specie va ben distinta dai comportamenti dell’uomo-cittadino, dell’animale politico che la società classista plasma a propria immagine, condiziona e aliena in tutti i modi possibili e, quindi, degrada snatura e disumanizza. In questo prodotto d’una organizzazione sociale che nega l’essenza dell’uomo, in quanto schiavo costretto ad adattarsi e a sottostare, gli ideologi vedono la reale natura umana. Da qui la concezione dogmatica dell’uomo discendente da Adamo, dell’uomo-macchina, dell’uomo aggressivo irrazionale avido e incontentabile, vaso d’ogni vizio e di tutte le perversioni: questo mostro mezzo angelo e mezzo demonio tanto caro alla ciurma belante dei mistificatori filistei, non è l’artefice dei mali della civiltà; egli n’è piuttosto la vittima e, al tempo stesso, il capro espiatorio.
Contraddizioni insanabili caratterizzano la società classista sin dalle sue origini, motivo per cui non è difficile incontrare, tra gli stessi ideologi, chi attribuisce i comportamenti dell’uomo non alla sua natura perversa ma all’ambiente nel quale vive e che lo corrompe. Platone, ad esempio, scrive ne La Repubblica che alle degenerazioni dello Stato perfetto corrispondono di volta in volta particolare tipi di uomini che sono la degenerazione dell’uomo giusto. Quattro sono per il filosofo teorizzatore dell’Idealismo le forme degenerate dello Stato: 1) la timocrazia, nella quale i governanti si appropriano delle terre e delle abitazioni: essa genera l’uomo timocratico, autoritario ambizioso amante degli onori e diffidente dei sapienti; 2) l’oligarchia, fondata sul censo e nella quale governano i ricchi: esso genera l’uomo oligarchico, avido di ricchezze; 3) la democrazia nella quale ai cittadini è lecito fare tutto ciò che vogliono: essa genera individui schiavi di desideri smodati; 4) la tirannide, la forma peggiore di Stato poiché il tiranno si circonda della gente più spregevole: essa genera l’uomo schiavo d’ogni sorta di passioni.
Ovviamente un tale schematismo platonico ci dice assai poco del modo di produzione schiavistico il quale, concentrando sempre più in poche mani la proprietà fondiaria distruggeva le basi stesse della polis e del Mondo Antico costituite dalla piccola proprietà terriera, cioè dalla piccola produzione, e quindi ne modificava in continuazione la sovrastruttura politica. L’aristocratico Platone sentiva che la società greca marciava verso la rovina; non conoscendo però le cause reali del fenomeno né che lo Stato è sempre l’organizzazione politica della proprietà privata, condannava tutti gli Stati succedutisi in Atene. Non è un caso che gli utopisti, i Tommaso Moro e i Tommaso Campanella, dalla loro idealistica repubblica perfetta bandiscono la proprietà privata della quale il denaro è l’essenza, il vero dio, la potenza dominante; esso sin dall’antichità è stato considerato il corruttore principe dell’uomo.
Leggiamo nell’Antigone di Sofocle: «Nulla a’ mortali infesta cosa al paro – Dell’oro v’ha; le città strugge; in bando – manda l’uom di sue case; a turpi fatti – Ammaestra dei buoni anco le menti – E li perverte; e di nequizie ad essi – Insegnò l’arti e d’empietà le vie».
William Shakespeare nel Timone d’Atene scrive: «Oro? Giallo, luccicante, prezioso oro?… Basterà un po’ di questo per rendere nero il bianco, bello il brutto, diritto il torto, nobile il basso, giovane il vecchio, valoroso il codardo. Oh dei, perché questo? Che è mai, o dei? Questo vi toglierà di fianco i vostri preti e i vostri servi e strapperà l’origliere di sotto la testa dei malati ancora vigorosi. Questo schiavo giallo cucirà e romperà ogni fede, benedirà il maledetto e farà adorare la livida lebbra, collocherà in alto il ladro e gli darà titoli, genuflessioni ed encomio sui banchi dei senatori; è lui che decide l’esausta vedova a sposarsi ancora. Colei che un ospedale di ulcerosi respingerebbe con nausea, l’oro la profuma e l’imbalsama come un dì d’aprile».
Poco più avanti ancora leggiamo: «O tu, dolce regicida! Caro strumento di divorzio tra figlio e padre. Tu, brillante profanatore del più puro letto di Imene! Tu, gagliardo Marte, tu sempre giovane, fresco, amato e delicato seduttore il cui rossore fa fondere la neve consacrata che giace nel grembo di Diana! Tu, visibile dio che unisci le cose più incompatibili e fai che esse si bacino! Tu che parli con ogni lingua e a ogni fine! O pietra di paragone dei cuori! Considera ribelle l’umanità tua schiava e con la tua possa gettala in un caos di discordie si che le belve possano imperare sul mondo».
L’homo sapiens pertanto si approprierà della sua specifica natura umana soltanto nella società senza classi, socialista la quale, segnando anche il superamento di qualsiasi forma di alienazione, sarà il vero regno della libertà che Marx così sintetizza ne Il Capitale: «Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e riprodurre la sua vita, così deve fare l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a sé stesso, il vero regno della libertà che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità».
Ma quali sono le peculiarità della società civile? Esse sono la divisione del lavoro in manuale e intellettuale, l’esistenza di classi antagonistiche e della proprietà privata dei mezzi di produzione che hanno dato origine allo sfruttamento della maggioranza della popolazione da parte d’una minoranza economicamente dominante. Come lo sfruttamento comporta l’uso della VIOLENZA necessaria a opprimere gli sfruttati così la violenza comporta l’esistenza dello STATO che è, esso pure, uno strumento di violenza che si esercita in tanti modi diversi e, specie, in regime capitalistico, non soltanto sulla classe lavoratrice ma anche su tutti gli uomini e l’intera natura, mondo organico e inorganico; una violenza palese e occulta, brutale e ipocrita, materiale e spirituale, legale e illegale. E la violenza è talmente intrinseca alla civiltà che quella legale, assieme a quella non contemplata dalle leggi e quindi consentita, raggiunge il maximum dei crimini contro l’umanità. E se è vero che la violenza compare già, ma solo quale necessità di sopravvivenza, nella società senza classi, quando l’elementarità dei mezzi di produzione e, quindi, la difficoltà di procurarsi il nutrimento portava al cannibalismo e alla strage degli sconfitti in guerra, la quale costituiva un normale modo di produzione e il derubare le tribù nemiche un’attività onorevole, essa però caratterizza la società classista.
L’affermazione che lo Stato, esso pure, è uno strumento di violenza richiede s’esamini la natura del Diritto, insieme di norme che regolano i rapporti sociali e interpersonali, e la natura della Giustizia, la quale non consiste affatto nell’attribuire a ciascuno il dovuto, e meno ancora nella sospirata uguaglianza esistente nella società gentilizia, ma nel punire chiunque osi violare le norme suddette; da cui il verbo giustiziare, cioè l’uccidere secondo la liturgia prescritta dai Codici.
Come abbiamo in precedenza specificato, due principi fondamentali governano la materia vivente, conservarsi e riprodursi: conservarsi e riprodursi nel proprio habitat costituirebbe per tutti quanti gli esseri viventi sempre che ne avessero consapevolezza, l’essenza della vita che vien garantita dal soddisfacimento completo di tutti i bisogni – il BENE dei filosofi è, non di rado, l’astrazione di esigenze reali e irrinunciabili – proteggere e garantire l’integrità della troposfera che fornisce il necessario per vivere e riprodursi, costituirebbe per tutti gli esseri viventi, e sempre che ne avessero consapevolezza, il compito specifico della Giustizia cui i filosofi hanno di volta in volta assegnato come fine o la felicità, o l’utilità, o la libertà o la pace. L’uomo della Barbarie non consentiva a nessuno che degradasse il suo ambiente, uccideva per difenderne l’integrità; ma i barbari sconoscevano la degenerazione dell’umano operata dalla civiltà. Infatti l’uomo civile è talmente alienato che i suoi ideali sono estranei ai suoi reali bisogni di specie, perciò assiste passivamente alla degradazione del proprio mondo. Qui è opportuno sottolineare che le leggi di natura (fisiche chimiche ecc.) sono intrinseche al formarsi e all’evolversi del mondo inorganico come al nascere e all’evolversi del mondo organico, e per questo ad esse si uniformano tutte le creature animali e vegetali. Ma la società civile è fondata sulla divisione del lavoro, sulle proprietà private e gli antagonismi di classe, sulle disuguaglianze e ogni sorta di discriminazioni; le leggi che la regolano sono estrinseche all’uomo e la natura ma intrinseche ad essa, n’accompagnano passo passo l’evolversi, ne codificano i modi di produzione e i privilegi della classe che detiene il potere economico e politico, ne prescrivono la difesa e la conservazione che vengono imposte ai cittadini. A tale scopo esiste lo Stato, cui spetta tra l’altro il compito di garantire il pacifico sfruttamento dei lavoratori chiamato metaforicamente ordine, pace sociale, e di impedire che gli antagonismi di classe sfocino in scontri armati. La natura dello Stato e i suoi scopi son ben precisati da F. Engels ne L’Origine della Famiglia della Proprietà privata e dello Stato, ove tra l’altro leggiamo:
«Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tenere sottomessa e per sfruttare la classe oppressa. Come lo Stato antico fu anzitutto lo Stato dei possessori di schiavi al fine di tener sottomessi gli schiavi, così lo Stato feudale fu l’organo della nobiltà per mantenere sottomessi i contadini, servi o vincolati, e lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale. Eccezionalmente tuttavia, vi sono periodi in cui le classi in lotta hanno forze pressoché uguali, cosicché il potere statale, in qualità di apparente mediatore, momentaneamente acquista una certa autonomia di fronte ad entrambe».
La difesa e conservazione della società, ai nostri giorni assai più che nel passato è all’origine d’ogni sorta di violenze contro la natura, d’un incommensurabile spreco di risorse che il pianeta ormai non è più in condizione di riprodurre, del suo sconvolgimento quale ecosistema. I Codici Penali da sempre giudicano crimini contro la persona umana non tutte le azioni che provocano la mutilazione, le malattie incurabili e la morte degli individui; da sempre giudicano crimini contro la proprietà non tutti i furti, le rapine, le distruzioni di beni ma solamente quelli che essi molto arbitrariamente contemplano quali delitti da perseguitare e che non sono certo i più gravi né i più efferati. Non solo, ma la cavillosità dei Codici gioca impudentemente a tiro e molla sulla responsabilità, in maniera che diventi possibile consumare pressoché impunemente anche delle vere e proprie stragi pure in tempo di pace. Bhopal insegna: diverse migliaia di morti, centinaia di migliaia di feriti dannati, per la maggior parte, a maledire ogni attimo che loro resta da vivere, e di siffatta strage non esistono veri e propri responsabili da perseguire e punire per i governanti degli Stati e i loro Codici Penali. Il Capitale ha licenza di uccidere, la produzione capitalistica ha la precedenza sulla vita dell’uomo, è questa la regola prima del Diritto di classe. Ma Bhopal, questa Seveso di proporzioni gigantesche, non è che una bollicina del marciume che viene sommergendo il pianeta terra diventato ormai una sconfinata discarica di rifiuti velenosi.
L’inquinamento provoca nella sola Italia qualche centinaio di migliaia di morti ogni anno oltre ai danni incalcolabili che neppur si riesce a quantificare; ma nessuno va in galera perché inquinare non è proibito dal Codice Rocco. E sorvoliamo sul centinaio di migliaia d’altri morti dei quali sono responsabili il fumo del tabacco e l’alcool, di gran lunga più micidiali dell’eroina morfina cocaina…
I governanti delle superpotenze assieme a quelli dei Paesi appartenenti all’uno e all’altro blocco militare, a quelli dei Paesi cosiddetti non allineati, stanno preparando la Terza Guerra Mondiale (poco importa chi sparerà il primo missile) che i cittadini avremmo il sacro patrio dovere d’andare a combattere.
I massacri di esseri umani, il genocidio e l’etnocidio, le distruzioni di beni frutto del lavoro di intere generazioni, e, per prima cosa, la fabbricazione di armi di sterminio in massa non sono delitti contemplati dai Codici Penali.
Senza il profitto non avremmo le macroscopiche violenze di Stato che sono le guerre divenute ormai planetarie: l’ultima è costata cinquanta milioni di morti; senza dire che dal ’45 ad oggi se ne sono combattute un altro centinaio di locali. Senza il profitto non avremmo gli arsenali zeppi di armi convenzionali chimiche batteriologiche e atomiche. Senza il profitto non avremmo neppure la multiforme violenza dei privati, la cosiddetta grande criminalità assieme alla delinquenza minuta e alla corruzione dilagante anche a livello politico-amministrativo.
Questo è il costo del capitalismo in cui i crimini son resi possibili anche dal fatto che «il potere politico è solo un comitato che amministra gli affari comuni dell’intera classe borghese» (Marx-Engels).
Per cancellare una volta per sempre tanti millenni d’infamia, il Partito Comunista Internazionale chiama all’unione e alla lotta per il Comunismo il proletariato e i lavoratori di tutti i Paesi.