degenerazione dei sindacati
Categorie: CGIL, Italy, Union Activity, Union Question
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Non esiste il sindacato «neutrale» che svolga funzioni puramente economiche né il sindacato «politico» che riassuma in sé anche la funzione tipica della forma partito: il sindacato fascista (autentica corporazione) era un organo dello Stato, legato cioè direttamente alla politica statale del capitalismo che in quel periodo storico si esprimeva in una forma politica centralizzata: appunto la forma fascista. Il sindacato unico del Patto di Roma aveva invece nel suo seno tutte le correnti politiche corrispondenti ai partiti del Fronte di Liberazione Nazionale che nel ’45 stavano ai vertici dello Stato. Ecco che mentre esiste una continuità nella sostanza politica espressa da questi due sindacati (la difesa del regime capitalistico), esiste però una differenza formale: il sindacato del Patto di Roma non è né un sindacato tipicamente fascista (avendo nel suo seno le correnti politiche) né un sindacato a struttura di classe data la convivenza nel suo seno anche della corrente borghese, né, è ovvio, di un sindacato autonomo. Infatti questa coalizione sindacale servì a realizzare l’obbiettivo «politico» della ricostruzione dell’economia capitalistica varato da tutti i partiti allora «forza di governo» compresi P.C.I. e P.S.I. La comunione politica si riflesse anche nel sindacato. La scissione del ’48 portò alla formazione di tre centrali sindacali corrispondenti alla scissione politica e conseguente rottura della coalizione governativa fra i partiti del F.L.N.: finito il compito di ricostruzione dell’economia nazionale che tutti accomunava, i vari partiti tornarono alla loro funzione particolare: i partiti specificamente borghesi ripreso il loro posto di singoli rappresentanti delle varie frazioni della borghesia in contrasto fra di loro, come i partiti cosiddetti «operai» poterono continuare a svolgere la loro politica opportunista solo ritornando al comodo posto nell’opposizione. Con la scissione del ’48 si formarono tre centrali, ma anche in questo caso non si trattò della creazione di sindacati «autonomi», ma, al contrario, di tre centrali: CGIL, CISL e UIL, che o riproducevano nel suo seno le correnti politiche dei partiti (come la CGIL con le sue correnti socialista e comunista), oppure diretta emanazione dei partiti stessi come il Democristiano con la CISL e il Socialdemocratico con la UIL. Questo conferma la tesi da noi sempre sostenuta, che il sindacato per la sua natura stessa, in quanto organo di difesa economica, non può realizzare mai posizioni neutre o equidistanti dai partiti essendo l’azione rivendicativa solo un aspetto della lotta politica generale. Il sindacato ha come scopo immediato la difesa del salario ed è su questa base che gli operai si uniscono nel sindacato; ma il modo con cui il sindacato organizza i lavoratori e la reale corrispondenza della politica sindacale allo scopo che in principio il sindacato si prefigge dipendono direttamente dalla rete di interessi politici a cui è legato e da cui è influenzato: quindi dai rapporti di forza fra i vari partiti. La tradizione del sindacato di classe si è sempre identificata nella CGIL, non solo perché la CGIL ha sempre organizzato gli operai più combattivi, ma anche perché – fin dalle sue origini – gli operai più combattivi si identificavano con i comunisti che nel seno del sindacato formavano una specifica frazione con lo scopo preciso di legare le lotte economiche alle prospettive politiche generali della lotta di classe: quindi del socialismo. Questa funzione comportava la lotta contro le direzioni sindacali che imponevano una politica riformista, una lotta che aveva come prospettiva la conquista delle leve di comando del sindacato da parte dei comunisti. Questa era la situazione della vecchia Confederazione Generale del Lavoro. Siamo in presenza di un sindacato di classe malgrado la sua politica riformistica, appunto perché consente al suo interno la presenza della frazione comunista.
Dopo la seconda guerra mondiale, superato il primo periodo del Patto di Roma, la sua struttura tradizionale (correnti politiche) sulla base della vecchia tradizione del sindacato di classe: pur mantenendo intatta la sua struttura tradizionale (correnti politiche, adesione volontaria, autonomia dai padroni), continua a portare avanti una politica di sostegno degli interessi capitalistici adottando tutti i mezzi capaci di dividere la classe operaia e inserendo la sua azione nell’ambito delle esigenze di sviluppo della produzione. Infatti i partiti operai del dopoguerra a cui la CGIL è direttamente legata (PCI, PSI e più tardi PSIUP) non sono più i partiti del socialismo e della rivoluzione proletaria, bensì partiti definitivamente controrivoluzionari che hanno rinnegato tutti i cardini del marxismo aderendo al «Socialismo in un solo paese», alla guerra imperialista, fino, come abbiamo accennato, a farsi diretti esecutori della ricostruzione dell’economia capitalistica. Le correnti politiche «comunista» e «socialista» nella CGIL del dopoguerra sono appunto la lunga mano dei partiti traditori in seno al sindacato e quindi in seno alla classe operaia: la CGIL apparendo nella sua forma tradizionale potrà molto meglio continuare con la sua politica reazionaria così come la conducevano o cercavano di condurre i riformisti della vecchia Confederazione Generale del Lavoro, ma a differenza di allora non sarà presente in seno alla CGIL la frazione comunista rivoluzionaria capace di frenare l’azione disfattista dei vertici fino alla loro espulsione. La contraddizione fra la politica controrivoluzionaria che la CGIL conduce e la sua struttura di classe, deriva appunto dalla precedente tradizione sulla quale era sorta: il proletariato non è cosciente del tradimento e vede ancora nella CGIL il suo organo di classe per la sua lotta contro lo sfruttamento, così come vede nel P.C.I. il suo partito comunista del quale non è ancora in grado di vedere il vergognoso voltafaccia. È per questo che la CGIL malgrado ormai votata anima e corpo alla difesa dell’ordine costituito, non può abbandonare almeno formalmente né la sua struttura di classe né l’enunciazione a parole di lottare per l’emancipazione del proletariato.
Per il partito, che sempre ha denunciato il contenuto controrivoluzionario della politica della C.G.I.L. e l’altrettanto controrivoluzionaria funzione di «quelle» correnti politiche, tutto non era perso: nella misura in cui la C.G.I.L. era costretta a mantenere in piedi queste caratteristiche (formazioni delle correnti, adesione volontaria), lasciava suo malgrado la porta aperta al riformarsi in seno ad essa anche della corrente rivoluzionaria quando le esasperate contraddizioni capitalistiche e una nuova crisi generale avrebbero spinto necessariamente il proletariato fuori dall’ambito collaborazionista e legalitario in cui i vertici sindacali e politici lo mantengono: in una situazione di crisi generale il proletariato rimettendosi spontaneamente sulla strada della lotta anticapitalistica avrebbe creato le premesse per il riformarsi della frazione comunista nel sindacato come espressione reale dei suoi veri interessi di classe fino ad oggi traditi e mistificati; avrebbe espresso quindi l’esigenza del suo ricongiungimento con il vero partito comunista.
Queste sono le valutazioni politiche che hanno guidato il partito nel definire la C.G.I.L. del dopoguerra un sindacato con struttura «di classe» e che di conseguenza hanno determinato la sua tattica sindacale che si è concretizzata nell’indicazione pratica: lavorare all’interno della C.G.I.L.; per riconquistarla ad una direzione rivoluzionaria. È sulla base delle stesse valutazioni politiche, ma, com’è ovvio, per fini controrivoluzionari che ad un certo punto dirigenti sindacali e partiti opportunisti hanno cominciato la loro campagna ideologica e pratica per l’unificazione sindacale organica con C.I.S.L. e U.I.L. (due centrali dichiaratamente padronali e anticomuniste); unificazione che poggerebbe appunto sull’eliminazione delle correnti politiche, sull’incompatibilità fra cariche politiche e cariche sindacali, sull’adesione forzata (la delega) agitando il falso concetto del sindacato esclusivamente economico che abbiamo accennato prima. A questo riguardo è importante notare che la delega oltre a stabilire il criterio dell’adesione forzata rappresenta anche un primo passo per legare il sindacato alle direzioni aziendali sancendo anche formalmente la sua adesione agli interessi dello Stato capitalistico. Finché il procedere reale della lotta fra classe operaia e capitalismo non esprimeva altro che le correnti politiche controrivoluzionarie, (sintomo di un capitalismo forte e perciò di stabilità dell’ideologia dei partiti opportunisti) nessun mutamento si rendeva necessario che anzi lo straccetto rosso agitato dalla C.G.I.L. rappresentava un’ottima valvola di sicurezza nei confronti del proletariato; la tendenza al mutamento che è andata a mano a mano accelerando è iniziata proprio con i primi sintomi di crisi e di debolezza dell’apparato economico capitalistico quali fenomeni di una futura crisi generale in connessione con i primi sintomi di insofferenza del movimento operaio.
Le lotte aspre e spesso selvagge che sono esplose in questi ultimi anni in tutti gli Stati capitalistici europei inserite in una situazione generale di costante aggravamento delle condizioni di vita della classe operaia e della stabilità capitalistica, hanno indicato all’opportunismo che era giunto il momento di chiudere tutte le porte possibili al reingresso nel movimento operaio della tradizione rivoluzionaria; il sindacato è l’oggetto principale di questa manovra rappresentando il canale più idoneo al ricongiungimento fra il partito e la classe operaia la cui parte più combattiva si trova appunto nell’organizzazione di difesa economica, e, segnatamente, nella C.G.I.L. L’unificazione infatti deve significare la sparizione della C.G.I.L., o meglio deve significare la sparizione del modo di essere del sindacato di classe; il sindacato «di nuovo tipo», se si realizzerà, rappresenterà una roccaforte della controrivoluzione molto più sicura dell’attuale C.G.I.L. in cui fino ad oggi, dovendo necessariamente giocare sull’equivoco, si è costretti a mantenere certe tradizioni di classe che in futuro farebbero il giuoco della vera frazione comunista. La delega (quindi l’iscrizione forzata degli operai e il loro passaggio attraverso le direzioni aziendali) è il primo atto della controrivoluzione per delimitare il naturale terreno di battaglia ai comunisti, alla frazione rivoluzionaria, così come il nostro rifiuto dell’iscrizione per delega è il rifiuto ad aderire a questo disegno controrivoluzionario e al tempo stesso un indirizzo al proletariato perché si opponga con tutte le sue forze non solo alla caduta dell’ultimo baluardo di classe presente nella C.G.I.L. ma anche a tutta la prospettiva antioperaia che dietro la delega si nasconde. La delega si inserisce nel processo di autodistruzione del sindacato di classe, primo passo verso l’unificazione organica con CISL e UIL, ma rivela già la sua unica ragione di essere dal momento che gli operai comunisti che l’hanno rifiutata sono dichiarati formalmente fuori dal sindacato.
Ecco quindi che «l’abolizione delle correnti» nasconde l’esigenza di chiudere la porta alla corrente rivoluzionaria, come la delega dimostra di essere lo strumento più idoneo per impedire l’accesso al sindacato ai comunisti. Questo processo di autodistruzione della C.G.I.L. è chiaramente molto avanzato: la classe operaia non fu in grado di vedere l’ulteriore tradimento che si nascondeva dietro la delega; noi comunisti siamo formalmente fuori dal sindacato (anche se ovviamente non esitiamo ad entrare in tutte le assemblee e in tutti luoghi dove gli operai si trovano per portare le nostre indicazioni di battaglia), come incapsulate nella politica sempre più reazionaria dei bonzi sono le punte avanzate della classe operaia che se pure non oggi numerose già si stanno delineando. Oggi si parla del 1972 come dell’anno dell’unificazione organica con CISL e UIL. Se le attuali opposizioni contro l’unificazione e contro la politica dei bonzi esistenti nella CGIL non riusciranno a generalizzarsi e a concretizzare la loro azione sulla base di una opposizione rivoluzionaria in seno al sindacato, se il programma in difesa del sindacato di classe sostenuto dai comunisti non riuscirà ad attestarsi all’interno dell’attuale organizzazione sindacale, questo processo di corporativizzazione sarà certamente portato fino alle estreme conseguenze ponendo l’esigenza della totale ricostituzione del sindacato di classe. La inversione di tendenza dell’attuale politica sindacale è affidata quindi ad un rovesciamento dei rapporti di forze fra classe operaia e direzioni opportuniste politiche e sindacali e perciò alla direzione reale verso la ripresa della lotta di classe che le battaglie del proletariato assumeranno sotto l’incalzare delle esasperate contraddizioni capitalistiche, indipendentemente dalla volontà di bonzi e Stato borghese. Non è importante né possibile stabilire ora se il 1972 sarà a no l’anno dell’unificazione controrivoluzionaria: noi comunisti lottiamo per il «sindacato di classe» senza soluzione di continuità, e cioè per un indirizzo politico che la classe operaia dovrà fare proprio, sia che la situazione oggettiva ci permetta di proporlo all’interno dell’attuale CGIL, sia quando ad unificazione avvenuta si porrà l’esigenza di ricostituire, insieme al programma, anche l’organizzazione economica della classe operaia.