1926: Un anno cruciale della storia del movimento comunista internazionale
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È passato esattamente un secolo da quel fatidico 1926 che rappresentò la sconfitta, a livello mondiale, del movimento comunista rivoluzionario, lasciando il proletariato vittima e completamente nelle mani dei suoi traditori. La sconfitta fu così totale e potente che, dopo cento anni, ancora il proletariato internazionale non riesce a dare apprezzabili segnali di riscossa e di ripresa della lotta di classe su larga scala, ma solo sporadiche fiammate.
Oltre a una guida politica presente in modo diffuso nella classe e nei diversi paesi, mancano dei veri sindacati di classe che organizzino e guidino l’azione intransigente per la difesa e per l’attacco. I sindacati di classe dovranno risorgere e, non c’è dubbio, risorgeranno; però ad oggi non esistono. Ricordiamoci sempre le due alternative avanzate dalla Sinistra comunista.
Se la difesa degli interessi materiali ed economici del proletariato può essere garantita da sindacati veramente di classe, è tuttavia necessario che all’interno di questi forte sia l’influenza del partito comunista per cui il proletariato possa fare il necessario salto di qualità dalla difesa del pane e del lavoro, alla lotta per la conquista del potere.
Quindi la guida di un partito forte e radicato su vasti strati di lavoratori, attraverso l’azione dei quali il sindacato diventi “cinghia di trasmissione” tra il partito e le masse proletarie, è un fattore indispensabile.
E neanche tale partito, ad oggi, esiste.
Ai fini della ripresa della lotta di classe sarebbe stato preferibile che la sconfitta fosse stata determinata dallo scontro diretto con le armate reazionarie degli Stati borghesi; invece questa sconfitta, ancora più bruciante, che ha colpito così tanto e così a lungo, fu effetto della degenerazione, dall’interno, della massima organizzazione del comunismo rivoluzionario: l’Internazionale di Mosca, proprio quella di Lenin.
Il 1926 rappresenta d’altronde anche un aspetto cruciale della battaglia vittoriosa della sola Sinistra comunista contro ogni tipo di degenerazione e inquinamento della dottrina marxista rivoluzionaria.
Con orgoglio possiamo affermare che si trattò di vera e propria vittoria: la battaglia condotta nel 1926 contro la degenerazione del partito e dell’Internazionale, i documenti e le tesi programmatiche di allora, rappresentano un corpo unitario di dottrina, programma, tattica e tradizione dalla cui base dovrà necessariamente riprendere vita il partito comunista della rivoluzione internazionale.
Al momento attuale il compito nostro, della nostra piccola organizzazione, è di mantenere intatta la continuità di quel filo rosso che collegherà l’esperienza passata della Sinistra comunista a quello che dovrà essere il futuro e possente partito comunista internazionale. Compito non facile se pensiamo a quanti siano gli odierni raggruppamenti politici che, sebbene inquinati da ideologie piccolo-borghesi, si camuffano da eredi della Sinistra.
Ma torniamo al 1926 che fu un anno cruciale della storia del movimento comunista internazionale, quando la degenerazione del movimento comunista rivoluzionario aveva ormai infettato i massimi organi dirigenti.
Per quanto riguarda l’Italia la domanda che ingenuamente un militante potrebbe porsi è: “Come fu possibile che il Partito nato a Livorno, fondato su simili capisaldi sia così degenerato?” La risposta è che non si trattò di un problema nazionale, ma internazionale e i partiti della III Internazionale per ragioni storiche nacquero spuri, da scissioni più o meno a sinistra dei vecchi partiti socialdemocratici, da unioni tra gruppi non omogenei, e nemmeno il Partito Comunista d’Italia poté sottrarsi del tutto a questo difetto di origine. Il processo degenerativo dipese in larga parte dalle debolezze che storicamente avevano contraddistinto il processo di formazione della nuova organizzazione internazionale che, quando si verificò il riflusso rivoluzionario, pesarono sulle sue capacità di reazione alla situazione sfavorevole.
Gli errori tattici dell’Internazionale avevano portato ad una lunga serie di sconfitte, a cominciare da quella della rivoluzione in Germania, pagata con la impossibilità di conquistare, dopo il primo, un altro grande paese alla rivoluzione, di decisiva importanza per lo sviluppo della vittoria mondiale.
Naturalmente le fasi degenerative della III Internazionale non potevano non riflettersi anche all’interno del Partito Comunista d’Italia.
Come scrivemmo oltre mezzo secolo fa «la storia della III Internazionale è, purtroppo, anche la storia del suo graduale allontanamento dalla sua via maestra; è quindi anche la storia di come si uccide il partito. […] Il 1926 è l’anno del “socialismo in un solo paese” con tutto il suo necessario contorno (bolscevizzazione, schiacciamento dell’Opposizione di sinistra russa sotto il rullo compressore della disciplina-per-la-disciplina). […] È il vero anno della morte del Komintern: il resto non sarà che una macabra danza intorno alla sua bara».
La degenerazione maturò su piani diversi che, intrecciandosi e sviluppandosi tra loro, portarono alla corruzione, prima, e alla distruzione poi della vera unità del movimento comunista internazionale sostituendola, nel 1926/27, con una unità puramente formale e militaresca, adatta solo ad avallare e mascherare ogni libertà del centro dirigente di calpestare fino all’ultimo brandello del programma, della tradizione e della dottrina.
«Avevamo chiesto con insistenza che a base della formazione dei partiti comunisti (meglio ancora, dell’Internazionale come partito comunista mondiale unico) fosse posta una piattaforma teorico-programmatica definita per sempre, da prendere o lasciare. […] Dovevano essere irrevocabilmente escluse, grazie a questo sbarramento teorico-programmatico, non solo le dottrine della classe dominante […], ma anche le scuole godenti un certo seguito nella classe operaia, dal riformismo socialdemocratico, pacifista e gradualista, al sindacalismo svalutatore dell’azione politica della classe operaia e della necessità del partito come supremo organo rivoluzionario; dall’anarchismo ripudiante per principio la necessità storica dello Stato e della dittatura proletaria come mezzi di trasformazione dell’assetto sociale e della soppressione della divisione in classi, fino allo spurio ed equivoco “centrismo”, sintesi e condensato di analoghe deviazioni al coperto di una fraseologia pseudo-rivoluzionaria».
Lo sbarramento non ci fu e, poco alla volta, ripresero campo, all’interno dell’Internazionale, il sindacalismo di tipo francese, l’operaismo alla tedesca e tutta una pratica interna tipica del parlamentarismo. In questa atmosfera non poteva mancare quel miscuglio di sorelismo e idealismo crociano tipico dell’“Ordine Nuovo”.
Quando, a Lione, si svolge il III Congresso del PCd’I, a Mosca si era appena concluso il XIV Congresso del partito comunista russo, che aveva visto quasi tutta la vecchia guardia insorgere, ormai inutilmente, contro l’imperante e soffocante clima interno. Passerà poi un altro mese, e si arriverà a quel VI Esecutivo Allargato dove la Sinistra italiana portò a termine la sua ultima battaglia. Ultima battaglia che, a dispetto di tutte le interpretazioni ufficiali, non si concluse con una sconfitta, ma al contrario rappresentò la vittoria del comunismo rivoluzionario incarnato da questa unica e sola corrente. Purtroppo un analogo bilancio alla scala storica non poté essere compiuto nemmeno dalla Opposizione russa per il fatto stesso che la degenerazione aveva seguito un andamento iniziato molto prima del 1926 e nel quale essa aveva avuto la sua parte di corresponsabilità. Non così la Sinistra italiana, l’unica che da molti anni aveva messo in guardia contro quelle che sarebbero state le inevitabili conseguenze dell’eclettismo tattico del Komintern, ed ebbe quindi la possibilità e capacità di trarre il bilancio globale dei sei anni precedenti.
Il Partito dovrà riprendere uno studio approfondito della degenerazione dell’Internazionale a partire dalla crisi interna scoppiata nel partito russo. Per ora, senza voler entrare nel vivo del problema, che ci porterebbe ad allontanarci dal proposito che ci siamo prefissi, vogliamo tuttavia tratteggiare quale era la situazione vissuta dai compagni all’interno del partito comunista russo dove la controrivoluzione staliniana stava ormai registrando la sua definitiva vittoria su quanto rimaneva della tradizione rivoluzionaria e internazionalista.
Attraverso falsificazioni di documenti, invenzioni di complotti e altri simili espedienti, i nuovi capi del partito russo riuscirono ad avere ragione dei veri condottieri del 1917 rivoluzionario. Le vie della deportazione si aprirono, prima che a Trotski, a molti altri compagni, mentre il partito russo e l’Internazionale, ormai stalinizzati, imponevano come condizione per la permanenza nell’Internazionale l’accettazione della nuova teoria opportunista del “Socialismo in un solo paese”.
È noto come durante il XIV Congresso molti delegati preferirono tacere per non correre il rischio di essere deportati a Murmansek o nel Turkestan. «Questi “trasferimenti” – dichiarava la Krupskaja – creano nel partito la impossibilità di parlare sinceramente e apertamente. Se noi creiamo condizioni tali per cui un membro del partito può essere “trasferito” in un altro posto per aver apertamente espresso la propria opinione, tutte le buone intenzioni sulla democrazia interna resteranno sulla carta.»
Oltre a ciò vogliamo anche riportare uno stralcio dell’intervento, sempre della Krupskaja, al XIV congresso russo, in cui protesta contro l’abuso di appellarsi alla autorità del cosiddetto “leninismo” e delle maggioranze: «Penso che sia fuori luogo gridare che questo o quello è il vero leninismo. Ho riletto recentemente i primi capitoli di “Stato e rivoluzione”. […] Egli scriveva: “Ci sono stati casi nella storia in cui gli insegnamenti dei grandi rivoluzionari sono stati snaturati dopo la morte. Di loro sono state fatte inoffensive icone, ma, onorando il loro nome, è stata spuntata la punta rivoluzionaria del loro insegnamento”. Penso che questa amara citazione ci obblighi a non nascondere questa o quella concezione nostra dietro l’etichetta del leninismo, ma che sia necessario esaminare nella loro essenza tutte le questioni. […] Per noi marxisti la verità è quella che corrisponde alla realtà. Vladimir Ilic aveva l’abitudine di dire: “l’insegnamento di Marx è invincibile perché è vero”. […] Il lavoro del nostro congresso deve essere quello di cercare e di trovare la linea giusta. […] Bukharin ha detto con grande enfasi che quello che il congresso deciderà sarà giusto. Ogni bolscevico considera le decisioni del congresso inappellabili, ma […] non bisogna consolarsi pensando che la maggioranza abbia sempre ragione. Nella storia del nostro partito ci sono stati congressi nei quali la maggioranza aveva torto».
Il congresso terminava con l’adozione dei rapporti di Stalin e di Molotov con 559 voti contro 65.
Nel febbraio-marzo 1926, all’interno di una Internazionale non ancora controrivoluzionaria, ma ormai in pieno degrado, la Sinistra italiana si batte da sola a Mosca e rimane “sconfitta”. Nel novembre-dicembre alla VII sessione allargata dell’Esecutivo del Komintern, lo stalinismo imperante liquida l’Opposizione bolscevica.
Il 1926 fu «l’anno della prova suprema, giacché dall’esito della titanica lotta degli operai e contadini cinesi e dei proletari britannici sarebbe dipeso, in ultima istanza, il destino della Russia sovietica e dell’Internazionale, l’Opposizione russa sentirà nel corso di quell’anno la terribile urgenza dei nodi venuti al pettine della storia e, superando antichi dissapori, Trotsky e Zinoviev (per citare soltanto due nomi) faranno disperatamente blocco contro le forze incalzanti della controrivoluzione. […] Uscirà battuta, con l’Opposizione russa, la rivoluzione cinese, e sconfitto il grandioso sciopero britannico, uscirà distrutto l’intero movimento internazionale comunista». L’Internazionale portava a compimento quella degenerazione da tempo prevista e denunciata dalla Sinistra.
Ma di questo ci occuperemo approfonditamente nel seguito del lavoro; questa parte sarà invece dedicata a come si arrivò al 3° Congresso del Partito Comunista d’Italia ed alle tesi presentate dalla Sinistra comunista, la nostra corrente.
Innanzi tutto ci preme premettere che quelle tesi, sebbene presentate al congresso di un partito comunista “nazionale”, nella realtà investivano l’intero problema della tattica del movimento internazionale comunista di cui la “questione italiana” non rappresentava se non un riflesso secondario risolvibile solo all’interno di quello generale.
Quelle tesi rappresentarono un vero spartiacque nella storia del comunismo internazionale: furono un punto di arrivo, se viste sullo sfondo dei sei anni di vita vissuta della III Internazionale. Per noi però hanno rappresentato molto di più, il punto di partenza della nostra esistenza indipendente, di corrente prima e di partito poi, e delle prospettive del movimento rivoluzionario avvenire.
Se dovessimo rappresentare l’evoluzione del movimento comunista internazionale da un punto di vista dei puri accadimenti materiali, dovremmo ammettere, d’accordo con la storiografia ufficiale, la sconfitta senza possibilità di appello della Sinistra, schiacciata sotto il peso di rapporti di forza enormemente sfavorevoli. Noi invece rivendichiamo orgogliosamente per la Sinistra una vittoria a livello internazionale e storico, oltre che teorico, perché essa è stata la sola corrente che abbia saputo mantenere la continuità ininterrotta e incorrotta della dottrina, della tattica e tradizione del comunismo rivoluzionario. Solo grazie alla Sinistra il filo rosso che unisce Marx, Lenin, Livorno 1921 non ha subito soluzione di continuità. E quando finalmente ci sarà la ripresa del moto rivoluzionario mondiale questo, se vorrà portare finalmente a compimento la sua vittoria, non potrà che basarsi sulle nette posizioni della Sinistra.
Nemmeno l’Opposizione russa, caduta eroicamente nella difesa dell’internazionalismo proletario, a causa della sua partecipazione a quell’eclettismo tattico su cui si basava la degenerazione, non potrà rappresentare una base di ripartenza per il partito della futura rivoluzione trionfante.
Quella che al V Congresso dell’Internazionale aveva rappresentato una brusca “svolta a sinistra”, non aveva minimamente esaltato la nostra corrente. Noi non abbiamo mai ritenute positive le “svolte” con il loro andamento oscillatorio da destra a sinistra e viceversa.
In cosa, di fatto, consistesse la “svolta a sinistra” lo si può ben comprendere dal fatto che il V congresso internazionale, in sostituzione di quella eletta dal Congresso di Roma, aveva nominato una Centrale composta da rappresentanti del vecchio gruppo ordinovista.
Dopo i disastri del 1923 tedesco l’Internazionale, anziché trarre un bilancio sereno della sua tattica, aveva trovato molto più facile fare cadere le teste dei dirigenti accusati di deviazionismo di destra.
Da quel momento in poi il pericolo di deviazione nel campo dell’opportunismo si fece sempre più evidente e, come in altre occasioni abbiamo scritto, le prove di questo orientamento ormai dilagante non mancavano:
– Il riavvicinamento alla socialdemocrazia con il progetto di scioglimento dell’Internazionale sindacale rossa in prospettiva di una fusione con l’internazionale di Amsterdam.
– La teorizzazione del “governo di sinistra” come tappa intermedia favorevole allo sviluppo rivoluzionario.
– Il ritorno a formule equivoche di fronte unico esteso anche ai partiti borghesi di sinistra.
– Il tentativo di noyautage all’interno di frazioni di sinistra dei partiti socialdemocratici.
– La tendenza ad attenuare ogni differenziazione tra i partiti comunisti e i partiti contadini o nazional-democratici, sia nelle aree coloniali e semicoloniali, sia nel cuore dell’Europa pienamente capitalista.
– Il sistema di risoluzione dei problemi interni ai partiti con rimpasti delle rispettive direzioni, sistema tipico della democrazia borghese.
– Il rifiuto di portare nell’Internazionale la discussione sulla questione russa.
– Il sistema di umiliazione e corruzione per cui dai “reprobi” venivano pretese confessioni e abiure.
Il V congresso del Komintern aveva stabilito che il Partito comunista d’Italia avrebbe dovuto convocare il suo prossimo congresso entro i successivi sei mesi, e già faceva intravvedere quale sarebbe stata la “libertà” concessa alla Sinistra di partecipare alla discussione pre-congressuale ed esporre nelle assemblee di partito le proprie posizioni: «Nella discussione sugli organi di stampa, le opinioni espresse dalla sinistra dovranno essere sempre accompagnate da adeguate risposte della direzione. Il partito dovrà rafforzare e centralizzare la propria struttura organizzativa adottando varie misure».
E le “varie misure” non potevano che essere quelle adottate dal partito comunista di Russia, certamente nei limiti concessi dalla situazione italiana, ma con la stessa spregiudicatezza, disonestà e, per quanto possibile, l’uso della forza. Dopo il 1924 il gruppo ordinovista, instaurato alla direzione del partito, iniziò una violentissima campagna contro la Sinistra. In preparazione del suo 3° Congresso i procedimenti di voto imposti furono talmente truffaldini che la Sinistra, che un anno prima, alla conferenza di Como, aveva ottenuto l’adesione della quasi totalità dei delegati, venne confinata a una minoranza irrisoria.
Nel Partito nato a Livorno nel 1921, ormai in via di completa stalinizzazione, fin dal 1925 una vera repressione interna era iniziata nei confronti di esponenti della Sinistra: espulsioni, sospensioni, campagne stampa denigratorie, azioni palesemente provocatorie divennero pratica ordinaria.
Il 3° Congresso del partito italiano doveva portare alla sconfitta della Sinistra, queste erano le direttive di Mosca, e quindi tutti i mezzi sarebbero stati buoni alla bisogna; d’altra parte come il partito avrebbe potuto “imparare a manovrare abilmente fra tutti gli ostacoli”, se non si fosse sbarazzato della Sinistra?
Sradicare dalla base del partito l’influenza esercitata dalla Sinistra era, per l’Internazionale e la direzione centrista, compito prioritario. Non si sarebbero potuti permettere una consultazione del partito svolta su di una onesta contrapposizione delle rispettive posizioni di programma, troppo recente era lo smacco subito alla Conferenza illegale di Como. Neanche l’alleanza con gli eterogenei elementi della destra; l’ingresso, con l’onore del grado, dei “terzini”, ripudiati dal PSI; la nuova leva di iscritti del 1924; tutti questi espedienti non avevano però modificato più di tanto gli equilibri interni.
Fallito il tentativo di riassorbire nei ranghi del Komintern il PSI, la conquista della frazione dei “terzini” fu considerata come la prova della giusta tattica dell’Internazionale: «La fusione con la frazione dei terzinternazionalisti deve effettuarsi subito e nella forma più clamorosa. Deve essere poi sfruttata al massimo al fine di provocare un movimento di unificazione al partito comunista, per dimostrare al proletariato che sarà il PCd’I ad attuare l’unità proletaria e per indebolite l’influsso del partito socialista all’interno delle masse dei lavoratori». (chi lo dice?)
I terzini, accolti con tutti gli onori nel PCd’I nel 1924, dopo essere stati espulsi dal partito socialista, vi erano entrati come frazione organizzata, e come tale si comportavano. Quale sia stato il risultato di questa grande conquista ci viene confessato proprio da un esponente del nuovo partito, che possiamo esser certi non abbia mai avuto grandi simpatie per la Sinistra: Gramsci, costretto ad ammettere che i terzini cooptati nel partito altro non erano che un gruppo di opportunisti.
«La situazione generale è stata aggravata l’anno scorso dall’ingresso nelle nostre file della frazione terzinternazionalista […] la quale da due anni e mezzo viveva in forma autonoma nel seno del partito massimalista creando vincoli interni fra i suoi aderenti che dovevano prolungarsi anche dopo la fusione. […] Fu assorbita interamente dalla lotta interna […] che fu prevalentemente di carattere personale e settario e solo episodicamente trattò di questioni fondamentali, sia politiche che organizzative».
Infatti, in una relazione all’Internazionale, nel novembre 1924, Togliatti scriveva: «La posizione delle diverse tendenze nel partito è la seguente: la destra non ha nessuna influenza, essa è limitata all’azione individuale di qualche compagno. […] i due gruppi nei quali si raccoglie il partito sono il centro e la Sinistra. Non è possibile dire in questo momento quale è il rapporto di forze. Nei recenti congressi federali il partito ha approvato in generale le risoluzioni del V Congresso e la politica seguita in Italia. Ma tale approvazione non può essere considerata come uno spostamento definitivo perché la grande massa non ha ancora preso coscienza delle reali divergenze tra quelle direttive e l’atteggiamento preso dal gruppo Bordiga al V Congresso. Per questo motivo la solidarietà ancora possibile di una frazione del partito con il compagno Bordiga ha una importanza relativa perché rappresenta soltanto in scarsa misura una adesione effettiva al suo pensiero ed al suo atteggiamento politico, ma è piuttosto l’effetto dell’influenza personale che Bordiga esercita sul partito, influenza che è destinata fatalmente a diminuire […]».
Se epuriamo queste contraddittorie ed imbarazzate affermazioni dall’“ottimismo d’ufficio” possiamo rilevare:
1. Che i centristi devono ammettere il perdurare di una forte influenza della Sinistra sul partito, e dato che non possono confessare a se stessi e ai dirigenti moscoviti di non essere riusciti a “conquistare le masse” del partito, sono costretti a mantenersi nel vago affermando di non “poter dire in questo momento, quale sia il rapporto di forze”.
2. Che anche nei congressi federali essi si erano ben guardati dal chiarire i reali punti di contrasto esistenti tra la Sinistra e la politica ufficiale del Komintern.
3. Che la loro battaglia contro la Sinistra avrebbe assunto il carattere dell’attacco e della denigrazione personale.
Ma, sempre Togliatti, il successivo 15 febbraio, era costretto a confessare che nelle tradizionali roccaforti del partito la Sinistra manteneva la maggioranza: in particolare a Torino (patria dell’Ordine Nuovo), Alessandria, Novara, Biella. Milano, Pavia, Como. Bergamo, Trento, Modena. Roma, Napoli, Ancona, Teramo, Macerata, Aquila, Foggia, Taranto, Cosenza, Cremona.
Molto difficile sarebbe stato strappare alla base del partito la predominante influenza della Sinistra attraverso una corretta ed onesta contrapposizione di programma e tattica. Si trattava di un terreno in cui il centrismo sapeva bene che sarebbe stato sconfitto, ma la soluzione adottata fu quella della “lotta politica” da condurre all’interno del partito.
Riguardo al metodo della “lotta politica all’interno del partito” i non giovanissimi compagni non potranno dimenticare la sua riapparsa teorizzazione, oltre mezzo secolo fa e, recentemente, la sua rinnovata pratica.
Il cavallo di battaglia del centrismo nella sua calunniosa lotta contro la Sinistra fu la questiona della “disciplina”.
La “disciplina” è la ipocrita risorsa a cui, ogni volta, un Centro di partito degenerato si appella per mettere la mordacchia a tutti coloro che lo richiamano ai suoi doveri.
Uno sbandierato esempio di indisciplina, compiuto da parte dei compagni della Sinistra, sarebbe stato per i centristi il rifiuto di far parte del C.C. e del C.E. del partito. Anche se ciò fosse stato vero si sarebbe trattato di un atto di autentica e piena disciplina alla direzione del partito, la Sinistra lo aveva ben chiarito, ritenendo necessario che gli organi centrali del partito dovessero avere una composizione il più possibile omogenea e non un miscuglio di correnti che, di fatto, creando contrasti e antagonismi interni, ne avrebbe compromesso il funzionamento. D’altra parte queste erano pure le direttive dell’Internazionale: «La Direzione del partito sarà costituita da compagni decisi ad applicare la tattica dell’Internazionale e a intraprendere la lotta, sia sul piano ideologico che su quello organizzativo, contro il revisionismo antimarxista dell’estrema destra come contro quello dell’estrema sinistra per indirizzare la massa degli aderenti al partito sulla via dell’Internazionale comunista».
Abbiamo scritto: “anche se ciò fosse stato vero” ed in effetti vero non era «che il V Congresso abbia invitato compagni della Sinistra a far parte della Centrale del partito. Colle sue conclusioni contro di noi […] il V Congresso ha di fatto ratificato la nostra destituzione decisa all’Allargato del giugno 1923, contro cui del resto mai nulla abbiamo eccepito in linea di procedura, se pure resta il caso unico del genere nella storia dell’Internazionale. Inoltre il V Congresso ha votato unanime le conclusioni della Commissione italiana, che […] ha deliberato di costituire senza di noi la Centrale del partito».
Si vede bene, quindi, come l’invito alla partecipazione agli organi centrali del partito fosse del tutto strumentale, dal momento che l’Internazionale stessa ordinava alla nominata nuova Direzione di combattere su ogni piano la Sinistra.
Nel corso del “dibattito” pre-congressuale alla Sinistra venne impedita la possibilità di svolgere qualsiasi attività. Si iniziò con la soppressione della rivista Prometeo.
Le sezioni in cui la Sinistra è dominante vengono sciolte, i compagni della Sinistra vengono allontanati dagli incarichi direttivi, i loro articoli e documenti censurati o non pubblicati; se pubblicati, vengono affiancati da ampi cappelli redazionali, a volte più lunghi degli articoli stessi, in cui, falsandone il contenuto, si tentava di screditarli presentandoli come frazionisti, compiacendosi soprattutto di attribuire alla Sinistra opinioni e atteggiamenti apertamente contrari alla realtà. All’interno del partito si afferma un regime di sospetto e intimidazione, di disciplina caporalesca e burocratica. Un clima di vero terrorismo ideologico.
Ma di lì a poco la Centrale avrebbe potuto avere la “prova” dell’opera frazionista e disgregatrice compiuta dalla Sinistra, la formazione di un “Comitato di Intesa”.
In data 1° giugno un gruppo di compagni della Sinistra inviava al C.E. del partito una lettera in cui lo si informava dell’avvenuta costituzione di un “Comitato di Intesa”. La lettera, dopo aver ribadito la necessità di un dibattito il più possibile ampio e libero da qualsiasi forma di prevenzione terminava avanzando le seguenti richieste:
«a) Che sia dato alla discussione uno spazio di tempo quale lo stato di impreparazione delle masse del partito e l’importanza delle questioni richiedano;
«b) Che i congressi provinciali siano tenuti solo dopo una esauriente discussione avvenuta sulla stampa del partito;
«c) Che ai congressi provinciali sia data facoltà di parlare in contraddittorio ai compagni rappresentanti riconosciuti delle diverse tendenze;
«d) Che la nomina dei delegati al Congresso del partito sia fatta dai rispettivi congressi federali; nel caso però che tale nomina venga fatta con altri sistemi, sia data facoltà di scelta degli elementi chiamati a far parte di eventuali comitati ai fiduciari provinciali delle diverse correnti;
«e) Che sia infine riconosciuto il diritto di nominare e disciplinare gli oratori che illustreranno al congresso il pensiero di questa o quella corrente.
«È evidente che il lavoro di preparazione congressuale è tale che richiede da tutti attività e disciplina.
«I compagni firmatari della presente portano perciò a conoscenza del Comitato Esecutivo l’avvenuta costituzione di un “Comitato di Intesa” tra gli elementi della Sinistra».
In una comunicazione interna al Cd’I, del 6 giugno, i compagni della Sinistra venivano avvisati che «l’Esecutivo ha già preso provvedimenti disciplinari contro tutti i compagni firmatari della lettera inviata all’organo centrale del partito, lettera nella quale alcuni compagni della Sinistra chiedevano come secondo loro doveva essere condotta la campagna precongressuale per giungere ad una vera chiarificazione nel partito».
Infatti, il giorno successivo il quotidiano del partito informava compagni ed avversari (fascisti e polizia compresi) che «il C.E., unanime, ha giudicato che i compagni del Comitati di Intesa, compagni Damen, Repossi, Lanfranchi, Venegoni, Manfredi, Fortichiari, si sono resi colpevoli di un attentato contro il partito che potrebbe essere sanzionato con la loro espulsione e ha deciso di rinviarli al giudizio della prossima sessione del Comitato centrale, sospendendoli nel frattempo da ogni lavoro o incarico». Il 4 giugno, con circolare ai segretari interregionali, venivano date disposizioni di «abbattere senz’altro coloro che criminosamente […] indeboliscono la nostra compagine. […] I membri del C.E. hanno assoluta necessità di stroncare radicalmente ogni tentativo e ogni attività diretta a sgretolare la saldezza del partito, a diminuirne la forza, a tramutarlo in un mascherato partito socialdemocratico».
Nella circolare si parla di «responsabilità delittuosa dei costitutori della frazione», di «opera intrapresa da un gruppo di nemici del partito», della necessità di «svolgere un’opera di purificazione delle nostre file».
Ma, bontà loro, i centristi auspicavano che «i pochi compagni responsabili dello scandalo […] verranno indotti a riconoscere il contenuto delittuoso della loro colpa ed a ravvedersi […] sotto le bandiere del leninismo».
L’intimazione di scioglimento del Cd’I da parte del rappresentante in Italia dell’Internazionale porta la data del 3 luglio, ma viene pubblicata sull’Unità solo il giorno 19, assieme al documento di accettazione da parte della Sinistra che la Centrale aveva da circa una settimana. Questo ritardo nella pubblicazione permetteva alla Centrale di proseguire sul giornale la calunniosa campagna di accusa contro il reiterato frazionismo della Sinistra.
Così si presentava, il giorno 19, la terza pagina del quotidiano di partito.
A tutta pagina, su sei colonne troneggiava il titolo a caratteri giganti: “I membri del Comitato d’Intesa contro la Internazionale”, e sotto, su te colonne: “Degenerazione politica e miseria morale”.
Invece sopra il documento del Comitato di Intesa veniva messo, sempre su tre colonne, il titolo seguente. “Un documento indegno di comunisti”. Questo era il clima che si respirava nel “partito fondato da Gramsci e Togliatti” (Come veniva detto un tempo. E in questo caso l’attribuzione della paternità era giusta!).
Del documento della Sinistra riporteremo solo un significativo passaggio: «I comunisti giudicheranno il nostro operato. A noi non importa acquistarci una loro adesione o simpatia superficiale e accumulare voti per il congresso, ma giungere a portare il dibattito e la coscienza del partito un po’ più oltre gli atteggiamenti superficiali e meschini su cui si specula quando si vuole togliersi con poca fatica il fastidio di vedersi discussi e criticati. Se si vuole continuare ad organizzare invece l’inganno demagogico e ad industrializzare il confusionismo e lo smarrimento, si faccia, ma non si creda di costituire nulla di stabile: il male al partito resterà ma non si salverà la posizione dei gruppi e gruppetti artefici di un metodo così politicantesco, scenario volgare destinato a cadere ben presto lasciando vedere i pericoli dell’opportunismo e della degenerazione del partito.» Riflettano i compagni quanto queste parole siano attuali.
Nella sua opera denigratoria il centrismo ha sempre giocato sul fatto che la massa dei compagni si rifiuta di pensare che dal centro del partito vengano affermate cose del tutto false e prive di fondamento e questo genuino istinto fa buon gioco, ogni volta, al frazionismo dall’alto.
D’altra parte il C.E. del Komintern, in vista del 3° Congresso del PCd’I, fin dall’aprile 1925 aveva scatenato il suo attacco contro la Sinistra italiana. Al V Esecutivo Allargato in una “risoluzione sulla questione italiana” veniva affermato che «l’ostacolo principale alla bolscevizzazione del partito è costituito dalla ideologia bordighista e che pertanto il massimo sforzo deve essere rivolto alla eliminazione di tale ostacolo».
In tale risoluzione non sarà possibile trovare una indicazione sui compiti e la tattica che il partito avrebbe dovuto realizzare, essa era costituita interamente da un attacco alla “ideologia” della Sinistra italiana, dichiarata “sottoprodotto della seconda internazionale” ed in contrasto con il “leninismo” su tre punti fondamentali: astensionismo, ruolo del partito, tattica.
«Compito urgente del partito – affermava la risoluzione – è di giungere entro le sue stesse file ad una completa chiarificazione ideologica e di combattere tutte le deviazioni, soprattutto quelle del compagno Bordiga, che al momento attuale sono le più pericolose per il movimento. Il congresso nazionale dovrà decidere se approva la politica condotta dal Comitato Centrale del partito a partire dal V Congresso mondiale, d’accordo con l’Internazionale. Nello stesso tempo dovrà esprimere la sua scelta tra la tattica bordighiana e il leninismo. Soltanto se avrà compreso la necessità di porsi senza riserve sulla piattaforma leninista, il Partito Comunista d’Italia sarà realmente forte e realmente in grado di assolvere il suo ruolo storico di guida delle masse nella rivoluzione proletaria».
Per quanto riguarda la tattica leninista il documento specificava: «Il leninismo rappresenta una tattica duttile, che si adatta di continuo alla mutevole situazione economica e politica nel mondo, al fine di mobilitare tutte le forze anticapitaliste e di cogliere il momento favorevole all’intervento del partito, mentre esso, di conseguenza, è pronto a modificare rapidamente le sue parole d’ordine e il suo atteggiamento, al fine di rimanere in contatto con le masse e trascinarle con sé».
Nelle intenzioni dei centristi il 3° Congresso «doveva chiudere tutta una epoca di vita del partito», e così fu.
Perfino la decisione di portare il congresso all’estero fu una mossa, non tanto dovuta a questioni di sicurezza, quanto ad una manovra politica.
Paolo Spriano nella sua “Storia del PCI” ha scritto: «L’Esecutivo ha deciso da tempo di tenere il congresso all’estero; si sceglie dapprima Vienna, ma chi sta preparando ivi l’organizzazione […] si ammala gravemente. Si decide allora Lione». Quindi Lione fu un ripiego dell’ultimo momento.
Al riguardo è bene evidenziare una cosa sempre taciuta dalla storiografia ufficiale, è cioè che, come ebbe a ricordare Bruno Fortichiari, «la federazione di Milano, la cui organizzazione era ancora efficiente e della quale alcuni dirigenti erano elementi dell’Ufficio I del partito, offerse al centro di assicurare una sede adatta in Milano per una riunione clandestina, garantita e difesa. Il centro rifiutò l’offerta senza controllarne la serietà. Aveva deciso la sede di Lione anche o anzi proprio perché era più facile “filtrare” i delegati che avrebbero dovuto recarvisi clandestinamente. Rifiutare la convocazione in una metropoli di grande movimento in ogni suo quartiere, con scambio costante di migliaia di persone in transito anche dall’estero, disponendo inoltre di decine di ambienti adatti a riunioni controllabili e di centinaia di compagni allenati e fidati […] era una prova di sovrana inettitudine o di cautela appropriata ad un fine evidente».
I delegati, dovettero raggiungere la Francia passando illegalmente la frontiera per undici diverse vie di accesso. I congressisti avevano abbandonato illegalmente il territorio italiano, ma altrettanto illegalmente erano entrati in quello francese. Il congresso si svolge spostandosi in vari locali segreti poiché la polizia francese, allertata, era sulle tracce dei congressisti. Quindi illegale fu l’espatrio, clandestino il congresso, illegale il ritorno dei congressisti in Italia. Come si vede la percentuale di rischio fu abbastanza alta (e qualcuno cadde nella rete della polizia francese), ma ciò permise alla Centrale di avere il controllo totale e la scelta dei partecipanti al congresso.
Lo stesso Giuseppe Berti, notoriamente idrofobo nei confronti della Sinistra, di cui era transfuga, fu tuttavia costretto ad affermare: «Obiettivamente […] bisogna dire che se la conferenza di Como fu preparata poco, anzi per nulla, e diede, quindi, i risultati ben noti, il congresso di Lione […] fu, forse, preparato un po’ troppo nel senso che preliminarmente la conferenza di dicembre […] fece in modo che a Lione l’estrema sinistra […] venisse rappresentata in maniera non adeguata alle forze che ancora essa contava nel partito».
Che la democrazia rappresenti un elemento di inganno attraverso il quale la classe dominante esercita la sua dittatura è cosa del tutto naturale per i comunisti. Che il metodo democratico possa essere utilizzato anche dal partito della classe operaia, in una fase del suo sviluppo, è anche questo naturale e non scandalizza affatto. Ma che questo metodo venga usato all’interno del partito, da chi ne detiene la direzione, per stroncare correnti interne è veramente vergognoso; però, una volta ammessa la “lotta politica”, anche questa diventa un’arma della quale il frazionismo dall’alto si serve per mantenere un potere acquisito.
I risultati ufficiali del congresso attribuirono il 90,8% dei voti a favore delle tesi centriste e il 9,2% per la Sinistra.
Le manovre della centrale falsarono in modo clamoroso la maggioranza della Sinistra, sempre dominante nel partito, anche sfruttando l’impossibilità da parte di molte sezioni di far pervenire i loro voti. Ebbene, molto originale fu la trovata dei centristi: venne stabilito che tutte le tessere di iscritti per cui non risultava il voto sarebbero state calcolate a favore delle tesi del centro. Ma questo meccanismo democratico raggiunse una tale raffinatezza che perfino il voto di Amadeo risultò dato a favore delle tesi della centrale.
Sulla portata della battaglia sostenuta dalla Sinistra al 3° Congresso del partito torneremo in maniera approfondita in un prossimo articolo.