Il fronte europeo della contesa imperialistica è sempre più caldo
Categorie: Capitalist Wars, Europe, Russia, Ukraine
Questo articolo è stato pubblicato in:
Ad ormai un anno dall’incontro tra Trump e Putin in Alaska, che aveva rappresentato il punto più alto delle trattative sulle sorti della guerra in Ucraina, quel tentativo di accordo tra le due grandi potenze, che, seppur attraverso l’Ucraina, si fronteggiano in una guerra che dura ormai da quattro anni e mezzo, ha ormai lasciato il passo alla continuazione delle ostilità.
Fin dai primi giorni dell’inizio della guerra in Ucraina, si sono susseguiti incontri diplomatici e trattative per trovare una soluzione al conflitto.
La Russia, che non era riuscita a provocare, attraverso l’invasione dell’Ucraina, un cambio al vertice del potere ucraino, installando a Kiev un governo fantoccio, aveva tentato immediatamente la via del negoziato. Prima in Bielorussia e poi in Turchia, russi ed ucraini erano giunti molto vicino ad un accordo già a due mesi dall’inizio della guerra, ma il tutto saltava per l’opposizione dei veri padroni di Kiev, l’imperialismo americano in primis e poi quello britannico, che ambivano a sconfiggere la Russia sacrificando la pedina ucraina in una guerra che avrebbe messo in ginocchio la Russia, non solo sul campo, ma soprattutto sul terreno economico con una guerra combattuta a suon di sanzioni.
Il cambio dell’amministrazione a Washington aveva inizialmente portato ad una ripresa dei colloqui tra americani e russi, culminati nell’incontro di Anchorage.
Ma, al di là delle volontà politiche di giungere a qualche forma di accordo, a prevalere sono comunque gli interessi economici, dalla necessità di recuperare i miliardi già spesi per la guerra alla prospettiva di una spartizione del bottino più favorevole, passando per la continuazione di una guerra che è sempre un buon affare per la borghesia e una boccata d’ossigeno per il marcio mondo del Capitale nel suo complesso, in quanto nell’epoca dell’imperialismo, la guerra ha fondamentalmente una natura economica data dalla necessità del modo di produzione capitalistico di superare la sua profonda crisi di sovrapproduzione attraverso una immane distruzione di merci in eccesso e di proletari.
Pertanto, la tragedia che si sta consumando sul suolo ucraino, con le centinaia di migliaia di soldati massacrati al fronte, le sofferenze della popolazione civile, le città sventrate, non appare avere il suo epilogo in una più o meno vicina cessazione delle ostilità. Anzi, la direzione intrapresa dalla contesa imperialistica in Europa, a meno di profondi sconvolgimenti economici tali da determinare un crollo delle principali potenze impegnate nella guerra ucraina, la Russia da un lato o i sostenitori di Kiev dall’altro, porta ad un conflitto diretto tra le grandi potenze imperialiste in Europa. Una volta finita la carne da cannone ucraina, o la resa alla Russia, che però non è un’opzione per le fameliche e sanguinarie borghesie del cosiddetto Occidente, o un allargamento della guerra, che faccia cadere la maschera ai sostenitori di Kiev, finora impegnati nella guerra contro la Russia inondando l’Ucraina di armi e miliardi, che si vedranno inevitabilmente costretti ad inviare i propri soldati a combattere contro il nemico russo.
La Russia sta vincendo sul campo
Che la situazione della guerra in Ucraina volga sempre più a favore di Mosca lo si può ravvisare in almeno tre elementi: l’avanzata russa in Donbass e sugli altri fronti, il blocco dei porti ucraini e lo scontro tra i vertici politici e militari a Kiev.
Dopo la caduta in mano russa della roccaforte di Konstantynovka, l’esercito russo è in vista delle città-fortezza di Kramatorsk e Sloviansk, gli ultimi due grandi agglomerati nel Donbass ancora controllati dall’Ucraina, la cui conquista rappresenterebbe il raggiungimento di uno dei principali obiettivi russi, ossia la presa di tutto il Donbass. Si registrano progressi russi anche nelle regioni di Kharkiv e di Dnipropetrovsk, mentre gli ucraini temono anche che i russi possano aprire nuovi fronti come quello nella zona Chernihiv-Kiev.
Al di là delle direzioni dell’avanzata russa, le notizie che vengono riportate confermano una progressiva conquista russa in territorio ucraino, concentrata in particolare nel Donbass, che si avvia verso le battaglie finali attorno ai grandi centri di Kramatorsk e Sloviansk, nonché le difficoltà dell’esercito ucraino che continua a perdere posizioni e si trova sempre più con carenza di uomini, tanto che proprio Syrsky, da poco rimosso dal vertice dell’esercito ucraino, aveva dichiarato che per la difesa degli ultimi due bastioni ucraini nel Donbass sarebbero stati necessari almeno altri 150/200 mila soldati.
La situazione ucraina è ulteriormente peggiorata agli inizi di luglio per gli attacchi russi con missili e droni contro i porti ucraini sul Mar Nero e sul Dniepr. Gli attacchi russi hanno devastato il porto di Odessa e altri scali, bloccando di fatto le attività portuali dell’Ucraina, che ora si trova in enormi difficoltà per l’esportazione di grano e altre merci. Risultano colpiti non solo le infrastrutture portuali e i silos ma anche diversi mercantili. In tal modo, la devastazione nei porti e l’indisponibilità di armatori e assicuratori di rischiare operazioni in questo contesto ha fatto crollare il commercio marittimo ucraino. Le alternative per l’esportazione delle merci ucraine, attraverso la Romania o via ferroviaria verso ovest presentano delle difficoltà dal punto di vista logistico ma potrebbero anche portare a forti tensioni con i vicini, a causa della concorrenza dei prodotti agricoli ucraini.
L’inasprimento degli attacchi russi ai porti ucraini è pertanto un duro colpo per l’economia ucraina, già prostrata dopo oltre quattro anni di guerra e fortemente dipendente dagli aiuti finanziari dei suoi sostenitori occidentali, e segna anche un aggravamento del conflitto stesso, rappresentando la reazione russa alla mancanza della prospettiva di un accordo e agli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo.
La sistematica distruzione economica, infrastrutturale e militare dell’Ucraina provoca dei contraccolpi tra i vertici politici e militari, determinati dalla necessità di trovare un capro espiatorio sul quale scaricare le responsabilità del disastro, evitando che la rabbia e la sofferenza della popolazione si scagli contro la borghesia ucraina e i suoi passacarte politici. Ne hanno fatto le spese il ministro della Difesa ucraina, Mykhailo Fedorov, e il capo dell’esercito, generale Syrsky. I due sono stati presentati dalla stampa borghese come in conflitto fra loro circa la modalità di conduzione della guerra. Da una parte, c’era la visione “sovietica” del generale Syrsky, legata ad un modo di combattere dove a predominare ci sono i diversi tipi di armi, le munizioni, la logistica e soprattutto i soldati, tanto che il generale è conosciuto anche come “il macellaio”, per la sua disponibilità ad assecondare i voleri dei vertici politici, mai disposti a far arretrare i soldati anche in situazioni disperate, provocando un gran numero di perdite; dall’altra, la visione più moderna di Fedorov, al quale viene attribuito il merito di aver sviluppato il massiccio uso di droni. Tali ricostruzioni servono solo a gettare fumo negli occhi ad una popolazione martoriata dalla guerra. L’andamento della guerra dimostra che non c’è una reale contrapposizione tra questi due modi di combattere, essendo ormai l’utilizzo dei droni pienamente integrato nelle operazioni da una parte e dall’altra del fronte. Personaggi alla Fedorov sono utili alla narrazione che si possa combattere senza dover ricorrere ad una continua caccia per le strade delle città e dei villaggi d’Ucraina di uomini da gettare nel tritacarne della guerra. Ma è appunto una narrazione, la borghesia ucraina, foraggiata dalle borghesie d’Occidente, ha bisogno di centinaia di migliaia di soldati per continuare a svolgere il suo ruolo di combattente contro la Russia. In fin dei conti, il licenziamento di Fedorov risiede nel suo tentativo di modificare il sistema di appalti legato al Ministero della Difesa, come da lui stesso sostenuto in un’intervista: “La ragione è legata agli appalti, alle gare d’appalto e al fatto che abbiamo iniziato a ristrutturare i processi in questa direzione: ciò ha causato grande insoddisfazione”, aggiungendo che “al ministero della Difesa non avrei mai immaginato che potessero esserci persone nominate a capo di dipartimenti da aziende private”. La guerra è un ottimo affare per la borghesia ucraina e non sono ammesse interferenze da parte del personale politico!
Chi comanda, chi paga, chi muore
Data la difficile situazione economica e militare in cui versa, a consentire all’Ucraina di poter continuare a combattere contro la Russia c’è solo il sostegno da parte degli imperialismi d’Occidente. Ma per continuare la guerra, l’Ucraina ha la necessità di soddisfare costantemente la carenza di mezzi e di uomini.
Per quanto riguarda le forniture militari, non può far altro che contare sul sostegno economico degli alleati in Europa e sull’interesse degli Stati Uniti a incassare dalle commissioni belliche. Questa dipendenza dal sostegno straniero è apparsa in tutta la sua evidenza nella vicenda dei missili Patriot, in quanto gli Stati Uniti si sono tirati indietro rispetto all’ipotesi di concedere la licenza alla produzione di tali missili direttamente in Ucraina (con molta probabilità, al cambiamento di atteggiamento americano è stato determinante il recente bombardamento russo in territorio ucraino di una fabbrica di droni di proprietà americana).
Invece, la carenza di uomini è colmata nell’unico modo possibile, attraverso il reclutamento forzato o meglio la cattura vera e propria di uomini da spedire al fronte. La presunta “resistenza” dell’Ucraina esiste solo nei contorsionismi del peggiore opportunismo. La borghesia ucraina ha venduto il proprio Paese e il suo proletariato agli interessi delle borghesie occidentali, trasformandolo nel terreno di scontro contro la Russia e i suoi uomini in carne da cannone.
Ad ormai quattro anni e mezzo dall’inizio della guerra, non è solo il ruolo di vittima sacrificale svolto dall’Ucraina ad essere delineato con sempre maggiore chiarezza ma anche il rapporto tra gli imperialismi coinvolti nella contesa sul fronte dell’Europa orientale a fianco di Kiev.
L’avvio della presidenza Trump si era caratterizzato per un tentativo di riavvicinamento alla Russia, utile per incunearsi nel rapporto tra russi e cinesi, provando a compromettere il vantaggioso legame della Cina, principale nemico dell’imperialismo americano, col vicino russo. L’assenza di progressi nelle trattative ha spinto gli Stati Uniti verso l’unica strada praticabile, ossia la continuazione della guerra contro la Russia attraverso l’Ucraina, introducendo però una sostanziale differenza rispetto all’amministrazione Biden, data dal fatto che i costi della guerra sono stati scaricati completamente sui docili europei.
I Paesi europei che hanno subito l’imposizione americana di utilizzare la pedina ucraina nella guerra contro la Russia, rinunciando ai vantaggi dell’approvvigionamento energetico russo, tanto da far sprofondare la propria economia, si ritrovano in una condizione di subordinazione all’imperialismo americano, costretti a servire gli interessi americani su quel fronte con un ingente sostegno economico, a cui bisogna aggiungere gli acquisti di armi americane e la dipendenza energetica dagli USA.
Il vertice NATO di Ankara, che si è tenuto il 7 e 8 luglio 2026, non ha che confermato lo stato attuale dei rapporti nel composito fronte anti-Russia, smentendo le ricostruzioni di alcuni “esperti” sulla fine della NATO. È la natura della contesa imperialistica che pone anche gli alleati in competizione fra loro per la spartizione del bottino che non avviene solo a scapito degli imperialismi nemici ma vede anche una lotta tra briganti in combutta per accaparrarsi una parte più cospicua del bottino.
Il vertice di Ankara ha prima di tutto confermato la Russia come il nemico dell’Alleanza, nella dichiarazione finale si parla di “minaccia a lungo termine” che va contrastata.
È appunto l’abbandono di quel tentativo di riavvicinamento alla Russia da parte dell’imperialismo americano. Il prezzo da pagare da parte degli “alleati” europei è costituito da maggiori impegni finanziari e militari: “Per il 2026, gli Alleati si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento e riaffermano il loro impegno sovrano a mantenere almeno livelli equivalenti nel 2027”, come risulta dalla dichiarazione finale.
In tal modo, l’accettazione da parte degli europei di farsi carico di un incremento di esborsi in armamenti ha assopito le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico che hanno preceduto il vertice ed è rientrata anche la minaccia americana di un disimpegno dall’Europa.
Gli Stati Uniti si sono così assicurati la continuazione della guerra contro la Russia, non solo in maniera praticamente gratuita in quanto del pacchetto di 70 miliardi di euro non è previsto un contributo americano, ma facendo anche un buon affare per la sua industria bellica, dato che buona parte di questi 70 miliardi che i Paesi europei (e il Canada) finanzieranno saranno spesi per acquisti di armamenti prodotti da aziende americane. Si tratta della discontinuità introdotta dall’amministrazione Trump rispetto ai primi anni della guerra, che ha azzerato la spesa degli Stati Uniti e ha scaricato i costi bellici sulle spalle dei Paesi europei.
Resta inoltre da soddisfare un’altra richiesta da parte del padrone americano che vorrebbe gli europei farsi carico anche dell’obiettivo di aumentare le spese della difesa al 5% del PIL entro il 2035.
La NATO rimane in piedi, con tutte le divisioni al suo interno, ma con l’esplicita conferma che gli Stati Uniti sono il padrone dell’Alleanza. Le tensioni al suo interno sono l’inevitabile contraccolpo dato dalla necessità da parte dell’imperialismo americano di disimpegnarsi dall’Europa, non nel senso di abbandonare la presa sul continente che viene mantenuta per mano dell’asservimento dei deboli e divisi Paesi europei, ma in direzione di un dirottamento delle risorse finanziarie e militari verso altri fronti, oggi il Medio Oriente, domani l’Asia orientale, dove è in prospettiva il decisivo scontro contro la Cina, il principale nemico dell’imperialismo americano per il predominio mondiale. Il declino dell’imperialismo americano, incalzato dall’ascesa di nuove potenze imperialiste, Cina in primis, non permette più agli USA di svolgere quel ruolo di gendarme mondiale che ha ricoperto dalla vittoria nella seconda guerra mondiale in poi. Gli Stati Uniti hanno la necessità di ridefinire la loro supremazia mondiale attraverso lo spostamento di risorse verso quelle aree del mondo dove il loro predominio viene sfidato dall’espansionismo crescente di rampanti imperialismi, l’Asia quindi, e pertanto devono ridurre le spese verso l’Europa, imponendo ai sottomessi europei i costi del fronteggiamento della Russia, e riducendoli a buoni acquirenti di armi e energia americane.
I miliardi europei per la guerra
Subita la guerra contro la Russia, che come abbiamo fin da subito stabilito era essa stessa una guerra contro l’Europa, i Paesi europei, indeboliti economicamente dagli alti prezzi dell’energia e dissanguati dalle spese belliche per il sostegno all’Ucraina, si sono incamminati con ostinazione verso questa campagna militare contro la Russia, la cui sconfitta è l’unica via d’uscita per le borghesie europee, che troverebbero una boccata d’ossigeno nella rapina imperialistica delle risorse russe e nella spartizione dell’Europa orientale sotto influenza russa.
Sconfiggere la Russia è pertanto l’unico modo per uscire dalla crisi economica, e dato che la Russia sta vincendo la guerra sul campo, il sostegno europeo all’Ucraina va inserito in una prospettiva di una guerra sul lungo periodo. Finora, la Russia ha resistito, l’utilizzo dell’Ucraina non è servita a piegare la Russia, così come le sanzioni, ma la strada è tracciata, dopo aver spremuto tutte le risorse ucraine toccherà direttamente agli europei lanciarsi nella guerra diretta contro la Russia. Ma, per tale prospettiva, serve tempo per il riarmo, e il tempo è comprato inondando Kiev di miliardi e armi, facendo degli ucraini carne da macello. In sostanza, armare l’Ucraina oggi serve per riarmare l’Europa per la guerra di domani.
In questo contesto, si inseriscono i 70 miliardi per il sostegno all’Ucraina stabiliti al vertice NATO di Ankara. L’Unione Europea ne fornirà circa 30, nel quadro del cosiddetto Ukraine Support Loan, il piano di aiuti finanziari all’Ucraina che l’UE ha stanziato per il biennio 2026-27 destinato a raggiungere i 90 miliari di euro, di cui appunto 30 miliardi nel 2026 destinati al riarmo ucraino, che vengono in tal modo integrati nel piano stabilito al vertice di Ankara. Gli altri 40 miliardi saranno finanziati dai singoli Stati, in particolare da quei Paesi dell’Europa centro-settentrionale che maggiormente stanno sostenendo l’Ucraina.
L’interruzione dei flussi economici verso l’Ucraina da parte americana ad inizio 2025 è stata quasi del tutto rimpiazzata da maggiori contributi da parte dell’UE e dei singoli Paesi europei. Secondo i dati del Kiel Institute, lo scorso giugno si è raggiunto uno dei picchi del finanziamento a Kiev, il terzo più alto dall’inizio del conflitto, con 7,2 miliardi di euro, che sommati agli stanziamenti di maggio raggiungono quasi 11 miliardi di euro. Dai dati forniti dall’istituto emerge anche la tendenza a mantenere il livello degli aiuti militari dell’anno precedente, mentre sono in calo gli aiuti finanziari e umanitari, e si riscontra anche la dipendenza dalle forniture di armi da parte degli Stati Uniti, con almeno 3 miliardi di euro di aiuti militari stanziati dagli europei da gennaio a giugno per armi fabbricate da aziende americane.
In sostanza, il venir meno dell’impegno finanziario degli USA non è del tutto coperto da parte di maggiori contributi da parte degli europei, e in questa minore disponibilità di risorse economiche per l’Ucraina si tendono a privilegiare gli aiuti militari, dove le armi americane costituiscono la base del supporto militare, a discapito delle altre esigenze del bilancio ucraino e delle forniture umanitarie, a conferma che il ruolo degli ucraini è quello di combattere e morire contro la Russia, per gli interessi delle borghesie d’Occidente.
Tutti questi miliardi servono all’Europa per comprarsi tempo necessario al proprio riarmo, che passa principalmente per i singoli Paesi europei. A primeggiare sarà l’imperialismo tedesco, la cui potenza economica sovrasta di gran lunga quella degli altri Paesi europei. Non si tratta di una scelta politica, ma di una direzione obbligata per fermare la deindustrializzazione del Paese, con i piani di riarmo che servono a rivitalizzare l’industria tedesca soffocata dalla perdita del legame con i bassi prezzi dell’energia proveniente dalla Russia e non più competitiva sul mercato mondiale.
I costi del riarmo europeo sono del tutto scaricati sulle spalle del proletariato, che pagherà in termini di un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.
Di fronte ai piani di riarmo e alla guerra imperialista che dall’Ucraina tende ad uno suo allargamento, il proletariato sarà chiamato a versare sudore e sangue per la patria borghese. Solo se compatto in organizzazioni autenticamente classiste che rifiutino qualunque richiamo al sacrificio nazionale e sotto la guida del Partito Comunista, il proletariato potrà adempiere al suo compito storico di conquistare il potere e distruggere il dominio borghese che sta preparando un nuovo gigantesco massacro.