Partito Comunista Internazionale

Una cerimonia funebre per rinnovare il patriottismo iraniano

Categorie: Iran, Middle East and North Africa

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L’assassinato Leader Supremo dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, è stato deposto nella bara, adornata con la bandiera nazionale e circondato dagli altri membri della sua famiglia, uccisi insieme a lui nel suo complesso residenziale. A questo evento hanno partecipato gruppi e delegati di diverse fedi, provenienti da tutto il mondo, per rendere omaggio al defunto leader, che ha contribuito a trasformare l’Iran nella potenza imperialista che è oggi. Si dice che un fervore nazionalista abbia travolto l’intero Paese; mentre ieri i lavoratori lottavano contro il dominio della borghesia iraniana e venivano giustiziati, oggi questi lacchè e adulatori della borghesia vorrebbero farci credere che il proletariato si riunisca e versi lacrime di cordoglio per il proprio Rahbar! Favole a parte, non c’è dubbio che un periodo così tumultuoso, come quello che ha colpito l’Iran durante queste lunghe e disperate settimane, non abbia fatto altro che decuplicare le sofferenze dei lavoratori. Il proletariato, nel momento in cui è più vulnerabile e privo del proprio partito, spesso si schiera dalla parte della borghesia poiché non vede altra via d’uscita evidente. La borghesia accoglie volentieri chiunque possa servirle per perseguire i propri interessi e altri calcoli astuti, specialmente se ciò avviene sotto la patina del servizio volontario o, peggio ancora, di un «interesse comune» contro un «nemico comune».

Ma c’è un’altra cerimonia funebre, una che non si è ancora tenuta, ma il cui cadavere si dimena ancora, i cui spasimi e contorcimenti danno la falsa impressione che non abbia perso gran parte del proprio potere. Gli Stati Uniti, con il loro titolo di egemone finanziario mondiale, vedono la propria egemonia sfuggirgli lentamente ma inesorabilmente dalle mani ormai da tempo. Quel settore della borghesia americana, che vuole ad ogni costo riportare gli Stati Uniti sulla scena globale con mezzi da falchi da guerra, attraverso il proprio disperato sciovinismo e con l’ottimistico tifo della leadership israeliana, ha portato a questo nuovo episodio militare. Lo scopo iniziale dichiarato era presumibilmente il «cambio di regime in Iran», ma è stato successivamente rivisto in un semplice «appropriazione di petrolio e gas». La vera motivazione è ovviamente l’ulteriore spartizione del mercato mondiale a favore degli interessi comuni di Stati Uniti e Israele. Ecco perché, quando l’attacco ai vertici politici non è riuscito a fornire loro un fantoccio compiacente, il governo americano si è invece visto costretto a sequestrare navi da carico iraniane, il tutto al fine di appropriarsi di detto petrolio e gas per sé stesso.

L’intero evento non ci coglie di sorpresa. Per mettere in luce la natura immutabile dell’imperialismo, citeremo integralmente dal nostro lavoro pubblicato per la prima volta decenni fa su Comunismo n. 53, “Lo scompenso degli equilibri imperiali fra crisi economica e rumori di guerra”, uscito nel dicembre 2002:

«Chi pensa che il fatto che gli Stati borghesi si lancino armati contro, o in difesa, degli “Stati canaglia” sia prova e tripudio di potenza, si sbaglia di grosso. Il tripudio è forzato, e lo sfoggio di potenza storicamente difensivo e obbligato.

Non vi è inattesa fine della storia con l’affermarsi definitivo dell’Impero Americano, né tantomeno la scomparsa degli Stati-nazione in un unico impero senza confini e senza centro, come delira qualche nanerottolo. Anzi, si è alla vigilia di processi che il marxismo da tempo attende. La voce grossa dell’America è espressione del declino della sua egemonia sul mondo. Botoli statali capitalisticamente di minore taglia quali l’Iran, il Pakistan, l’Arabia Saudita e altri pretendono i loro ossi, puntano ad un’influenza nelle proprie regioni, e a denti stretti ringhiano attorno al mastino Yankee. Washington vorrebbe unificare il mondo borghese sotto i suoi interessi, ma quel mondo è già unificato, nel traboccare delle sue troppo stridenti e incontrollabili contraddizioni».

Oggi, non solo vediamo che questi Stati capitalisti minori continuano inevitabilmente a «rivendicare la propria fetta» come conseguenza del modo di produzione capitalistico, ma che questo «Impero americano», per quanto limitato fosse in precedenza nelle sue grida di battaglia, si è sicuramente ridotto in misura ancora maggiore! Si è arrivati al punto che le frequenti critiche e invettive dell’apparato statale americano contro i propri «alleati europei» per non essersi uniti alla guerra non vengono affatto prese sul serio. La politica estera americana, il suo apparato militare gonfiato oltremisura non è affatto prova della sua supremazia; al contrario, questi frequenti scontri, questa scommessa per cercare di tornare alla ribalta, dimostrano proprio quanto l’America sia decaduta. Ora deve lottare disperatamente per mantenere la propria posizione sulla scena mondiale.

L’Iran, a prescindere da ciò che si possa dire della sua presunta «vittoria» e dal fatto che alla fine si riveli o meno una vittoria di Pirro, ha comunque costretto molti Stati europei a chiedere incessantemente una fine immediata della guerra, per timore che le proprie economie cadessero in una recessione ancora più profonda e che le riserve di petrolio e gas si esaurissero. Questa fragilità dell’economia mondiale ha permesso all’Iran di ottenere condizioni favorevoli nell’«accordo con l’Iran». Non sorprende nessuno, tuttavia, che tali termini rimarranno per sempre una formalità borghese. Ci sono già stati continui zigzag e disaccordi riguardo all’accordo; ulteriori attacchi missilistici e minacce sono ripresi e cessati e così via. Questa instabilità non fa che favorire il declino dell’egemonia americana; lo Stato israeliano, che molti nella «sinistra» descrivono erroneamente come completamente asservito agli interessi americani, ha sistematicamente seguito le proprie strade e compiuto le proprie manovre militari, nonostante ciò che gli americani desideravano per la conclusione di questo cosiddetto accordo.

Ciò che è certo, tuttavia, è che queste condizioni del dopoguerra non devono equivalere a una fedeltà incondizionata alla propria leadership borghese. Il proletariato non può sentirsi soddisfatto per questa presunta sconfitta che è avvenuta per mano di uno Stato pienamente capitalista ai danni del più imponente imperialismo del mondo.

Non deve cadere in un ulteriore nazionalismo, né nel desiderio di vendetta contro i lavoratori di queste altre nazioni. Il proletariato deve identificare le proprie sofferenze — «il depauperamento causato da massacri, malattie, fame, ecc., e l’immensa distruzione della ricchezza, con la conseguente crisi economica e l’impossibilità di sviluppare l’industria e l’agricoltura a causa della mancanza di capitale e di manodopera» — con quelle delle borghesie non solo della propria nazione, ma di tutte le altre!

I lavoratori iraniani, che soffrono terribilmente sotto il giogo del capitale, dovrebbero consolidare la propria forza all’interno di una forza di lotta che sia veramente loro, quella che è veramente proletaria, sotto la guida e la disciplina del Partito Comunista Internazionale. Anche i lavoratori americani devono vedere le crepe nello scafo e affermare che non affonderanno insieme alla borghesia che comanda la nave degli interessi finanziari americani; devono intraprendere il difficile percorso di tutti i lavoratori dei paesi avanzati e portare a compimento la totale distruzione dell’egemonia della loro nazione, instaurando invece la falce spietata della dittatura proletaria, che è l’unica risposta all’imperialismo e l’unica forza in grado di porre fine alla guerra.