Da Belfast al Sudafrica, ad ogni latitudine, la caccia all’immigrato è strumento di dominio borghese sul proletariato
Categorie: Immigration, Ireland, Racial Question, South Africa
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Al grido di “fuori gli stranieri!”, nelle notti tra il 9 e il 10 giugno, a Belfast si sono avute violenze contro la popolazione immigrata. Si è trattata di una vera e propria caccia allo straniero, condotta da gruppi razzisti che a volto coperto hanno attaccato le case degli immigrati, sfondando porte e finestre, appiccando incendi a case, auto, cassonetti e anche ad un autobus. Sono stati improvvisati anche dei posti di blocco, per cercare stranieri tra i conducenti e i passeggeri delle auto fermate.
L’attacco contro gli immigrati a Belfast non è stato di certo un’improvvisa fiammata di violenza in seguito all’accoltellamento avvenuto l’8 di giugno ai danni di un residente locale da parte di un migrante, ma è stato condotto attraverso una specifica organizzazione e coordinamento, tanto che prima dell’inizio delle violenze erano stati diffusi online gli indirizzi delle case abitate da stranieri, indicando in tal modo gli obiettivi da colpire, e con la presenza, durante le violenze, di uomini che dirigevano le operazioni di terrore.
Non si è trattato nemmeno di un episodio sporadico, in quanto già nel giugno del 2025, a Ballymena, vicino Belfast, a seguito di un fatto di cronaca simile a quello dell’8 giugno, si erano verificati attacchi contro abitazioni e negozi di romeni. Mentre, nel 2024, ci sono stati numerosi incendi contro negozi e case di stranieri, in particolare di religione islamica. Inoltre, una settimana prima dei fatti di Belfast, in seguito ad un altro fatto di cronaca, Southampton era stata teatro di manifestazioni razziste e anti-immigrati.
In un simile contesto, le ipocrite condanne, da parte dei principali partiti politici, delle violenze contro gli immigrati non devono disorientare i proletari. Né tantomeno devono farsi trascinare nella commedia tutta borghese che tende a presentarsi sulla scena in diverse formazioni politiche, in particolare individuando nei partiti e movimenti apertamente anti-immigrazione, come Reform Uk, il pericolo da combattere. Tutta la classe politica britannica e tutti i mezzi di “informazione” borghesi sono responsabili di tali violenze, supportando da anni campagne anti-immigrazione, al servizio della propria borghesia che ha bisogno di forza lavoro a basso prezzo, ma tenuta in una condizione di costante ricatto proprio dalle politiche contro l’immigrazione e dalla diffusione di campagne di odio contro gli stranieri. Nel Regno Unito, i rimpatri forzati e “volontari”, praticamente le espulsioni, hanno raggiunto un totale di 39 mila unità nei 12 mesi fino a marzo 2026, con un aumento del 7% rispetto all’anno precedente.
Ai proletari i fatti di Belfast non devono apparire come confinati a livello locale e spiegati con dinamiche specifiche, come tende a fare una certa sinistra enfatizzando il ruolo svolto dai gruppi dei paramilitari lealisti. Il grado di organizzazione del pogrom di Belfast può anche essere dipeso dal radicamento in alcuni quartieri dei paramilitari lealisti, che hanno accumulato negli anni passati una buona esperienza nella lotta contro la popolazione irlandese cattolica, e mantengono un certo controllo di alcuni quartieri di Belfast, ma il fenomeno della caccia allo straniero e, in generale, della diffusione di posizioni e pratiche anti-immigrati si inserisce nella storia della dominazione borghese, che è strettamente connessa alla necessità da parte della classe dominante di dividere gli oppressi, per creare barriere che impediscano la formazione di un compatto fronte proletario che superi le divisioni religiose, etniche e nazionali e si scagli contro l’ordine borghese.
… al Sudafrica
Il capitalismo, che si è diffuso su scala mondiale, riproduce le sue caratteristiche in egual modo a tutte le latitudini, senza tener conto di presunte specificità delle popolazioni locali, trascinando tutti i Paesi, ognuno con le proprie particolarità nazionali, etniche, religiose, nella medesima barbarie. E così, a breve distanza temporale dalle infamie di Belfast, anche il Sud del mondo ha avuto la sua caccia allo straniero. Si tratta del Sudafrica, dove il terrore contro gli stranieri ha di gran lunga superato le dimensioni del pogrom di Belfast.
Quel Sudafrica, è bene ricordarlo, che per certe anime belle rappresenta un modello della convivenza e del rispetto dei diritti umani, avendo abbandonato, a metà anni Novanta, il regime razzista bianco; mentre oggi è parte del gruppo BRICS, di quel cosiddetto Sud Globale che, a detta dei moderni anti-imperialisti, sta costruendo il mondo multipolare sfidando il perfido dominio dell’unipolarismo americano.
Anche in Sudafrica, la necessità per il Capitale di tenere frammentata la classe operaia, ha prodotto il suo movimento anti-immigrazione, denominato March and March, tra i cui obiettivi vi è l’espulsione degli immigrati illegali, imponendo anche una data, il 30 giugno. Insieme ad altri movimenti affini, come Operation Dudula, sono state organizzate manifestazioni anti-immigrati nelle principali città, degenerate poi in violenza e vero e proprio terrore contro gli stranieri, in particolare contro i lavoratori, con tanto di controlli presso stabilimenti industriali e altre imprese, provocando addirittura la chiusura di alcuni di essi. Oltre a diversi assassinii di lavoratori stranieri, il risultato è stato quello di avere provocato una grande ondata di rimpatri, quantificati l’11 luglio, secondo i dati governativi, in oltre 53 mila!
Veramente risibile è il commento che si tratta di “rientri volontari o assistiti”, come se il lavoratore straniero sotto attacchi in cui è a rischio la propria vita si trovi nella posizione di poter scegliere se restare o andare via!
La retorica dei rimpatri volontari serve per mascherare la portata di questa espulsione di massa, ma nei fatti il governo sudafricano è responsabile di questa deportazione di migliaia di stranieri, cavalcando l’onda della protesta anti-immigrati, ma gestendola dall’alto: il trionfo del cosiddetto Stato di diritto! Ovviamente il governo ha condannato la violenza, il monopolio della violenza è prerogativa dello Stato borghese!
In ogni caso, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha riconosciuto pubblicamente che vanno prese in considerazione le preoccupazioni relative all’immigrazione irregolare, al controllo dei confini e alle difficoltà dei servizi pubblici. D’altronde, il partito al governo, l’African National Congress (Anc), è in crisi da anni e non può subire ulteriori cali dei consensi. Sebbene alle elezioni del 2024 abbia ottenuto ben il 40% dei voti, l’ANC, al potere dalle prime elezioni post apartheid nel 1994, è sceso per la prima volta sotto la maggioranza assoluta, e non avendo i numeri per governare da solo ha dovuto formare una coalizione. Ma ancora più grave per la stabilità dell’intera impalcatura della democrazia borghese, è il crollo della partecipazione elettorale, che ha toccato il minimo storico con il 58% di votanti.
È il segnale di un malcontento diffuso, non solo verso l’ANC, ma nei confronti di una situazione economica che costringe nella miseria decine di milioni di sudafricani. Lo sviluppo economico del Paese negli ultimi anni ha reso il Sudafrica una delle economie più ricche del continente africano, attirando in tal modo lavoratori migranti dagli altri Paesi dell’Africa meridionale, ma anche da quelli del Golfo di Guinea e del Corno d’Africa. Oggi, però, l’economia del Paese registra una disoccupazione di ben il 32%, con livelli che superano il 60% tra i più giovani. In un contesto del genere, la rabbia sociale viene incanalata dalla borghesia sudafricana verso l’odio dello straniero, rendendo i migranti l’obiettivo verso cui scatenare la rivolta che fermenta nel Paese.
Come in Europa, anche in Africa, e dappertutto sotto il dominio borghese, la rivoluzione in marcia può essere fermata solo frantumando l’unità internazionale del proletariato, schierando sotto direzione borghese i proletari gli uni contro gli altri.
Proletari di tutti i paesi unitevi!
I fatti di Belfast e del Sudafrica sono solo gli ultimi esempi più eclatanti di caccia all’immigrato. Non si tratta di vicende esclusive degli ultimi tempi, ma la questione dell’immigrazione è presente fin dagli albori della diffusione del modo di produzione capitalistico, i cui caratteri fondamentali risultavano già ben fissati, finanche relativamente ad aspetti che possono sembrare apparentemente recenti, come è appunto il caso del fenomeno migratorio.
Qualche anno prima della pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista nel 1848, Engels aveva descritto in maniera precisa le condizioni del moderno proletariato, individuando anche lo stretto legame tra lo sviluppo capitalistico e il fenomeno migratorio:
“Il rapido estendersi dell’industria inglese non avrebbe potuto aver luogo, se l’Inghilterra non avesse potuto disporre di una riserva nella numerosa e povera popolazione irlandese. L’irlandese, a casa sua, nulla aveva da perdere, molto da guadagnare in Inghilterra, e, dopo che in Irlanda si venne a sapere che nella parte orientale del canale di S. Giorgio, v’era lavoro sicuro e buon salario per forti braccia, ogni anno squadre di irlandesi immigrarono” (La situazione della classe operaia in Inghilterra).
La nostra dottrina di classe aveva già all’epoca ben presente i termini della questione, i compiti che il Partito del proletariato si trovava ad affrontare dinanzi alla presenza accanto al proletariato autoctono di proletari migranti. Ne parla Marx in una lettera del 1870:
“E ora la cosa più importante! In tutti i centri industriali e commerciali dell’Inghilterra vi è adesso una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il tenore di vita. Egli si sente di fronte a quest’ultimo come parte della nazione dominante e proprio per questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti contro l’Irlanda, consolidando in tal modo il loro dominio su sé stesso. L’operaio inglese nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali verso quello irlandese. Egli si comporta all’incirca come i bianchi poveri verso i negri negli Stati un tempo schiavisti dell’unione americana. L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.
Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo” (Lettera inviata da Karl Marx a Sigfried Meyer e August Vogt, 1870).
In un discorso dell’agosto del 1919, Lenin si soffermava sulla questione dell’antisemitismo e inquadrava la questione da un punto di vista più generale:
“I grandi proprietari fondiari e i capitalisti cercarono di indirizzare contro gli ebrei l’odio degli operai e dei contadini estenuati dalla miseria. Anche in altri paesi, capita spesso che i capitalisti attizzano l’odio contro gli ebrei per gettare polvere negli occhi all’operaio e distogliere il suo sguardo dal vero nemico dei lavoratori, il capitale. […] Non sono gli ebrei i nemici dei lavoratori. I nemici degli operai sono i capitalisti di tutti i paesi. […] I capitalisti si sforzano di seminare e attizzare l’odio tra gli operai di diversa fede, diversa nazionalità, di diversa razza” (I pogrom contro gli ebrei, 1919).
Da queste poche e brevi citazioni ricaviamo che per il marxismo le attuali questioni riguardanti i fenomeni migratori e le sue conseguenze sulla composizione etnica delle popolazioni dei vari Paesi del mondo non sono novità con le quali fare i conti, né tantomeno ci impongono di rivedere le nostre posizioni e di aggiornarle. La nostra dottrina affonda le sue radici proprio nella convinzione che il proletariato, benché diviso dalle barriere degli Stati borghesi, sia una classe internazionale, i cui interessi storici travalicano i confini degli Stati e qualunque differenza di ordine etnico o religioso. Proletari di tutti i paesi unitevi! Proclamammo nel 1848. Nulla è mutato da allora.
Solo l’internazionalismo proletario è l’antidoto al veleno dell’odio razziale e barriera alla caccia allo straniero.
Sulla cosiddetta remigrazione
Oggi, la questione della lotta contro l’immigrazione è sbandierata con particolare vigore da organizzazioni di estrema destra, se non apertamente neofasciste, che portano avanti il loro compito di seminare l’odio contro i lavoratori stranieri anche con formule apparentemente nuove, come le aberranti teorie della cosiddetta “remigrazione”, cioè la deportazione forzata dei migranti, una vera e propria pulizia etnica. Tale assurda teoria, non riflette nient’altro che il tentativo di strati piccolo-borghesi di salvarsi dalla rovina economico-sociale in cui sono destinati a precipitare, aggravata dalla crisi attuale del modo di produzione capitalistico, che ha imboccato la strada della guerra imperialista e costringe ogni Stato borghese a procedere alla corsa al riarmo, dirottando sempre maggiori risorse verso il rafforzamento del proprio esercito e distruggendo in tal modo quel, se pur misero, stato sociale costruito con le briciole della rapina imperialistica. La teoria della remigrazione nasce proprio dalla ristrettezza di vedute della piccola-borghesia che si illude, come in Germania negli anni Trenta, di potersi salvare dalla propria storica rovina sacrificando una parte della popolazione, appunto quella straniera.
In questo contesto, il rischio è che l’opportunismo riesca a deviare la lotta proletaria sul piano della lotta al fascismo, contro i partiti di estrema destra, per la difesa della democrazia e a sostegno dei diritti e dello Stato.
La borghesia continuerà con tutti i mezzi a sua disposizione a tenere divisa la classe proletaria. Il proletariato internazionale non deve farsi ingannare né da quelle posizioni che seminano divisione tra lavoratori autoctoni e migranti, vecchio arnese borghese per tenere sottomesso il suo nemico storico, né dall’opportunismo, sempre pronto a deviare la lotta proletaria verso uno sbocco compatibile con il mantenimento dell’ordine borghese.