Partito Comunista Internazionale

Il “patto per la fabbrica”: la concertazione per soffocare la lotta operaia

Categorie: CGIL, Italy, Union Activity, Union Question

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Il modello corporativo nelle relazioni sindacati-padronato-stato, cui da tempo si ispira la cosiddetta “concertazione”, già iniziato per opera della Confederazione Generale del Lavoro, all’indomani del primo dopoguerra, venne portato a compimento e a regola con l’avvento del fascismo, a seguito delle sconfitte subite dal movimento proletario, e la distruzione delle sue organizzazioni, condotte alla capitolazione dalla direzione controrivoluzionaria che aveva imperato fino ad allora.

Le corporazioni raccoglievano i rappresentanti del sindacato, degli imprenditori e dello Stato. Divenivano parte della macchina statale e rappresentavano la camera di compensazione in cui si svolgeva la concertazione (appunto!) volta a prevenire i conflitti fra salariati e capitale. Risultato che tuttavia non sempre si riusciva ad ottenere, costringendo talvolta anche il sindacato fascista, sotto la pressione del proletariato, a farsi carico di conflitti in difesa delle rivendicazioni operaie. Infatti mai potrà esistere un regime che, per decreto, possa abolire la lotta di classe.

Senza soluzione di continuità con il sindacalismo fascista furono poi ricostruite le organizzazioni nel secondo dopoguerra, sotto l’egida dei partiti della Resistenza (CNL), della Chiesa, dell’imperialismo americano e russo (Patto di Roma del 3 Giugno 1944). Si trattava di imbrigliare subito il proletariato, che, nelle tragiche condizioni in cui versava, si sarebbe potuto disporre alla sua difesa economica in modo indipendente, come si era dimostrato negli scioperi del nord Italia nel’ 43, successivamente dei braccianti in Puglia e quindi le lotte nel meridione che avevano portato alla ricostituzione della CGL rossa a Napoli. Di fatto rifiutando i terribili sacrifici per la ricostruzione post bellica a cui i falsi Partiti comunisti e socialisti intendevano piegarla.

Nel nostro organo “Battaglia Comunista”, definimmo allora la resuscitata CGIL, scaturita dal patto di Roma (che aggiungeva la I, che sta per “italiana”) organizzazione “cucita sul modello Mussolini” (“Le scissioni sindacali in Italia” – Maggio 1949). 

Questa caratteristica fondante della CGIL, rinata nel dopoguerra, si è andata sempre più disvelando man mano che la fase di ripresa economica e la possibilità di consistenti azioni rivendicative si andava esaurendo. Nella misura in cui il capitalismo volgeva verso una crisi sempre più profonda, si imponeva ai sindacati collaborazionisti una politica sempre più marcata di rinunzia alla difesa delle condizioni dei lavoratori e di accettazione dei sacrifici imposti in nome della “economia nazionale”.

In chiave corporativa, già nel 1983, in vista dell’inizio della stagione contrattuale e per stabilire da subito le condizioni in cui si sarebbero stilate le piattaforme rivendicative, veniva siglato l’accordo fra Governo, Cgil-Cisl-Uil e Confindustria denominato “Protocollo globale di intesa sul costo del lavoro” dove, se da un lato il governo si impegnava al contenimento del carico fiscale sui salari, dall’altro il sindacato si impegnava a concedere flessibilità sugli orari, la mobilità interaziendale, l’occupazione a tempo parziale e determinato, controlli più stretti sull’assenteismo. Addirittura venivano fissati i limiti compatibili per gli aumenti salariali che nelle piattaforme si sarebbero dovuti rispettare.

Successivamente, di fronte alla crescita del sindacalismo di base, già manifestatasi come reazione al collaborazionismo confederale nel pubblico impiego e nei servizi (ospedalieri, ferrovieri e tramvieri, assistenti di volo, scuola, impiegati dello Stato ed enti locali, etc.), sorgeva l’esigenza di bloccare lo sviluppo di questi movimenti anche nell’industria e di blindare la rappresentanza delle Confederazioni, affermandole come unico interlocutore, destinato a rappresentare i lavoratori.

Nel Giugno 2011 e Gennaio 2014 venivano stilati accordi fra Confindustria e Sindacati Confederali dove erano stabiliti, come riferimento per la rappresentanza, la media ponderata tra il dato associativo che ogni singola azienda avrebbe fornito sulla base delle deleghe firmate da ogni singolo lavoratore ed i voti ottenuti nelle elezioni delle Rsu. Solo le organizzazioni sindacali firmatarie di tali accordi – siglati con la triplice – sarebbero state titolate a rappresentare i lavoratori. Quindi, per essere considerati “rappresentativi” (cosiddetta “rappresentanza certificata”) gli organismi di base, opposti alla linea confederale, avrebbero dovuto firmare gli accordi e accettare la delega, rendendo noti i dati dei propri iscritti ed esponendoli di fatto alla repressione padronale. Da notare come il nostro Partito, proprio per questo motivo, si schierò fermamente contro la delega, ossia l’iscrizione al sindacato tramite il padrone, fin da quando venne introdotta, rivendicando l’adesione diretta.

Così la concertazione Sindacati/Confindustria approda all’accordo del 28 Febbraio 2018 che caratterizza il cosiddetto “patto per la fabbrica” 

Qui nella premessa si afferma il proposito di puntare a una “governance equilibrata della contrattazione collettiva” e “l’incremento della produttività delle imprese” al fine di “recuperare il gap competitivo e i differenziali che permangono rispetto alle maggiori altre economie concorrenti”. Si tratterebbe quindi di stabilire “un modello di relazioni sindacali autonomo, innovativo e partecipativo che sostenga la competitività dei settori e delle filiere produttive”. Da notare che, quando si parla di “produttività” si deve intendere “maggiore sfruttamento” del lavoro salariato.

E si arriva quindi al tema della rappresentanza, ribadita nei termini già definiti negli accordi precedenti per evitare il cosiddetto “dumping contrattuale” cioè accordi stipulati con soggetti “senza rappresentanza certificata”.

Il Contratto collettivo nazionale “conserverà la sua funzione di regolatore delle relazioni sindacali […] orientando le intese aziendali […] verso il riconoscimento di trattamenti economici legati a reali e concordati obbiettivi di crescita della produttività aziendale”.

L’accordo affrontava poi altri punti comunque ispirati alla collaborazione volta all’incremento della produttività e della competitività aziendale che qui non stiamo a commentare.

Ciò che vogliamo mettere in evidenza è il tentativo di salvaguardare e affermare l’esclusività dell’azione sindacale gestita dalle Confederazioni contro qualsiasi ipotesi di formazione e crescita dal basso di organizzazioni sindacali che si pongano in contrasto con la linea confederale, e appellandosi alla base operaia, ne raccolgano il consenso e la chiamino a mobilitarsi, infrangendo il patto di collaborazione stabilito dai confederali con la controparte padronale e con lo Stato che ne salvaguarda gli interessi.

Ecco che, memori delle lotte rivendicative negli anni della ripresa economica, ci accorgiamo che le stagioni dei contratti, anche per le categorie tradizionalmente più forti e combattive, come i metalmeccanici, si svolgono in sordina. Le piattaforme stilate in nome della “compatibilità” vengono presentate nei posti di lavoro in forma defilata e i pochi scioperi sono un rituale di maniera che non coinvolge più di tanto i lavoratori del settore, men che meno in solidarietà con le altre categorie che pure attendono la ratifica dei contratti. Pure la chiusura delle trattative, nei termini che la concertazione prevede, avviene senza clamore. Né la ratifica avviene più a seguito di una reale “consultazione della base”, che già sapevamo come venisse pilotata per conseguire l’approvazione, pur tuttavia rendendo possibile, nelle assemblee di fabbrica, la manifestazione di dissensi che in taluni casi avevano portato a una secca bocciatura.

Non è comunque con i patti e decine di accordi che i confederali vanno a stabilire per assicurare al Capitale la pace sociale, che si potrà fermare la lotta di classe. Il capitalismo che volge verso una crisi strutturale riporterà la classe lavoratrice a rinnegare tutti i patti stabiliti sulla sua pelle e i tavoli della concertazione.

Ricostruendo le sue organizzazioni di difesa economica, e, ritrovando la sua guida politica nel Partito Comunista, la classe lavoratrice tornerà ad esprimere tutta la sua potenzialità di azione. In questo caso la “rappresentatività” non avrà bisogno di essere “certificata” ma verrà imposta dalla forza espressa dall’organizzazione autenticamente classista.