Russia e Ucraina. Guerra ed Elezioni
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Se mai ce ne fosse bisogno, è opportuno ribadire i nostri tradizionali “chiodi” sulla nostra concezione della guerra tra Stati imperialisti, e, senza aver la presunzione di spiegare tutto, ritornare alle semplici parole dei nostri maestri. Questo è il principio basilare. Poi considerare i fatti storici, ma senza perdere di vista l’obbiettivo finale, la preparazione rivoluzionaria.
Nelle guerre in atto, il Partito non può esimersi dallo studiare come evolvono le operazioni, certo riferendosi ai professionisti militari borghesi senza la presunzione di saperne di più sul piano strettamente militare, come si sviluppano strategie e movimenti, quali le novità che la tecnologia militare consente e le possibilità di prevalere di una parte rispetto all’altra. Parimenti deve analizzare alla luce della sua dottrina materialistica cause remote ed attuali della guerra.
Naturalmente quello che non può permettersi di fare è propendere nelle sue analisi rigorose per una delle parti, ché ciò significherebbe tradimento aperto verso il proletariato classe storicamente internazionale anche se legata al carro dello Stato borghese.
I nostri principi fondanti
Nel suo scritto «Risoluzioni sulla guerra imperialista» Lenin, pur riferendosi alla Prima Guerra Mondiale, definisce con tagliente chiarezza le condizioni e le caratteristiche delle guerre moderne che gli imperialismi nelle fasi più critiche del loro arco storico conducono direttamente o tramite stati terzi:
“La guerra moderna ha carattere imperialista. Questa guerra è stata generata dalle condizioni di un’epoca in cui il capitalismo ha raggiunto il suo stadio più elevato di sviluppo; in cui l’esportazione di capitale è diventata non meno significativa dell’esportazione di merci; in cui la produzione è disciplinata dai cartelli dei produttori e l’internazionalizzazione della vita economica ha raggiunto proporzioni enormi; in cui la politica coloniale ha portato alla spartizione di quasi l’intero globo; — in cui le forze produttive del capitalismo mondiale hanno superato gli stretti confini delle divisioni tra Stati nazionali; — in cui le condizioni oggettive per la realizzazione del socialismo sono pienamente maturate”.
Queste parole sono il caposaldo della nostra concezione degli scontri armati tra Stati e coalizioni di Stati, ed escludono totalmente il concetto di colpa degli uni o degli altri, concetto tanto caro ai piccolo borghesi col quale spiegano in modo semplice e soddisfacente i conflitti, distinguendo secondo gli orientamenti i buoni dai cattivi, i meno buoni dai più cattivi. In questo istradati, aiutati e sostenuti dalla stampa di regime che fa il tifo per una parte o per l’altra. Il Partito sgombra il campo a valutazioni morali su presunte aggressioni da cui l’altra parte si deve difendere.
Per ogni conflitto imperialistico questa è la chiave di lettura dei Comunisti. Il testo esprime però anche un altro concetto a corollario, che è altrettanto vincolante per l’azione del Partito e la sua agitazione:
“… L’ideologia nazionale generata da quell’epoca ha lasciato un segno profondo nella piccola borghesia e in una parte del proletariato. Oggi, in un’era imperialista profondamente diversa, i sofisti borghesi e i traditori del socialismo che seguono la loro scia sfruttano questo fatto per dividere i lavoratori e distoglierli dai loro obiettivi di classe e dalla lotta rivoluzionaria contro la borghesia.
Ora più che mai, le parole del Manifesto del Partito Comunista sono vere: “i lavoratori non hanno patria”. Solo una lotta internazionale del proletariato contro la borghesia può salvaguardare le sue conquiste e aprire la strada a un futuro migliore per le masse oppresse».
Nelle guerre prodotte dagli imperialismi nelle aree a capitalismo totalmente sviluppato, è reazionario portare l’argomento della difesa della patria. Anzi, i comunisti si batteranno sempre per la solidarietà militante che dovrà intercorrere tra i soldati dei fronti opposti. La netta posizione del Partito è quella che respinge la guerra non per la pace, ma per rivolgere le armi contro gli avversari borghesi: tanto del proprio Stato, che di quello avversario.
Questa è la lezione del ’17 rivoluzionario. I nostri criteri riguardo alle guerre tra Stati, come detto, sono semplici e di immediata comprensione, ed altrettanto semplici le nostre parole d’ordine. La pace borghese è sempre una sconfitta per il proletariato internazionale, quale che sia il vincitore. È sempre stato così, e sempre le borghesie degli Stati sconfitti si sono riprese sulla pelle dei proletari in divisa che hanno mandato a crepare sui campi di battaglia.
Nella esausta e sfinita Europa che invano cerca una dimensione internazionale ed una unità militare e politica, l’Operazione Militare Speciale, come fu definita dallo Stato russo, continua da quasi cinque anni con disperata acribia portando lutti infiniti, miseria e morte, aizzata e sostenuta tanto dagli Stati occidentali che orientali, in una condizione di frizione sui confini delle aree controllate dagli imperialismi in competizione. Guerra che ha avuto come motivazione una pretesa lotta contro il fascismo, il dichiarato sostegno alle popolazioni filorusse dell’Ucraina impelagate da anni in una sfibrante guerriglia contro la Stato centrale. Il quadro è chiaro, anche se i partigiani piccolo borghesi delle colpe e di torti rifiutano l’oggettiva valutazione dei fatti.
Come l’Ucraina, anche la Russia è in fiamme. E gli Stati europei schierati più o meno direttamente nel conflitto sono in preda ad un progressivo peggioramento. La situazione economica generale è in deciso aggravamento, e la disperata campagna di bombardamento ucraina per cercare di allentare la pressione militare sul campo che sta indubbiamente raccogliendo lenti ma costanti successi, anche se non si sa a qual prezzo, ha già prodotto effetti sulla produzione e distribuzione di carburanti e forse anche di cibo, soprattutto per la derelitta Crimea, “liberata” dal giogo ucraino nel 2014 e sottoposta ora ad un blocco feroce in quanto zona direttamente interessata alle operazioni militari
Comunque i dati diffusi dalle due parti in guerra differiscono in modo eclatante, e non consentono, per quel che valgono precisione e attendibilità, di trarre un bilancio attendibile delle rovine belliche, cosa che del resto è ovvio aspettarsi durante una guerra e non deve stupire. Bilancio che comunque appare pesante anche per la Russia, e grava principalmente su piccola borghesia e proletariato, i primi a sostenerne il peso. E lo stesso Presidente russo ha pubblicamente annunciato le difficoltà economiche dovute ai bombardamenti, ed ha promesso risposte dure ed adeguate. È probabile, anche se ufficialmente nulla trapela, che una parte dell’apparato governativo russo spinga per una pace o almeno per una sosta dei combattimenti. Ma la pace non conviene, per ora, a nessuno, fatti salvi i soldati che, da parti contrapposte al fronte, sopportano pene indicibili. Ma loro contano poco per Russia ed Ucraina.
Sicuramente la popolazione ucraina è sottoposta ad una pressione economica e sociale molto superiore, e l’immane debito contratto con i generosi Shylock occidentali costituirà, a guerra chissà quando terminata, un laccio strangolatore per il martoriato paese.
Il tributo di sangue proletario che la guerra pretende per essere alimentata sarà uno strascico pesantissimo per la popolazione della Federazione russa nei tempi a venire e come accadrà in Ucraina, forse a scala maggiore, il dopoguerra sarà caratterizzato, ammesso e non concesso che questa rimanga delimitata nell’ambito attuale, a forti e drammatici sommovimenti popolari che imporranno ai rispettivi governi feroci repressioni per mantenere “l’ordine pubblico”.
Ma senza un forte e radicato Partito Comunista, ripetiamo tanto nella Federazione che in Ucraina, è demenziale presumere che questi possano in alcun modo costituire un detonatore per risvegliare la coscienza di classe del proletariato e “superare i confini nazionali”, come da alcune parti si va immaginando con una imbelle speranza antistorica ed antimarxista. Povera dialettica stiracchiata per i sogni utopici di chi si aspetta una sorta di nuovo 1905. O rinasce il Partito di Classe, o quella del Comunismo rimane un’utopia senza domani. Parimenti riteniamo essenziale per il proletariato di Russia ed Ucraina che rinasca in qualche modo un forte sindacato su basi genuinamente classiste, che è l’altra condizione, anche se meno stringente, ma ugualmente necessaria, della ricostituzione del Partito Politico Comunista di Russia e Ucraina.
Ma questo travalica ampiamente le forze sparute dei compagni russi ed ucraini e soprattutto la rinascita del Sindacato di Classe poggia essenzialmente sulle spalle dei due proletariati. I compagni però dovranno lavorare perché questa prospettiva si sostanzi.
I soldati che torneranno dopo la poco probabile pace non avranno la forza e la decisione per riprendere le armi contro le proprie borghesie. La lezione del 1919 in Germania per questi sognatori della ripresa al termine della guerra è trascorsa invano. Ma è un evento probabile, anche assolutamente contrario per le sorti della Rivoluzione, che il conflitto possa allargarsi e saldarsi ai cento focolai di guerra ed in questo sventurato caso le fiamme di una guerra mondiale potrebbero bruciare la ripresa rivoluzionaria. Si deve aver chiaro che senza il forte, esteso, pervasivo nel corpo sociale, Partito Comunista, non esiste futuro per il proletariato; e forse nemmeno per l’umanità. Ma il nostro indomabile ottimismo rivoluzionario sarà sempre avverso a questa distopia.
Per ora la Federazione russa rivive, nei suoi apparati governativi il sogno della Grande Guerra Patriottica impersonato da Stalin, i partiti ammessi al palamento russo fanno a gara a chi sostiene con maggior entusiasmo la guerra, anche se innalzano la bandiera rossa della rivoluzione. Intanto oligarchi, borghesi grandi e piccoli lucrano ferocemente sulle spalle dei combattenti e della piccola borghesia i profitti di guerra. Cosa che è sempre avvenuta nel passato, continua nel presente. Parimenti i governanti ucraini e i borghesi che un tempo venivano chiamati dai proletari e dai membri delle classi inferiori, “pescecani di guerra” accumulano ricchezze, che provvedono prudentemente a spostare fuori dai confini nazionali. Mentre i loro omologhi russi hanno difficoltà a fare simile operazione, scottati dal blocco dei loro depositi esteri sulle finanziarie europee. Questo in condizioni di “pace” tra gli Stati sarebbe inconcepibile per l’etica capitalista, ma appunto la guerra è un fatto oggettivo, e le forme ideologiche della proprietà privata sono bellamente disattese. Nulla di nuovo sotto il sole.
Nel frattempo gli Stati europei hanno non ufficialmente chiesto una comica lotta alla corruzione che dilaga in Ucraina, e produce un vorticoso giro di dimissioni nel personale governativo. Senza probabilmente che furti, raggiri e ruberie cesseranno a breve. Anzi sicuramente non cesseranno affatto, ma “conta il principio”. Non c’è dubbio che si svolga una feroce lotta intestina tra le diverse fazioni che occupano la struttura politica e militare ucraina, lotta resa ancora più aspra del rifiuto di indire elezioni, il che consente la permanenza di un personale politico squalificato e compromesso ai vertici governativi.
In Russia invece si pregiano di indire le elezioni previste dalla legge, che consentiranno a chi già esercita il potere politico di continuare a mantenerlo; ma in modo democratico. Quella della democrazia è la truffa più colossale che il mondo borghese, nel suo complesso, abbia orchestrato ai danni del proletariato internazionale. Noi comunisti non ci danniamo certo l’anima per la fine sordida ed ingloriosa di un meccanismo politico che ormai da ben oltre un secolo ha esaurito la sua funzione di rinnovamento delle compagini governative per diventare un infame specchietto delle allodole che garantisce, in tempi socialmente non critici la pace sociale, ed in tempi di tensioni viene rapidamente sostituito dalla aperta dittatura borghese.
Falsa e inesistente l’alternativa elettorale di Russia, ”annerita dalla fuliggine di guerra”, insulsa e assolutamente vuota di contenuti quella di Ucraina, bega tutta interna ai vertici dello Stato.
È possibile che queste manovre ingannatrici preludano ad una sorta di fermata delle armi, prima che il tutto degeneri in un conflitto ben più allargato.
Ma in questo momento non si intravede alcuna possibile soluzione nel nostro senso rivoluzionario.