[RG59] Nell’immutabile solco della dottrina marxista
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II. MARXISMO E QUESTIONE SINDACALE
1. Fin dalla sua origine, il Partito proletario si distingue da tutte le forme di utopismo, mostrando che la trasformazione rivoluzionaria della società borghese in società socialista sarà il punto d’arrivo non già di una «propaganda ed educazione pratica di piani sociali… costruiti ad arte», ma del movimento reale della classe oppressa della società presente, culminante nella rivoluzione politica, cioè nell’insurrezione armata, nella distruzione dello Stato borghese e nell’instaurazione della dittatura del proletariato (Manifesto del Partito Comunista).
2. Questo «movimento reale» dev’essere da noi studiato in quattro fasi storiche successive: all’alba del capitalismo; nella «fase idilliaca» del capitalismo stesso prima del 1914; all’indomani della prima guerra mondiale; all’indomani della seconda e a fino ad oggi.
Esso comincia, dice il Manifesto, «con l’esistenza stessa proletariato». In questo stadio, «gli operai formano una massa dispersa… sparpagliata dalla concorrenza». Le lotte sono ancora più o meno isolate, e il raggrupparsi degli operai in masse «non è ancora la conseguenza della loro propria unione, ma è dovuto all’unione della borghesia, che per raggiungere i suoi propri fini politici deve mettere in moto tutto il proletario, ed è ancora in grado di farlo». In tale stadio, la condizione di esistenza del capitale, il lavoro salariato, «poggia esclusivamente sulla concorrenza che gli operai si fanno tra loro stessi», non v’è freno né limite alla sete di pluslavoro dei padroni, se non nella necessità di lasciare in vita lo schiavo perché produca e riproduca capitale. Il salario è interamente determinato dalla legge della domanda e dell’offerta sul mercato del lavoro, che la fa oscillare ora al disopra e soprattutto al disotto del minimo fisiologico, poiché quello che Marx chiama il salario sociale, corrispondente ai bisogni fisiologici che più tardi la classe lavoratrice grazie all’associazione costringerà la classe borghese a riconoscere, non esiste affatto o è ridotto al minimo, salvo per un’esigua aristocrazia operaia.
3. In queste condizioni, la semplice «unione immediata associazione», «la formazione di coalizioni contro i borghesi per difendere il salario», e perfino di «associazioni permanenti» a questo scopo, ha già carattere «rivoluzionario», perché tende a spezzare l’isolamento degli operai, condizione senza la quale la borghesia non più farsi passare per la rappresentante degli interessi di tutta la società né, quindi, far passare la democrazia per l’ultima conquista possibile sul terreno politico in quanto soluzione completa di tutti i problemi sociali.
Si aggiunga che l’associazione operaia permanente è una necessità vitale per impedire alla borghesia di imporre agli operai una sorte altrettanto miserabile, ma molto più incerta di quella degli schiavi, giocando sulla loro concorrenza reciproca come sul deprezzamento del valore della forza lavoro provocato dalla crescente introduzione delle macchine, che rende più facile il lavoro e riduce il necessario apprendistato.
Ma fin da quest’epoca in cui il «successo immediato» della lotta rivendicativa è tuttavia una condizione di vita o di morte per gli operai ancora privi di qualunque riserva e ridotti a vivere nelle condizioni bestiali descritte nella Situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels e nel Capitale di Marx, è caratteristica distintiva del comunismo non solo mostrare che tutte le «vittorie» degli operai in tali lotte sono «effimere» (perchè – dato che le leggi del mercato giocano senza limitazione alcuna – ciò che si è ottenuto ieri può essere annullato domani, il rapporto salariale non essendo stato minimamente intaccato), ma di affermare che «il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, bensì l’unione sempre più estesa dei lavoratori» (Manifesto del Partito Comunista).
4. Contro tutti gli utopisti per i quali la classe operaia è solo la classe «che soffre più di tutte le altre», una classe priva «di ogni movimento politico che le sia proprio», il Manifesto mostra che lo sviluppo dell’industria e dei mezzi di comunicazione, cioè del capitalismo, rende ineluttabile l’unione crescente degli operai nella lotta contro i padroni, e che questo sviluppo «toglie dunque da sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti»; cioè, la dispersione e l’assenza di organizzazione proprie della classe operaia. In questa prima affermazione della dottrina marxista che è il Manifesto, la costituzione del proletariato in classe mediante l’unione crescente contro il padronato oppure ancora come un solo e medesimo processo che la sua costituzione in partito.
Ugualmente, la sola differenza che vi si fa tra quella che oggi si chiama «lotta economica» («la lotta di classe alle sue scaturigini», diceva Marx) e la lotta di classe nel pieno senso del termine, cioè la «lotta politica», è che la prima resta «locale» mentre la seconda è di estensione «nazionale»: «Basta questo semplice collegamento per centralizzare le molte lotte locali aventi dappertutto eguale carattere, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica».
Un secolo dopo, la nostra corrente ha spiegato questa visione di una potente semplicità: «Nel 1848, non v’era molto pericolo che, dicendo lotta politica per dire lotta rivoluzionaria, qualcuno capisse o fingesse di capire lotta elettorale, pacifica, pacifica, legalitaria. Appunto perché le rivoluzioni borghesi erano o di recente data o tutt’ora all’ordine del giorno, appariva chiaro che le rivendicazioni politiche si difendono con la guerra civile» (Sul filo del tempo, Movimento sociale e lotta politica, 1949, riprodotto su qui nel nr. 5 del 1972).
5. È facile, più di un secolo dopo il Manifesto, constatare che il processo storico è stato molto più complicato di quanto non si prevedesse allora, perché se l’organizzazione sindacale esiste oggi in tutti i paesi civili – e perfino in colonie che escono appena dalla barbarie -, la costituzione del proletariato mondiale in partito politico è ritornata al punto zero con il pauroso fallimento della III Internazionale.
Questa constatazione sarebbe tuttavia sterile (e, peggio ancora, gravida di una deviazione alla Marcuse, il quale, come tutti sanno, afferma che la classe operaia non ha più alcuna missione rivoluzionaria, essendo incapace di assolvere quella che il marxismo le aveva scoperta) se non si comprendessero le ragioni non solo storiche ma di principio, per il quali il Manifesto del Partito Comunista considera come un solo e medesimo processo «l’organizzazione del proletariato in classe» grazie all’«unione crescente dei lavoratori», e la sua «costituzione in partito politico» – e per le quali altresì la I Internazionale raggruppò indifferentemente sotto la stessa direzione centralizzata associazioni economiche e partiti proletari.
6. Le ragioni storiche risiedono tutte nel fatto che, fino a un’epoca relativamente tarda dopo la sua vittoria sull’ancien régime, la borghesia vietò tutti i tipi di associazioni – padronali come economiche operaie – in quanto resurrezione delle corporazioni medievali e precapitalistiche.
In realtà, con la sola loro esistenza, tali associazioni costituivano una sfida ai principi politici sacrosanti della dottrina liberale che esclude ogni corpo intermedio fra governo e cittadini: di questi, infatti, non si presume che eleggano dei deputati per difendere i loro particolari interessi; i deputati sono i rappresentanti della “nazione” e, attraverso le elezioni, si manifesta una “volontà generale” distinta per principio dalle volontà individuali. Ammettere che, fra i loro rappresentanti legali e i cittadini, possano inserirsi i rappresentanti di una volontà particolare, avrebbe voluto dire falsare la mirabile trasmutazione immaginata dalla dottrina della “sovranità nazionale” o “popolare”. Agli occhi del liberalismo, la manifestazione di una tale volontà particolare era quindi in se stessa sediziosa, ed erano necessari i pressanti bisogni dello sviluppo capitalistico perché lo Stato borghese tollerasse le associazioni padronali molto prima di pensare anche soltanto a permettere quelle degli operai.
Beninteso, la dottrina liberale in politica rispondeva alle condizioni del primo stadio del capitalismo e si accompagnava ad un parallelo liberalismo economico, secondo il quale il libero gioco degli interessi individuali avrebbe dovuto assicurare il minimo di “ingiustizie” e il massimo di efficienza, spettando al mercato di decidere da arbitro sovrano fra le pretese di ciascuno – il che equivaleva ad erigere le leggi del tutto materiali della concorrenza a Giustizia e senza appello.
Nella pratica, questa dottrina non doveva, è ovvio, giocare molto più duramente contro le associazioni operaie che contro quelle padronali. Così la legge Le Chapelier in Francia (giugno 1791) vieta «agli operai e garzoni di qualunque mestiere di nominare, quando si trovano riuniti, presidenti o segretari, tenere registri, prendere decisioni, formulare regolamenti sui loro pretesi [!!!] interessi comuni».
Analogamente, la legge del Parlamento inglese del luglio 1799 proibisce agli operai «di concertarsi per i loro salari, per imporre l’assunzione di alcuni di loro, o per stabilire qualsivoglia regolamento, pena la prigione e i lavori forzati».
Così la libertà di associazione che l’assolutismo aveva condannata come “delitto di monopolio” (giacché il solo monopolio lecito era il suo), la borghesia la respingeva più ipocritamente in nome della “libertà di lavoro”, e come un “ritorno indietro” verso il sistema logoro e reazionario delle corporazioni.
Ora, se in Inghilterra la legge sulle coalizioni fu abrogata nel 1825, in Francia bisognerà attendere il 1864 per vedere lo Stato borghese abolire il delitto di coalizione, mezza misura che autorizzava l’azione comune senza per ciò riformare il diritto di associazione. Quest’ultimo sarà concesso soltanto nel 1884 e, come se non bastasse, sotto condizioni – deposito degli statuti, lista nominativa dei dirigenti ecc. – che fantastico dire ai guesdisti: “La grande legge democratica della III Repubblica non è che una legge di polizia reazionaria!”. Malgrado differenze di ritmo, si potrebbe seguire la stessa evoluzione della politica borghese di fronte ai sindacati in tutti i paesi capitalistici.
7. Dobbiamo ora considerare le ragioni di principio in forza delle quali il Manifesto presenta la costituzione del proletariato in associazioni economiche permanenti e la sua costituzione in partito politico distinto da tutti i partiti della classe avversa come un solo e medesimo processo.
Come notava già il testo citato Movimento sociale e lotta politica, «la tesi del sottomarxismo e dell’opportunismo non si scriveva ancora, come nel periodo “pacifico”, nei termini: lotta di classe, lotta per gli interessi operai, ma col mezzo della democrazia, del suffragio universale, dei partiti legalitari e parlamentari. Ma si scriveva appunto in questi altri termini: azione per il miglioramento sociale delle condizioni dei lavoratori al di fuori delle questioni del potere politico. Ma la conclusione che ne derivava nei due tempi storici era la stessa: rinunzia alla lotta per abbattere il potere costituito dello stato e infrangerne la macchina. Solo in tempo recente si è sentito parlare di “partiti operai” che usano mezzi legali e scartano la rivoluzione con mezzi violenti. Allora si parlava solo di azione per sollevare le condizioni degli operai con misure sociali, ma non a mezzo di azioni di partito, e tanto meno di partiti formati dagli operai stessi. La cosa resterà ancora vera per molto tempo, se si pensa alla tenacia della deviazione sincacalista.
Fin dalla sua origine, dunque, il Partito proletario proclama che la sola esistenza delle associazioni economiche dei lavoratori precipita al livello di “sette reazionarie” gli utopisti, che “per molti riguardi erano dei rivoluzionari” in un’epoca in cui la lotta fra le classi non era abbastanza sviluppata perché potessero riconoscere nel proletariato “alcuna funzione storica autonoma, alcun movimento politico proprio”. Ma proclama altresì che queste associazioni raggiungono il loro scopo – l’emancipazione dei lavoratori – alla sola condizione che il proletariato organizzato abbracci la dottrina del Partito proletario, la dottrina del Comunismo, cioè della rivoluzione politica violenta e della dittatura del proletariato quali condizioni sine quibus non della grande trasformazione sociale che porterà necessariamente all’abolizione delle classi.
Con la sua azione in seno alla I Internazionale, il Partito proletario diede una prima applicazione incancellabile della sua concezione materialistica della storia. Questa si riassume senza possibile contestazione nel modo seguente: la vittoria finale del proletariato risulterà dall’alleanza del movimento reale e del socialismo scientifico o, in altri termini, delle associazioni economiche proletarie per la lotta contro il padronato e del partito rivoluzionario della classe.
Il fallimento della I Internazionale fu il risultato dell’immaturità del proletariato in questa prima fase; immaturità che non gli permetteva ancora di far proprie le tesi del socialismo scientifico. Engels, in un testo famoso, prevedeva che nella fase seguente la classe operaia internazionale, e in particolare tedesca, avrebbe superato questa immaturità. Così fu, in una certa misura, ma in modo non definitivo e, soprattutto, non senza una nuova deviazione – la deviazione socialdemocratica.
8. La fase successiva – quella della II Internazionale – è caratterizzata anzitutto da un mutamento di politica della borghesia di fronte ai sindacati operai. Senza rinunciare affatto alla mistificazione democratica, essa calpesta in vari punti la propria dottrina liberale e adotta un atteggiamento conciliante nei riguardi dei sindacati per evitare la radicalizzazione rivoluzionaria del movimento.
Questa fase è d’altra parte caratterizzata dallo sviluppo impetuoso, se non dal trionfo, del movimento politico del proletariato, che, almeno in certi paesi europei, soppianta vittoriosamente il sindacalismo puro in seno alle stesse associazioni operaie di massa.
Questi importanti mutamenti avvengono in una cornice di progresso capitalistico relativamente pacifico. È perciò che si profila una seconda deviazione, la deviazione riformista che, d’altra parte, ha per effetto di restituire vigore alla prima, quella del sindacalismo apolitico per principio, e quindi di perpetuarla. Pur non cessando di sottolineare la necessità del movimento politico del proletariato, questa deviazione consiste nel ridurre tale movimento all’azione legale nel quadro del parlamento, per ottenere dalla classe dominante disposizioni legislative favorevoli ai salariati.
Questo imborghesimento della lotta politica dei partiti operai dell’epoca «idilliaca» del capitalismo deriva essenzialmente dalla pressione degli interessi immediati, rappresentati dalle organizzazioni sindacali, sul Partito: a questa pressione ubbidiscono le frazioni più «destre» dei partiti socialisti, le direzioni sindacali e i gruppi parlamentari, e tutti insieme la traducono in una teoria revisionista secondo la quale il passaggio dal capitalismo al socialismo avverrebbe senza rivoluzione politica violenta.
Parallelamente, si vede modificarsi l’atteggiamento dell’istituzione più conservatrice del mondo borghese, la Chiesa cattolica, di fronte al movimento sindacale, trasformazione che rispecchia un diverso atteggiamento della stessa classe dominante, di cui, nell’enciclica Rerum Novarum (1891), traduce a meraviglia i motivi ispiratori d’ordine e conservazione. Vi si legge infatti:
«Soppresse nel passato secolo le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che a poco a poco gli operai rimasero soli ed indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza… Il troppo lungo lavoro e la mercede giudicata scarsa pongono, non di rado, agli operai motivo di sciopero. A questo sconcio grave e frequente, occorre che ripari lo Stato, perché tali scioperi non recano danni ai padroni solamente e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi; e per le violenze e i tumulti a cui d’ordinario danno occasione, mettono spesso a rischio la pubblica tranquillità».
Ecco perché il papa dell’epoca dichiara: «Vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni siffatte» (cioè dei sindacati) «sia di soli operai, sia miste di operai e padroni»; ritieni anzi «desiderabile che crescano di numero e di operosità», e ne trae «auspicio a sperar bene nell’avvenire, purché tali società fioriscano sempre più e siano saviamente ordinate». In conclusione, Leone XIII esprime il voto che «lo Stato difenda queste associazioni legittime dei cittadini, non s’intrometta però nell’intimo della loro organizzazione e disciplina».
È questa la dottrina di partenza dei sindacati cristiani che, costituendosi in Confederazione internazionale nel 1919, adottano la seguente risoluzione: «Il fine della nostra azione sindacale sarà di attuare il principio della collaborazione pratica del capitale e del lavoro nell’impresa, e di ripartire equamente i profitti derivanti da quest’ultima… Il nostro ideale sindacale cristiano fatto di fratellanza, la nostra concezione economica reclamante la collaborazione tra le classi e la cooperazione nella produzione, ci impediranno sempre di aderire a una dottrina basata sulla lotta di classe… Noi constatiamo come un fatto, ma la deploriamo, questa lotta di classe, nata principalmente dal conflitto di appetiti contrastanti e dagli abusi di un capitalismo fondato sul diritto del più forte».
9. Il risultato storico della seconda fase del ciclo borghese è dunque il seguente: invece dell’unità prevista ed auspicata fra associazioni economiche degli operai e Partito rivoluzionario, si vedono, da una parte, sindacati che si richiamano al principio generale della lotta di classe e, dall’altra, sindacati di ispirazione cristiana o direttamente padronale, che invece si richiamano al principio generale della collaborazione di classe.
Fra i primi, allora detti «sindacati di classe», o «rossi», in antitesi ai secondi, bisogna inoltre distinguere fra quelli che propugnano una completa neutralità nei confronti del Partito proletario marxista (deviazione sindacalista persistente nei paesi latini: Francia, Italia, Spagna) e che quelli che servono di base al Partito di classe dell’epoca, il Partito socialista.
D’altro lato, la portata rivoluzionaria di quest’ultimo fatto apparirà singolarmente ristretta quando, di fronte alla guerra imperialistica, cioè al maggiore evento politico che la società borghese possa conoscere, Partiti socialisti e sindacati affiliati passeranno armi e bagagli in campo borghese, cioè nel campo della difesa nazionale e della tregua sociale, in gradi diversi (per esempio il Partito socialista italiano eviterà di compromettersi completamente) e con reazioni di importanza molto diseguale da parte della sinistra marxista a seconda dei paesi considerati. Precisiamo, per chiudere questo bilancio, che, come era prevedibile, i sindacalisti puri non fecero, di fronte alla guerra, un fiasco minore degli altri.
10. È in queste condizioni che, grazie all’iniziativa bolscevica e sotto l’impulso dello sconvolgimento più o meno profondo di tutte le idee, di tutti i pregiudizi accreditati dai decenni di sviluppo pacifico nelle grandi masse operaie, sconvolgimento provocato non solo dal massacro imperialistico, ma dalla crisi economica ad esso conseguente, l’Internazionale comunista si ricostituisce e si pone il problema della conquista del proletariato.
Sul terreno dei principi, non si parlò in termini diversi dai marxisti del passato: poiché la rivoluzione è il punto di approdo del movimento reale del proletariato, poiché la trasformazione degli stessi uomini – gli operai – sotto la pressione delle circostanze storiche li ha portati sul terreno del Comunismo sottoponendoli all’influenza politica dell’Internazionale, non può trattarsi di opporre gli scopi politici supremi a questo movimento reale, cioè la propaganda comunista alla lotta economica, la diffusione dei principi rivoluzionari alla partecipazione alle lotte di classe; insomma, il Partito alle organizzazioni sindacali.
Quali che siano state in seguito le deviazioni dell’Internazionale Comunista nella questione capitale dei mezzi più idonei ad assicurare la conquista delle masse proletarie ad opera del Partito, essa pose correttamente la questione della rivoluzione proclamando che questa non può trionfare senza che il Partito sia riuscito a conquistare un’influenza decisiva nella classe operaia e quindi nelle organizzazioni economiche, che, all’indomani del massacro mondiale, avevano visto i loro effettivi crescere vertiginosamente sotto la pressione della crisi.
La Sinistra comunista, che aveva fondato il P.C. d’Italia e criticò senza esitazioni e con perfetta chiarezza la tattica troppo elastica di «conquista delle masse» preconizzata dall’I.C., disse però e ripeté molto chiaramente che per essa non si trattava di mettere in causa il principio di tale conquista, e ne diede la prova con un notevole lavoro di penetrazione e inquadramento dei sindacati operai.
In realtà questo principio poteva essere negato solo da non materialisti che nella rivoluzione vedono il prodotto dell’azione eroica di una minoranza decisa o di una pura propaganda di idee, anziché il frutto dell’organizzazione dello stesso proletariato in partito, il risultato dell’intervento continuo dell’avanguardia comunista in tutte le lotte reali.
Se la continuità dai principi in rapporto al Manifesto del 1848 era quindi perfetta, la situazione reale era però ben diversa a causa dello sviluppo anteriore di una potente corrente riformista in non potenti organizzazioni di massa; corrente riformista che non solo non aveva impedito lo sviluppo di un vero e proprio “imperialismo della classe operaia” in numerosi paesi, eccettuate forse soltanto la Russia e l’Italia, ma era in perfetta armonia con esso.
Fu questa situazione a provocare, soprattutto in Germania, la grave deviazione che, molto prima della formazione del K.A.P.D., fece lanciare agli spartachisti (più o meno consenziente la Luxemburg) la parola d’ordine: “fuori dai sindacati”!
Più di cinquant’anni dopo, questa parola d’ordine ritorna di moda in certi ambienti di falsa sinistra, cosa tanto più paradossale in quanto coloro che la difendono non possono sostenere, come i loro predecessori tedeschi, che il centro di gravità della lotta si è spostato dai sindacati ai consigli operai (Räte in tedesco, Soviet in russo), e che tutto lo sforzo del partito deve incentrarsi su questi organismi esprimenti un grado più alto della lotta di classe in quanto organismi politici; perché tali organismi politici non esistono oggi e neppure si manifesta la minima tendenza alla loro formazione.
Le origini del rigetto di questa vecchia deviazione “antisindacale” sono molteplici, ma essa deriva principalmente dal completo misconoscimento delle Tesi dell’Internazionale sulla questione da parte da parte dei sedicenti “estremisti” di oggi.
A cinquant’anni di distanza, l’Internazionale (e il piccolo partito d’oggi) sono accusati di aver ignorato il fatto che, in una situazione di tensione acuta, la lotta di classe del proletariato contro la borghesia suscita violenti conflitti in seno alla stessa classe operaia, le cui frazioni arretrate (cioè, al di sotto del livello che ha portato gli operai all’associazione economica) o corrotte (cioè gli operai organizzati, ma imbevuti di ideologie borghesi e controrivoluzionarie, che seguono la corrente riformista) si levano con furore reazionario, a volte con le armi in pugno, contro la frazione avanzata e rivoluzionaria.
Respingendo la politica di abbandono dei sindacati oppure di costituzione di sindacati ristretti sulla base del riconoscimento da parte dei loro iscritti del principio della dittatura del proletariato, l’Internazionale, secondo questa critica tardiva (che si limita a riprodurre l’errore delle cosiddette “sinistra” tedesca e olandese) avrebbe commesso il delitto storico di sottomettere gli operai comunisti alla parte arretrata o corrotta del proletariato, di consegnarli mani e piedi legati alle forze conservatrici e controrivoluzionarie della socialdemocrazia!!!
È contro la ripetizione di questo “delitto” che, nel seno stesso del nostro piccolo partito, accusato di buttarvisi a capofitto per “non aver riconosciuto la realtà attuale”, o addirittura di prepararsi con tutta la perfidia dell’opportunismo, hanno condotto la loro agitazione elementi incoscienti e disorientati.
11. La riesposizione dei fatti storici relativi al conflitto fra l’Internazionale e le tendenze specifiche del comunismo tedesco (“luxemburghismo” prima, K.A.P.D., dopo, poiché fra i due esiste una continuità indiscutibile) è una necessità imperiosa, perché il partito conosce troppo poco di quest’epoca, e ha bisogno di conoscenza per combattere col massimo di efficacia la deviazione “antisindacale” che, in sostanza, è solo un ritorno alle vecchie posizioni idealistiche che ignorano il legame fra lotta immediata e rivoluzione e che non meglio vedono il legame intercorrente fra le “sovrastrutture” costituite dai pesanti apparati delle organizzazioni di massa, oggi totalitariamente controllate dall’opportunismo, e la condizione della stessa classe, così come è determinata dalla fase di espansione seguita alla seconda guerra mondiale e accompagnata da tutto un arsenale di provvedimenti intesi a legare la classe salariata allo Stato borghese indorando le catene della sua schiavitù.
Detto questo, un semplice rinvio alle Tesi dell’Internazionale comunista al secondo congresso mondiale (1920) basta per confutare le gravi accuse surricordate.
Queste tesi su “il movimento sindacale e i comitati di fabbrica e di d’azienda“, si riassumono così nella parte dedicata ai sindacati. Esse notano: 1) l’afflusso di masse decise alla lotta antipadronale e potenzialmente rivoluzionaria (giudizio che, all’uso, si è rivelato troppo ottimista, poiché non è stato il comunismo ma l’ipocrita centrismo a conservare la maggiore influenza sulle grandi masse operaie occidentali; ma che non cambia nulla al problema di fondo); 2) la resistenza del vecchio apparato ereditato dall’epoca anteriore al 1914, caratterizzata da rapporti relativamente pacifici fra le classi, non solo al processo rivoluzionario ma allo stesso movimento rivendicativo.
Esse ne concludono che è necessario per i comunisti entrare nei sindacati ancora tenuti sotto controllo dalla socialdemocrazia, per farne degli organi coscienti della lotta diretta all’abbattimento del capitalismo. Condannano “ogni diserzione volontaria dal movimento sindacale” e “ogni tentativo artificiale di creazione di particolari sindacati senza che vi si sia costretti o da eccezionali violenze della burocrazia professionale (…) o dalla loro angusta politica aristocratica”. Affermano che “le esitazioni delle masse operaie, la loro indecisione politica, la loro accessibilità alle giustificazioni apparenti dei capi opportunisti, possono essere superate solo nel corso di una lotta sempre più aspra e nella misura in cui (…) gli operai comunisti di avanguardia dimostrino di essere, nella lotta economica, non solo dei propagandisti delle idee del comunismo ma i più decisi condottieri di questa stessa lotta e dei sindacati“; tesi alla quale nessuno può rinunciare, oggi come ieri, senza rinunciare allo stesso materialismo storico.
Esse prevedono che, se questo lavoro viene compiuto, e soltanto a questa condizione, «i comunisti potranno prendere la testa del movimento sindacale e farne un organo della lotta rivoluzionaria per il comunismo, 2) sarà possibile frenare il disgregamento dei sindacati (in seguito alle diserzioni degli operai delusi dalla politica collaborazionista, e alla loro frammentazione), e sostituirli con unioni sindacali, cioè soppiantando la burocrazia separata dalle masse con rappresentanti diretti degli operai di fabbrica, e lasciando alle centrali sindacali soltanto le funzioni strettamente necessarie».
Esse avvertono che «i comunisti non devono arretrare di fronte alle scissioni che potrebbero verificarsi in seno ai sindacati, se la rinuncia alla scissione equivale alla rinuncia al lavoro rivoluzionario nei sindacati», e aggiungono che «se, tuttavia, una scissione si impone come necessaria, dovrà essere eseguita soltanto se i comunisti riescono (…) a convincere le grandi masse operaie che la scissione è compiuta non per considerazioni dettate da finalità rivoluzionarie lontane e ancora vaghe, ma per i più diretti interessi della classe operaia nella sviluppo della sua lotta economica. In caso di necessità di una scissione, i comunisti devono dedicare la massima attenzione a che la scissione stessa non li isoli dalla massa operaia».
I brani di queste tesi, sottolineati da noi, bastano a far giustizia dell’autentico lavoro di falsificazione recentemente compiuto da critici tanto più “audaci” in quanto venuti molto dopo la battaglia quindi più disincantati dalle sfibranti lentezze della storia. Con la sufficienza di cui sono capaci soltanto i piccolo-borghesi quando si degnano di rivolgere lo sguardo al movimento operaio senza che questo sembri loro pienamente all’altezza delle loro pretese ideali di uomini “coscienti”, “ai quali non la si dà da bere”, questi critici “radicali” del passato, benché di levatura più che modesta e tronfi di “stati di servizio” reali o immaginari, ma non destinati a passare in alcun modo alla posterità, non hanno temuto di “far colpa” ai comunisti della III Internazionale di una pretesa “disciplina da cadaveri” verso i riformisti a capo delle organizzazioni sindacali nel primo dopoguerra, di un centralismo “formalista” che sottometteva gli operai rivoluzionari a vertici la cui conquista era per natura (!) impossibile, di un rispetto superstizioso per l’unità “formale” a spese della lotta comunista, e, a coronamento del tutto, di un “misconoscimento” del fatto che la lotta di classe non oppone soltanto borghesi e proletari ma provoca pure “violenti scontri in seno alla stessa classe operaia”; verità banale per cui questi critici esigevano il “brevetto di invenzione” al quale credevano di aver diritto.
In realtà “radicali” solo in apparenza, costoro hanno finito per abbandonare il marxismo, secondo il quale “il proletariato si costituisce in classe e quindi in partito politico” sotto la pressione di esigenze che spingono le lotte reali di categorie operaie, in origine forzatamente eterogenee, ad unificarsi e, in circostanze storiche favorevoli e certo non frequenti, a radicalizzarsi. Essi l’hanno sostituito con la visione ultrastantia e a carattere eroico-idealistico di una lotta dell’avanguardia della classe contro le frazioni arretrate o corrotte destinata a concludersi nella vittoria finale per la sola virtù della “coscienza” e della “volontà” degli individui che la compongono; visione in cui d’altra parte il limite fra partito politico e organizzazioni immediate è soppresso non dalla storia (che non ci mostrerà certo l’emancipazione politica di tutta la massa prima della vittoria rivoluzionaria) ma per decreto sovrano dei critici “radicali”.
Poiché una tale critica non ha nulla a che vedere con l’esatta valutazione della fase storica in corso, senza la quale i principi più giusti non condurrebbero mai ad una conclusione politica corretta, noi non possiamo, prima di affrontare il secondo dopoguerra, che riaffermare la correttezza dell’impostazione data dal secondo congresso della III Internazionale alla questione sindacale, rivendicare il lavoro di partito compiuto nei sindacati dal Partito Comunista d’Italia, di cui la stessa Internazionale riconobbe che costituiva l’applicazione più completa e riuscita delle sue tesi, e registrare la ricaduta dei critici i quali parlano in nome della “realtà più recente” non solo negli errori dei falsi sinistri degli anni Venti, ma in quello di tutta la corrente critico-utopistica teoricamente sbaragliata fin dal Manifesto del Partito Comunista del 1848.
12. Pur appartenendo tutti e due all’età imperialistica, il primo dopoguerra differisce dal secondo come l’aspettativa dall’era democratica della dominazione borghese all’era totalitaria differisce dalla piena affermazione di questa ultima malgrado la sconfitta militare degli Stati fascisti nel conflitto 1939-1945 e il mantenimento e perfino la restaurazione di alcune forme della democrazia politica.
Questa evoluzione era stata non soltanto prevista dal Partito, ma denunziata come la sola possibile in caso di sconfitta del comunismo al termine dell’innegabile crisi economica e politica aperta dalla prima guerra mondiale da una parte, e dalla vittoria comunista in Russia nel 1917 dall’altra. Di più, la posizione centrale che basta a distinguere la nostra corrente da tutte le sfumature dell’opportunismo negli anni ’40 – malgrado le fatali suggestioni della «vittoria antifascista» – non meno che negli anni ’20, quando il fascismo era appena allo stato di minaccia, fu appunto che il partito proletario dovesse respingere non solo come disfattista, ma come totalmente irreale qualunque previsione e a maggior ragione qualunque rivendicazione di ritorno del regime borghese alle forme superate della democrazia.
Considerata come un tutto, la democrazia non poteva però essere definita soltanto in virtù dell’esistenza del parlamento; fin dalla svolta nella politica di classe della borghesia di fronte alle organizzazioni immediate del proletariato (vedi punto 8), essa era pure caratterizzata dall’esistenza di sindacati operai controllati certo da correnti non rivoluzionarie, ma indipendenti non solo di diritto ma, in una certa misura, anche di fatto dalle istituzioni statali.
Ciò è tanto vero che, per caratterizzare la fase totalitaria della dominazione borghese, il nostro partito non si è limitato a sottolineare il declino sempre crescente del potere legislativo di fronte all’esecutivo, ma ha messo in risalto che, in collegamento col capitalismo monopolistico, i sindacati fascisti si erano svolti nel «sindacato di stato, nel sindacato forzato, che inquadra i lavoratori nell’impalcatura del regime dominante e distrugge in fatto e in diritto ogni altra organizzazione», e che «questo gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea non era reversibile», ma era al contrario «la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i grandi paesi capitalistici» (Le scissioni sindacali in Italia, «Filo del tempo», maggio-giugno 1949).
13. I “critici radicali” ricordati al punto 11, che nel 1971-72 credettero di fare una scoperta inedita proclamando a colpi di tromba questo fatto (per trarne, è vero, pretesto alla liquidazione di tutti i principi) erano in realtà così ignoranti che non si temettero di accusare alla rinfusa «tutte le correnti sorte dalla III Internazionale» di averlo misconosciuto e, colmo di ironia, di rimproverare alla Sinistra italiana di aver peccato appunto perciò di… “trotskismo”.
Ora si dà il caso che il riconoscimento del fatto di cui parliamo abbia costituito una posizione centrale del partito, ma si sia imposto perfino a Leone Trotsky, il quale nel 1940 svolse esattamente la stessa analisi nel suo I sindacati nell’epoca imperialistica. Tanto basta a provare la leggerezza comune a tutti coloro che rivendicano “la libertà di critica” e il “diritto all’innovazione” in qualunque epoca e sotto qualunque pretesto; e giustificano nello stesso tempo l’opposizione (assolutamente incomprensibile per costoro) suscitata in marxisti non del tutto sprovveduti dalla semplice enunciazione di queste “rivendicazioni”.
Non c’è nulla da sorprendersi nel fatto che un marxista come Trotsky abbia svolto un’analisi identica a quella della Sinistra marxista italiana per quanto concerne l’evoluzione dei sindacati nella fase aperta dalla sconfitta dell’Internazionale Comunista nel suo tentativo di conquistare al comunismo il proletariato. Ciò che sarebbe stupefacente è che il partito derivante da questa Sinistra traesse da questa analisi conclusioni analoghe alle sue, mentre come tutti gli ex-dirigenti dell’IC, egli è stato sempre un suo avversario nelle questioni di tattica.
Poiché si è caduti in questo errore in alcune formulazioni e parole d’ordine, conviene intrattenersi sull’insieme della posizione di Trotsky nella questione sindacale. Sarà il miglior modo di sottolineare come il nostro primo dovere verso la tradizione del nostro Partito sia di salvaguardare la logica rigorosa che ha sempre unito le sue conclusioni tattiche alle sue analisi teoriche e storiche, e che invece troppo spesso manca negli scritti di Trotsky e, a maggior ragione, dei suoi allievi degeneri. Per quanto terribili siano le difficoltà del lavoro in seno a generazioni operaie e a sindacati come quelli d’oggi (lavoro al quale nessun militante accetta di rinunciare), esse non dispensano nessuno da questo dovere.
14. Citiamo dunque da I sindacati nell’epoca imperialistica (1940) di Trotsky:
«C’è un aspetto comune nello sviluppo o per meglio nella degenerazione delle moderne organizzazioni sindacali in tutto il mondo: il loro avvicinamento e la loro fusione col potere di stato.
«Questo processo è caratteristico dei sindacati siano neutrali, che social-democratici, comunisti o anarchici. Questo solo fatto indica che la tendenza a fondersi con lo stato non è inerente a questa o quella dottrina, ma deriva dalle condizioni sociali comuni a tutti i sindacati.
«Il capitalismo monopolistico non si basa sulla concorrenza e sull’iniziativa privata, ma su un comando centrale. Le cricche capitalistiche alla testa di potenti trusts, dei sindacati padronali, dei consorzi bancari, controllano la vita economica dalla stessa altezza che il potere di stato, e ricorrono ad ogni piè sospinto alla collaborazione di quest’ultimo. A loro volta i sindacati dei rami di industria più importanti si vedono privati della possibilità di avvantaggiarsi della concorrenza tra le diverse imprese.
«Essi si trovano di fronte un avversario capitalista centralizzato, intimamente unito al potere. Di qui i sindacati, nella misura in cui restano su posizioni riformiste [cioè nella misura in cui non sono rivoluzionari], su posizioni basate sull’adattamento alla proprietà privata, la necessità di adattarsi allo stato capitalista e di lottare per la collaborazione con esso. Agli occhi della burocrazia del movimento sindacale, il compito essenziale consiste nel liberare lo stato dal controllo capitalista riducendo la sua dipendenza dai trusts e attirandolo dalla sua parte. Questa posizione è in completa armonia con la posizione sociale dell’aristocrazia e della burocrazia operaia, che combattono per ottenere qualche briciola, nella spartizione dei sovraprofitti del capitalismo imperialistico.
«Nei loro discorsi i burocrati laburisti [termine che vale non solo per le Trade-Unions inglesi ma per tutte le burocrazie sindacali] fanno tutto il possibile per cercar di dimostrare allo stato democratico quanto sono utili e indispensabili in tempo di pace e soprattutto in tempo di guerra. Trasformando i sindacati in organi di stato, il fascismo non inventa nulla, si limita a spingere alle loro estreme conseguenze tutte le tendenze proprie dell’imperialismo [corsivi nostri].
«… Dei sindacati democratici nel vecchio senso del termine, cioè organizzazioni nel cui ambito diverse tendenze si affrontano più o meno liberamente, in seno ad una stessa organizzazione di massa, non possono più esistere più a lungo. Come è impossibile tornare allo stato democratico borghese, così è impossibile tornare alla vecchia democrazia operaia. La sorte dell’uno riflette la sorte dell’altra. È un fatto certo che l’indipendenza dei sindacati in un senso di classe nei loro rapporti con lo stato borghese può essere soltanto assicurata da una direzione rivoluzionaria».
Noi non possiamo che rivendicare totalmente questa analisi e la sua conclusione, con la riserva capitale, tuttavia, che per noi l’assenza di direzione rivoluzionaria non è un caso, un accidente della storia, l’effetto di semplici errori soggettivi essendo le masse sempre e in ogni circostanza potenzialmente rivoluzionarie; ma è il riflesso di una crisi politica che investe l’insieme della classe.
Non possiamo invece accettare le seguenti conclusioni pratiche dettate a Trotsky dal suo volontarismo, particolarmente manifesto nella celebre tattica delle “parole d’ordine democratiche”:
«Nei sindacati totalitari è impossibile svolgere un lavoro che non sia cospirativo. È necessario adattarci alle condizioni concrete esistenti nei sindacati per mobilitare le masse non solo contro la borghesia ma anche contro il regime totalitario regnante negli stessi sindacati e contro i dirigenti che rafforzano questo regime [corsivi nostri].
«La prima parola d’ordine è: completa e incondizionata indipendenza del sindacato dallo stato capitalista.
«La seconda parola d’ordine è: democrazia nei sindacati [corsivi nostri]. Questa seconda parola d’ordine discende dalla prima e presuppone per la sua realizzazione la completa libertà dei sindacati dallo stato imperialista e colonialista».
15. Tutti i compagni che hanno cercato di svolgere un autentico lavoro in veri e propri sindacati operai (non in associazioni corporative di insegnanti, impiegati, ecc.) sanno molto bene che nel 1972 come negli anni ’40 questo lavoro resta in realtà di carattere cospirativo non meno che sotto il fascismo, quando esso era costituzionalmente escluso – anche se i rischi che si corrono non sono, almeno fino, così gravi.
Tutti i compagni coscienti del fatto che rinunziare a questo lavoro comunista fra gli operai, dentro o fuori i sindacati, significa rinunciare al compito del partito, che è di legarsi al movimento reale anche se atomizzato, anche se decaduto a proporzioni miserabili e alla peggiore discontinuità, accettano coraggiosamente di vederlo ridotto a un “lavoro cospirativo”.
Quello che è intollerabile, quello di cui ogni militante il quale affronti realmente queste terribili condizioni sente tutta la falsità, è la vanteria attivistica, la “disgustosa frase rivoluzionaria”, come avrebbe detto Lenin, consistente nel parlar di “mobilitare le masse” mediante un lavoro “cospirativo”. Quando si pone il problema di “mobilitare le masse”, gli è che un cambiamento radicale si è prodotto nei rapporti di forza, e allora, senza evidentemente rinunciare a nessuna forma illegale di lavoro, diventa possibile levare pubblicamente la voce del partito, lavorare nel modo più aperto e largo possibile. Quando invece i rapporti di forza ci rinchiudono nei limiti angusti della cospirazione, non dobbiamo pretendere di “mobilitare le masse”, non dobbiamo attendere dalla nostra volontà, dalla nostra abnegazione e ancor meno dalla nostra “abilità tattica”, dei poteri che possono venirci soltanto dal proletariato stesso, dalla ripresa della lotta proletaria. Questa non dipende dalla nostra volontà; non la si inventa, la si osserva e la si studia con tutto il rigore e tutte l’obiettività che il partito deve usare in quella parte importante del suo compito che è l’analisi delle situazioni.
Dobbiamo lasciare all’attivismo opportunista la vanteria, la “frase rivoluzionaria”, la pericolosa esagerazione degli avvenimenti realmente accaduti e i risultati conseguiti. Nulla è più estraneo alla tradizione del nostro partito, il quale fin dalla sua ricostituzione si è distinto per la sua lotta risoluta contro la tesi idiota secondo cui «l’azione primeggia su tutto», dalla semplice oggettività nella valutazione dei movimenti reali fino alla coerenza teorica.
L’entusiasmo, la combattività, la tenacia nello sforzo di legarsi alla classe, sono ottime cose, ma non deve avvenire che a favore di esse entrino di contrabbando nel partito “noi mobiliteremo”, i “noi salveremo”, i “noi ricostruiremo”, insomma… i “noi capovolgeremo i rapporti di forza”, tanto cari all’attivismo. Sotto questo aspetto ci sono stati errori incontestabili ed è necessario bandirli definitivamente perché, se è chiaro che non sono stati essi la causa della crisi suscitata dai “critici radicali” (crisi di demoralizzazione, crisi di completa decomposizione teorica), è altrettanto chiaro che essi hanno complicato la lotta per superarla e rischierebbero di nuocere gravemente al partito nell’esecuzione di compiti che, nell’immediato, non sono gloriosi come potrebbero farlo credere le vanterie, ma che sono reali e particolarmente pesanti per un pugno di militanti come noi.
16. Il secondo punto – quello delle parole d’ordine – è un po’ più delicato.
Certo, è chiaro che non ha senso, da una parte, affermare come Trotsky che, «come è impossibile tornare allo Stato democratico borghese, così è impossibile tornare alla vecchia democrazia operaia: la morte dell’uno riflette la morte dell’altra», e d’altra parte concludere: «la seconda parola d’ordine è democrazia nei sindacati… e presuppone per la sua realizzazione la completa libertà dei sindacati dallo Stato».
Se la “vecchia democrazia operaia” non ritornerà mai, gli è che tutte le correnti non-rivoluzionarie tendono, per le ragioni già dette, ad una subordinazione irreversibile allo Stato borghese. Ciò non significa che la rottura della subordinazione dei sindacati allo Stato sia oramai storicamente esclusa; significa “soltanto” che presuppone una massiccia disaffezione del proletariato dalle correnti non-rivoluzionarie, e questa, da un lato, può derivare soltanto da una crisi profonda della società e, dall’altro, non avverrà né senza aspre lotte fra gli operai e gli attuali bonzi sindacali, né senza sconfitta di questi ultimi, sia che gli operai riescano a cacciarli dai sindacati attuali, sia che li disertino per ricostituirne di altri – cosa che avrebbe storicamente lo stesso significato, per cui le dispute interminabili sull’ipotesi «che ha la maggiore probabilità di realizzarsi» sono del tutto vane e, provano unicamente l’incapacità di coloro che le conducono di staccarsi dall’aspetto empirico ed accidentale delle cose per abbracciare la prospettiva della rivoluzione.
Se una tale insoddisfazione, una tale rottura, una tale sconfitta di quei “fascisti passivi” che sotto il nome di “socialisti” o “comunisti”, ma sempre di leali “democratici”, paralizzano la classe “proletaria”, si verificano, ciò significherà, né più né meno, la ripresa rivoluzionaria che invano avevano aspettato due o tre generazioni di militanti dopo l’ottobre 1917. Ottenuto un risultato storico così formidabile, quale attrattiva, quale utilità potrebbe avere la restaurazione della… vecchia democrazia operaia, e soprattutto fra quali correnti potrebbe svolgersi, una volta smascherata e sanzionata dalla ripresa proletaria la natura fascista del riformismo contemporaneo? Bisogna rispondere che questa attrattiva è dubbia, questa utilità è nulla, e l’impossibilità di questa restaurazione è sicura. Ecco perché la parola d’ordine della democrazia operaia deve essere respinta senza esitazioni.
Ecco anche perché, in una versione aggravata rispetto a quella di Trotsky, la democrazia proletaria viene presentata non come l’effetto, ma come il presupposto della liberazione dei sindacati dallo Stato. Perché la parola d’ordine sembri offrire un’utilità qualsiasi, bisogna dunque pretendere ch’essa faciliti la necessaria liberazione delle organizzazioni operaie dallo Stato; ma per far ciò bisogna negare appunto quello che vi è di giusto nelle parole di Trotsky – cioè che la vecchia democrazia proletaria non potrà più rinascere -; in altre parole, bisogna mettere la realtà a testa in giù. Ragione supplementare per respingere energicamente questa parola d’ordine.
17. La parola d’ordine “completa e incondizionata indipendenza del sindacato dallo stato capitalista” deve invece essere affrontata con prudenza.
Certo, non si può respingere puramente e semplicemente una sia parola d’ordine come quella della “democrazia nei sindacati”, ma bisogna capire in quali limiti sia valida. Prima di definirla, vediamo perché non è più un reato penale.
Un ragionamento perlomeno semplicistico consisterebbe nel dire: poiché la tendenza dei sindacati alla fusione con lo Stato è irreversibile, è antistorico rivendicare la loro rottura con esso, o la ricostruzione, fuori dalle vecchie organizzazioni integrate, di sindacati indipendenti; e non meno assurdo è prevedere la conquista degli uni o degli altri ad opera del partito rivoluzionario, anche in un avvenire lontano.
Il minimo che il partito possa esigere da tutti i suoi militanti (soprattutto se hanno pretese “teoriche”), è che non tentino di stabilire che cosa è o non è “storicamente irreversibile” facendo semplicemente astrazione… dalla lotta di classe!
La tendenza dei sindacati a fondersi con lo Stato è irreversibile nella sola misura in cui il capitalismo riesce a mantenere il suo dominio sul proletariato. Dire che essa è irreversibile in assoluto è come dire che il capitalismo conserverà in eterno questo potere. Non occorre essere dei cervelloni per capire che, in questo caso, non sono soltanto i sindacati che sarebbero condannati in quanto strumenti della lotta rivoluzionaria; è la stessa lotta rivoluzionaria che sarebbe esclusa, è della rivoluzione che si dovrebbero celebrare le esequie. Di fronte al ragionamento semplicistico di cui sopra, la nostra diagnosi è stata quindi tanto radicale quanto agevole: disfattismo acuto, rinnegamento totale.
In realtà, la tendenza dei sindacati a integrarsi nello Stato non è se non il punto d’approdo della «necessità» in cui si trovano di «lottare per la collaborazione con esso». Trotsky aveva perfettamente ragione di parlare di «necessità»; inesistente cinquant’anni fa, il che permetteva alle burocrazie sindacali di allora di rivendicare l’autonomia delle organizzazioni operaie senza essere affatto «più rivoluzionarie» di quelle di oggi, questa necessità deriva dalla tendenza irreversibile dello Stato monopolistico ad intervenire in tutti i conflitti anche parziali per ragioni evidenti di conservazione, lasciando sempre meno a imprenditori e salariati di regolare direttamente le loro faccende. Ma neppure questa necessità ha nulla di assoluto: esiste soltanto nella misura in cui i sindacati aspirano ad un riassetto delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati nel quadro del regime salariale, senza conflitti aperti con lo Stato, senza lotta di classe aperta. La forza di questa aspirazione misura la forza del dominio del capitalismo sul proletariato di cui parlavamo più sopra. La tesi del marxismo è la seguente: questa aspirazione è oggi fortissima nella classe operaia dei paesi avanzati (e appunto perciò la burocrazia sindacale può dire le peggiori enormità ed esercitare un vero e proprio terrore contro i proletari che più o meno mordono il freno) ma non è eterna.
La tesi del disfattismo e del rinnegamento dice per contro: «Anche se il partito rivoluzionario riuscisse a controllare i sindacati, non potrebbe farli servire alla causa della rivoluzione», il che equivale a svalutare come anti-rivoluzionaria per natura la lotta degli operai per la difesa o il miglioramento delle loro condizioni di vita. Libero il rivoluzionarismo chiassoso di piccoli borghesi satolli di disprezzare con tanta superbia le preoccupazioni volgari della massa, e di opporre la rivoluzione alla lotta per interessi materiali. Il partito proletario non può rinunciare al materialismo senza rinnegarsi.
18. Il fondamentale riformismo delle attuali generazioni della classe operaia ha ragioni politiche troppe volte analizzate per dovercisi soffermare. È, fra l’altro, la “fame di democrazia” provocata dalle gesta fasciste, hitleriane e staliniane, che hanno fatto impallidire per molto tempo i crimini degli stati parlamentari e pluripartitici; è il pacifismo generato dall’atroce bagno di sangue della controrivoluzione prima, della seconda carneficina imperialistica e delle guerre ad essa successive poi, e spinto al parossismo non solo dal crescente rafforzamento delle polizie statali, ma dal terrificante armamento delle grandi potenze, guardie bianche del mondo.
Ma questo riformismo ha pure delle basi economiche che il partito ha chiaramente definite: contrariamente alla falsa teoria secondo cui, nella sua fase senile, il capitalismo cesserebbe di assicurare lo sviluppo delle forze produttive, contrariamente anche alla congiuntura fra le due guerre mondiali, l’economia borghese ha conosciuto dopo la seconda un’espansione notevole. Di conseguenza, almeno «laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell’artigianato e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualche cosa da rischiare, e questo (fenomeno d’altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e, peggio, dello sciopero e della rivolta» (Partito rivoluzionario e azione economica, aprile 1951).
È lì tutto il segreto della persistenza del riformismo nella classe operaia, non solo durante una fase storica molto più lunga di quanto i comunisti della terza Internazionale se la potessero immaginare, ma anche in forme aggravate in confronto a quelle di quaranta o cinquant’anni fa.
Incapace di capire che questo aggravamento aveva il carattere di una necessità storica transitoria ch’era assurdo giudicare dall’angolo di una “etica” rivoluzionaria; impotente ad afferrare che esso non derivava da una specie di “degradazione morale” delle masse, ma dal semplice adattamento del vecchio riformismo alle nuove condizioni del capitalismo monopolistico; il rivoluzionarismo piccolo-borghese di alcuni ex membri del partito li ha infine indotti a pronunziare la decadenza delle masse proletarie dalla loro missione rivoluzionaria, e ad esaltare quella di minoranze ribelli purchessia.
Per i materialisti, le “masse” sono sempre, in un momento dato, ciò che per legge storica devono essere: nessuna delle ragioni che le ha rese quelle che sono è mai immutabile, e, invece di cadere nella disperazione o nelle “laceranti revisioni”, i materialisti affidano allo sviluppo storico il compito di distruggere quel mostro che è una classe operaia non rivoluzionaria, e quindi di ricreare le condizioni dello sviluppo del partito proletario.
Se, di fronte all’innegabile terrorismo borghese (di cui le gerarchie opportuniste sono sempre e soltanto le cinghie di trasmissione), tutte le generazioni operaie destinate a succedersi dovessero reagire allo stesso modo di quella che ha subito i grandi traumi dell’interguerra e del secondo massacro imperialista e di quelle che sono state allevate in questa psicologia, allora bisognerebbe rinunciare ad ogni speranza di rivoluzione, ma si dovrebbe anche ammettere che la “natura umana” resta immutabile, come pretende la borghesia, invece di trasformarsi continuamente sotto i colpi della storia, come ha sempre affermato il marxismo.
Allo stesso modo, sul piano economico, se l’espansione capitalistica nell’ultimo quarto di secolo potesse continuare all’infinito nell’armonia; se “la piccola garanzia patrimoniale” (che durante questa espansione ha causato l’opportunismo degli operai dei paesi progrediti) potesse restare in ogni circostanza una conquista intangibile; se, comunque, potesse soddisfare i bisogni delle generazioni operaie future solo perché ha soddisfatto quelli delle generazioni precedenti, allora non vi sarebbe alcuna ragione né che i bisogni materiali delle masse le spingano nuovamente ad una lotta di classe senza compromessi con lo Stato borghese, né che il partito rivoluzionario possa mai ritrovare un’influenza qualsiasi.
Appunto perché il marxismo esclude una simile visione, non si può respingere la parola d’ordine di “indipendenza incondizionata dei sindacati dallo stato capitalistico”. Prima di tutto, questa parola d’ordine corrisponde ad una tendenza che si delineerà immancabilmente nelle condizioni di una ripresa della lotta proletaria, non certo ad opera della burocrazia sindacale esistente, ma ad opera delle masse sindacate; in secondo luogo, essa risponde perfettamente alle esigenze di questa lotta – due cose che non si potevano dire della parola d’ordine di “democrazia nei sindacati”.
Proclamando che aspirava «alla confederazione sindacale unitaria autonoma dalla direzione di uffici di stato, agente col metodo della lotta di classe, dalle singole rivendicazioni locali di categoria a quelle generali di classe», il nostro partito ha dimostrato di considerare «l’indipendenza incondizionata dei sindacati dallo stato capitalistico» non solo come una necessità della lotta proletaria ma come un processo che non era affatto escluso storicamente da una pretesa «tendenza irreversibile» del proletariato a sottomettersi al capitale e al suo Stato.
19. Non si possono invece considerare come applicazioni corrette di questa posizione di principio direttive come: 1) l’appello per la costituzione di comitati di difesa del sindacato di classe in risposta alla fusione fra le tre centrali esistenti, che si profilava in Italia; 2) l’annuncio di una parola d’ordine di boicottaggio del nuovo sindacato unito ad un appello per la ricostruzione del sindacato di classe qualora tale fusione avvenisse.
L’errore non è consistito (come alcuni hanno preteso traendone pretesto per disertare) nel «sottovalutare» il ruolo controrivoluzionario delle burocrazie sindacali esistenti: un partito forgiatosi nella lotta non solo contro di esse, ma contro le loro precorritrici degli anni venti, non può «sottovalutare» questo ruolo e, a maggior ragione, dimenticarlo. L’errore non è stato neppure di non passare alla denunzia della forma sindacale in quanto tale per opporle altre forme di organizzazione, più o meno temporanee e più o meno locali: tali organizzazioni possono sorgere nel processo reale, attestare una certa tendenza più o meno temporanea e locale degli operai a reagire alla tendenza generale e continua dei loro sindacati alla fusione con lo Stato, ma non bastano ad invertire questa tendenza, né ad assicurare al proletariato l’organizzazione unitaria di cui ha bisogno.
L’errore è consistito nel riprendere, in piena fase monopolistica, le parole d’ordine che il nostro partito aveva lanciato agli inizi di questa fase, prima contro i dirigenti socialdemocratici, poi contro i sindacati fascisti quando si instaurarono sulle rovine dei sindacati «liberi» negli anni venti. Se, per evitare gli errori politici, bastasse ripetere in ogni circostanza delle direttive il cui valore era incontestabile alla loro epoca e che perciò hanno acquisito autorità, nulla sarebbe più facile che mantenere il partito sulla via giusta: l’arte, considerata difficile, di condurre la lotta proletaria non sarebbe, in verità, che un gioco da ragazzi. Le cose, disgraziatamente, non sono così semplici.
Perché la ripetizione meccanica fosse giusta, in questo caso, bisognerebbe che si fosse mantenuto intatto, dopo gli anni venti, il vecchio sindacato allora detto «di classe» perché, sebbene riformista, non rivendicava il principio della collaborazione di classe, come per esempio i sindacati cristiani, ma quello della lotta; perché era indipendente dallo Stato, e perché non escludeva l’azione comunista nel suo seno (almeno in Italia), non avendo ancora potuto bandire una «democrazia operaia» alla quale il proletariato dell’epoca teneva. O meglio, per quanto concerne l’Italia (e la Germania), bisognerebbe che i sindacati ricostituiti dopo la sconfitta militare del nazismo e del fascismo avessero miracolosamente ritrovato tutte quelle caratteristiche; cosa che, come si è visto più sopra (cfr. Le scissioni sindacali in Italia), il partito ha sempre chiaramente negato.
Bisognerebbe, inoltre, poter considerare l’avvenire come un puro e semplice ritorno al passato, cioè ammettere che, anche nell’assenza riconosciuta di un corso rivoluzionario, anche quando il partito è di fatto isolato dalle masse, ridotto ad una sopravvivenza eroica dal fondamentale riformismo di cui queste continuano a dar prova, la risurrezione del «buon» tradunionismo di un tempo fosse non solo augurabile ma possibile. Una tale concezione, che si limita a constatare che il riformismo di ieri era un minor male rispetto a quello d’oggi, non ha assolutamente nulla di marxista. E ciò per due ragioni: 1) che il riformismo neofascista di oggi è l’erede legittimo (come lo stesso fascismo) del riformismo democratico di cinquant’anni fa, e anche se, per miracolo, quest’ultimo potesse risuscitare, non potrebbe dare altri frutti; 2) non è affatto per caso, ma per effetto delle condizioni del capitalismo monopolistico, che il riformismo prima maniera ha ceduto il posto al riformismo seconda maniera, al riformismo d’oggi, che non solo in pratica, ma sempre più in «teoria», si allinea perfettamente sui principi enunciati nel 1891 dall’enciclica Rerum novarum.
La prospettiva della fusione tra la CGIL e le centrali che si erano sempre poste sul terreno della collaborazione di classe, non doveva provocare un tentativo di fermare la classe operaia su una china giudicata fatale, per ricondurla ad una vecchia tradizione le cui insufficienze sono state ampiamente dimostrate dalla schiacciante disfatta del proletariato nella lotta di classe fra le due guerre non solo in Italia ma nel mondo intero. Doveva offrir l’occasione di mostrare alla classe operaia che il prodotto fatale del suo riformismo sarebbe la sua totale immobilizzazione di classe anche ai soli fini della lotta difensiva ed immediata, per preparare, quando si fossero presentate le condizioni favorevoli, non un ritorno indietro, ma un decisivo passo avanti.
In generale, il partito non deve mai dimenticare che, per tradurre correttamente le sue direttive di principio, le parole d’ordine che esso lancia non devono lasciare il minimo dubbio sul fatto che l’indipendenza dei sindacati nei confronti dello Stato può essere restaurata solo grazie a un ritorno del proletariato alla linea del comunismo, cioè grazie alla conquista, da parte del partito, di un’influenza decisiva dalla quale è oggi enormemente lontano; che essa, dunque, può caratterizzare soltanto la fase storica rivoluzionaria.
Per concludere con considerazioni di principio, in materia di tattica gli errori da evitare (se non vi si è riusciti, da combattere) sono due: il primo è di agire come se i principi cambiassero con le situazioni; il secondo è di agire come se l’invarianza dei principi ci dispensasse da una analisi corretta delle situazioni e da uno sforzo per adattarvi la nostra propaganda.
I principi non variano con le situazioni, ed è perciò che il partito – contro i critici “radicali” i quali si erano messi a rivedere le tesi del II congresso dell’Internazionale sul movimento sindacale – ha integralmente mantenuto la conclusione di Partito rivoluzionario e azione economica (1951):
«In ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori:
«1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati;
«2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato;
«3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza di lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta [corsivo nostro] abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza sul movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese…
«Le linee generali della suddetta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale. Di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori».
Considerando che l’apertura di una nuova fase in seguito alla sconfitta del comunismo fra le due guerre, l’accrescimento considerevole degli ostacoli da superare in confronto agli anni venti a causa della gravità di questa sconfitta e dell’integrazione delle organizzazioni operaie non soltanto nello stato nazionale, ma nelle istituzioni internazionali – insomma, che le difficoltà senza pari della nostra epoca non permettevano di risolvere a priori la questione se questa ricostruzione avverrà “mediante conquista dei sindacati esistenti” o mediante conquista di “sindacati ricostituiti ex-novo”, il partito ha respinto la confusione fatta dai suoi critici fra la “verosimiglianza” immediata e la prospettiva rivoluzionaria, le inevitabili incertezze dell’avvenire e l’imprecisione teorica, e ha condannato la loro pretesa alla “libertà di critica” sotto pretesto che il centro non poteva vedere per magia attraverso le brume del futuro.
D’altra parte, la sana concezione marxista esclude che le direttive, le parole d’ordine e le iniziative del partito possano essere stabilite esclusivamente in funzione di un vago riferimento a principi generali, e indipendentemente dalla corretta interpretazione della fase storica in corso. È perciò che il partito ha pure finalmente respinto le direttive di “difesa del sindacato di classe”, poi di “ricostituzione del sindacato di classe”, come vuote ripetizioni delle direttive degli anni venti, in un’epoca che non è né la ripetizione pura e semplice degli inizi della fase imperialistica, né e ancor meno il preludio ad una quarta fase che, dopo l’epoca rivoluzionaria, poi democratica e infine totalitaria del ciclo borghese, ci riconduca miracolosamente alle condizioni di lotta in apparenza più facili del passato, ma è invece la lenta e dolorosa gestazione di una gigantesca crisi rivoluzionaria che si compirà in condizioni e in forme sotto molti aspetti assai diverse da quelle dell’immediato dopoguerra 1914-1918. È perciò, anche, che il partito ha condannato il fatto stesso di dare parole d’ordine supponendo che disponiamo di un’iniziativa storica anche lontanamente comparabile a quella della sezione italiana dell’Internazionale Comunista negli anni venti; parole d’ordine che, dato il rapporto di forza che ci schiaccia, appartengono al triste regno della “frase rivoluzionaria”.