Organizzatori «operai» o consulenti degli imprenditori?
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Qual è il succo del “documento comune” partorito a Tarquinia, dalle tre confederazioni sindacali, la cui unità organizzativa stenta a nascere tanto quanto è bell’e nata la loro unità di azione? che cosa annunzia ai proletari occupati e disoccupati che si preparano a battersi per il rinnovo dei contratti di categoria?
Il succo è fin troppo chiaro. I sindacati che si pretendono “operai” ragionano, in realtà, in funzione non degli interessi immediati e delle finalità ultime della classe, ma degli interessi e delle finalità del “paese”, della “nazione”, dell'”economia (non possono dire, senza sputtanarsi: del capitale), di cui per essi i lavoratori sono parte integrante e quindi possono non diciamo conquistare ma anche solo difendere qualcosa al solo patto di assumere a proprio carico la soluzione dei “gravi problemi” della “comunità nazionale” ringiovanendone e perfezionandone le strutture com’è nelle esigenze di «uno Stato moderno, democratico e fortemente industrializzato».
Fedeli alla teoria inespressa – che trovò bensì la sua vivente incarnazione nello Stato corporativo fascista, ma è tanto vecchia da aver fornito materia ai sarcasmi di Marx centoventitré anni fa e passa – secondo cui «capitale e lavoro salariato si condizionano a vicenda, si generano a vicenda; l’interesse del capitalista e quello dell’operaio è quindi lo stesso» (il che, spiega Marx, significa soltanto che «finché l’operaio salariato è operaio salariato la sua sorte dipende dal capitale…, ricchezza estranea che lo domina, potere che gli è nemico»), essi vedono nelle lotte dei lavoratori il lubrificante del «progresso», la garanzia del «superamento della stagnazione produttiva», il rimedio al «disarmo dei gruppi imprenditoriali e pubblici e alla loro diserzione all’invadenza del capitale straniero [capitale, sì; purché italiano!]; alla mancanza di capacità di previsione e di coraggiose assunzioni di iniziative trasformatrici, alla rinuncia dell’autorità di governo a svolgere una diversa azione di indirizzo, selezione e stimolo». Per essi, l’esistenza di «gruppi imprenditoriali», privati o pubblici, è un fatto eterno, immutabile quanto i fenomeni del mondo naturale, da non mettersi neppure in discussione: non solo non si tratta di spezzarne il giogo, ma si tratta di renderne più efficiente il meccanismo.
I loro «grandi obiettivi strategici» sono, in ordine decrescente: «occupazione, riforme, contratti», ed essi precisano che si tratta di obiettivi «strettamente correlati», appunto perché “occupazione” è un problema di “investimenti”, “riforme” un problema di “interventi straordinari” dei pubblici poteri, e “contratti” un problema che si risolve in quanto si risolvano i primi, e che ha una sua giustificazione di esistenza solo in quanto aiuti a risolverli e insieme ne derivi come la parte dal tutto.
Quando essi dicono: «Le rivendicazioni salariali sono da sole insufficienti a risolvere i problemi reali con i quali si scontra la condizione dei lavoratori», non vogliono affermare – dio guardi – che la lotta per l’aumento o anche solo la difesa del salario è sacrosanta ma non altera il rapporto di dipendenza del lavoro salariato dal capitale, e che quindi va integrata in una forma più alta di lotta, la lotta politica per l’abolizione del lavoro salariato: vogliono affermare al contrario, esattamente come gli economisti borghesi staffilati da Marx, che la garanzia del posto di lavoro e del salario dipende da un’attiva politica del capitale di cui gli stessi operai devono farsi promotori attraverso il «metodo del confronto [non scontro, non combattimento, meno che mai guerra; ma dibattito, consultazione, collaborazione!] con i pubblici poteri per l’occupazione, le riforme, le politiche economiche».
Quando parlano di «condizione operaia» hanno in mente la casa, la scuola, l’ambiente di lavoro, i trasporti, la sanità e, idolo degli idoli, la «pubblica amministrazione», e si attendono dagli «investimenti» in tali innovazioni, dalle «spese sociali» in tali iniziative, «uno sviluppo della produzione basata sulla espansione della domanda interna» il che vuol dire un accrescimento del capitale. Sono i teorici dell’iperespansione produttiva, dell’iperconsumismo, dell’ultramodernismo, in nome e nell’interesse della Patria; il loro sogno è una «contrattazione che realizzi un impatto funzionale [parla come ti hanno insegnato, commenta a labbra strette il manovale!] con la politica delle riforme». La democrazia, lo Stato del capitale, i pubblici poteri sempre più efficienti e in grado di “intervenire (a manganellate, se occorre), il capitale che non impigrisce nella calza di lana ma si investe, il padrone che non vive di rendita ma ritrova le antiche virtù del capitano d’industria, il manager che non si seppellisce sotto le scartoffie ma ha la passione di abbellire e imbellettare il «luogo di lavoro», hanno in essi i loro più accaniti, più rumorosi, più fertili, difensori e, se possibile, condirettori.
Sul piano politico e sociale, ciò significa – e il documento non ne fa proprio alcun mistero – che le urgenti necessità dei salariati – in materia di paga e tempo di lavoro -, devono subordinarsi nella loro pesante realtà alla retorica dei «miglioramenti normativi», alla fata morgana delle riforme di struttura, ma soprattutto a quell’altra «superiore» realtà che sono i «costi» di tutte le retoriche e di tutte le fate morgane di cui si adorna il medagliere di Sua Maestà il Capitale.
Ciò significa che, federati o uniti, i sindacati “operai” si preparano ad essere sempre più non solo gli “interlocutori” dello Stato capitalistico, ma i suoi indispensabili ingranaggi.
Ciò significa che gli operai saranno chiamati a esercitare non la propria forza di classe, ma il «senso di responsabilità» instillato da sempre negli schiavi da preti e poliziotti, da padroni e lacchè dei padroni.
Ciò significa che i proletari potranno allontanare lo spettro della fame e della disoccupazione, per quel tanto che è possibile sotto il regno del capitale, solo riprendendo coscienza d’essere non parti ma vittime della “comunità nazionale” e agendo in base a tale consapevolezza; potranno prepararsi a cacciarlo definitivamente ridandosi degli strumenti di lotta economica non vincolati agli interessi tricolori di quest’ultima, e collegati alla finalità ultima della sua distruzione dall’influenza politica del partito rivoluzionario di classe.
Non ci si risponda che è musica dell’avvenire: anche solo per un’infima minoranza della classe, questa garanzia del domani dev’essere la certezza di oggi, la conquista del futuro deve coincidere con la sua preparazione nel presente!