La necessità di una organizzazione sindacale internazionale dei portuali
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Il capitalismo cerca di rendere la circolazione delle merci, analogamente a quanto per la loro produzione, più veloce possibile, perché le merci possano tornare, mediante la vendita, alla forma denaro, realizzando così il plusvalore. Allo scopo di ridurre i tempi di trasporto la quantità di capitale investito nel settore marittimo è enorme.
Parimenti massiccio è l’attacco alla classe operaia perché l’automazione implica lo scontro con gli interessi immediati e vitali dei proletari. L’automazione consente al capitale di conseguire l’obiettivo di lavorare 24 ore al giorno per 7 giorni la settimana: la macchina poco si infortuna, non si ammala, mentre invece nei porti o sulle navi scioperi e blocchi anche di modeste dimensioni possono causare grandi perdite alle compagnie di navigazione.
Quindi nei prossimi anni gli economisti borghesi stimano – o sognano – riduzioni del 40-50% della forza lavoro nei porti.
Compagnie di navigazione e terminalisti non dissimulano queste loro intenzioni. L’obiettivo della distruzione di ogni forza operaia organizzata è perseguito con durezza e in un crescente coordinamento internazionale, frutto della concentrazione e centralizzazione del capitale particolarmente elevata di questo ramo d’industria. Ad esempio la danese APM Terminal (AMPT), il terzo operatore mondiale sulle banchine, è di proprietà della Maersk, la prima compagnia di navigazione al mondo.
In questo scenario i portuali provano a rialzare la testa, schiacciati dalla pressione dei padroni, dei loro governi, e dall’inadeguatezza del fronte sindacale, debole, frammentato, corrotto. Forse in nessuna altra categoria della classe lavoratrice più che nei portuali è evidente la necessità di un’organizzazione sindacale internazionale dei lavoratori, in grado di dispiegare scioperi contemporanei negli scali di diversi paesi su un’area sufficientemente vasta da impedire di deviare le merci da un porto all’altro.
I portuali spagnoli – organizzati nella Coordinadora Estatal de Trabajadores del Mar – grazie ad un’ondata di scioperi effettuati a febbraio e nei primi giorni di marzo hanno vinto una dura battaglia. Il governo nazionale aveva presentato al Parlamento una radicale riforma del lavoro nei porti spagnoli, per ottemperare a una sentenza della Corte di Giustizia europea del 2014 che imponeva di togliere alle autorità portuali la gestione delle lavoro nelle banchine, affidandola alle compagnie terminaliste. Il 16 marzo il Parlamento è stato costretto dagli scioperi a votare contro questa legge. Va elogiata l’importante azione dei portuali portoghesi, che in alcuni scali si sono rifiutati di scaricare le navi dirottate dagli scali spagnoli.
Anche i portuali svedesi sono in sciopero da una settimana a Göteborg, il più grande porto della Scandinavia, nel terminal Apm-Maersk contro un accordo nazionale firmato da un sindacato minoritario.
Nel 2016 il governo greco ha privatizzato i più grandi porti del paese. Cosco, il maggiore gruppo cinese di spedizioni marittime, ha acquistato il 67% del Porto del Pireo. Il governo greco ha fissato al 24 marzo la scadenza per presentare le offerte di acquisto per il porto di Salonicco. Tutti i posti di lavoro diventerebbero precari con un impatto devastante per le già precarie condizioni di vita e di lavoro di questa porzione di classe.
In Italia, nel porto di Gioia Tauro, uno sciopero di 5 giorni, indetto dal sindacato SUL, nel mese di marzo ha coinvolto 1.200 lavoratori per protestare contro i 400 esuberi dichiarati dall’Mct la società che gestisce lo scalo container. Lo sciopero è stato momentaneamente interrotto, ricompattando il fronte sindacale che chiede, nella trattativa tutt’ora in corso, che il numero degli esuberi scenda a 274.
Negli Stati Uniti, sulla costa atlantica le autorità portuali stanno cercando di ridurre il numero dei sindacati fra i portuali: nella maggior parte dei luoghi di lavoro in USA esiste un solo sindacato. Questo perché nel porto di New York una serie di scioperi selvaggi è stata organizzata dai sindacati minori.
Sulla costa pacifica il principale sindacato dei portuali, l’International Longshore and Warehouse Union (ILWU), in questi anni ha ripetutamente bloccato i porti. Da segnalare in particolare la lotta nel terminale di Longview il quale, dopo numerosi scioperi, è stato costretto ad accettare i lavoratori iscritti all’ILWU. Inoltre, sempre sulla costa occidentale, ci sono stati molti scioperi effettuati dai movimentatori dei container, scioperi coordinati da organizzazioni non ufficiali che hanno bloccato per giorni interi i porti.
È del 2014 il durissimo sciopero in Costarica durato dal 22 ottobre al 5 novembre che si è concluso vittoriosamente per i lavoratori impedendo la concessione del Moin Container Terminal alla danese APM.