Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi Pt.2
Categorie: Capitalist Wars, Military Question, National Question, Social Democracy
Articolo genitore: Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi
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II.
Il “fallimento del socialismo”
L’unica forza seriamente contrastante al militarismo di tutti i grandi Stati europei, erano le tendenze socialiste del proletariato. Lo scoppio della guerra costituirebbe, quindi, secondo taluni, la bancarotta teorica e pratica del Socialismo.
Ora, mai questo si è assunto il compito di migliorare radicalmente il mondo presente, restando nell’ambito delle istituzioni borghesi; bensì quello di trasformarlo nelle sue basi, ritenendo tale trasformazione unico termine delle sofferenze della classe sfruttata (s’intende che trattiamo tutta la questione dal punto di vista del socialismo rivoluzionario). Solo nel regime socialista, col comunismo dei mezzi di produzione e scambio, l’umanità potrà dominare le forze della produzione, eliminando l’oppressione sociale e la miseria (Marx) e solo nella società senza classi saranno impossibili le guerre. Noi ripudiamo l’antimilitarismo riformista che sogna la nazione armata e non si accorge che l’evoluzione degli Stati borghesi, soprattutto dei più democratici, si svolge precisamente in senso opposto.
Alla guerra porrà fine la rivoluzione sociale. Senza accettare del tutto il noto dilemma mussoliniano sullo sciopero generale in caso di mobilitazione, notiamo che un tentativo rivoluzionario avrebbe sempre maggiore possibilità di successo in tempo di pace che alla vigilia della guerra.
Il proletariato ha fatto già alcuni tentativi rivoluzionari comunisti, e sono falliti; altri, certo, ne falliranno ancora, senza che da ciò sorga la condanna del socialismo. Ciò che è crollato negli avvenimenti attuali è il sogno di una Europa borghese, democratica e pacifista.
Ma un insuccesso indiscutibile del Socialismo si è avuto nel senso che, oltre alla mancanza di ogni tentativo serio di opposizione, c’è stata quasi universalmente l’adesione dei partiti socialisti nazionali alla guerra. Ciò è certamente molto grave. Ma noi socialisti italiani nella posizione – comoda se si vuole – di spettatori, possiamo discuterne le cause, forse anche cercarne i rimedi, e forse tentare di applicare i rimedi alla nostra attuale situazione, facendo sboccare la teoria nella pratica. La convinzione socialista, rivestimento ideale degli interessi proletari, è il risultato delle condizioni economiche di ambiente sulle grandi masse operaie; e nel caso degli intellettuali è l’effetto di uno speciale processo psicologico e mentale, su cui e più difficile l’indagine. Come, sotto la pressione delle correnti militariste e patriottiche, hanno vacillato le direttive dei vari partiti socialisti?
Non è difficile spiegarcelo.
Il militarismo è l’avversario più temibile della nostra propaganda appunto perché non si avvale della persuasione, ma si basa sulla costituzione di un ambiente forzato ed artificiale, nel quale i rapporti di vita sono completamente diversi da quelli dell’ambiente ordinario.
Il lavoratore, fatto soldato, sottratto alla vicinanza di amici, parenti, conoscenti, tolto alla vita dell’officina, vede soppresso il suo diritto a discutere, mozzato il proprio individuo, annullata la sua libertà, e si trasforma fatalmente in un automa, in un balocco nelle mani della disciplina.
Il richiamato che veste la casacca ritorna automaticamente sotto l’influsso dell’ambiente militare. Il più piccolo gesto di ribellione è pagato con la morte. La diserzione é praticamente impossibile. La rivolta collettiva esigerebbe un concerto ed una intesa irraggiungibili.
D’altra parte, in poche ore il militare è trasportato altrove, in paesi che non conosce, fra commilitoni che in gran parte vede per la prima volta, manca di ogni notizia che non provenga dai suoi capi: una sola alternativa di salvezza gli resta: ubbidire ciecamente e battersi contro il nemico nella speranza della vittoria… Ad ogni modo la sua mentalità è così violentemente forzata ed alterata, che non è meraviglia se egli finisce col tradire le sue convinzioni socialiste, le quali nel maggior numero dei casi si riducono all’avere dato il voto a un candidato socialista. Per i capi, i dirigenti del partito, la cosa è diversa. Ma anche essi sono vittime di una suggestione di ambiente. La loro maggior cultura ne fa molto spesso dei socialisti imperfetti. Hanno troppi legami intellettuali con le ideologie borghesi. Pochi di essi hanno ripudiato ogni sentimentalità patriottica e quasi tutti si sentono più che esponenti della classe proletarIa rappresentanti della Nazione.
Il loro programma di demolitori lascia troppo posto alle responsabilità di chi partecipa alla tutela di uno Stato. Quindi, allorché i governi borghesi, qualunque sia stata la loro opera precedente alla guerra, assicurano di esservi trascinati loro malgrado, per la difesa dei supremi interessi nazionali, e domandano la fiducia unanime del Paese, primo coefficiente di successo…, allora il deputato socialista tentenna e si lascia travolgere dalla corrente dell’entusiasmo. In questo critico momento della storia, i parlamenti, orgoglio della democrazia, non hanno fatto che ratificare senza discutere la politica bestiale ed assassina dei governi. Quando si ammette in nome del Socialismo una categoria di guerre, sarà sempre agevolissimo alla classe dominante, che sola ha gli elementi della situazione, prospettare la sua guerra come rientrante in quella categoria e strapparle l’adesione socialista, chiamandone magari i leader a partecipare al ministero per la difesa nazionale. Così sono stati raggirati i socialisti francesi, austriaci, tedeschi, ecc. Occorre dimostrarlo?
Il Socialismo dovrà trarre da queste gravi sconfitte vitali insegnamenti: rimettere su più salde basi l’azione antimilitarista, rivedere in senso più rivoluzionario la sua azione parlamentare, così ricca finora di amare delusioni. Anziché – vi ritorneremo in appresso – adattarsi ad un socialismo nazionale, il proletariato dovrà essere domani più apertamente antimilitarista e definire il suo atteggiamento di fronte al patriottismo, vecchia insidia dei suoi peggiori nemici. Noi socialisti italiani – traendo di passaggio una prima conclusione – dovremo negare allo Stato anche la nostra solidarietà nella difesa nazionale, senza di che saremmo vittime di un altro colossale inganno pari a quello dell’impresa tripolina.
Le guerre che il “socialismo dovrebbe ammettere”
Contro la pregiudiziale antiguerresca, si assume da non pochi socialisti:
1) che i socialisti devono partecipare ad ogni guerra di difesa nazionale da una aggressione straniera; 2) che i socialisti non possono disinteressarsi delle guerre di nazionalità, poiché sarebbe un presupposto necessario dell’avvento del socialismo la sistemazione di tutte le nazionalità entro i loro naturali confini; 3) che i socialisti dovrebbero, in una guerra di nazioni rette con ordinamento più democratico contro altre meno socialmente evolute, parteggiare per le prime contro le seconde. La tesi guerrafondaia, nei due ultimi casi, andrebbe dalla semplice simpatia all’intervento personale e fino alla pressione sul proprio Stato per l’intervento militare nel conflitto nel senso desiderato.
Ebbene, queste tre finestre aperte nell’antimilitarismo si basano su degenerazioni sentimentali che sono del socialismo la negazione assoluta. Anzitutto, esse si contraddicono fra loro in modo evidente. Se la Francia avesse aggredita la Germania, per riprendere l’Alsazia-Lorena (siamo nel campo degli esempi), i socialisti tedeschi avrebbero dovuto difendere la patria o… marciare contro di essa in nome del principio di nazionalità e della democrazia? E nelle guerre coloniali che sono di aggressione e di oppressione, ma di… estensione della civiltà democratica, che cosa devono fare i socialisti? Questi sofismi derivano da un errore fondamentale, dal voler dirimere il torto dalla ragione in competizioni che si risolvono non con elementi di giustizia, ma con la violenza bruta. Inoltre, sono distinzioni che potrebbe fare solo chi disponesse di una forza risolutiva e definitiva dei conflitti, non chi col suo intervento potrebbe solo spostare le probabilità dei risultati della guerra, aumentandone intanto sicuramente l’estensione e le conseguenze di odio e di revanche.
La guerra di difesa
Non richiameremo estesamente i concetti secondo cui i proletari non hanno alcun interesse da difendere con la patria e sulle frontiere nazionali. Diremo solo che in tutte le guerre l’offesa e la difesa sono reciproche e spesso simultanee. L’aggressione è una parola elastica. S’intende per essa la violazione dei confini? Ma – militarmente – potrebbe essere imprudente attendere tale fatto; è necessario prevenirla rompendo con una controinvasione i tentativi nemici. S’intende per aggressione la rottura dei rapporti diplomatici? Ma, in base ai libri di vario colore, nessun governo manca di argomenti per riversarne sull’altro la responsabilità. S’intende per aggressione il preparare la guerra? Allora tutti gli stati moderni sono aggressori, poiché costruiscono senza posa navi e cannoni e continuamente accrescono gli effettivi degli eserciti. Senza andare oltre, ne risulta che l’adesione alla eventuale difesa nazionale è una cambiale in bianco firmata dai socialisti nelle mani dei governi borghesi, che potranno farne l’uso che credono. Per giustificare l’andata in Libia si disse che i turchi avevano disonorata una ragazza italiana. È il vecchissimo caso del lupo e dell’agnello.
Le guerre di nazionalità e indipendenza
Veniamo al problema delle nazionalità.
È vero che, prima di parlare di un’azione socialista internazionale, occorre risolvere tutti gli irredentismi e dare a tutti i popoli la sistemazione politica secondo le nazionalità?
La cosa va guardata un po’ più a fondo. Quando il regime feudale cedette il posto alla moderna borghesia, questa nel suo programma idealistico di classe rivoluzionaria scrisse a grandi caratteri il postulato delle rivendicazioni nazionali. La rivoluzione borghese appariva fatta nell’interesse dei popoli, anziché in quello di una nuova oligarchia, appunto perché ne risaltava il carattere politico anziché quello economico. Si credeva dai filosofi borghesi, che ogni schiavitù sarebbe scomparsa con l’eliminazione del dominio di un popolo sull’altro e con l’eguaglianza politica dei cittadini dinanzi alla legge. Il socialismo ha poi dimostrato che vi è un altro motivo più sostanziale e profondo nel malessere delle masse, ed è l’oppressione di classe, anche nell’interno dei gruppi nazionali. Ma senza togliere al problema delle nazionalità la sua grande importanza storica, notiamo che una soluzione parziale, ma abbastanza estesa, si è già avuta, e si ebbe a mezzo di guerre-rivoluzioni, nell’epoca eroica della borghesia; quando il militarismo non era sviluppato come oggi e con poche migliaia di uomini raccogliticci si abbattevano le bastiglie come si liberavano le nazioni. Quell’epoca storica si è risolta nella formazione e nell’assestamento dei grandi Stati moderni, nell’ambito dei quali la borghesia, meno idealistica di allora, sfrutta largamente il proletariato e fa opera di conservazione.
Oggi le guerre le fanno gli Stati e non le “Nazioni”. Esse si risolvono col predominio dell’una o dell’altra potenza, che ben poco preoccupata di pregiudiziali romantiche allarga la sua influenza economica e politica sui popoli di ogni razza e colore. Senza andare più oltre, la sistemazione delle nazionalità è ormai divenuta irraggiungibile. I moventi delle guerre sono ben altri. I loro risultati dipendono da coefficienti economico-militari, e siccome la ricchezza e la forza armata sono in mano degli Stati più solidamente costituiti, le soluzioni dei problemi guerreschi sono statali e non nazionali. Il famoso principio di nazionalità è poi qualche cosa di inafferrabile. Meno pochi casi classici, le questioni di indipendenza nazionale sono controverse. Le ragioni storiche, geografiche, etnografiche, autorizzano alle più contraddittorie soluzioni. Anche ammesse la concordia e la buona volontà di tutti gli stati europei, neppure sarebbe possibile la famosa sistemazione che ci permetterebbe poi di adoperarci a buttar giù la borghesia. Ed un problema così difficile da risolvere pacificamente lo si vorrebbe affidare all’aleatoria della guerra, alla sorte ancipite delle armi! Ma ogni guerra creerà o risusciterà almeno tanti problemi di irredentismo, quanti ne avrà distrutti. E le rivalità, le alleanze s’intrecceranno sempre più assurde e complicate. Dovrebbe il proletariato socialista aderire a questo gioco sanguinoso, anziché consacrarsi fin da ora e senza pregiudiziali di sorta a preparare lo sforzo rivoluzionario?
Dopo la classica guerra nazionale balcanica contro la Turchia, le nazionalità redente si massacrarono fra loro. Il Giappone è oggi alleato della Russia. I boeri si battono sotto la bandiera inglese. Tutte le guerre degli ultimi anni s’inquadrano malissimo nel vecchio cliché delle nazionalità. Ed è più logico il nazionalista che si pone anche il problema del riscatto, del trionfo, e dell’egemonia di una nazionalità, che il socialistoide che vuole redimerle e conciliarle tutte, ma attraverso una serie di guerre sanguinose le quali per condurre a quello scopo dovrebbero essere singolarmente ammaestrate.
Le guerre democratiche
Resta l’altra pretesa ragione di partecipazione socialista alla guerra: la necessità di favorire il trionfo delle nazioni più civili, più evolute, più democratiche, su quelle arretrate nel processo storico e sociale. Si invoca perciò la solita necessità di accelerare il completamento dell’evoluzione borghese, che è l’argomento principe per ogni genere di transigenze; ciò porterebbe ad approvare senz’altro le guerre coloniali come guerre di civilizzazione, contro la concorde opinione di tutti i socialisti e contro l’altro principio delle guerre di aggressione, che ci trova tutti dello stesso parere. Nella guerra italo-turca noi socialisti italiani non avremmo dovuto essere oppositori, perché l’Italia più o meno democratica era di fronte alla meno che feudale Turchia.
Ma il concetto fondamentalmente erroneo è quello che tendenze politico-sociali dei vari Stati prevalgano le une sulle altre nelle guerre e si diffondano per l’universo a seconda della sorte delle armi. Quelle tendenze dipendono da condizioni economiche e sociali di ordine interno e dai rapporti delle classi sociali nell’ambito di ciascuno Stato, si modificano a seconda dello svolgersi delle lotte di classe e di partito ed i loro momenti risolutivi sono le rivoluzioni, le guerre civili.
Nelle guerre esterne gli Stati non si prendono il lusso di combattere per far prevalere sul mondo un principio più o meno accademico o filosofico di democrazia o di assolutismo… Nei loro rapporti internazionali gli Stati vivono in ambiente affatto amorale e si ispirano al massimo dell’egoismo. Gli Stati che impongono ai loro sudditi di uniformarsi a certe norme per rendere possibile la convivenza sociale, nelle relazioni internazionali non riconoscono alcuna legge, ed anche in tempo di pace usano verso gli altri Stati le armi dell’inganno, dell’astuzia, della corruzione, dello spionaggio; per ricorrere in tempo di guerra all’ultima ratio della violenza che non conosce legge. Il cosiddetto diritto internazionale vige finché ad una nazione non conviene violarlo; applicato ai grandi Stati moderni è una utopia, poiché non v’è diritto ove manchi un’autorità dotata di forze superiori per imporne l’osservanza. Ogni governo non vede e non può vedere che i cinici interessi del proprio Stato (è a ragion veduta che diciamo sempre Stato e non “nazione”) e tende a conservarli e difenderli contro i nemici interni ed esterni. A qualunque partito o scuola filosofica appartenga, l’uomo di governo agisce sempre come un feroce conservatore. La libertà che esso concede ai sudditi è in relazione alla necessità di conservare l’equilibrio interno tra le forze economiche e politiche delle classi e dei partiti.
Vi sono diverse scuole di governo, ma sono metodi diversi per assicurare la massima potenza allo Stato, ed in ultima analisi alla oligarchia economica che è da esso impersonata. Quindi i governi non tendono a far trionfare un principio nell’interno di una nazione – e tanto meno a diffonderlo all’estero colle armi – ma solo a rassodare lo Stato e a curarne nel modo più acconcio gli interessi. Si capisce che questa tendenza è celata sotto le belle frasi della civiltà, della democrazia, del progresso o magari dell’ordine, della religione, del lealismo monarchico ecc. Lo scopo è però unico. Le crociate, le guerre napoleoniche, quelle della restaurazione, tutte le Sante Alleanze, erano ispirate da ben altri moventi, che mistiche e filosofiche ragioni di propaganda universale…
Le nazioni moderne, rette a democrazia, nelle colonie opprimono e tiranneggiano in ragione della minor forza dei loro sudditi. L’Inghilterra, la Germania, la Francia, l’Italia, hanno tutte una vergognosa storia coloniale. E perciò non può attendersi la diffusione di certi principi moderni dal trionfo militare dei paesi in cui già sono diffusi, specialmente nell’epoca attuale che non è più una epoca eroica come quella in cui la borghesia si formava e poteva ancora avere certe generosità.
D’altra parte il trionfo di un regime democratico è sempre un passo verso il socialismo? Se noi ci rifiutiamo di aiutare la democrazia borghese sia nei suoi conflitti interni colle classi feudali e i partiti clericali sia sul campo logico del suo ulteriore sviluppo – in base alle ragioni della nostra intransigenza – perché dovremmo favorirne poi i successi militari, che sono un modo tanto discutibile di fare propaganda di principio, e assai poco suscettibile di fornire coefficienti di progresso?
Anzitutto dunque la “democrazia” non si diffonde nel mondo con le baionette, secondariamente da tempo essa non merita più né le nostre simpatie né il nostro appoggio.
Il fenomeno – tanto citato in questi giorni come verità indiscussa -avviene forse nel senso precisamente inverso. Le vittorie militari sono un coefficiente di ritorni politici. Dopo l’epopea napoleonica la Francia subisce la restaurazione. Dopo Sedan, abbiamo invece la repubblica ed un tentativo socialista: la Comune. Ogni guerra, determinando la famosa unanimità nazionale dei partiti e delle classi, rialzando il prestigio delle istituzioni e dell’esercito, qualunque ne sia la causa e l’esito, non è un passo indietro nelle nostre aspirazioni rivoluzionarie, il cui mezzo naturale è la lotta di classe?